
Confesso che a volte vorrei dedicare qualche post a temi più leggiadri, per così dire,
viaggi, amori, paesaggi, giochi, arte, poesia, gastronomia, piaceri della vita piccoli e grandi,
come un normalissimo abitante di questo piccolo-grande-bello-terribile pianeta chiamato Terra. Ma poi inesorabilmente la cronaca nera-politica-bellica-etc. risucchia la mia attenzione come una grande idrovora. Lasciarsi prendere sempre dalla cronaca può diventare un gioco pericoloso o stupido, primo perché le priorità vengono dettate da altri secondo scalette non innocue, poi perché la cronaca è una grande divoratrice di notizie, e l’ultima caccia via nel dimenticatoio la precedente, in una corsa affannosa che annulla qualsiasi senso e riflessione. Allo stesso tempo, noi viventi di quest’epoca, non possiamo sottrarci spocchiosamente al nostro ambiente mediatico e culturale per ritirarci sulla torre d’avorio. E inoltre, la cronaca mediatica e mediatizzata è il nostro racconto quotidiano, per cui , parafrasando il sociologo francese Jean Baudrillard (Il delitto perfetto, Lo scambio simbolico e la morte, etc.), sono in molti ad affermare che ormai è la realtà che imita la fiction, o il cinema anticipa la realtà: la rappresentazione precede l’evento.
“Le immagini, rappresentano il mondo e talvolta influiscono sulle circostanze o suggeriscono un modo di interpretare gli eventi. In una parola, esse elaborano l’evoluzione storica, “fanno” la storia, dei giorni che corrono così come quella scritta dagli storici” (Pierre Sorlin).
Non è quindi un caso che la realtà, trattata ad abundantiam e con tutti i mezzi come cronaca e come comunicazione, possa essere interpretata, ad esempio, come un film dell’horror o un B-Movie, o qualsiasi altra forma drammatica o comica vi venga in mente.
Riflettevo su questo, ieri sera, mentre guardavo Blob che ritrasmetteva alcune scene del film di Gabriele Salvatores Io non ho paura (tratto dal noto romanzo di Niccolò Ammaniti). Un ragazzo è stato rapito e nascosto sottoterra, e viene scoperto casualmente da un altro ragazzino che era andato lì a giocare con altri bambini. Il romanzo e il film sono ambientati in un assolatissimo Sud, che potrebbe stare fra il Tavoliere e l’Irpinia, fate voi. La citazione di Blob è riferita, ovviamente, al ritrovamento casuale e drammatico dei due ragazzini di Gravina di Puglia, Ciccio e Tore, in fondo a una cisterna di un palazzo diroccato, dopo due anni di inutili indagini, e con la grave accusa di omicidio a carico del padre, Filippo Pappalardi. E, colpo di scena, adesso è proprio la cosiddetta “conduzione delle indagini” a venir messa in discussione da quello stesso circo mediatico che finora non aveva fatto altro che prestar il fianco a tutte le romanzesche ipotesi e “piste” prodotte dall’ensemble Questura-inquirenti-Chi-l’ha-visto. Il Pappalardi, descritto con ampiezza di dettagli come il mostro da crocifiggere, il padre-padrone, il turpe schiavista, potrebbe venir riabilitato, a sonora rivincita del partito degli innocentisti, mentre nelle forche caudine dei meccanismi accusatori ed espiatori potrebbero precipitare gli stessi inquisitori. E viene quindi il dubbio che le stesse Forze dell’Ordine, la stessa Giustizia, imitino, che so, “
Le polemiche, naturalmente, verranno presto dimenticate, e la cronaca si occuperà d’altro, e i giornalisti del resto “devono mangiare” e in Questura devono comunque tornare. Epperò, secondo me, sono proprio questi momenti critici ad illuminare, ad aprire spiragli sui meccanismi di fondo della Giustizia e della Polizia, o meglio, di tutta la connection Questura-giornalisti-Protezione Civile e chilhavisti del lunedì. E così per una volta, e per alcune ore, gli indagatori saranno indagati. Ma è l’eccezione che conferma la regola. Perché, se il complesso delle procedure ha fatto tilt su un punto, potete essere certi che recupereranno alla grande. Almeno fino al prossimo “buco nero”.
