
"Die Wüste wächst: Weh dem der Wüsten birgt!"
(Il deserto cresce, guai a colui che cela deserti)
(F.Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Commento.
Mi sono "ricordato" di questa celebre frase di Nietzsche durante il dormiveglia, cercando di afferrarne il senso. Mentre la prima parte, "il deserto cresce" ha un significato lineare anche se drammatico (qualcosa cresce, ma è il deserto), la seconda parte è più enigmatica. Intanto il verbo ted. girbt viene tradotto in italiano piuttosto liberamente con cela, nasconde, alberga, rinchiude, favorisce etc., mentre se non erro la traduzione corretta dovrebbe essere salva (nel senso etim. di dare forza): quindi guai (dolore) a colui che "salva" *(custodisce, rende forte, dà forza a) il deserto...che è in effetti un paradosso drammatico, ma anche tragicomico, come di colui che si distrugge da solo rafforzando una potenza nemica.
La frase, citata urbi et orbi, da destra a sinistra, spesso con l'intento di stigmatizzare "profeticamente" una situazione di crisi epocale, di dissoluzione di valori, istituzioni, sistemi, non ha secondo me l'impostazione intimistica e pessimistica che spesso le traduzioni italiane danno. Al contrario introduce un inno, un brìndisi augurale che il Viandante rivolge a Zarathustra, in cui lo splendore dell'oasi fa da contrasto con il pessimismo e lo scetticismo "europei". Abbandonati a se stessi - dice il Viandante, gli europei riprenderebbero "la tetra tristezza", il vecchio gioco "delle nubi vaganti, dell'umida malinconia, dei cieli coperti, dei soli offuscati, degli ululanti venti autunnali" . Seduto sotto le palme, accanto al deserto, fra le figlie del deserto, "più che mai lontano dalla vecchia Europa nebulosa, umida e malinconica", bevendo aria purissima, il Viandante si rende conto tuttavia di quanto fragile sia il "ruggito della virtù"...**
* la radice salv-, sarv- sta per integrità, stato di salute, di forza
** virtù da vir, vis, "forza, valore, valentìa"

Che fine ha fatto il FUTURO? C'è ancora un'idea di Futuro o, con James Ballard, dobbiamo riconoscere che, da qualche parte negli anni Sessanta, "Il Futuro è Morto"? (e quel che ne resta è solo...fantascienza)

Turin Spaceship Company
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Type: Exhibition
"This is the first event in “Afterville”, a series dedicated to the relationships between the arts of design and the imaginative power of science fiction.
The exhibition features architectural, pictorial, multi-technique and multimedia works from the 1950s to the present. Curated by Enzo Biffi Gentili, Luisa Perlo and Undesign of Michele Bortolami and Tommaso Delmastro with Fabrizio Accatino and Massimo Teghille.Off Congress Official Event, UIA World Architects' Congress Torino 2008."
INFORMATION:
011 0702350
Opening hours
Tuesday-Friday 4 p.m. - 7.30 p.m.
Saturday-Sunday
Closed Mondays
Free entry
www.torinoworlddesigncapital.it

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Le riflessioni prendono spunto dalla nozione di essere singolare plurale formulata dal filosofo francese Jean-Luc Nancy (“Singolare plurale: cosicché la singolarità di ciascuno è indissolubile dal suo essere-con-in-tanti”, nos sumus invece di ego sum) per sostenere, contro ogni regressione tardo-comunitarista, la prospettiva della comunità delle differenze.
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Anche se sono un anti-elettoralista quasi per nascita e vocazione, io il mio bravo voticino per il rinnovo della spettabile redazione di Kilombo l’ho dato, per rispetto a questo amabile consesso. Allora qualcuno mi vuol spiegare perché i votanti sono soltanto 94 su 557, cioè il 16,7 % ? E gli altri 463 kilombisti dov’erano? Nn hanno avuto 5 minuti per farsi un giro fra gli eleggibili? Fosse per me questa elezione sarebbe da rifare, stabilendo che una votazione è regolare se vi partecipano almeno i 2/3 dell’elettorato. O forse questo non è previsto nella Carta?
(preciso che il mio candidato è stato eletto)

