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" Non esiste mondo fuor dalle mura di Verona; ma solo purgatorio, tortura, inferno. Chi è bandito di qui, è bandito dal mondo e l'esilio dal mondo è morte... " (William Shakespeare, Romeo e Giulietta, atto III, scena III)
sabato, 10 maggio 2008

Appello per la manifestazione di Verona del 17 maggio

Appello ufficiale per la manifestazione di Verona
Di seguito l'appello ufficiale diramato dall' "assemblea cittadina" per la manifestazione del 17 maggio a Verona.
E' possibile inviare le adesioni personali o a nome di associazioni e organizzazioni all'indirizzo: adesioni17maggio@gmail.com



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Sabato 17 Maggio 2008
MANIFESTAZIONE

partenza corteo dalla Stazione Verona Porta Nuova ore 15.00


Nicola è ognuno di noi
 
Per sconfiggere insieme la paura  scendiamo in piazza per svegliare la città che
troppe volte ha girato la testa, non deve farlo anche questa volta e mai più.
Mobilitiamoci e riprendiamo la parola prima che l'ipocrisia riscriva anche questa storia.

per una Verona libera dalla paura,
per una Verona libera dall'odio,
per un Verona libera da vecchi e nuovi fascismi,
libera dall'intolleranza, dal razzismo, dall'ignoranza
perchè esiste una Verona coraggiosa, aperta, indignata
perchè guardarsi all'interno, riconoscere il male profondo del nostro
tempo e della nostra città.

Costruiamo assieme un corteo che attraversi e viva la città in una giornata aperta
alle iniziative e ai contributi di tutte e tutti.

Nel 2008 a Verona si muore ancora di fascismo.
Al posto di Nicola poteva esserci ognuno di noi.

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Assemblea cittadina promotrice della manifestazione
per adesioni: adesioni17maggio@gmail.com

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Al posto di Nicola poteva esserci ognuno di noi


Mercoledì alla notizia abbiamo tremato. Un dolore alla pancia, un presentimento. Mai come ora avremmo voluto essere smentiti. Non è così. La cronaca riassume drammaticamente la storia di questa città. Degli ultimi anni ma anche di trent´anni fa. Abel e Furlan. Figli annoiati della Verona bene che riempivano il loro tempo dando la caccia a presenze non conformi della nostra città. Avevamo purtroppo ragione. Cinque ragazzi. Giovanissimi. Chi più chi meno, figli della Verona bene, legati agli ambiti della tifoseria neo fascista, militanti o anche semplicemente simpatizzanti alla lontana dei movimenti o dei partitucoli dell´estrema destra cittadina. Vestiti bene, all´ultima moda. Alcuni con precedenti recenti, per atti di razzismo o per problemi allo stadio.
Un certo clima culturale e sociale, alcuni imprenditori politici, un generale vento che spira ha suggerito un processo di riterritorializzazione: lasciare, o meglio, non limitarsi alle periferie, accantonare l´anima stradaiola e la "storica" attitudine "antiborghese" per rimpossessarsi del centro città.
Nicola è stato ucciso non perché avversario politico, non perché rappresentava il nemico, nemmeno perché diverso : migrante, comunista, gay, zingaro, barbone.. Solo e "semplicemente" perché estraneo, non familiare, non compatibile.
A che serve oggi raccontare per l´ennesima volta lo stillicidio di aggressioni?...Uno stillicidio di aggressioni motivate da "futili ragioni", spesso nel pieno del centro città. Come gli accoltellamenti dell´ estate 2005, come le sistematiche azioni contro i "diversi" (capelloni, alternativi, mangiatori di kebab, tifosi del Lecce...) compiute da una ventina di ragazzi figli della Verona bene, emerse da un inchiesta della DIGOS nella primavera scorsa. Come la "cacciata" da piazza erbe, l´autunno scorso, l´episodio non più violento ma più emblematico, quando alcuni antagonisti veronesi in quella piazza per bere lo spritz vennero aggrediti ed espulsi dalla stessa tra l´applauso generalizzato e pre-politico di decine e decine di astanti. O come l´ultimo fatto "marginale" in Valpolicella (il paese di Nicola) la lettera di una madre sul settimanale locale, del mese scorso, in cui si cercano testimoni di un´aggressione avvenuta in un bar , dove un ragazzo di colore giovanissimo è stato massacrato e ridotto in stampelle (fortunatamente provvisorie) tra cori da stadio e inni del ventennio, nell´imbarazzante omertà dei clienti,..
Per evitare che si ripeta.
Guardando al futuro. Partendo dalle radici, quelle storiche certo. Innanzitutto quelle attuali. Il delirio securitario. Da tempo e in maniera esponenziale con le ultime amministrative un linguaggio si è imposto. Ci siamo svegliati una mattina ed abbiamo scoperto di essere in guerra, sotto assedio. Il nemico viene sempre da fuori e fuori deve tornare. Questo è il linguaggio criminale che succhiano col latte i figli di questa città.
Caro sindaco, alcune provocazioni....
Dovremmo immaginare che quest´ ultima aggressione sia solo un effetto collaterale di una ronda autogestita?
Dobbiamo spalleggiare il sindaco nella richiesta di 72 agenti di polizia per presidiare la notte il Bronx di Piazza Erbe?
Dovremmo concordare con la lega la liberalizzazione della armi di difesa personale e suggerire a tutti i diversi di questa città di girare armati?
Noi chiediamo le sue dimissioni perché simbolicamente lei è uno dei mandanti morali di questa tragedia. Perché riempiendosi la bocca della parola d´ordine sicurezza ha alimentato una forma di "insicurezza" che non produce voti, legittimando la libera e spontanea pretesa di ristabilire il decoro, di ripulire il centro città e i quartieri dai nemici della presunta veronesità. Perché il suo successo poggia sull´odio, non vive senza un nemico, alimenta una guerra irresponsabile le cui conseguenze pagheremo a lungo. Si deve vergognare per ciò che ha detto e per i silenzi, perché l´acqua che oggi getta sul fuoco se fosse stato coinvolto un non veronese sarebbe diventata benzina. Perché non avere detto una parola di condanna sui maledettamente e sempre uguali pestaggi in centro, ha provocato quello che è successo a Nicola.
Quante vite rovinate servono per aprire gli occhi?
A cosa è servita la tragedia di Nicola?