E, come esempio di quello che dico, leggetevi l’articolo su “Repubblica” dell’ottimo Attilio Bolzoni. E poi, “riparliamone”.

GRAVINA IN PUGLIA (Bari) - L'inchiesta ha tanti buchi quanti ce ne sono nel ventre di Gravina in Puglia. Il padre era il colpevole perfetto e sembra proprio un brutto pasticcio giudiziario quello che si sta per rivelare intorno alla morte di Francesco e Salvatore, i fratellini ritrovati in fondo a una caverna. Errori, passi falsi, incertezze investigative.
Il "caso" è raccontato soprattutto da una frase, due righe scritte da quei magistrati di Bari che hanno deciso l'arresto del padre per l'omicidio dei suoi figli. È alla pagina 165 dell'ordinanza di custodia cautelare contro Filippo Pappalardi: "Sarà sua cura, se lo vorrà, spiegare a questa Autorità Giudiziaria dove li abbia portati e, soprattutto, dove gli stessi siano attualmente". I procuratori hanno praticamente chiesto all'imputato di fornire le prove che loro non avevano trovato. È la sintesi di un'investigazione, il riassunto di diciassette mesi di ricerche.
È la fine del novembre del 2007, il padre violento è appena finito in carcere per avere ammazzato i due bimbi, l'inchiesta è chiusa e con una rapidità sorprendente - 15 minuti è il conto che fa Angela Aliani, l'avvocato di Pappalardi - il Tribunale del riesame conferma l'impianto accusatorio che indica nel violento autotrasportatore l'assassino di Salvatore e Francesco.
"Filippo Pappalardi non può confessare quello che non ha fatto, è incredibile, i procuratori dicono che è stato lui a uccidere i suoi figli senza però dimostrarlo con gli atti", accusa sempre l'avvocato Aliani dopo aver letto le carte sull'arresto del padre padrone. E denuncia, dopo il Tribunale del riesame: "Quei giudici sono senza pudore, poco più di un quarto d'ora per decidere su una situazione così complessa, significa che sapevano già come sarebbe andata a finire prima di entrare in camera di consiglio: scandaloso".
Bisogna cominciare dalla fine per ricostruire questa inchiesta che vacilla sempre di più dopo la scoperta dei corpicini, la loro posizione in fondo al pozzo (erano distanti uno dall'altro, segno inequivocabile che erano ancora vivi, che uno dei due si è spostato di almeno quindici metri), il luogo inaccessibile senza essere visti da qualcuno, la frattura del femore del bambino più grande. Bisogna cominciare da quell'ordinanza di custodia cautelare quando i magistrati arrivano all'assassino. Interpretando malamente parole intercettate. Credendo frettolosamente a una tardiva testimonianza. Lasciandosi trasportare da suggestioni per azzardare ipotesi che oggi sembrano smentite dai fatti.
Per esempio. Nell'atto di accusa i magistrati scrivevano ancora: "Solo la perfetta conoscenza del territorio, l'indagato ha fatto anche il pastore, poteva agevolare l'occultamento dei cadaveri rendendo vane le ricerche fin qui operate in un luogo impervio come quello della Murgia ricca di gravine e pozzi".
Il pozzo della morte non era così lontano, appena cinquecento metri dalla piazza Quattro Fontane, il centro di Gravina in Puglia, l'ultimo posto dove - secondo l'accusa - avevano avvistato Francesco e Salvatore. Era stato controllato quel pozzo ma distrattamente, qualcuno si era avventurato sul precipizio di quella "bocca" sul terrazzino del caseggiato abbandonato, aveva gettato un'occhiata in fondo e poi se n'era andato. Non aveva visto niente. È stato un controllo scrupoloso? E come si fa un controllo scrupoloso dentro un pozzo quando si cercano i cadaveri di due bambini? Con una torcia? Con i vigili del fuoco? Scendendo con le corde nei sotterranei?