di Zygmunt Bauman
Guardo il mondo globalizzato. È pieno di uomini costantemente in cerca di qualcosa d'altro. Sembra che corrano e invece sono fermi, in una condizione di angosciante staticità. Credono di intercettare, di interpretare il cambiamento. Stanno bene solo quando arrivano prima degli altri, e questo indipendentemente da quale sia la meta. Ma pensiamoci un attimo: in realtà non progrediscono mai. Inseguono qualcosa che è fuori da sé, un modello che non esiste e che non possono raggiungere, perché non ha radici nella propria identità: un nuovo taglio o un nuovo colore di capelli, una nuova macchina, un nuovo lavoro, un nuovo corpo, una casa nuova. Una volta conquistati, sono già vecchi. E la corsa non finisce mai. È un movimento circolare, un falso progresso che non produce nulla, perché non poggia su nulla. Il risultato è il trionfo dell'individualismo, che ha generato relazioni interpersonali in frantumi, rituali religiosi ridotti a parate carnascialesche. Un polverone di contraddizioni. Crescono l'ansia, la paura, l'inquietudine, e nascono dalla consapevolezza dell'impermanenza. Il disagio è capillare, diffuso. Le ragioni di questa crisi sono varie. Troppo lungo e difficile enumerarle tutte insieme. Certamente, la fisionomia effimera che ha assunto il mondo ha spiazzato tutti quanti. La velocità di cambiamento che investe l'economia e informa di sé ogni aspetto della realtà ha creato nella gente una condizione di continua incertezza, il terrore di essere sempre colti alla sprovvista e di rimanere indietro. È il trionfo della società liquida.
"Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma, o di tenersi in rotta a lungo" (Zygmunt Bauman, La vita liquida, Laterza, 2006). Mi accorgo che siamo di fronte al declino dell'Occidente, del suo senso di competitività esasperato, del suo liberismo selvaggio, del suo progressivo ridimensionamento delle strutture sociali. E penso che il mito del cambiamento e della velocità, che pure ha causato una crisi di valori senza precedenti, porta con sé gli anticorpi che serviranno a ricomporre il mondo. Sono un ottimista e credo che proprio adesso ci sia spazio per una rivoluzione in cui la sociologia si riapproprierà di un ruolo centrale: guidare chi sta cercando una nuova morale. L'individualismo, il culto di se stessi, la ricerca esasperata della felicità sono le ragioni della crisi, ma insieme offrono opportunità straordinarie. L'idea che l'altro è solo un oggetto funzionale alla nostra auto-realizzazione andrà in frantumi. Tutto questo inseguire la realizzazione dell'io ci ha alienati ma anche responsabilizzati. E a questa nuova consapevolezza della responsabilità individuale, che pian piano stiamo introiettando, potrà nascere una nuova morale, adatta ai nostri tempi.
Il mio collega britannico Anthony Giddens ha cercato di tratteggiare un possibile percorso di rinnovamento etico e spirituale. E per primo ha parlato di relazioni pure, non più cioè contraddistinte da rapporti gerarchici e da patti di convenienza, ma basate sul rispetto reciproco e su una comunicazione emozionale. È un ragionamento che lui ha applicato alla famiglia, ma che vale anche per la società nel suo complesso. Una comunità che insegue il culto dell'io è decadente, ma è anche capace di valorizzare una consapevolezza nuova, e di notevole portata etica. Se io sono il fine, sono anche il mezzo, lo strumento del cambiamento. Ecco, il mio sogno è che tutto ciò pian piano si strutturi nella mente. Nelle aspirazioni di ognuno di noi. Siamo chiamati in causa tutti quanti. Oggi più che mai è importante capire che la frammentarietà della realtà ha una potenza creativa di notevole portata. Fin qui è accaduto che, abbattuti dogmi e valori, piuttosto che liberarci ci siamo conformati a modelli culturali da spot. L'individualismo è stata una falsa liberazione: ha solo alimentato il conformismo. Ma, partendo da questo individualismo, potremo abbattere il conformismo. Bisogna solo agganciare e sviluppare in senso positivo il culto della responsabilità individuale. Ecco perché credo che ancora oggi si debba lavorare per dar vita a un nuovo socialismo. Non quello delle dittature, certamente, ma quello che traccia le linee guida di una società eticamente sana. Contro il consumismo ossessivo, i legami fragili e mutevoli, lo stress e la paura che tutto ciò genera, c'è l'antidoto.
Proviamo a riflettere su un concetto semplice: la globalizzazione ci ha alienati ma ci ha fornito anche conoscenze fino a qualche anno fa insospettabili. E la conoscenza è di per se stessa libertà. Le nostre possibilità di scelta sono cresciute a dismisura. Adesso tocca capitalizzare questa libertà: invece di uniformarci a comportamenti sociali stereotipati abbiamo tutte le carte in regola per trovare una morale fatta di solidarietà e capacità di comprendere che ciascuno gioca un ruolo insostituibile. Il meccanismo della delega a autorità sociali e religiose altre, da noi è crollato? Bene, fatta tabula rasa di tutto ciò, possiamo dare alla modernità una valenza positiva. Non sta nei diktat eterodiretti la nostra possibilità di riscatto, né in una religiosità da hooligans, capaci di dichiararsi cristiani e devoti di Giovanni Paolo II e anche di uccidere, ma in un nuovo socialismo. Abbiamo inseguito il mito dell'io. Non dimentichiamo che la portata etica di una società si misura nella sua capacità di offrire a tutti pari opportunità di scelta e pari libertà, di proteggere i deboli, gli emarginati.
Io ce l'ho un sogno, è quello di perseguire l'ideale rinascimentale di armonia. Per Leon Battista Alberti la bellezza era strettamente connessa all'equilibrio fra le parti. La centralità dell'individuo è una risorsa. Felicità non è correre e poi fermarsi di botto. Ma saper star fermi, progredire, lentamente, consapevolmente. È una felicità solo all'apparenza più difficile da perseguire. In realtà sta lì, alla nostra portata. E riguarda tutti.
(Testo raccolto da Chiara Dino)