Ispirato al racconto Nella colonia penale di Franz Kafka (già musicato da Philip Glass), Zoetrope è un cortometraggio di 18 minuti in b/n, scritto e diretto da Charlie Deaux, che ne riprende l’atmosfera da incubo. Molti romanzi o films di fantascienza hanno incluso le colonie penali nelle loro storie, dal pianeta Omega di Robert Sheckley a Shayol di Cordwainer Smith. L’Impero Britannico era famoso per le sue colonie penali sparse prima in nord America e poi in Australia e India. La colonna sonora dark ambient è stata realizzata da Lustmord (aka Brian Williams). E’ stato pubblicato su DVD della Soleilmoon Recordings.(2005).
Stephen Rothwell, Dark House QuarterIndustrial Evolution pt.2
Uno dei temi fondativi dello Steampunk, oltre l’attrazione per le macchine esotiche e “meravigliose” e per il pastiche storico, è una nuova cognizione del tempo. Infatti fin dal romanzo di K.W.Jeter, La notte dei Morlock, esso si caratterizza come un paradosso temporale: i Morlocks prendono la Macchina del tempo per tornare indietro in quell’Inghilterra vittoriana dai cui “romanzi scientifici” il Viaggiatore del Tempo di Wells aveva preso le mosse – un’Inghilterra alternativa e modificata da tecnologie che “non sono mai esistite”. B.Sterling e W.Gibson proiettano le paure e gli intrighi cyberpunk in piena epoca vittoriana, e riscoprono la macchina analitica di Charles Babbage. Non più 100 anni avanti, per predire il futuro, ma 100 anni indietro, per fare del passato la nuova terra di conquista della fantascienza, o meglio della scienza romanzata, dove sorprendentemente fioriscono “nuove tecnologie” that have never been. Ma l’attrazione per il passato era già presente, ad esempio, ne Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle (1912) o in Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain (1889), o in Tarzan delle scimmie di Edgar Rice Burroughs (1914). E più in generale tutti i viaggi straordinari scoprono mondi perduti o sconosciuti, mondi paralleli, pianeti delle scimmie e jurassic park.
Nella fantascienza “classica”, quella che va dagli anni ’30 del secolo scorso fino agli anni ’70, prevale comunque l’anticipazione di un futuro tecnologico abbastanza lontano da non essere confuso con il presente, ma che del presente è un riflesso lineare. La colonizzazione si proietta negli infiniti spazi interstellari, in epoche remote, e i viaggi intergalattici sono la norma. Il modello metropolitano colonizza l’intero pianeta, come predice l’Expo Futurama di New York nel 1939. E le abitazioni vengono realizzate secondo i nuovi modelli futuristici di comfort. A partire dagli anni ’60, prima con la “New Wave” poi con il Cyberpunk, questo modello tecnocratico di futuro entra radicalmente in crisi: il futuro si contrae, si ritira, perde di fascino, e diventa un quasi-presente angoscioso. Per James Ballard, il futuro letteralmente muore, e si trasforma negli incubi dei giganteschi condomini, dei suburbi e di Super-Cannes.
Con il Cyberpunk la distanza temporale fra il presente e il futuro immaginato viene radicalmente ridotta a pochi decenni. Il mondo di Neuromancer (William Gibson, 1984), di Synners (Pat Cadigan, 1991) o di Snow Crash (Neal Stephenson, 1992) è un mondo riconoscibile ai suoi lettori di allora, e ancor più familiare a quelli odierni. Il mondo nuovo ha lasciato ormai il posto a un mondo di zaibatsu, di yakuza, di mega-corporations e oligarchie che controllano propri stati-nazione o città-stato. Il noir e la paranoia, oltre che un’indistinta, anomica rivolta, sono gli elementi prevalenti nella narrativa cyberpunk. Lo stesso Bruce Sterling dichiara, in Tomorrow Now, che c’è poco spazio per futurologie e profezìe, ad eccezione delle ricerche di marketing, di quelle demografiche condotte dai governi, o di nuove tecniche d’indagine poliziesca, e roba del genere. Tutte ricerche “utilitaristiche” e molto poco “fantasiose”, e tutte comunque sottoposte a una sempre maggiore contrazione dei tempi di previsione. Su tutto poi, l’ormai universale diffusione di test, sondaggi e just-in-time di fatto riduce i tempi a zero. Così la fantasìa è trasmigrata, in libreria e al cinema, nelle storie fantasy.
(2.continua)

Industrial Evolution
Lo Steampunk non ama molto le definizioni, a parte quelle più generali, soprattutto da quando il termine ha cominciato a connotare più uno stile e una subcultura che il genere letterario usato per descrivere i romanzi, ambientati nella Gran Bretagna vittoriana, di alcuni giovani scrittori californiani, K.W..Jeter, P.Blaylock e Tim Powers. Attualmente, come scrive Bruce Sterling in Steampunk, Manuale per l‘utente, “lo Steampunk non riguarda il pastiche storico con strizzatina alla fantascienza…è diventato popolare adesso perché non è più soltanto romanzo. È un design internazionale e una creazione tecnologica. Lo Steampunk è un movimento controculturale di “arti e mestieri” in una veste da Ventunesimo Secolo”. Ma qui siamo già nella parte “seria” dello steampunk, quel “10 per cento non proprio nella scena ma nella creazione della scena”, soprattutto quelli del “punk” e del do-it-yourself. Il 90 per cento, sempre per Sterling, sono quelli dello “steam”, che amano vestirsi in costume e divertirsi con svaghi subculturali.
Probabilmente (ma non c’è una statistica in questo senso) lo scenario è più complesso di quanto Sterling lo rappresenti, tagliandolo con l’accetta. Se è vero che da una parte ci sono quelli dello “steam”, che farebbero volentieri a meno del termine “punk”, e viceversa, è anche vero che la maggior parte delle persone coinvolte nel movimento preferisce non definire in maniera drastica la propria posizione, in modo da tenere aperte le porte a qualsiasi possibilità di sviluppo e di ibridazione. Come dice un iscritto al forum di Brass Goggles, “ una delle cose che rende lo steam-punk così grande è quanto esso è differente per ognuno, e il fatto che non sia qualcosa in particolare. Se tu dici di essere steam-punk, lo sei.”. Non c’è un’uniforme, un credo, un manifesto o un decalogo. Per Joshua Pfeiffer (Vernian Process) è un’”atmosfera”, qualcosa che si respira istintivamente. Questa grande duttilità ha permesso, da due anni a questa parte, una grande varietà e diffusione di realizzazioni steampunk praticamente in ogni settore dell’arte, della cultura, dello spettacolo, della fiction e della tecnologia, come questo blog ampiamente testimonia, includendo apporti anche da appartenenze originarie differenti, come per esempio il gothic o il burlesque o il pulp.
Lo Steampunk, che sia più “steam” o più “punk”, è una cultura pragmatica aperta, che si rivela attraverso le opere o gli eventi piuttosto che attraverso manifesti e definizioni teoriche. Perciò è una cultura inclusiva che consente un’infinita serie di proliferazioni e ibridazioni, e che chiunque può adattare, o meglio, piegare ai propri scopi, entro una certa “atmosfera” o “attitudine” generale (la fantascienza delle origini, la tecnologia su cui quella fantascienza fantasticava, la cultura popolare, dal romanzo gotico a quello scientifico, dal cinema al burlesque, la storia alternativa, etc.). Mentre la creatività spontanea permette a chiunque di fare i propri esperimenti, di vestirsi come gli pare, e di dire la sua senza che nessuno stia lì a censurarlo e a stabilire se questo è o non è correttamente steampunk, c’è anche chi cerca di fare il riepilogo affinchè un eccesso di indeterminazione non venga scambiato per vaghezza. Di solito questo accade quando la riflessione sui predecessori o sui precursori prevale sul presente e quindi si fa più stringente la necessità di illustrare alcune categorie generali, o di fornire un contesto, una spiegazione dell’evoluzione e della progressione del fenomeno.
Questo è il senso di un lungo articolo di Rachel A. Bowser and Brian Croxall, “Industrial Evolution: Steampunk’s Predecessors and Present “, che commenterò domani nella seconda parte di questo post.
(1.continua)
Altro che fratelli Wright e D’Annunzio! Con circa un centinaio di film, fra corti e lungometraggi, Robinet (Marcel Fabre o Perez) incarna il burlesque italiano all’inizio del XX secolo, insieme a Tontolini e Cretinetti. Il personaggio di Robinet venne creato dal produttore Arturo Ambrosio nel 1910, per fare concorrenza agli altri due “eroi” prodotti da Studi Italia e Cines. E’ probabile che il nome si sia ispirato a quello di Albert Robida, di cui proprio quell’anno Sonzogno pubblicava i Voyage Très Extraordinaires De Saturnin Farandoul. Ambrosio ha poi realizzato, nel 1913, la riduzione del celebre romanzo di Robida con le sue iperboliche avventure (e dis-avventure). Robinet, che in francese sta anche per “chiacchierone”, fa di tutto per inguaiare le nuove strabilianti tecnologie e provocare disastri, fra cadute, crolli, risse, inseguimenti, incidenti particolarmente violenti che ovviamente si risolvono in una bella risata (dello spettatore, s’intende). Del resto Marcel Fabre veniva dal circo, dove aveva debuttato come clown acrobata. Inutile dire che Robinet/Marcel Fabre divenne immediatamente una celebrità in Italia prima di trasferirsi, nel 1915, a Hollywood, diventando Tweedledum.
Le avventure straordinarie di Saturnino Farandola
Film di avventura & guerra, prodotto nel 1913 dall’Ambrosio Film di Torino, e liberamente tratto dal popolare romanzo di Albert Robida, Voyages Très Extraordinaires De Saturnin Farandoul Dans Les 5 ou 6 Parties Du Monde Et Dans Tous Les Pays Connus Et Même Inconnus De M. Jules Verne (1879) (Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola nelle 5 o 6 parti del mondo ed in tutti i paesi conosciuti e anche non conosciuti dal signor Giulio Verne
, tradotto e pubblicato in Italia nel 1910 da Sonzogno con le illustrazioni dell’autore;
il libro aveva originariamente 800 pagine e 450 illustrazioni, e nella sua gigantesca aspirazione ad essere la parodìa delle opere di Verne, faceva incontrare i personaggi creati da quest’ultimo, da Capt.Nemo a Phileas Fogg, con altri di nuova invenzione, in luoghi noti e anche
Venne diretto e interpretato dal comico Robinet/Marcel Fabre (o Marcel Perez, noto negli Usa come Tweedledum, cioè un personaggio che è pura parodìa) su sceneggiatura di Guido Volante, e durava 56 minuti. Altri interpreti: Emilia Pozzi Ricci, Nilde Baracchi, Luciano Manara, Oreste Grandi, Alfredo Bertone. E’ suddiviso in quattro parti: L'isola delle scimmie, Alla ricerca dell'elefante bianco, La regina dei Makalolos, Farandola contro Fileas Fogg. In quest’ultima parte, fra 51.34 e 55.05, scoppia la “guerra fra le nuvole” in cui compaiono dirigibili e altre macchine volanti (forse la parte più à la Méliès di tutto il film).

TRAMA
Dopo il naufragio del Delfino, un veliero capitanato dal padre, il piccolo Saturnino Farandola viene abbandonato nell’oceano come Mosé in una cassetta e finisce sull’Isola delle scimmie, dalle quali viene allevato. Nonostante tutti gli sforzi non riesce a diventare una vera scimmia, e non gli spunta nessuna coda. Dopo 17 anni viene ritrovato dagli uomini di Capitan Lombrico, che comanda il veliero Bella Leocadia. Il giovane Saturnino impara presto l’arte marinara. Quando nell’arcipelago della Sonda i pirati assaltano il veliero e uccidono il capitano, Saturnino prende il suo posto. Insegue e cattura una balena, che poi viene acquistata dal Professor Crocknuff, direttore dell’Aquarium di Melbourne. Dalla balena viene fuori la bella Mysorà, una donna-palombaro, di cui Saturnino è innamorato perdutamente, ma che il Prof. Crocknuff pretende di trattenere nella sua fortezza-acquario. Saturnino allora dichiara guerra a Crocknuff e chiede aiuto ai suoi vecchi amici, le scimmie, che vengono addestrate al combattimento. Mysorà viene liberata. Mentre la coppia viaggia felicemente a bordo del transatlantico America, leggono la notizia che l’Elefante Bianco di Bankok è stato rapito, e che c’è una lauta ricompensa per chi la ritrova. Sbarcano in Siam con tutti i marinai, che però vengono fatti prigionieri e sottoposti ad orrendi supplizi. Saturnino e Mysorà riescono a liberare i prigionieri e a ritrovare l’elefante, che era stato rubato dallo stesso Ministro di Polizia, e in cambio ricevono una grande quantità di oro. Di qui le avventure si spostano prima in Africa e poi in America, dove Saturnino si trova a combattere dalla parte dei nordisti contro il traditore Fileas Fogg. Infine torna all’isola delle scimmie, dove si gode finalmente il riposo del guerriero fra i suoi vecchi amici.
An Arabian Night…
at
The Indescribable Delights of the Clockwork Caliphate
Quel che sorprende nella incantevole danza araba di Amira Ariana è la straordinaria scioltezza e “naturalezza” dei movimenti, sembra quasi che scivoli sul pavimento o che cammini sulle acque! Amira fa parte della troupe Tatseena Belly Dance, che comprende ensembles come Good Vibrations, Troupe Tareefa, Morada Raqs, attive nel Nord California (Oakland).
Amira ha cominciato a danzare all’età di 9 anni. Ha partecipato in ottobre all’ Indescribable Delights of the Clockwork Caliphate, una serata organizzata a Oakland per raccogliere fondi per organizzare il Nova Albion Steampunk Exhibition del 2010.
Le troupes di Tatseena, coreografa e insegnante, sono note per la creatività sia degli ensembles che delle soliste. Le danze includono Arabic Raks Sharki, American fusion belly dance, Flamenco gypsy, Old World Folk, Canes, Candles, Swords, a volte anche serpenti.
Sending a Good Vibe 2U!
Tatseena
Mi dispiace non aver trovato niente di meglio come video per Hannah Fury, ma così come c’è un cinema muto, c’è pure una musica senza immagini, un po’ per mancanza di mezzi e fantasia dei fans, a parte immagini gothic un po’ convenzionali, ma soprattutto perché la stessa Hannah Fury è abbastanza discreta e schiva. Infatti non ama neppure esibirsi dal vivo, e la sua produzione discografica è abbastanza misurata negli anni. Il suo è un esempio di “cantautrice” appartata che compone le sue canzoni al piano, se le autoproduce e distribuisce con la sua label Mellowtraumatic.com, e disegna anche gioielli per la sua boutique on line. Viene spesso paragonata a Kate Bush, Tori Amos e Emilie Autumn, e la sua musica è stata definita come “Tori Amos-meets-Tim Burton”. Le sue storie drammatiche o macabre, spesso terribili, vengono cantate quasi con leggerezza cristallina, senza particolari accenti melodrammatici. Come il suo personaggio preferito, Maria Antonietta, anime perdute e tormentate si sublimano in un’estetica rococò. Un walzer per vampiri e fantasmi.
Discografia