Quello che sappiamo di sicuro è che i "soccorsi" di lì sono passati, hanno lasciato una freccia di vernice rossa e se ne sono andati. Francesco e Salvatore c'erano ma non li hanno trovati. I soccorsi? Quali soccorsi? "Le ricerche sono scattate solo il giorno dopo la scomparsa dei bambini", ricorda l'avvocato Aliani.
In verità la ricostruzione della polizia è un po' diversa. Alle 23,50 del 5 giugno 2006, Filippo Pappalardi e la sua compagna Rosa Ricupero si sono presentati al commissariato. Parlano con un poliziotto, raccontano che Francesco e Salvatore si sono allontanati "e comunque non sporgono una formale denuncia di scomparsa". Un paio di ore dopo, "esattamente all'1,40 del mattino del 6 giugno, il Pappalardi si portava nuovamente presso il commissariato senza entrarvi, citofonicamente, comunicava di non avere ricevuto più notizia dei suoi figli".
Alle 7 il padre è contattato telefonicamente dai poliziotti del commissariato di Gravina, gli chiedono se ha trovato Francesco e Salvatore, lui risponde di no. Invitato a tornare in commissariato, dice che non può, sta lavorando. È in quel momento che, a torto o a ragione, nasce il primo sospetto sul padre "assassino".
Il resto dell'indagine sono quasi due anni all'inseguimento di un indizio. La pista "romena", le sette sataniche, i pedofili. E di voci captate ai telefoni o dalle microspie. Quella del padre più di tutte. Una mattina è con suo cognato Giuseppe, sono in campagna per dar da mangiare ai cani. Filippo dice al cognato: "È da sabato o da domenica che non vengo qua, dovessero pure morire i cani qua". È una tipica espressione dialettale ma quelle sono parole che lo inchiodano, quel "pure" porta Filippo Pappalardi in galera. Anche se le ruspe scavano e scavano in quel terreno ma non trovano niente.
Un'altra telefonata intercettata, un altro indizio contro il padre: "Mai successa la morte di due fratelli, eh". Filippo Pappalardi "dava per scontato" che i suoi figli non ci fossero più. Quindi sapeva, lo sapeva soltanto lui, perché lui li aveva uccisi. Il profilo dell'indiziato si adattava ai sospetti: prepotente e manesco. Anche la sua miserabile vita era quella ideale per un assassino.
La sua tragica storia familiare, la sua provenienza sociale, i suoi modi selvatici, la sua strafottenza nei confronti dei magistrati che l'avevano interrogato per due volte. L'identikit di un omicida perfetto. Un colpevole "a tutti i costi". La giustizia, si sa, è uguale per tutti.
(28 febbraio 2008)

L’altro giorno a Che tempo Che fa, Garry Kasparov, noto campione mondiale di scacchi e più recentemente uno degli esponenti di punta del movimento di opposizione “L’altra Russia”, ha a mio avviso pronunciato una frase lapidaria estremamente efficace a proposito dell’oligarchia russa al cui vertice risiede Putin, che dovrebbe farci riflettere e che potrebbe applicarsi anche alle oligarchie occidentali:
mentre tutti i costi vengono nazionalizzati”
“socializzazione delle perdite/privatizzazione del profitto” ).
Non è un trattato di economia, ma rende bene l'idea.


Catena umana pacifica a Gaza lungo la frontiera, contro il blocco.
Migliaia di Palestinesi, in particolare scolari, hanno formato stamattina una catena umana a Gaza per protestare contro il blocco israeliano.
Le forze di sicurezza israeliane si tengono pronte a fronteggiare qualsiasi sfondamento della frontiera.
Sotto una leggera pioggia i manifestanti si sono allineati sull’asse Salahedine che attraversa
Alla fine della mattinata, un gruppo riunito a Beit Hanoun comincia a marciare verso Eretz, il principale punto di passaggio fra
Aerei israeliani sorvolano il settore.
Sui cartelli dei manifestanti si legge: “L’assedio di Gaza non farà che rafforzarci”, “Il mondo ha condannato a morte Gaza”, “Salvate Gaza”. Canzoni patriottiche vengono diffuse da sound systems a bordo di camions.
Questa manifestazione è stata organizzata dal Comitato Popolare contro l'Assedio a Gaza, organizzazione che raggruppa palestinesi di tutte le tendenze contro l'embargo che ha trasformato Gaza nella più grande prigione a cielo aperto del mondo (modello 1997 Fuga da New York).