postato da doktorgeiger alle ore maggio 10, 2008 19:33 | link | commenti
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sabato, 10 maggio 2008

Montecchi e Capuleti (exit music for a film)

 

   Verona è, e resterà sempre, nell'immaginario, la città di Romeo e Giulietta, di Montecchi e Capuleti; le rivalità non possono  ricomporsi che nella morte per procura, per transfert, come ricorda un'altra canzone, "Join Me (in death)" degli HIM (His Infernal Majesty), che però mi pare un po' troppo leziosa e MTV per i miei gusti (ma forse è un po' il destino di quest'opera di Shakespeare oscillare fra commedia e tragedia).Il cupio dissolvi delle accese rivalità si incanala su due vittime predestinate, perchè osano infrangere gli steccati, i divieti, i tabù e gli odi pretestuosi magistralmente espressi da Mercuzio nel breve brano che ripropongo. Non vi è possibilità di ricongiungimento che nella morte (e nell'esilio dal "mondo", cioè dalla Verona delle fazioni rivali). Romeo e Giulietta si ribellano alle proprie famiglie, cioè ai vincoli feudali di sangue, ma la forza di quei vincoli si rovescia su di loro in maniera distruttiva.

BENVOLIO - Ti prego, buon Mercuzio, andiamo a casa. Fa molto caldo oggi, e i Capuleti sono in giro: dovessimo incontrarli, non potremo evitare d’azzuffarci. Il sangue, in questi giorni di calura, fa il matto e bolle più del necessario.

MERCUZIO - Tu mi somigli a un di quei compari che, come sono entrati in una bettola, ti sbattono la spada sopra un tavolo, gridandole: “Dio voglia, non sia mai, ch’abbia a usar di te!”; e poco dopo, al secondo bicchiere, come niente,

ci infilzano lo stesso taverniere.

 

BENVOLIO - Davvero ch’io somiglio a un tal compare?

 

MERCUZIO - Va’, va’, che con quel tuo caratterino, quando t’arrabbi sei così focoso che non ce n’è l’eguale in tutta Italia: pronto a farti eccitare dalla collera,

e andare in collera per eccitarti.

 

BENVOLIO - E avanti, poi, che altro?

 

MERCUZIO - Che se ad esser così come sei tu, foste in due, ci vedremmo presto privi d’entrambi perché vi sopprimereste l’uno con l’altro. Perché tu sei uno che attaccheresti lite con chiunque, sol perché la sua barba ha un pelo in meno o in più di quella tua; o con chi fosse intento a schiacciar noci, solo perché tu hai gli occhi color nocciola.

Quale occhio se non il tuo saprebbe scorgere in quello un pretesto

per far questioni e menare la mani?

La tua testa è stipata come un uovo di questioni, ed a forza di litigi

s’è imputridita come un uovo marcio.

Hai preso a male parole un povero cristiano che tossiva per strada,

col pretesto che quel suo scarracchiare svegliava quella bestia del tuo cane

che dormiva sdraiato sotto il sole.

E non hai litigato con quel sarto, perché portava il suo giubbotto nuovo

prima di Pasqua? E ancora con un altro perché allacciava le sue scarpe nuove

con vecchie striglie? E adesso proprio tu mi vieni a predicare che non si deve

attaccar briga!

 

BENVOLIO - S’io fossi litigioso come te, chiunque comprerebbe tutto il feudo

della mia vita per un’ora e un quarto di quella sua.

 

MERCUZIO - “Il feudo…”. Oh, sempliciotto!

 

BENVOLIO - Per la mia testa, ecco i Capuleti!

 

MERCUZIO - Chi se ne frega, per i miei calcagni!

(William Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto Terzo, Prima scena)

postato da doktorgeiger alle ore maggio 10, 2008 07:28 | link | commenti
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giovedì, 08 maggio 2008

4th Reich'n'Roll

    Come spesso è accaduto anche in passato, i fascisti si sono appropriati di una cultura e di una simbologia a loro opposta, come quella Skinheads e OI!, stravolgendola ai propri fini di reclutamento in ciò favoriti dai media che hanno associato nazi e skin, e dal perbenismo di sinistra. Vi segnalo un post di klochov+ "non fare di tutti gli skin un fascio", che in maniera pacata e articolata ripristina la storia della cultura skinhead e delle organizzazione anti-razziste come la SHARP/Skinhead against racial prejudice. E questo articolo sempre attuale di WU MING sui gruppi OI!

Oi!

da Il Mucchio Selvaggio EXTRA, trimestrale di approfondimento
musicale n.7, autunno 2002

The Cockney Kids Are Innocent!
Lo "street punk" britannico dal 1978 al 1982.
L'ultima volta in cui il rock'n'roll fu effettivamente sovversivo

 

di *Wu Ming 1* & *Wu Ming 5*


A Tiziano Ansaldi


 1. Shit From An Old Note Book

(Copertina Strength Thru Oi!)

Non sarà sufficiente "spezzare una lancia": qui si tratta di affrontare
un'intera falange macedone, compiere un'impresa titanica, sfidare quel
Pensiero Unico sul punk che sin qui ha impedito di riprendere in
considerazione il sotto-genere più frainteso, criminalizzato, rimosso
della storia del rock'n'roll.
Proprio nel momento in cui il Venticinquennale riporta in libreria le
solite noiose e McLaren-centriche ricostruzioni e testimonianze, noi
veniamo a fare l'elogio di Sham 69, Angelic Upstarts, Cockney Rejects,
Cock Sparrer, Slaughter & The Dogs, The 4 Skins, Blitz, The Business,
The Menace, The Last Resort, Infa Riot, Peter & The Test Tube Babies,
Gonads, Oppressed, Blaggers
e tante altre bands che dopo la "rock'n'roll
swindle" - che truffa fu davvero, ma le vere vittime furono i kids, non
certo l'industria discografica - salvarono il punk.
Sì, lo salvarono, riportandolo nelle strade di Londra e altre città
britanniche. L'influsso sotterraneo di queste bands sulla successiva
evoluzione del punk (e in genere del Rock'n'Roll) è stato per troppo
tempo ignorato e ben pochi hanno avuto il coraggio di riconoscerlo (tra
questi i Rancid, per questo scherniti dagli imbecilli di NME).
A partire dal 1978 una musica rovente e incazzosa cominciò ad
affacciarsi nelle classifiche di vendita e a influenzare decine e decine
di bands in tutto il Regno Unito. Il gruppo più importante e visibile
erano senz'altro gli Sham 69 di Jimmy Pursey. In mancanza di meglio, si
parlò genericamente di "New Punk", "street punk" etc. ma nel corso dei
mesi si cominciarono a individuare i confini di un vero e proprio
sotto-genere, e nel 1980 il giornalista di Sounds Garry Bushell - su
suggerimento di Micky Geggus dei Cockney Rejects - propose di
battezzarlo "Oi!" (pronuncia cockney di "Hey!").
Era un punk rock esplicitamente incazzoso e classista. Scrive Stewart
Home nel suo Cranked Up Really High:

"I gruppi Oi!, aumentando intenzionalmente la quantità di retorica
basata su una nozione ideologica di classe operaia, trasformarono
qualitativamente il Punk Rock. In quel modo riuscirono a proteggere la
loro musica dai critici trendy e scoreggioni, che altrimenti avrebbero
tentato di appropriarsene, di sofisticarla e incorporarla nel discorso
della cultura alta [...] Le qualità tragressive dell'Oi! sono la sua
unica difesa contro una simile calamità. Tali qualità sono definite
"cattivo gusto" da quei burocrati e borghesi che sono bravissimi a
inculare la gente ma detestano che i conflitti sociali interferiscano
con la loro amministrazione dell'oppressione"

Esattamente per questi motivi, ben presto l'Oi! subì una massiccia
campagna diffamatoria e repressiva, più o meno concertata tra tabloid,
polizia, sinistra salottiera, estrema destra e semplici teste di cazzo.
In poco più di un anno, la criminalizzazione finì per soffocare le
potenzialità di quella musica, seppellendo anche gli sforzi promozionali
e mitopoietici di Bushell sotto le macerie della Hamborough Tavern di
Southall, West London, luogo-simbolo della più grande e vergognosa
calunnia mai fabbricata su una sottocultura giovanile (vedi paragrafo 4).
Sì, forse usiamo troppi superlativi relativi, ma qui si parla di cose
che eccedono.
The Mirror, credendo di dare alle stampe un insulto, definì l'Oi! "the
lowest denominator of pop". George Marshall, ben conscio di dare alle
stampe un complimento, lo ha definito "sottile come una mazza da
baseball che ti arriva in piena faccia" .

L'Oi! era "rozzo"?
Forse. Eppure si andava sviluppando all'incrocio di molteplici
influenze: ascoltandolo senza pregiudizi, vi si trovano brandelli di
skiffle, folk, marcette militari, e in certi pezzi c'è anche l'assolo
FM-rock (es. "Joys of Oi!" dei Gonads e molte canzoni dei Business).
Scendendo nei dettagli, l'Oi! riproponeva i riff di Bo Diddley e Chuck
Berry ("Borstal Breakout" degli Sham 69, "Two Pints Of Lager And A
Packet Of Crisps Please" degli Splodgenessabounds, "Police Car" dei
Cockney Rejects, "Teenage Heart" dei Cock Sparrer...) e quelli del
garage rock (per il tramite dei Ramones) su basi ritmiche primeve e
senza fronzoli: thump-thump-thud-thump. I refrain erano cori da
stadio da cantare tutti insieme - musicisti e pubblico - ma capitò anche
che i Cock Sparrer usassero "Land Of Hope And Glory" di Elgar (l'ode per
l'incoronazione dei sovrani britannici) come base per il ritornello di
"England Belongs To Me".

   Quanto ai testi  qualche volta erano indifendibili (ad esempio quando
la si menava, davvero un po' troppo, con la Union Jack), sovente si
limitavano a far cagare, ma altrettanto spesso raccontavano la vita di
strada avvolgendola di epos e di grezzo humour.
L'Oi! aveva un potenziale di comunicazione universale ("If the kids are
united..."), se per "universo" si intende quello dei giovani spossessati
allo sbando nell'Inghilterra proto-thatcheriana. Dal palco Jimmy Pursey
sbraitava la domanda: "Che cosa abbiamo?" e il pubblico rispondeva
all'unisono: "FUCK ALL!", Un-Cazzo-Di-Niente.

   Non era musica per soli skinhead e tantomeno per nazisti (è un infame
paralogismo a identificare i primi coi secondi). La maggior parte delle
bands NON era formata da skins. Il pubblico era misto: punk, mod, skin,
bianchi, neri, donne, uomini. Bands come gli Angelic Upstarts erano - e
sono - inequivocabilmente antifasciste, tanto da aver subito diverse
aggressioni (tranquilli: le hanno prese ma ne hanno anche date).
Per quanto scomoda possa essere, la verità è che la degenerazione
culminata col "white power rock'n'roll" (Skrewdriver-seconda-fase &
compagnia brutta) fu successiva alla demonizzazione da parte dei media
(e purtroppo ci misero del loro anche i benpensanti di Rock Against
Racism)
. Fu soprattutto la propaganda avversa a stimolare la risposta
(invero molto punk) "noi-contro-di-voi" e ad avvicinare diversi kids al
National Front e ad altri gruppi fascisti. Pure in quel frangente, molte
bands rimasero lucide e cercarono di fermare la deriva. La SHARP (Skin
Heads Against Racial Prejudice
) fu promossa in Europa proprio da un
musicista e produttore Oi!, Roddy Moreno dei gallesi Oppressed.
Anche nel pesante clima di censura e di concerti annullati, con la
maggior parte delle bands costrette all'autoproduzione, i mancuniani
Blitz riuscirono a portare un proprio LP al n.27 delle classifiche di
vendita. Chissà che sarebbe potuto succedere, in condizioni normali.
Nonostante tutto, negli ultimi vent'anni l'Oi! è sopravvissuto, ha
esteso la propria influenza, si è contaminato con l'hardcore (un suo
fratello minore) o con lo ska (un amico di famiglia) e poi è tornato
alle radici, ma solo per cambiare ancora. Gli sforzi di Roddy Moreno e
di molte altre persone non sono stati vani: a dispetto dei tentativi
delle bands naziste di intorbidare le acque infilando la parola "Oi!" in
ogni strofa delle loro canzoni, oggi in molti paesi i milieux Oi! e
quelli "white power rock'n'roll" sono ben distinti, estranei e ostili
gli uni agli altri.