"I vivi non sanno nulla. Insegnatemi, o morti a morire senza paura, o almeno senza orrore. Perché la morte è un nonsenso, proprio come la vita."

la gente tace,
il sangue mi duole nell’attesa”
Mentre macedoni e albanesi si dividono fra "noi" e "loro" nel contesto dello smembramento dell'ex Jugoslavia e delle faide interetniche, il ritorno del famoso fotoreporter Aleksander alla sua "terra natìa" si rivela essere qualcos'altro da quello previsto.
Il funerale di Aleksander Kirkov, nel film Prima della pioggia diretto dal regista macedone Milcho Manchevski/(1994) (colonna sonora del gruppo di Skopje Anastasia):
BOB DYLAN, A Hard Rain’s Gonna Fall
Oh, where have you been, my blue-eyed son?
Oh, where have you been, my darling young one?
I've stumbled on the side of twelve misty mountains,
I've walked and I've crawled on six crooked highways,
I've stepped in the middle of seven sad forests,
I've been out in front of a dozen dead oceans,
I've been ten thousand miles in the mouth of a graveyard,
And it's a hard, and it's a hard, it's a hard, and it's a hard,
And it's a hard rain's a-gonna fall…
"Scrissi quella canzone ai tempi della crisi dei missili a Cuba. Mi trovavo in Bleecher street di notte assieme ad altra gente e ci chiedevamo preoccupati se la fine del mondo fosse prossima. Avremmo mai visto l'alba del giorno seguente? Era una canzone di disperazione... Cosa potevamo fare? Come potevamo controllare le persone che erano in procinto di annientarci? Le parole mi vennero fuori in fretta, molto in fretta...Era una canzone di terrore; frase dopo frase dopo frase cercando di catturare il feeling procuratomi dalla sensazione del nulla" (Bob Dylan)

Di Bob Dylan s’è detto tutto, per cui non la menerò più di tanto. L’argomento è la “pioggia”, la pioggia atomica, nucleare, radioattiva. Questa ballata venne scritta, com’è noto, al tempo della crisi dei missili a Cuba nell'ottobre del 1962, ma aveva per lo stesso Dylan, un significato più ampio, biblico e cabalistico, ad es.: "Ho inciampato sul fianco di DODICI montagne nebbiose, ho camminato e strisciato su SEI strade tortuose, ho camminato nel mezzo di SETTE tristi foreste, sono stato di fronte a DODICI oceani morti..."). Secondo alcuni Dylan scrisse A hard rain's a-gonna fall dapprima sotto forma di poesia e solo in un secondo momento venne musicata. In ogni caso era un adattamento da una Ballata di Lord Randal, e che fosse stata immaginata come canzone lo confermerebbe anche l’ultima frase: “conosco la mia canzone prima ancora di cominciare a cantarla”. Il lato curioso è che questa ballata era diffusa anche in Germania e in Italia. La ballata italiana era forse la più antica, particolarmente in Piemonte, dove era nota come L’Avvelenato:
“ Dove si sta' iersira figliol, mio caro fiorito e gentil, Dove si sta' iersira?”
Son sta' dalla mi dama, signora, Mama il mio core sta mal
Son sta' dalla mia dama, ohime ch'io moro ohime etc.”
Questo invece l’incipit della versione scozzese e inglese
“O where ha you been, Lord Randal, my son ?
And where ha you been, my handsome young man ?”
“ I ha been at the greenwood; mother, mak my bed soon,
For I'm wearied wi hunting, and fain wad lie down”
“An wha met ye there, Lord Randal, my son ?
An wha met you there, my handsome young man ?”
“O I met wi my true-love; mother, mak my bed soon,
For I'm wearied wi hunting, and fain wad lie down”
Come si può notare, la ballata di Dylan è una versione moderna della risposta del figlio, attualizzata ai tempi della crisi atomica del 1962. Nella ballata originale il protagonista viene avvelenato durante una cena offertagli dalla fidanzata. In A Hard Rain’s l’avvelenamento è più generale, costituito dalla “dura pioggia” nucleare che rischia di abbattersi sul mondo intero.
Questa visione apocalittica è in parte biblica e in parte ripresa dalla tradizione pittorica e lirica sui “disastri della guerra” (Goya, Picasso,Garcia Lorca, Rimbaud, Ginsberg) ed è realizzata tramite una semplice struttura di domanda e risposta, e l’accumulo in successione di impressionanti immagini di morte. La pioggia però può significare tanto la distruzione della vita quanto una speranza di purificazione.
E’ significativo che la copertina dell’album The Freewheeling Bob Dylan sia, in contrasto coi temi delle ballate, abbastanza serena: Dylan e la sua ragazza Suze_Rotolo che passeggiano per le vie del Greenwich Village in atteggiamento piuttosto tenero. Orrore e tenerezza, insomma. Ma anche impegno politico e personale (Suze era infatti anche una attivista politica, oltre che attrice di teatro).
Fin dai tempi della Prima Guerra del Golfo si poteva assistere, durante i telegiornali delle principali reti tv, a una sorta di ricambio delle presentatrici e dei presentatori, sostituiti improvvisamente da strani figuri impettiti e seriosi paracadutati da chissà quali cieli. Marziani o omini della CIA’? Forse né l’uno né l’altro, ma soltanto uomini di Relazioni Pubbliche incaricati di gestire la comunicazione di guerra. Perlomeno è quanto affermano Jorg Becker e Mira Beham nel loro libro Operation Balkan: Werbung für Krieg und Tod (Operazione Balcani – propaganda in favore della guerra e della morte), ovvero “la colonizzazione dei media da parte dell’industria delle relazioni pubbliche”.
L’ 80% di tutte le informazioni proviene dalle agenzie di relazioni pubbliche.
I giornalisti dipendono sempre più da queste agenzie sottomesse ad interessi particolari.
Questo fenomeno apparve chiaramente nel concetto di “embedded journalism” (“giornalismo integrato, incorporato») in occasione della guerra in Irak. Oggi il settore delle relazioni pubbliche si sviluppa assai più rapidamente del giornalismo. Nel 2001, il reporter tv Thomas

Peter Handke è il più grande drammaturgo contemporaneo di lingua tedesca.
Con il passare degli anni, diventano sempre più numerose le opere di Peter Handke - il più grande scrittore contemporaneo di lingua tedesca- sulla questione jugoslava.
Di Handke è il libro Gerechtigkeit fuer Serbien - Eine winterliche Reise zu den Flüssen Donau, Save, Morawa und Drina (Suhrkamp 1996 - nella versione italiana: "Giustizia per
Entrambi i racconti, insieme a tutte le prese di posizione dell'autore contro la disinformazione e la demonizzazione del popolo serbo, hanno suscitato grande scandalo soprattutto nei paesi di lingua tedesca.

Après
In un mio post precedente del 9 febbraio, intitolato Radio Guantanamo, ho parlato di quel tipo di radio che diffondono quotidianamente Muzak o musica Middle of the road(MOR), cioè quella musica o quei programmi di sottofondo che vengono incessantemente “sparati” nei luoghi di lavoro, di commercio o di transito (benzinai, dentisti, negozi, supermercati, centri commerciali, aeroporti, ascensori, navi, etc.), tipico esempio attuale di quella uniformità e standardizzazione che caratterizza il mondo reale, dal lavoro al consumo, in quanto estensione del regime di fabbrica (della fabbrica sociale che tutti sottomette al ritmo incessante dei diktat dell’economia). Radio Muzak del condizionamento di massa, tanto più penetrante quanto più sembra passare quasi inosservata, che può diventare un vero e proprio strumento di tortura o di rimbambimento per chi vi è esposto costantemente.