   Esistono gruppi Oi! in moltissimi paesi, persino in Cina (i devastanti
Wuliao Contingent di Pechino). Ma qui vogliamo parlare del periodo
"classico": è tempo di "riscattare" quelle bands, per troppo tempo
costrette a mangiare merda, e consigliare le loro canzoni, elencare
dischi e siti, dire che un bel pezzo Oi! può regalarvi due minuti
esaltanti (d'altro canto un brutto pezzo Oi! ha l'effetto di un calcio
nei coglioni). Vogliamo affermare talebanamente che non si può non
amare "The Sun Says" dei Cock Sparrer o "I'm An Upstart " degli Angelic
Upstarts
o "War On The Terraces" dei Cockney Rejects o...

postato da doktorgeiger alle ore maggio 08, 2008 21:27 | link | commenti (7)
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mercoledì, 07 maggio 2008

Cuore Nero

E' una sequenza del film Nazirock, distribuito in DVD da Feltrinelli Real Cinema. Vediamo gli Hobbit, al Campo d'Azione 2006 di Forza Nuova, intonare Cuore Nero e un'altra canzone, che esalta le violenze alla stadio contro la polizia. Visitate il Sito di NAZIROCK: http://www.nazirock.it

 

Vi hanno impedito di vederlo al cinema. Ma dal 3 aprile lo trovate in libreria (nella collana Feltrinelli Real Cinema).

Forza Nuova è riuscita a spaventare i gestori del Cinema Politecnico Fandango di Roma, che avrebbe dovuto programmare Nazirock dal 4 aprile, e del Cinema Anteo, a Milano, che avrebbe dovuto ospitare un’anteprima e un dibattito. I legali di Forza Nuova hanno minacciato azioni legali nei miei confronti e, di conseguenza, nei confronti dei gestori che avessero deciso di proiettare il film.

Una risposta semplice e chiara a questa intimidazione viene dall’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che ha deciso di proiettare il film, a Roma, nella Casa della Storia e della Memoria, il 25 aprile, giorno della Liberazione.

I miei legali sono tranquilli: non esistono i presupposti per un’azione legale nei miei confronti. Anzi, ritengono che io potrei agire contro Forza Nuova, per il danno arrecato. L’anteprima romana, al Cinema Piccolo Apollo, è stata un successo (spettatori in piedi e, fuori, la coda di quelli che non sono riusciti a entrare). Se il primo week end al Politecnico Fandango fosse andato altrettanto bene, altre sale avrebbero chiesto di programmare Nazirock. Il danno c’è stato.

Si vuole impedire che il film raggiunga un pubblico più vasto di quello che frequenta le librerie. Si crea un clima d’intimidazione. Perfino l’Università di Bologna, il 9 aprile, dopo aver ricevuto la diffida di Forza Nuova, ha cancellato una proiezione organizzata da Giurisprudenza Democratica nell’Aula Grande di Palazzo Malvezzi . Gli studenti stavano già arrivando. La proiezione era stata organizzata e autorizzata per tempo. Le pagine locali dei quotidiani ne avevano ampiamente riferito. Ma, all’ultimo momento, il rettore magnifico ha posto il veto. Ragioni addotte dal preside di facoltà, Stefano Canestrari: “L’Università non deve prendere posizione contro un candidato in campagna elettorale”. Un argomento che, prima della diffida di Forza Nuova, nessun dirigente universitario aveva sollevato.

E poi questo non è un film su Roberto Fiore. Qui si parla, come recita il sottotitolo, del “contagio fascista tra i giovani italiani”.

Comunque, in ogni paese democratico, è prima delle elezioni , soprattutto prima, che i candidati vengono sottoposti al vaglio dalla libera informazione. Dopo magari , per sapere certe cose, è troppo tardi .

Claudio Lazzaro        

postato da doktorgeiger alle ore maggio 07, 2008 13:23 | link | commenti (1)
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lunedì, 05 maggio 2008

Cronache di ordinario fascismo

Blut_und_Boden_thumb

(adesso che il giovane Nicola Tommasoli è morto (repubblica.it) e tre dei 5 aggressori sono stati arrestati, è tutta una corsa, da parte del sindaco Tosi, di Alemanno, Fini, etc. a operare distinguo, a sviare, a minimizzare, a parlare di "teppisti", di "opposti estremismi". Troppo comodo. Intere aree del paese sono di fatto "nazificate", mentre le istituzioni sono nelle mani dei "friendly fascists". Tanto vale dichiarare morta la Costituzione del 1947 e prepararsi al peggio).

Schei + Sicurezza

Teo Lorini

(da ilprimoamore)

 

È celebre il proverbio che vorrebbe i veronesi tuti mati, ma nell'ultimo quindicennio questa fama di simpatica originalità, di stravaganza tutto sommato inoffensiva, ha lasciato il posto a coloriture più allarmanti.

Una piccola selezione fra i numerosi aneddoti.

Giovani cretinetti della jeunesse dorée e teppisti da stadio che celebrano il solstizio d'inverno in riva al Garda (1991 e 1992): nel pacchetto anche un nazista imputato per la strage di Piazza Fontana, pire rituali, musiche di Wagner e altra paccottiglia omo-ariana che fa tanto Götterdämmerung di Visconti. Un consigliere leghista che invoca la castrazione per i gay urlando: "Facciamoli capponi!", mentre il comune ripudia la Risoluzione europea per la parità di diritti degli omosessuali (1995). Sedicenti "tradizionalisti" sfilano in costume fine Settecento e sparano colpi di cannone per celebrare l'insurrezione antifrancese delle Pasque veronesi (dal 1997, bicentenario della rivolta)[1]. Comune e Provincia danno patrocinio e finanziamenti al "Concerto per il solstizio d'inverno", raduno musicale che trasforma Verona nella capitale europea del "nazi-rock" (2000). E ancora: convegni su scontro di fede e civiltà con interventi come: "Le radici liberticide dell'Islam" (2003); la proposta di riservare la porta anteriore degli autobus a immigrati di colore (2005) e, finalmente, l'elezione a sindaco di chi quella proposta aveva formulato: nel 2006, con oltre il 60% delle preferenze, i veronesi tuti mati scelgono di consegnare la città a Flavio Tosi.

Siamo alla storia recente. Ecco il Comune che indica come rappresentante all'Istituto per la storia della Resistenza Andrea Miglioranzi, ex Veneto Fronte Skinhead, eletto nelle liste della Fiamma Tricolore. Poi c'è la mozione con cui la maggioranza stravolge il piano regolatore e punta a fare cassa mettendo in vendita dimore storiche, dopo averne mutato la destinazione d'uso a fini residenzial-commerciali (è il caso del duecentesco Palazzo Forti, da oltre vent'anni sede della Galleria d'arte moderna che potrebbe ora trasformarsi in un residence a cinque stelle o nell'ennesima boutique di lusso). E naturalmente le iniziative con cui il sindaco Tosi si conquista l'attenzione della stampa nazionale. Come quando acquista panchine con bracciolo centrale "anti-barbone"; o quando, dieci giorni prima di natale, sfila con la fascia tricolore (preferita, in quel frangente, al leone di San Marco) in un corteo con Forza Nuova, Veneto Fronte Skinhead e camerati assortiti; oppure quando fa istallare un maxischermo accanto all'Arena per mostrare la partita del Verona agli ultras gialloblù che (in serie C1) riescono a farsi squalificare il campo urlando cori razzisti contro un avversario di colore.

Le analisi con cui si prova a interpretare l'exploit del fenomeno lega alle elezioni politiche 2007 sottolineano la collocazione trasversale del partito di Bossi: la Lega non rientra nella dicotomia fra destra e sinistra, ma in quella tra una periferia che percepisce come valori aggreganti la doppia S di Schei e Sicurezza (in quest'ordine) e un centro avvertito come invadente, esoso, inconcludente. In molte zone del Nord la Lega ha catalizzato voti proprio sfruttando l'incapacità delle forze di sinistra di fornire risposte su questo terreno. È una riflessione interessante, senza dubbio valida per altre parti d'Italia, ma che non esaurisce l'analisi a Verona dove Tosi ha accorpato a sé una micidiale alleanza di forze della destra radicale (la tifoseria, storicamente fascista, del Verona Calcio; i vivacissimi movimenti giovanili dell'ultradestra dall'ex Fronte della Gioventù a Forza Nuova) e del tradizionalismo cattolico. È in primo luogo a queste aree di riferimento che il sindaco di Verona deve rispondere, cosa che peraltro egli fa generosamente e senza soverchi problemi o scrupoli. Non è un problema neppure la rappresentanza in consiglio comunale di AN, partito decisamente più istituzionale e, per molti versi e a vari livelli dell'ambito governativo, antagonista 'naturale' della Lega. La comunanza del milieu elettorale citato poco sopra riduce anzi le possibilità di attriti proprio nella misura in cui determina una estrema vicinanza di programmi.

Ma in che modo nasce una saldatura così forte tra integralismo religioso, intolleranza, razzismo e radicalismo destrorso? A scoperchiare il verminaio è l'ondata di Tangentopoli, che a Verona arriva qualche mese dopo Milano, mettendo però a nudo lo stesso groviglio di interessi tra partiti tradizionali (DC e PSI in testa) imprese e comitati d'affari, con in più una fortissima presenza massonica[2]. Le indagini si susseguono a partire dal 1993 e coinvolgono nomi eccellentissimi dei "salotti buoni" veronesi: Bauli, Tacchella, Pajusco, Pavesi, Degli Albertini, Sartori, Montresor fra gli altri. Le inchieste rivelano un intreccio talmente complesso da costringere il procuratore Guido Papalia a nominare un gruppo qualificato di periti. Le leggi berlusconiane per dilazionare i processi e ridurre i tempi di prescrizione sono ancora lontane e il risultato è un terremoto in cui sono coinvolte la politica, l'imprenditoria, le banche e persino l'opus Dei, che debutta sulla cronaca cittadina con l'arresto di Daniele Pajusco, direttore generale del Credito fondiario delle Venezie, notoriamente legato all'Opera.

Queste vicende sono state ripercorse con pazienza e ricca documentazione nel saggio di Sergio Paronetto, Poteri profondi, istruttiva specola su quello che, prendendo a prestito la definizione di Roberto Saviano, si rivela come un lubrificato 'sistema' in cui la corruttela opera parallelamente alla divisione di poteri e ruoli[3].

Usciti di scena i protagonisti storici dell'apparato, il terreno di coltura che in qualche modo era tenuto a freno dalla logica dei partiti istituzionali e dei potentati economici esplode. In questa temperie avviene l'incontro e poi la convergenza fra le forze di un cattolicesimo antimodernista, pervasivo, ingerente e quella destra radicale che in Veneto si è messa in luce fin dagli albori della strategia della tensione e a Verona è attivissima nell'attività di propaganda giovanile già dai primi anni '80. E se il maggiore serbatoio di consensi è la curva fascista degli ultras del Verona, il proselitismo si allarga dallo stadio Bentegodi alle scuole superiori della città dove volantinano indefessamente le organizzazioni giovanili come il Fronte della Gioventù di Nicola Pasetto (morto in un incidente stradale nel 1997) e, dopo il "tradimento" di Fiuggi, sigle più estreme e dichiaratamente fedeli al retaggio mussoliniano come Forza Nuova di Roberto Fiore. Gli interlocutori privilegiati di FN e del già citato Veneto Fronte Skinheads non sono dunque i post-fascisti di Fini, ma proprio le ali più belligeranti e intransigenti della Lega Nord. Si precisa allora ciò che Emanuele Del Medico ha definito il «paradigma veronese», un'alleanza che ha per idolo la Tradizione, che predica «un'Europa bianca e cristiana», rifiuta apertamente qualsiasi ipotesi di società multiculturale e combatte immigrazione, laicizzazione dello Stato, modernizzazione delle strutture sociali.

Nel suo All'estrema destra del Padre, Del Medico passa in rassegna il ruolo di Verona nella parabola del fascismo repubblichino e in quella della strategia della tensione, per poi fornire un'ampia disamina delle organizzazioni politiche e dei movimenti religiosi che animano la scena del tradizionalismo veronese. Del Medico ripercorre organigrammi e apparati ideologici ma senza dimenticare -ed è forse il maggior pregio del libro- le premesse e i prodotti collaterali (le famose due S di Schei e Sicurezza) del «laboratorio veronese»[4].

Da una parte ci sono infatti i potentati economici che, orfani dei vecchi referenti politico-amministrativi, hanno puntato con decisione sulla compagine che garantisce al meglio la rete di sviluppo affaristico-finanziario e identifica come unico nemico della prosperità cittadina il povero, l'immigrato e, naturalmente, il rom. Emblematica l'ordinanza con cui il sindaco Tosi ha fissato multe per i turisti sorpresi a mangiare panini sull'ampia scalinata del municipio (quella dove invece hanno potuto accomodarsi i tifosi del Verona) e persino in alcuni giardini pubblici. Vanno in questo senso anche i ritocchi al piano regolatore, l'annuncio di grandi opere con relative aperture di aste e di cantieri o gli attacchi alla Sovrintendenza, colpevole di fermare i lavori in caso di ritrovamenti archeologici.

Dall'altra parte, ed è il dato più inquietante, l'utilizzo del tema della sicurezza ad ogni costo, l'identificazione della minaccia o del nemico in chi non si adatta al modello unico di integrazione ha, evidentemente, una ricaduta sul sentire comune. Ne è esempio eloquentissimo la trasmissione televisiva[5] in cui Tosi definisce sbagliato o ingiustificabile il sistema di vita dei rom. Poco dopo la frase di Tosi parte un servizio di approfondimento. Appare una signora di mezz'età che si esprime pacatamente e, con garbo, ringrazia un altro amministratore leghista, Ettore Fusco, perché in sostanza ha fatto capire sia all'opinione pubblica sia alla cittadinanza che non era giusto tenersi gli zingari in casa. Le immagini di repertorio mostrano una tendopoli su un prato fangoso. È quella allestita in fretta e furia nel dicembre 2006 per 30 famiglie di rom: 77 persone, donne e bambini compresi. Per alcuni giorni la popolazione di Opera, con Fusco in prima fila, ha presidiato quelle tende, ha lanciato slogan, fatto volantinaggi e cortei. Per affermare che a quelle 77 persone, già sgomberate da via Ripamonti, non doveva essere concesso il privilegio di restare in un campo fangoso nelle notti gelate di fine anno.

Il 21 dicembre, mentre si sta svolgendo un consiglio comunale straordinario, un commando invade il campo e appicca fuoco alle tende. A seguito di quella vicenda Ettore Fusco è indagato per istigazione a delinquere. Il settimanale berlusconiano «Panorama»[6] cita gli atti dell'inchiesta secondo cui Fusco, avrebbe incitato a occupare la tendopoli, affermando che la solidarietà ai nomadi non è fra gli interessi degli operesi. L'inchiesta si conclude a febbraio col proscioglimento di Fusco che, nella tornata elettorale di aprile, porta la Lega da meno del 5 al 12,5% e diventa sindaco di Opera.

E così, alla fine tutto torna alla signora garbata e alla sua frase, a quel ringraziamento al sindaco per aver spiegato alla cittadinanza che è giusto "non tenersi gli zingari" e che la solidarietà non coincide con gli interessi. Nemmeno a quattro giorni da Natale. 

 
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[1] Proprio mentre scriviamo queste righe il "Corriere" pubblica la notizia che, per l'edizione 2008 della kermesse, il sindaco ha accarezzato l'idea (poi rientrata) di ammainare il tricolore issando al suo posto la il vessillo di guerra della Serenissima.

[2] Quest'ultimo è un dettaglio emerso con chiarezza dai lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2 ma che non stupirà, considerando la centralità di Verona nell'organigramma della Nato e la sua posizione strategica come presidio dello scacchiere nord orientale italiano. A partire infatti dal giugno 1951 (non a caso, anno di fondazione di Gladio in Italia) lo storico palazzo Carli di via Roma diventa sede del comando FTASE (Forze terrestri alleate del Sud Europa) e quando, nel novembre del 1990, Giulio Andreotti trasmette agli organi competenti un elenco con 622 ufficiali di Gladio, i nomi di veronesi sono numerosi.

[3] S. Paronetto, Poteri profondi, ed. Kappa Vu, Udine, 1996.

[4] E. Del Medico, All'estrema destra del padre, ed. La Fiaccola
, Noto (SR), 2004.

[5] «Matrix», 22 aprile 2008.

[6] 13 ottobre 2007.

postato da doktorgeiger alle ore maggio 05, 2008 19:19 | link | commenti (5)
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domenica, 04 maggio 2008

Cosa sta succedendo nel Nord Est?

Veneto Fronte Skinheads

 Verona: il fermato è uno Skinhead/

 Verona e Padova-tolleranza zero

 In arrivo nuove leggi razziali?-

Verona, l'aggressore di Nicola Tommasoli membro di un gruppo neofascista
In passato la banda, vicina alla tifoseria dell'Hellas Verona, già indagata per aggressioni

Insospettabili, estremisti, violenti
I colpevoli erano già noti alla polizia

 

 

VERONA - Botte ai "diversi", ai meridionali, ai giovani di sinistra e a tutti quelli che, secondo loro, rovinavano l'immagine di Verona. Ci sarebbero numerosi episodi violenti nel passato degli aggressori di Nicola Tommasoli, in fin di vita nel capoluogo veneto per aver rifiutato una sigaretta. Secondo la polizia, il ragazzo che ha confessato di aver preso parte al pestaggio è membro di un gruppo di estrema destra vicino al "Veneto Fronte Skinheads" e alla tifoseria dell'Hellas Verona e già noto da almeno un anno alle forze dell'ordine. Per l'ennesima volta la città scaligera torna alla ribalta per azioni di matrice neofascista.

postato da doktorgeiger alle ore maggio 04, 2008 19:21 | link | commenti (7)
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domenica, 04 maggio 2008

vorrei esse cart cobbei, ma so' nato ar tufello

  velvet_cantante

 Io francamente il concertone fricchetton-antagonista del 1° Maggio a piazza S.Giovanni con la diretta tivvù lo farei fuori, lo eliminerei e basta, con tutta la brodaglia di decerebrati finto-tardo-fricchettoni stracarichi di piercing e strafatti di canne ma che appena aprono bocca fanno cagare “settantenni, hippy, finto-anarchici coi pizzettoni flosci che da venticinque anni cantano le stesse canzoncine popolar-zingaresche, e poi i tamburi e i vestitini etnici e i cart cobbei der tufello e i bellaciao e le magliettine antagoniste e i liberalizziamola e i pugni al vento”, e le ragazze fricchettone “io-sono-originale laureanda in filosofia c’ha gli ideali e si fa le canne, scopre che il mondo è una merda”, etc.etc. (citazioni Betty Moore www.malvestite.net/primo-maggio/); per non parlare dei gruppi e dei presentatori. Ecco, basta, cominciamo a prosciugare le fonti dell’imbecillità.

 

postato da doktorgeiger alle ore maggio 04, 2008 09:39 | link | commenti
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sabato, 03 maggio 2008

American Nightmare

manfredkielnhofer1Manfred Kielnhofer/ via ArtMoCo/

AMERICAN NIGHTMARE

   Ripropongo qui  l’introduzione di Valerio Evangelisti al volume di Sbancor, American Nightmare. pubblicato da Nuovi Mondi Media nel 2003. Sbancor, o Franco Lattanzi, deceduto l’altro ieri, era operatore finanziario presso uno dei più importanti istituti di credito italiani, profondo conoscitore di finanza internazionale e collaboratore di numerosi siti indipendenti. 

   Sbancor, rispetto ad altri uomini del mondo finanziario divenuti noti sotto pseudonimo, ha una caratteristica: sa scrivere. I suoi interventi, ormai notissimi a chi frequenta i siti di Internet "alternativi", "antagonisti" e di controinformazione, non sono mai fredde rassegne di dati e di interpretazioni. In essi, alla lettura critica degli eventi economici e all'esposizione delle connessioni che permettono di intenderne il significato, si sommano riferimenti alla storia, all'esperienza personale, a fatti di cronaca trascurati o non valorizzati il giusto. Sbancor e', in questo senso, una straordinaria macchina per la conservazione della memoria o, se vogliamo usare un esempio piu' pittoresco, il guardiano di uno di quei pannelli su cui, negli uffici o in qualche scuola, vengono fissati gli appunti con puntine da disegno.
Normalmente, dei piu' ingialliti tra quegli appunti ci si scorda. Sbancor invece li ha tutti presenti e, quando occorre, interviene a illustrarcene una possibile coerenza. Piu' suggerendola, pero', che cercando di renderla totalmente visibile.

Il margine di autonomia lasciato al fruitore e' cio' che, oltre alla competenza, distingue Sbancor dalla specie in crescita anche in Europa dei cultori di teorie cospirative. Laddove questi ultimi accordano pari dignita' a un articolo di giornale, a una foto appannata e a una comparazione statistica, per poi correre immediatamente alle conclusioni, Sbancor privilegia le fonti solide e le espone in ordine apparentemente casuale, limitandosi a lasciare intuire il quadro capace di dimostrarne l'organicita'. Il metodo dei primi (i Maurizio Blondet, i Thierry Meyssan ecc.) deve molto al cosiddetto "negazionismo" dell'Olocausto, con la sua puntigliosita' resa inane dall'assenza di uno sfondo credibile. Al contrario, il metodo di Sbancor non dimentica mai la cornice di verita', storica e umana, che sola puo' dare rilievo al particolare; tanto che ogni volta che puo' ricorre all'espediente narrativo, capace di riportare in primo piano, sia pur sommessamente, valori, scelte di campo e contraddizioni.
Contrariamente al vocabolario usuale, la metodologia dei "cospirazionisti" e' induttiva (dal particolare al generale), mentre quella di Sbancor e' deduttiva (il contrario), cio' che e' molto raro quando si parla di economia. E di impostazione deduttiva e' questo libro, che, conformandosi allo stile dell'autore, miscela materiali apparentemente incompatibili: riflessioni di ampia portata e ricordi individuali, analisi rigorose e brandelli pudicamente accennati di storie d'amore, fino a concludersi col saluto a pugno chiuso a un amico ex partigiano appena morto, e con il ritorno, subito dopo, in quell'America adorata e detestata in egual misura (a seconda che si parli della vita delle persone o del sistema politico ed economico che la governa).

Il libro esce a ridosso della conclusione apparente di un'ennesima avventura coloniale statunitense: la conquista di un Iraq semi-distrutto a furia di bombe, per impiantarvi qualcosa di ancora imprecisato, ma utile ai fini di una marcia di terra verso il nemico del futuro: la Cina. Sbancor prende ovviamente ispirazione dall'evento, ma fa molto di piu'. Con l'aria disinvolta di chi getti sul tavolo da gioco le carte che ha in mano in un ordine che sembra casuale, fornisce strumenti utili alla lettura sia del conflitto in corso, sia di quelli pregressi, sia di quelli verosimilmente ipotizzabili per l'avvenire. In pratica smonta pezzo per pezzo, con perfida lentezza, le logiche e le strutture dell'apparato militare, politico ed economico statunitense. Fino a disseppellirne, sempre con esibita svagatezza, le origini piu' remote, iscritte nel codice genetico di un apparato di Stato solo in parte giustapposto alla nazione (e qui sarebbe utile confrontare certe ipotesi di Sbancor con il libro, appena tradotto in Italia, di Francis Jennings La creazione dell'America, Einaudi, 2003, che data certe tendenze addirittura alla Rivoluzione Americana).



Personalmente, da lettore casuale e dilettante di questi temi, sono convinto che chiave fondamentale per capire il presente sia, oltre agli eventi politici, il silenzioso spostamento d'accento, nel corso degli anni Ottanta e soprattutto durante la presidenza Reagan, dall'economia produttiva all'economia finanziaria. Fu il periodo in cui il volume degli scambi di borsa crebbe fino a equivalere, quotidianamente, al bilancio annuale di uno Stato di medie dimensioni; in cui banchieri o personaggi legati alla finanza assunsero in tutto l'Occidente funzioni direttamente politiche; in cui si comincio' a concepire l'unione europea in chiave esclusivamente monetaria, con i governatori usciti dalla dissoluzione delle banche nazionali in posizione di leadership assoluta, sottratta a ogni controllo; in cui si ridisegno' la mappa del mondo cancellandone le porzioni divenute poco interessanti, al di la' del possesso o meno di materie prime: quasi tutta l'Africa, parte dell'Asia, una larga porzione dell'America Latina.

Era il compimento del processo che il bistrattato Marx, e dopo di lui l'ancor piu' bistrattato Kautsky, avevano previsto: l'astrazione assoluta della moneta, ormai svincolata da ogni processo concreto di produzione e scambio. Ideale per un connubio con la circolazione di beni immateriali quali la comunicazione, l'informazione, l' "idea" di merce senza riferimento al valore d'uso.
Era logico, a quel punto, che il comando passasse a chi creava moneta virtuale a suo arbitrio (gli Stati Uniti) e, pur non producendo praticamente nulla, era padrone incontrastato del mercato immateriale; e cio' ancor prima della caduta del muro di Berlino.
Dopo si trattava solo di distruggere, senza pretese di colonizzazione reale, oasi di resistenza al dominio dell'economia astratta. La Jugoslavia, per esempio, attardata su un modello inutile di economia parzialmente socialista. Diveniva d'obbligo favorirne la scissione, poi distruggerne le schegge troppo grosse. La Somalia, attestata su una posizione geografica in cui l'economia materiale aveva troppo peso. L'Afghanistan, possibile passaggio per oleodotti che forse non saranno mai realizzati, ma la cui potenzialita', reale o virtuale, incide sugli equilibri finanziari. L'Iraq, che pompi o non pompi petrolio, lo mandi o meno negli Stati Uniti, e' del petrolio la raffigurazione.

L'importante non e' disegnare una carta geografica dello stesso colore: cio' che conta e' farvi dei buchi dove esistevano sfumature cromatiche troppo intense. Di ostacolo a un Occidente che ha ormai affidato il potere politico, proprio e sul mondo, a quello economico, e in primo luogo a quello finanziario. Quella che avanzo e' naturalmente una mera ipotesi, da prendere con le molle. Ma se anche una minima porzione di essa trovasse rispondenza nei dati della realta', sarebbe da salutare con entusiasmo il fatto che un uomo come Sbancor stia dalla parte di chi il sistema non lo accetta. E che, con la sua cultura e le sue conoscenze, fornisca alimento a riflessioni forti in un periodo in cui anche il pensiero antagonista sembra tendere all'immaterialita', tanto e' esangue.

Attraverso la storia di Ted, coinvolto in tutte le operazioni coperte della CIA degli ultimi 30 anni, e di altri oscuri e potenti personaggi (Richard Armitage, attuale vicesegretario di Stato Usa, Zbigniew Brzezinsky, Henry Kissinger, ex agenti segreti, mafiosi, uomini del complesso militare industriale, banchieri mediorientali, petrolieri) che da anni nell'ombra muovono i fili della politica mondiale, Sbancor indaga un'impressionante molteplicità di temi:
- i misteri dell'attentato dell'11 settembre 2001;
- le ragioni inconfessabili delle guerre in Afghanistan, Iraq e altri paesi;
- la sconcertante correlazione tra interventi militari Usa e ripresa economica;
- lo spostamento nel cuore dell'Eurasia del centro della scacchiera geopolitica, lungo "la via della seta", divenuta la via del petrolio e della droga;
- sullo sfondo, altre inquietanti vicende: l'affare Iran Contras, lo scandalo Watergate, l'assassinio Kennedy, l'"operazione Phoenix", la strage di Waco, l'assassinio di Maria Grazia Cutuli, la trappola del G8 di Genova.

postato da doktorgeiger alle ore maggio 03, 2008 17:47 | link | commenti
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venerdì, 02 maggio 2008

E' morto Sbancor

Sbancor, militante anarchico e mediattivista, collaboratore di Carmilla, Rekombinant, Indymedia e Giap, esperto di economia e finanza, è stato ritrovato morto la mattina del 30 aprile, probabilmente colto da un malore ai piedi delle scale di casa. In suo ricordo ripubblico un celebre Manifesto contro il razzismo, di cui aveva curato la pubblicazione su Carmilla nel novembre scorso.

   Nella prefazione al suo libro "American Nightmare" Valerio Evangelisti definiva Sbancor "una straordinaria macchina per la conservazione della memoria che smonta pezzo per pezzo, con perfida lentezza, le logiche e le strutture dell'apparato militare, politico ed economico statunitense", svelando la realtà del "nuovo secolo americano...un incubo che sta trasformando il mondo in un inferno".

 

Il triangolo nero / Nessun popolo è illegale

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

negozioariano 

[La scintilla è partita da un gruppo di scrittori e intellettuali, stanco di assistere alla deriva razzista che attraversa l'Italia, purtroppo aggravata dalla morte violenta di Giovanna Reggiani.
Da questa stanchezza, l'esigenza di condividere una presa di posizione forte. È nato così "Il triangolo nero", appello elaborato da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce e il collettivo Wu Ming nella sua totalità. A questo gruppo si sono presto aggiunti altri nomi importanti della cultura che hanno deciso di aderire all'appello. Tra questi Gad Lerner, Erri De Luca, Bernardo Bertolucci, Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Moni Ovadia, Nanni Balestrini, Franca Rame, Stefano Tassinari, Marcello Flores, Andrea Bajani, Lisa Ginzburg, Lanfranco Caminiti, Ugo Riccarelli, Enrico Brizzi, Marco Mancassola, Simona Vinci, Raul Montanari, Giulio Mozzi, Andrea Porporati, Sandro Veronesi e moltissimi altri si vanno aggiungendo di minuto in minuto, per ribadire che delitti individuali non giustificano castighi collettivi. Qui, la possibilità di aderire all'appello. Di seguito, il testo.]

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.

Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.

Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.

E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.

Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.

Se questi sono