Ho perciò citato i cani di Pavlov, Arancia Meccanica, Guantanamo. Il titolo stesso, Radio Guantanamo, non ha l’intenzione di essere sensazionalistico o retorico, ma è la citazione di una scena del film di Michael Winterbottom, The Road to Guantanamo (2006), durante la quale un prigioniero del famigerato campo di detenzione viene sottoposto al bombardamento acustico di musica rock ad altissimo volume, nell’intento evidente di indebolirne le resistenze psico-fisiche per poi pilotare gli interrogatori. La sovrapposizione, o la sovra-esposizione, di una determinata tecnologia accomuna sia gli usi “civili” che militari, caratterizza la guerra permanente che non fa distinzione fra interno (“noi”) ed esterno (“loro”, i detenuti), se non per una differenza di intensità, qui definita “svago” o “consumo”, lì definita “guerra”. Fra “guerra” e “pace”, oppure fra divertimento e produzione, passano delle sottili, quasi invisibili, linee di confine estremamente mobili e permeabili, che può capitare facilmente di attraversare, come accade appunto a quei ragazzi inglesi di origine pakistana nel film di Winterbottom. Per questo le stesse tecnologie facilmente sovrappongono scene diverse, si dimostrano cioè estremamente commutabili e versatili.
Qualche giorno dopo quel mio post ho letto su nazioneindiana (13 febbraio) un interessante articolo-racconto di Luis de Miranda, intitolato “Una civiltà della festa e dell’oblio” che, parlando di un’altra sovrapposizione quasi casuale, sembra confermare le mie impressioni, e allo stesso tempo mi apre una finestra (o un link) su un interessante saggista e romanziere francese, quasi del tutto ignorato in Italia, Philippe Muray. Guarda caso, l’articolo in origine è stato pubblicato da LE MONDE il... 9 febbraio: quando si dice la sincronicità! E De Miranda parla appunto di una sua sincronicità, che cerco di sintetizzare brevemente.
In occasione di un suo viaggio in Polonia nel giugno del 2003 aveva con sé una piccola videocamera, con la quale girò, fra l’altro, delle immagini ad Auschwitz:
“Non sono ebreo, i miei antenati sono cristiani e, se la mia memoria è buona, ho visitato questo campo con una motivazione da europeo medio: un terzo di curiosità, un terzo di senso del dovere, un terzo per meditare, in modo vago, su quello di cui sono capaci gli umani nei confronti di altri essere umani”.
Rientrato a Parigi, De Miranda non ritenne opportuno conservare quelle immagini che gli apparivano neutre:
“ un cartello “Arbeit macht Frei”, delle palazzine in mattone che ricordavano stranamente un campus universitario inglese, delle foto allineate di deportati uomini e donne dallo sguardo insistente.: i fatti che si sono svolti ad Auschwitz mi sembrano appartenere a un altro mondo, a un ‘altra umanità, a una barbarie che mi pare estranea”.
Così sullo stesso supporto girò altre immagini, questa volta in una discoteca parigina alla moda,
fra i ballerini della Suite:
“Più giovane ho sofferto di non sapermi aggregare alla banalità delle conversazioni festive di gruppo...Il parallelo visuale tra i giovani festaioli superficiali di questo inizio secolo e i morti assurdi del secolo scorso avrebbe potuto apparire chic e choc”, finchè non venne evocato il ricordo del saggista Philippe Muray (morto nel marzo 2006) il quale aveva elaborato la nozione di homo festivus:
“Non ho intenzione di creare e ancora meno di esibire delle immagini scioccanti, maliziose o naïves, nonostante fossero intervenute ad illustrare in modo affascinante un parallelo tra l’homo festivus e la barbarie”. E così conclude:
“Mi resta questa idea personale: allo stesso modo in cui l’umanità che ha prodotto Auschwitz mi sembra estranea, altra, lontana, lo è anche l’impressione che spesso ho avuto , con le dovute eccezioni, dalla mia adolescenza, nelle serate di festa con sconosciuti. I festaioli estasiati dal discorso minimalista e ripetitivo, che si incontrano nei luoghi dedicati alla festa mi sono spesso parsi appartenere a un’altra umanità, lontana, estranea e ho talvolta sofferto , più giovane, del fatto di non riuscire ad essere così futile, o se si preferisce, leggero.
Di qui la domanda: se uno non si sente di appartenere tanto all’umanità che ha prodotto Auschwitz né a quella che si agita al ritmo del fun standard, significa che le due umanità sono la stessa: un’umanità che preferisce non pensare e che taylorizza tanto i suoi crimini che le sue gioie?”.
Finita la lettura del racconto di De Miranda, subentra necessariamente Philippe Muray o, per i cinefili, quel tipo di genere “catastrofico” in cui la festa si tramuta in rovina (“la festa che finisce male”), e di cui ho pure accennato in qualche post precedente (
L’interesse per Philippe Muray nasce appunto da questo suo “disprezzo del disastro contemporaneo”, quest’epoca in cui “il risibile si è fuso col serioso”, che lo porta a coniare il termine di “festivismo”, il quale ruota intorno alla figura emblematica del contemporaneo Homo festivus, definito come “il cittadino medio della post-storia, figlio naturale di Guy Débord e del Web”.

La pizzica Salentina e la musica popolare italiana perdono un’interprete straordinario: il tamburellista e cantante Pino Zimba. Malato da tempo è morto mercoledì 13 febbraio, aveva 55 anni. Il funerale si terrà domani (giovedì 14) ad Aradeo alle 15,30.
Personaggio carismatico amatissimo dal pubblico è stato una delle voci e dei volti della Notte della Taranta che lo vedeva ospite fisso sul palco, dove suonava il suo tamburello e le sue pizziche davanti a centinaia di migliaia di spettatori.
Attore, oltre che musicista, è stato protagonista del film Sangue Vivo di Edoardo Winspeare. Con la sua formazione storica, l’Officina Zoè, con la quale, nel corso degli anni ha contribuito al rilancio della pizzica salentina, fino a farla diventare un oggetto di culto, ballata e cantata da centinaia di migliaia di persone nei festival e nelle piazze di tutta Italia.
Nato ad Aradeo (Lecce), Zimba era uno dei più grandi interpreti della ‘pizzica’ salentina. Fino a quattro anni fa aveva espresso il meglio della sua abilità nel gruppo Officina Zoe, gruppo che aveva costituito nel ‘93 con altri artisti salentini, alla riscoperta delle tradizioni popolari musicali del Salento, e col quale aveva partecipato negli anni a numerose rassegne di musica etnica in Italia e all’estero. Abbandonata Officina Zoe, Zimba si è dedicato al suo nuovo gruppo, Zimbaria, col quale ha tenuto concerti nel Salento e in tutta Italia.
‘Il Salento ha perso il satiro della pizzica, un insostituibile istrione della cultura musicale popolare, che ha contribuito con la sua energia e la sua carica espressiva a far conoscere in Italia e nel mondo una tradizione unica: lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, quando con “stupore e dolore” ha appreso della morte del musicista salentino Pino Zimba al quale è stato legato da un lungo rapporto di amicizia. “E’ stato un grande onore per me - ha detto ancora Vendola - averlo conosciuto e frequentato. Il battito grintoso delle sue mani sul tamburello resteranno un ricordo indelebile che conserverò per sempre”
Giuseppe Mighali (questo il vero nome) era l'erede di una famiglia di musicisti tradizionali di Aradeo, gli "Zimba", straordinari suonatori di tamburello, maestri indiscussi della pizzica-pizzica. Suo padre Francesco, fruttivendolo, da giovane era stato "pizzicato dalla tarantola", per cui ogni anno, con l'avvicinarsi della festa di San Paolo, il 29 giugno, doveva ballare fino allo sfinimento. La sua famiglia era solita ritrovarsi in una puteca de mieru, dove spesso le lunghe serate conviviali erano accompagnate dai canti e dal ritmo incalzante del tamburello. In quella cultura popolare Pino era cresciuto, e per tutta la vita ha continuato a diffondere i canti gioiosi e la musica travolgente appresa fin da piccolo.
All'inizio degli anni Novanta del secolo scorso, Zimba incontrò Edoardo Winspeare, che lo coinvolse nel suo progetto di "rivitalizzazione" della musica salentina, che poi ebbe come esito cinematografico Pizzicata (1996), in cui il regista di Depressa mise in scena il suo Salento magico e sensuale, ripreso prima degli sconvolgimenti portati dal "progresso". In quel film c'erano tutti, i vecchi eroi della musica salentina e i giovani "pizzicati"; e c'era anche lui, impegnato una "terapia musicale" di una tarantata insieme a Luigi Stifani, il mitico violinista di Nardò.
Ma è con Sangue vivo, il secondo lungometraggio di Winpeare - di cui è indiscusso protagonista in un ruolo ampiamente autobiografico, ultimo grande eroe di una cultura ormai in disfacimento - che Zimba emerge come grande talento naturale del cinema, in un Salento in bilico fra la tradizione ancora pulsante e le ferite fisiche e mentali di una modernità irrisolta.
Al clamore suscitato dal film seguì il successo dell'avventura musicale degli Officina Zoè, con cui ha portato i ritmi e i suoni del Salento in tutto il mondo. Avventura continuata, dopo la rottura con il gruppo originario, con Zimbaria, ensemble musicale che ha esaltato al massimo il suo grande e travolgente carisma.
Mi piace ricordare di lui anche un aspetto forse poco conosciuto. Molti della sua famiglia erano stati militanti del Partito Comunista Italiano, impegnati nelle lotte a fianco dei contadini, dei braccianti e delle tabacchine (e di questo resta traccia in molti loro canti, che contengono espliciti riferimenti politici). E a modo suo Pino aveva continuato quella tradizione, non lesinando mai il suo generoso contibuto alle iniziative dei sindacati e delle forze della Sinistra. (Vincenzo Santoro)
Su Pino Zimba e sull'importanza della famiglia Mighali nel contesto della tradizione della pizzica salentina è stato pubblicato nel 2004 un libro+ CD , "Zimba - voci suoni ritmi di Aradeo" (Ed.Kurumuny, via Palermo 13, Calimera) promosso dall'Istituto Diego Carpitella (vedi anche la nota bibliografica di Sergio Torsello). Giorgio di Lecce pubblicò nel 1994 una lunga intervista ad alcuni componenti della famiglia Zimba, in "La danza della piccola taranta" (ed. Sensibili alle Foglie). Altri cenni sui Zimba in Luigi Chiriatti, "Opillopillopiopillopillopa- Viaggio nella musica popolare salentina 1970-1998" (Ed.Aramirè, 1998).

Prima ancora che scoppiasse il polverone mediatico sulla ormai famosa "lista di proscrizione antisemita" erano già scoppiate furibonde polemiche sulla Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio) che quest'anno , secondo accordi precedenti, doveva avere come ospite d'onore l'Egitto, sostituito da Israele in occasione del 60° anniversario della nascita dello Stato d'Israele (la "nakba" o "disastro" per i palestinesi). Nel tentativo di ricostruire la polemica ho visitato i siti o i blog più coinvolti. La polemica è diventata così ingarbugliata e "trasversale" che non è facile offrirne una sintesi. Ho preferito quindi riproporre, per chi lo volesse, alcuni dei post più importanti, dai quali ognuno può orientarsi in merito. A mio avviso, comunque, questa polemica, che segue di poco quella relativa alla prevista Lectio ratzingeriana alla Sapienza di Roma, dimostra come sia in corso, da parte di stati, chiese e poteri forti, che si tratti di cattolici, massoni, neo-con, filo-israeliani, etc., un furibondo "assalto alla diligenza" di quel che resta della cultura pubblica e delle sue istituzioni. Con tanti saluti al "dialogo fra i popoli" del Mediterraneo.
Dibattito sul boicottaggio della Fiera del libro di Torino dedicata a Israele
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Un documento esplosivo e rivelatore sull'edizione 2008 della Fiera del Libro di Torino |
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Un documento ufficiale siglato dal segretario generale della Fiera del Libro Picchioni nel gennaio del 2007 (vedi la parte evidenziata in rosso) prevedeva che l'edizione del 2007 fosse dedicata ad Egitto. Le pressioni e le riunioni che l'ambasciata israeliana ha fatto con gli enti locali di Torino e del Piemonte, ha fatto modificare il programma originario e rivedere l'accordo con l'Egitto.
Colpisce e sorprende il silenzio di molti scrittori, intellettuali, giornalisti italiani presenti alla Fiera del Libro del cairo nel 2007 e che continuano a stare zitti. Vergognoso!!
Qui di seguito la documentazione: