geiger dysf

"Chi non ha conosciuto la tentazione di essere il primo nella comunità non capirà nulla del gioco politico, della volontà di assoggettare gli altri per farne degli oggetti, né intuirà gli elementi di cui si compone l’arte del disprezzo…" (E.Cioran)
giovedì, 28 febbraio 2008

Ciccio e Tore, la Gravina della Giustizia

ciccio(4)

Gravina, e nella casa dell'orrore
torna la pista della disgrazia

 

   Confesso che a volte vorrei dedicare qualche post a temi più leggiadri, per così dire,
viaggi, amori, paesaggi, giochi, arte, poesia, gastronomia, piaceri della vita piccoli e grandi,
come un normalissimo abitante di questo piccolo-grande-bello-terribile pianeta chiamato Terra. Ma poi inesorabilmente la cronaca nera-politica-bellica-etc. risucchia la mia attenzione come una grande idrovora. Lasciarsi prendere sempre dalla cronaca può diventare un gioco pericoloso o stupido, primo perché le priorità vengono dettate da altri secondo scalette non innocue, poi perché la cronaca è una grande divoratrice di notizie, e l’ultima caccia via nel dimenticatoio la precedente, in una corsa affannosa che annulla qualsiasi senso e riflessione. Allo stesso tempo, noi viventi di quest’epoca, non possiamo sottrarci spocchiosamente al nostro ambiente mediatico e culturale per ritirarci sulla torre d’avorio. E inoltre,  la cronaca mediatica e mediatizzata è il nostro racconto quotidiano, per cui , parafrasando il sociologo francese Jean Baudrillard (Il delitto perfetto, Lo scambio simbolico e la morte, etc.), sono in molti ad affermare che ormai è la realtà che imita la fiction, o il cinema anticipa la realtà: la rappresentazione precede l’evento.

“Le immagini, rappresentano il mondo e talvolta influiscono sulle circostanze o suggeriscono un modo di interpretare gli eventi. In una parola, esse elaborano l’evoluzione storica, “fanno” la storia, dei giorni che corrono così come quella scritta dagli storici” (Pierre Sorlin).

   Non è quindi un caso che la realtà, trattata ad abundantiam e con tutti i mezzi come cronaca e come comunicazione, possa essere interpretata, ad esempio, come un film dell’horror o un B-Movie, o qualsiasi altra forma drammatica o comica vi venga in mente.

   Riflettevo su questo, ieri sera, mentre guardavo Blob che ritrasmetteva alcune scene del film di Gabriele Salvatores Io non ho paura (tratto dal noto romanzo di Niccolò Ammaniti). Un ragazzo è stato rapito e nascosto sottoterra, e viene scoperto casualmente da un altro ragazzino che era andato lì a giocare con altri bambini. Il romanzo e il film sono ambientati in un assolatissimo Sud, che potrebbe stare fra il Tavoliere e l’Irpinia, fate voi. La citazione di Blob è riferita, ovviamente, al ritrovamento casuale e drammatico dei due ragazzini di Gravina di Puglia, Ciccio e Tore, in fondo a una cisterna di un palazzo diroccato, dopo due anni di inutili indagini, e con la grave accusa di omicidio a carico del padre, Filippo Pappalardi. E, colpo di scena, adesso è proprio la cosiddetta “conduzione delle indagini” a venir messa in discussione da quello stesso circo mediatico che finora non aveva fatto altro che prestar il fianco a tutte le romanzesche ipotesi e “piste” prodotte dall’ensemble Questura-inquirenti-Chi-l’ha-visto. Il Pappalardi, descritto con ampiezza di dettagli come il mostro da crocifiggere, il padre-padrone, il turpe schiavista, potrebbe venir riabilitato, a sonora rivincita del partito degli innocentisti, mentre nelle forche caudine dei meccanismi accusatori ed espiatori potrebbero precipitare gli stessi inquisitori. E viene quindi il dubbio che le stesse Forze dell’Ordine, la stessa Giustizia, imitino, che so, “La Squadra” (1-2-3-etc.), che cioè in sostanza i meccanismi e le procedure d’indagine e di accusa interagiscono assai più profondamente di quanto si creda  con la fiction, cioè con la necessità di “drammatizzare” e di “sceneggiare” gli eventi. Non dico nulla di nuovo, perché la Giustizia è sempre stata considerata come una forma di Teatro, e ogni delitto ha la sua scena. E basti pensare la ricchissima tradizione, letteraria e cinematografica, del genere poliziesco e giudiziario, da Edgar Allan Poe in poi.

   Le polemiche, naturalmente, verranno presto dimenticate, e la cronaca si occuperà d’altro, e i giornalisti del resto “devono mangiare” e in Questura devono comunque tornare. Epperò, secondo me, sono proprio questi momenti critici ad illuminare, ad aprire spiragli sui meccanismi di fondo della Giustizia e della Polizia, o meglio, di tutta la connection Questura-giornalisti-Protezione Civile e chilhavisti del lunedì. E così per una volta, e per alcune ore, gli indagatori saranno indagati. Ma è l’eccezione che conferma la regola. Perché, se il complesso delle procedure ha fatto tilt su un punto, potete essere certi che recupereranno alla grande. Almeno fino al prossimo “buco nero”.

 

   E, come esempio di quello che dico, leggetevi l’articolo su “Repubblica” dell’ottimo Attilio Bolzoni. E poi, “riparliamone”.

 

 pappalardi e rosa carlucci

Indizi fragili, suggestioni, false piste: i buchi neri di un'indagine
che adesso rischia di sgretolarsi. Tra intercettazioni e microspie

 

 

La caccia al colpevole perfetto
e l'inchiesta è finita in un pantano

dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI

 

 

GRAVINA IN PUGLIA (Bari) - L'inchiesta ha tanti buchi quanti ce ne sono nel ventre di Gravina in Puglia. Il padre era il colpevole perfetto e sembra proprio un brutto pasticcio giudiziario quello che si sta per rivelare intorno alla morte di Francesco e Salvatore, i fratellini ritrovati in fondo a una caverna. Errori, passi falsi, incertezze investigative.

Il "caso" è raccontato soprattutto da una frase, due righe scritte da quei magistrati di Bari che hanno deciso l'arresto del padre per l'omicidio dei suoi figli. È alla pagina 165 dell'ordinanza di custodia cautelare contro Filippo Pappalardi: "Sarà sua cura, se lo vorrà, spiegare a questa Autorità Giudiziaria dove li abbia portati e, soprattutto, dove gli stessi siano attualmente". I procuratori hanno praticamente chiesto all'imputato di fornire le prove che loro non avevano trovato. È la sintesi di un'investigazione, il riassunto di diciassette mesi di ricerche.

È la fine del novembre del 2007, il padre violento è appena finito in carcere per avere ammazzato i due bimbi, l'inchiesta è chiusa e con una rapidità sorprendente - 15 minuti è il conto che fa Angela Aliani, l'avvocato di Pappalardi - il Tribunale del riesame conferma l'impianto accusatorio che indica nel violento autotrasportatore l'assassino di Salvatore e Francesco.

"Filippo Pappalardi non può confessare quello che non ha fatto, è incredibile, i procuratori dicono che è stato lui a uccidere i suoi figli senza però dimostrarlo con gli atti", accusa sempre l'avvocato Aliani dopo aver letto le carte sull'arresto del padre padrone. E denuncia, dopo il Tribunale del riesame: "Quei giudici sono senza pudore, poco più di un quarto d'ora per decidere su una situazione così complessa, significa che sapevano già come sarebbe andata a finire prima di entrare in camera di consiglio: scandaloso".

Bisogna cominciare dalla fine per ricostruire questa inchiesta che vacilla sempre di più dopo la scoperta dei corpicini, la loro posizione in fondo al pozzo (erano distanti uno dall'altro, segno inequivocabile che erano ancora vivi, che uno dei due si è spostato di almeno quindici metri), il luogo inaccessibile senza essere visti da qualcuno, la frattura del femore del bambino più grande. Bisogna cominciare da quell'ordinanza di custodia cautelare quando i magistrati arrivano all'assassino. Interpretando malamente parole intercettate. Credendo frettolosamente a una tardiva testimonianza. Lasciandosi trasportare da suggestioni per azzardare ipotesi che oggi sembrano smentite dai fatti.


Per esempio. Nell'atto di accusa i magistrati scrivevano ancora: "Solo la perfetta conoscenza del territorio, l'indagato ha fatto anche il pastore, poteva agevolare l'occultamento dei cadaveri rendendo vane le ricerche fin qui operate in un luogo impervio come quello della Murgia ricca di gravine e pozzi".

Il pozzo della morte non era così lontano, appena cinquecento metri dalla piazza Quattro Fontane, il centro di Gravina in Puglia, l'ultimo posto dove - secondo l'accusa - avevano avvistato Francesco e Salvatore. Era stato controllato quel pozzo ma distrattamente, qualcuno si era avventurato sul precipizio di quella "bocca" sul terrazzino del caseggiato abbandonato, aveva gettato un'occhiata in fondo e poi se n'era andato. Non aveva visto niente. È stato un controllo scrupoloso? E come si fa un controllo scrupoloso dentro un pozzo quando si cercano i cadaveri di due bambini? Con una torcia? Con i vigili del fuoco? Scendendo con le corde nei sotterranei?

Quello che sappiamo di sicuro è che i "soccorsi" di lì sono passati, hanno lasciato una freccia di vernice rossa e se ne sono andati. Francesco e Salvatore c'erano ma non li hanno trovati. I soccorsi? Quali soccorsi? "Le ricerche sono scattate solo il giorno dopo la scomparsa dei bambini", ricorda l'avvocato Aliani.

In verità la ricostruzione della polizia è un po' diversa. Alle 23,50 del 5 giugno 2006, Filippo Pappalardi e la sua compagna Rosa Ricupero si sono presentati al commissariato. Parlano con un poliziotto, raccontano che Francesco e Salvatore si sono allontanati "e comunque non sporgono una formale denuncia di scomparsa". Un paio di ore dopo, "esattamente all'1,40 del mattino del 6 giugno, il Pappalardi si portava nuovamente presso il commissariato senza entrarvi, citofonicamente, comunicava di non avere ricevuto più notizia dei suoi figli".

Alle 7 il padre è contattato telefonicamente dai poliziotti del commissariato di Gravina, gli chiedono se ha trovato Francesco e Salvatore, lui risponde di no. Invitato a tornare in commissariato, dice che non può, sta lavorando. È in quel momento che, a torto o a ragione, nasce il primo sospetto sul padre "assassino".

Il resto dell'indagine sono quasi due anni all'inseguimento di un indizio. La pista "romena", le sette sataniche, i pedofili. E di voci captate ai telefoni o dalle microspie. Quella del padre più di tutte. Una mattina è con suo cognato Giuseppe, sono in campagna per dar da mangiare ai cani. Filippo dice al cognato: "È da sabato o da domenica che non vengo qua, dovessero pure morire i cani qua". È una tipica espressione dialettale ma quelle sono parole che lo inchiodano, quel "pure" porta Filippo Pappalardi in galera. Anche se le ruspe scavano e scavano in quel terreno ma non trovano niente.

Un'altra telefonata intercettata, un altro indizio contro il padre: "Mai successa la morte di due fratelli, eh". Filippo Pappalardi "dava per scontato" che i suoi figli non ci fossero più. Quindi sapeva, lo sapeva soltanto lui, perché lui li aveva uccisi. Il profilo dell'indiziato si adattava ai sospetti: prepotente e manesco. Anche la sua miserabile vita era quella ideale per un assassino.

La sua tragica storia familiare, la sua provenienza sociale, i suoi modi selvatici, la sua strafottenza nei confronti dei magistrati che l'avevano interrogato per due volte. L'identikit di un omicida perfetto. Un colpevole "a tutti i costi". La giustizia, si sa, è uguale per tutti.


(28 febbraio 2008)

postato da doktorgeiger alle ore febbraio 28, 2008 16:26 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni, cinema, news, giornalismo, informazione, morte, attualitĂ , capri espiatori
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martedì, 26 febbraio 2008

Dalla nomenklatura all'oligarchia

 Putin_Sarkozy

 L’altro giorno a Che tempo Che fa, Garry Kasparov, noto campione mondiale di scacchi e più recentemente uno degli esponenti di punta del movimento di opposizione “L’altra Russia”, ha a mio avviso pronunciato una frase lapidaria estremamente efficace a proposito dell’oligarchia russa al cui vertice risiede Putin, che dovrebbe farci riflettere e che potrebbe applicarsi anche alle oligarchie occidentali:

 

tutti i redditi vengono privatizzati

mentre tutti i costi vengono nazionalizzati”

 (riferendosi a  Gazprom; ieri  me la ricordavo mentalmente così, in maniera leggermente diversa:

socializzazione delle perdite/privatizzazione del profitto” ).

  Non è un trattato di economia, ma rende bene l'idea.

 

GazpromBillboardMoscow665_385 RMJM Gazprom

postato da doktorgeiger alle ore febbraio 26, 2008 18:14 | link | commenti (4)
categorie: politica, riflessioni, news, tecnologia, interviste, economia, impero, attualitĂ 
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lunedì, 25 febbraio 2008

Catena umana a Gaza


catena umana


Catena umana pacifica a Gaza lungo la frontiera, contro il blocco.

Migliaia di Palestinesi, in particolare scolari, hanno formato stamattina una catena umana a Gaza per protestare contro il blocco israeliano.

Le forze di sicurezza israeliane si tengono pronte a fronteggiare qualsiasi sfondamento della frontiera.

Sotto una leggera pioggia i manifestanti si sono allineati sull’asse Salahedine che attraversa la Striscia di Gaza da Rafah al sud fino a Beit Hanoun a nord, per circa 40 km.

Alla fine della mattinata, un gruppo riunito a Beit Hanoun comincia a marciare verso Eretz, il principale punto di passaggio fra la Striscia di Gaza e Israele.

Aerei israeliani sorvolano il settore.

Sui cartelli dei manifestanti si legge: “L’assedio di Gaza non farà che rafforzarci”, “Il mondo ha condannato a morte Gaza”, “Salvate Gaza”. Canzoni patriottiche vengono diffuse da sound systems a bordo di camions.

Questa manifestazione è stata organizzata dal Comitato Popolare contro l'Assedio a Gaza, organizzazione che raggruppa palestinesi di tutte le tendenze contro l'embargo che ha trasformato Gaza nella più grande prigione a cielo aperto del mondo (modello 1997 Fuga da New York).


 


postato da doktorgeiger alle ore febbraio 25, 2008 22:53 | link | commenti (4)
categorie: politica, guerra, impero, informazione, attualitĂ 
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domenica, 24 febbraio 2008

Il tempo non muore mai


"I vivi non sanno nulla. Insegnatemi, o morti a morire senza paura, o almeno senza orrore. Perché la morte è un nonsenso, proprio come la vita."

agonia

 

   Prima della pioggia


“Con stridìo gli uccelli fuggono nel cielo nero,

la gente tace,

il sangue mi duole nell’attesa”

 (Misa Selimovic)

 
   Mentre macedoni e albanesi si dividono fra "noi" e "loro" nel contesto dello smembramento dell'ex Jugoslavia e delle faide interetniche, il ritorno del famoso fotoreporter Aleksander alla sua "terra natìa" si rivela essere qualcos'altro da quello previsto.

   Il funerale di Aleksander Kirkov, nel film Prima della pioggia diretto dal regista macedone Milcho Manchevski/(1994) (colonna sonora del gruppo di Skopje Anastasia):





www.manchevski.com.mk/
alcune riflessioni di babsi jones


"Il tempo non muore mai - il cerchio non è rotondo"

Prima della pioggia (Before the Rain) è il primo lungometraggio di Manchevski, regista macedone, vincitore del Leone d’oro a Venezia nel ’94. Il film a struttura circolare, con numerosi rimandi interni, è diviso in tre capitoli, ognuno con un titolo diverso: Parole, Volti e Immagini. Tre episodi paralleli destinati tragicamente ad incrociarsi tra loro.
Nel primo capitolo, ambientato in Macedonia, Kiril, giovane monaco ortodosso votato al silenzio, vive in un convento sulla riva dell’incantevole lago di Okhrid, al confine con l’Albania. Una sera scopre che nella sua cella si è nascosta Zamira, una ragazza albanese, braccata da un gruppo di uomini macedoni armati: l’accusano di aver ucciso un loro “fratello”. Per proteggerla Kiril decide di fuggire insieme a lei nella notte e rompere il voto, le promette di raggiungere Londra, dove vive suo zio, fotoreporter affermato. Al mattino vengono raggiunti dai parenti albanesi di Zamira, che uccidono la ragazza.
In “Volti” siamo a Londra: una donna inglese, Anne (Katrin Cartlidge), redattrice in un’agenzia, si incontra con Aleksander (Rade Serbedzija), l’uomo con cui ha una relazione. Aleksander è un famoso fotografo di origine macedone, che ha appena vinto il premio Pulitzer ed è appena tornato dalla Bosnia, sconvolto dalla guerra e da un rimorso: pensa di aver ucciso qualcuno anche solo con lo scatto della macchina fotografica. Vuole tornare in Macedonia, abbandonare per un po’ il lavoro, e chiede alla donna di seguirlo. Anne è combattuta, a Londra ha ancora il marito con cui i rapporti sono ormai logorati. La sera in cui gli rivela di essere incinta e di voler divorziare, nel ristorante in cui cenano, irrompe un uomo armato, probabilmente un serbo, che spara nel mucchio e uccide il marito.
Nel terzo episodio Alekxander, tornato in Macedonia in cerca di quiete, si trova coinvolto invece nel conflitto fra i suoi parenti macedoni e i vicini albanesi. Vorrebbe incontrare la donna che ha amato in gioventù, ma ogni contatto con gli albanesi è pressoché impossibile. Il giorno successivo, scopre che i suoi parenti tengono sequestrata la figlia della donna, che é Zamira. Sceglie di proteggere la ragazza e subisce la vendetta dei propri cugini.

E’ difficile stabilire un rapporto cronologico tra gli episodi, perché le azioni, soprattutto tra il primo e il secondo, tendono parzialmente a sovrapporsi e a non coincidere perché “il cerchio non è rotondo”. Viene così messa in crisi la circolarità della struttura attraverso quelli che lo stesso regista ha definito “paradossi temporali”, ovvero le varie incongruenze che si verificano nel film, quasi degli slittamenti nella curvatura del tempo, che impediscono alla vicenda di ripetersi esattamente identica nel gorgo del divenire temporale. Se, come si intuisce alla fine, il funerale del primo episodio è quello di Aleksander, come fa lui stesso a fotografare il corpo inerme di Zamira? L’immagine, che ritrae la morte della ragazza, si rivela nuovamente ambigua, funge da immagine-affezione e condiziona imprescindibilmente la rottura di quella circolarità degli eventi che sembrava fatale e necessaria. Alexander, dunque, può, da morto, fotografare il decesso di Zamira, mentre Anne può ricevere una telefonata da Kiril, ma questi non aver ancora assistito alla morte di Zamira, e ancora Anne può avere le foto di Alexander seppure non sia ancora partito. “Tali paradossi squarciano davvero la barriera del tempo non per definire l''assurdo' ma, anzi, per aprire al 'possibile', per creare dei varchi, delle uscite e delle soluzioni. Il cinema diventa in Manchewski l’infinita ipotesi da scrivere e riscrivere, ripercorrendola, rifacendola in un gioco continuo di dettagli - di 'parole', 'volti' e 'immagini', appunto - che spostano, fanno slittare gli esiti, sconfinandoli nell''altrove'”

Più volte nel film ritorna il motivo dell’imperfezione del cerchio, nelle parole dell’anziano monaco “Il tempo non muore, il cerchio non è rotondo”; in una frase simile su un muro londinese o “Il tempo non aspetta; il cerchio non è rotondo”, pronunciata da un altro personaggio. La storia non si ripete o almeno non del tutto. Forse conta più la successione che il riannodarsi delle immagini, testimoniando quello spiraglio di speranza, di cui parla Manchevski, che si può intravedere nella drammaticità del film. Se alla fine la ragazza corre verso il convento, corre verso la salvezza, visto che il fotografo è morto e non potrà scattare la foto. Ma il regista infonde ambiguità anche in questa sequenza. Allo stesso tempo se è un messaggio di speranza, il non ripetersi della storia (la ragazza morta nel primo episodio potrebbe non essere uccisa nel terzo) può contenere un messaggio d’angoscia mass-mediologica, come lo definisce Alberto Crespi con l’accezione del dubbio: “Senza foto, non c’è la morte, perché ciò che non è testimoniato, non documentato, non esiste?”.

Nel suo alternarsi tra la Macedonia e Londra, Manchevski dà vita a un film degli “opposti”. Il silenzio monacale opposto al crepitare delle mitragliatrici; la Macedonia antica e ricca di storia che si scontra con la Londra moderna e consumistica; un fotografo specchio della realtà, in contrapposizione all’inesorabile crudezza della vita. Ai contrasti che la pellicola crea nell’intricato intreccio narrativo corrispondono altrettante unioni. Sia tra i personaggi che vivono contemporaneamente in luoghi diversi e distanti, fisicamente o con la propria immagine fotografata, sia perché scopriamo gradualmente come i protagonisti del film siano, tra loro, parenti o comunque strettamente legati: Kiril è nipote di Aleksander; Zamira è figlia della donna che il fotografo aveva amato. Si trovano, anche a loro insaputa, su fronti opposti durante il conflitto interetnico, come spesso è accaduto in Jugoslavia, dove si sono fronteggiati ex-vicini, abitanti degli stessi villaggi.

Manchevski con Prima della piogga ha sviluppato un proprio stile registico, ricco di riferimenti cinematografici. Se l’inizio del primo episodio potrebbe far pensare all’Infanzia di Ivan (1962) di Tarkovski, bastano pochi minuti per smontare questa prima influenza. La sequenza in cui Kiril entra in camera e scopre Zamira dura un minuto in cui si condensano almeno quindici tagli di montaggio, campi esasperati, tagli di luce sui primi piani. Al mattino arrivano i miliziani macedoni alla ricerca della ragazza, in un’atmosfera quasi western. Si delinea così un’importante fonte ispirativa, Sam Peckinpah, a cui Manchevski è particolarmente legato (come si è potuto notare, tra l’altro, nel suo secondo lungometraggio, Dust). A parte la sequenza, di cui si è detto, il primo episodio è scandito da un ritmo più lento, in cui si alternano campi lunghi di paesaggi lunari a scene di sottesa violenza, rispetto al secondo ambientato a Londra, caratterizzato da un montaggio incalzante, affine al cinema contemporaneo nord-americano. Anche in questo capitolo pare però di scorgere, qualcosa di inconsueto, a proposito della sequenza del ristorante con il dialogo tra Anne e il marito: “nella forza oscura che raggiunge la coppia quella sera sembra di sentire la precisione fantastica e geometrica del Kieslowski di Film Rosso” .

Convivono in Manchevski due anime diverse in bilico e senza ansie di equilibrio: una occidentale e l’altra est-europea, non prive di contatti e contaminazioni. Un approccio “cosmopolita” che rispecchia il suo essere e la sua vita, quella di un uomo che si sforza “di vivere a Skopje e di lavorare a New York” come lui stesso ha dichiarato. Di certo non può stupire, se scorriamo il suo curriculum, come invece successe, anche positivamente, a Venezia nel ’94. Manchevski ha, infatti, vissuto e lavorato molto negli Stati Uniti, come regista di videoclip e pubblicità. Il carattere cosmopolita dell’opera si manifesta inoltre nella babele linguistica del film (macedone, albanese, inglese e francese) e nella colonna sonora che spazia dai brani inediti degli Anastasia, gruppo macedone che mescola folk tradizionale ed elettronica, all’hip-hop dei newyorkesi Beastie Boys (che risuona nel walkman del miliziano macedone), da Lene Hovich, cantante americana di origine jugoslava (“Home” è il pezzo che apre il secondo capitolo), a Bob Dylan, citato esplicitamente da Aleksander, quando a due passi da un cimitero londinese pronuncia: “A hard rain’s gonna fall” (titolo di una delle canzoni più politiche del cantautore). Gli episodi intrecciati tra loro in maniera “atemporale” ricordano Mystery Train di Jim Jarmush (1989), e si ricollegano ad alcuni stilemi stilistico-narrativi sviluppati dal cinema contemporaneo di cui anche Manchevski può essere considerato uno degli autori più interessanti: Pulp fiction (1994) di Tarantino non arrivò prima, bensì lo stesso anno di Prima della Pioggia. L’atemporalità richiama, inoltre, nel film una dimensione mitica, che il regista pone in dialogo critico e simbolico con il presente e la realtà. Nel terzo episodio, che chiude e contemporaneamente riapre il cerchio del tempo, Aleksander tornato in Macedonia, ritrova una realtà che non gli appartiene, che non conosceva. Non ne poteva più di sangue e di guerra, della Bosnia e di Londra, ma scopre che l’odio fratricida non ha risparmiato la sua terra dimenticata. Sono con buona probabilità presenti elementi autobiografici nella costruzione del personaggio di Aleksander. Al suo ritorno il fotoreporter non ritrova più le sue radici, spaesato, davanti ad una situazione che non comprende, diventa apolide, lacerato da un senso di colpa per aver scattato le foto di una fucilazione, dopo aver confessato ad un militare la sua frustrazione per essere a corto di foto sensazionali. “Sta per piovere” sono le ultime parole che pronuncia, guardando il cielo di nuvole nere, un’immagine che ricorre frequentemente nel film, la cui diegesi si svolge tutto prima della pioggia, tranne le ultime inquadrature. Quando cade finalmente la pioggia, forse catartica, anche sul volto di Zamira in fuga verso il monastero.
postato da doktorgeiger alle ore febbraio 24, 2008 17:47 | link | commenti
categorie: musica, cinema, guerra
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venerdì, 22 febbraio 2008

La pioggia di Bob Dylan

BOB DYLAN, A Hard Rain’s Gonna Fall

 

 

Oh, where have you been, my blue-eyed son?
Oh, where have you been, my darling young one?
I've stumbled on the side of twelve misty mountains,
I've walked and I've crawled on six crooked highways,
I've stepped in the middle of seven sad forests,
I've been out in front of a dozen dead oceans,
I've been ten thousand miles in the mouth of a graveyard,
And it's a hard, and it's a hard, it's a hard, and it's a hard,
And it's a hard rain's a-gonna fall…


 it.youtube.a hard rain

 

   "Scrissi quella canzone ai tempi della crisi dei missili a Cuba. Mi trovavo in Bleecher street di notte assieme ad altra gente e ci chiedevamo preoccupati se la fine del mondo fosse prossima. Avremmo mai visto l'alba del giorno seguente? Era una canzone di disperazione... Cosa potevamo fare? Come potevamo controllare le persone che erano in procinto di annientarci? Le parole mi vennero fuori in fretta, molto in fretta...Era una canzone di terrore; frase dopo frase dopo frase cercando di catturare il feeling procuratomi dalla sensazione del nulla"   (Bob Dylan)

 

 the freewheeling bob dylan_

   Di Bob Dylan s’è detto tutto, per cui non la menerò più di tanto. L’argomento è la “pioggia”, la pioggia atomica, nucleare, radioattiva. Questa ballata venne scritta, com’è noto, al tempo della crisi dei missili a Cuba nell'ottobre del 1962, ma aveva per lo stesso Dylan, un significato più ampio, biblico e cabalistico, ad es.: "Ho inciampato sul fianco di DODICI montagne nebbiose, ho camminato e strisciato su SEI strade tortuose, ho camminato nel mezzo di SETTE tristi foreste, sono stato di fronte a DODICI oceani morti..."). Secondo alcuni Dylan scrisse A hard rain's a-gonna fall dapprima sotto forma di poesia e solo in un secondo momento venne musicata. In ogni caso era un adattamento da una Ballata di Lord Randal, e che fosse stata immaginata come canzone lo confermerebbe anche l’ultima frase: “conosco la mia canzone prima ancora di cominciare a cantarla”. Il lato curioso è che questa ballata era diffusa anche in Germania e in Italia. La ballata italiana era forse la più antica, particolarmente in Piemonte, dove era nota come L’Avvelenato:

 

   Dove si sta' iersira figliol, mio caro fiorito e gentil, Dove si sta' iersira?”

      Son sta' dalla mi dama, signora, Mama il mio core sta mal

      Son sta' dalla mia dama, ohime ch'io moro ohime etc.”

 

   Questo invece l’incipit della versione scozzese e inglese

            

             O where ha you been, Lord Randal, my son ?

              And where ha you been, my handsome young man ?”

              “ I ha been at the greenwood; mother, mak my bed soon,

              For I'm wearied wi hunting, and fain wad lie down”

              “An wha met ye there, Lord Randal, my son ?

             An wha met you there, my handsome young man ?”

             “O I met wi my true-love; mother, mak my bed soon,

              For I'm wearied wi hunting, and fain wad lie down

 

   Come si può notare, la ballata di Dylan è una versione moderna della risposta del figlio, attualizzata ai tempi della crisi atomica del 1962. Nella ballata originale il protagonista viene avvelenato durante una cena offertagli dalla fidanzata. In A Hard Rain’s  l’avvelenamento è più generale, costituito dalla “dura pioggia” nucleare che rischia di abbattersi sul mondo intero.

Questa visione apocalittica è in parte biblica e in parte ripresa dalla tradizione pittorica e lirica sui “disastri della guerra” (Goya, Picasso,Garcia Lorca, Rimbaud, Ginsberg) ed è realizzata tramite una semplice struttura di domanda e risposta, e l’accumulo in successione di impressionanti immagini di morte. La pioggia però può significare tanto la distruzione della vita quanto una speranza di purificazione.

   E’ significativo che la copertina dell’album The Freewheeling Bob Dylan sia, in contrasto coi temi delle ballate, abbastanza serena: Dylan e la sua ragazza Suze_Rotolo che passeggiano per le vie del Greenwich Village  in atteggiamento piuttosto tenero. Orrore e tenerezza, insomma. Ma anche impegno politico e personale (Suze era infatti anche una attivista politica, oltre che attrice di teatro).

   In questo senso freewheeling, “a ruota libera”, può significare sia l’andare a zonzo liberamente, sia la fuga o il viaggio: la fuga attraverso “le dodici montagne nebbiose” e le “sette tristi foreste”, come fuga da un mondo disperato e sofferente alla ricerca di una vita migliore (tema tipico dei bluesman). Probabilmente la differenza sta in questo: che nel blues è più evidente la funzione momentaneamente catartica del canto, mentre in Dylan prevale il rifiuto di una realtà che non si vuole accettare. Infatti, mentre il blues dei neri è destinato a restare una sub-cultura, i folksinger come Dylan o Joan Baez si apprestano a diventare “the voice of a new generation”. Ma, come disse qualcuno, “questa è un’altra storia!”
postato da doktorgeiger alle ore febbraio 22, 2008 17:50 | link | commenti
categorie: musica, tempo, video
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mercoledì, 20 febbraio 2008

Operazione Balcani

 goya_3mai 

Fin dai tempi della Prima Guerra del Golfo si poteva assistere, durante i telegiornali delle principali reti tv, a una sorta di ricambio delle presentatrici e dei presentatori, sostituiti improvvisamente da strani figuri impettiti e seriosi paracadutati da chissà quali cieli. Marziani o omini della CIA’? Forse né l’uno né l’altro, ma soltanto uomini di Relazioni Pubbliche incaricati di gestire la comunicazione di guerra. Perlomeno è quanto affermano Jorg Becker e Mira Beham nel loro libro Operation Balkan: Werbung für Krieg und Tod (Operazione Balcani – propaganda in favore della guerra e della morte), ovvero “la colonizzazione dei media da parte dell’industria delle relazioni pubbliche”.

L’ 80% di tutte le informazioni proviene dalle agenzie di relazioni pubbliche.

I giornalisti dipendono sempre più da queste agenzie sottomesse ad interessi particolari.

Questo fenomeno apparve chiaramente nel concetto di “embedded journalism” (“giornalismo integrato, incorporato») in occasione della guerra in Irak. Oggi il settore delle relazioni pubbliche si sviluppa assai più rapidamente del giornalismo. Nel 2001, il reporter tv Thomas Leif  ha richiamato l’attenzione sul  fatto che i rapporti fra giornalismo e relazioni pubbliche erano assimilabili alla prostituzione, e che esse favorivano le seguenti tendenze mediatiche:

postato da doktorgeiger alle ore febbraio 20, 2008 18:29 | link | commenti (3)
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lunedì, 18 febbraio 2008

E' NATO


peter handke

Sono sempre stato contrario allo smembramento della ex Repubblica Federale Jugoslava, voluta e imposta, nell’ordine, dalla Germania, dalla Chiesa Cattolica, dalle potenze europee, dagli USA, dalle Borse, dalla NATO, i quali hanno approfittato della dissoluzione dell’ex Unione Sovietica (e del patto di Varsavia) per piazzare le loro bandierine sul Grande Risiko balcanico all’insegna del “divide et impera”, distinguendo ovviamente fra “buoni”, quelli che “stanno con noi” (“sloveni”, “croati”, “mussulmani”) e “cattivi” (i “serbi”, che si “ostinavano” a voler tenere in piedi la Federazione, (e l’esercito federale) (in un contesto in cui oltre il 30% dei matrimoni era “misto”). Risultato: 7 (dicasi 7!) staterelli etnici che corrispondono a quelle che per noi non sono altro che delle Regioni, in cui al potere ci sono trafficanti, mafiosi e terroristi, con l’ultima tragica farsa, il Kosovo-UCK, che altro non è che una roccaforte NATO (un’alleanza “difensiva” recita lo statuto...ma vaffa’...) nel cuore dei Balcani. Ora immaginate che lo stesso accada in Italia, in Spagna, in Francia, in Inghilterra, etc. Non è fantascienza cyberpunk, potrebbe accadere. La cosiddetta “globalizzazione” può rimettere improvvisamente in discussione confini e nazioni che si davano per scontate, perché no? Le Potenze che decidono di avviare la spartizione non hanno altro da fare che sfruttare la storia, le secolari querelle fra nord e sud, fra Borboni e Savoia, perfino il modo di parlare e di mangiare, in altre parole, le “differenze etniche”, col plauso, s’intende, degli ex maoisti e terroristi di casa nostra che, abbandonate le incresciose “utopie universaliste”, si sono riconvertiti alla causa delle “piccole patrie”. I timori dunque legati alle allegre “etnicizzazioni” dei conflitti hanno già creato una spaccatura all’interno dell’Unione Europa che assai “diplomaticamente” ha lasciato ad ogni Paese membro la facoltà di riconoscere o meno lo stato fantoccio kosovaro.

   Peter Handke è stato uno dei pochissimi scrittori e intellettuali che in tutto il chiasso “anti-serbo” (cioè anti-federale) orchestrato astutamente dai media e da sedicenti “nouveaux philosophes” ex-maoisti, non si è bevuto il cervello e non si è schierato per ordine di scuderia, ma ha cercato di capire quanto stava accadendo realmente. L’intervista che qui ripropongo è del 1997, e ruota intorno a un libro che Handke aveva pubblicato l’anno precedente, "Giustizia per la Serbia - Viaggio d'inverno lungo i fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina", Einaudi ), un viaggio poetico e politico e storico allo stesso tempo.


   Peter Handke è il più grande drammaturgo contemporaneo di lingua tedesca.

Con il passare degli anni, diventano sempre più numerose le opere di Peter Handke - il più grande scrittore contemporaneo di lingua tedesca- sulla questione jugoslava.

Di Handke è il libro Gerechtigkeit fuer Serbien - Eine winterliche Reise zu den Flüssen Donau, Save, Morawa und Drina (Suhrkamp 1996 - nella versione italiana: "Giustizia per la Serbia - Viaggio d'inverno lungo i fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina", Einaudi 1996), nonchè una "Appendice estiva" al Viaggio d'Inverno, Sommerlicher Nachtrag zu einer winterlichen Reise (sempre per i tipi Einaudi nell'edizione italiana: "Appendice Estiva a un viaggio d'inverno", Einaudi 1997).
Entrambi i racconti, insieme a tutte le prese di posizione dell'autore contro la disinformazione e la demonizzazione del popolo serbo, hanno suscitato grande scandalo soprattutto nei paesi di lingua tedesca.

postato da doktorgeiger alle ore febbraio 18, 2008 18:52 | link | commenti (3)
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sabato, 16 febbraio 2008

Après la Fete - Riflessioni su feste e guerre


locust



Après la Fete

 

   In un mio post precedente del 9 febbraio, intitolato Radio Guantanamo, ho parlato di quel tipo di radio che diffondono quotidianamente Muzak o musica Middle of the road(MOR),  cioè quella musica o quei programmi di sottofondo che vengono incessantemente “sparati” nei luoghi di lavoro, di commercio o di transito (benzinai, dentisti, negozi, supermercati, centri commerciali, aeroporti, ascensori, navi, etc.), tipico esempio attuale di quella uniformità e standardizzazione che caratterizza il mondo reale, dal lavoro al consumo, in quanto estensione del regime di fabbrica  (della fabbrica sociale che tutti sottomette al ritmo incessante dei diktat dell’economia). Radio Muzak del condizionamento di massa, tanto più penetrante quanto più sembra passare quasi inosservata, che può diventare un vero e proprio strumento di tortura o di rimbambimento per chi vi è esposto costantemente.

  

   Ho perciò citato i cani di Pavlov, Arancia Meccanica, Guantanamo. Il titolo stesso, Radio Guantanamo, non ha l’intenzione di essere sensazionalistico o retorico, ma è la citazione di una scena del film di Michael Winterbottom, The Road to Guantanamo (2006), durante la quale un prigioniero del famigerato campo di detenzione viene sottoposto al bombardamento acustico di musica rock ad altissimo volume, nell’intento evidente di indebolirne le resistenze psico-fisiche per poi pilotare gli interrogatori. La sovrapposizione, o la sovra-esposizione, di una determinata tecnologia accomuna sia gli usi “civili” che militari, caratterizza la guerra permanente che non fa distinzione fra interno (“noi”) ed esterno (“loro”, i detenuti), se non per una differenza di intensità, qui definita “svago” o “consumo”, lì definita “guerra”. Fra “guerra” e “pace”, oppure fra divertimento e produzione, passano delle sottili, quasi invisibili, linee di confine estremamente mobili e permeabili, che può capitare facilmente di attraversare, come accade appunto a quei ragazzi inglesi di origine pakistana nel film di Winterbottom. Per questo le stesse tecnologie facilmente sovrappongono scene diverse, si dimostrano cioè estremamente commutabili e versatili.

 

   Qualche giorno dopo quel mio post ho letto su nazioneindiana  (13 febbraio) un interessante articolo-racconto di Luis de Miranda, intitolato “Una civiltà della festa e dell’oblio” che, parlando di un’altra sovrapposizione quasi casuale, sembra confermare le mie impressioni, e allo stesso tempo mi apre una finestra (o un link) su un interessante saggista e romanziere francese, quasi del tutto ignorato in Italia, Philippe Muray. Guarda caso, l’articolo in origine è stato pubblicato da LE MONDE  il... 9 febbraio: quando si dice la sincronicità! E De Miranda parla appunto di una sua sincronicità, che cerco di sintetizzare brevemente.

 

   In occasione di un suo viaggio in Polonia nel giugno del 2003 aveva con sé una piccola videocamera, con la quale girò, fra l’altro, delle immagini ad Auschwitz:

Non sono ebreo, i miei antenati sono cristiani e, se la mia memoria è buona, ho visitato questo campo con una motivazione da europeo medio: un terzo di curiosità, un terzo di senso del dovere, un terzo per meditare, in modo vago, su quello di cui sono capaci gli umani nei confronti di altri essere umani”.

   Rientrato a Parigi, De Miranda non ritenne opportuno conservare quelle immagini che gli apparivano neutre:
“ un cartello “Arbeit macht Frei”, delle palazzine in mattone che ricordavano stranamente un campus universitario inglese, delle foto allineate di deportati uomini e donne dallo sguardo insistente.: i fatti che si sono svolti ad Auschwitz mi sembrano appartenere a un altro mondo, a un ‘altra umanità, a una barbarie che mi pare estranea”.

   Così sullo stesso supporto girò altre immagini, questa volta in una discoteca parigina alla moda, La Suite. Il giorno dopo, volendo rivedere la registrazione, si accorse, che per caso o capriccio tecnico, le immagini di Auschwitz non si erano cancellate del tutto e riapparivano per momenti

fra i ballerini della Suite:

“Più giovane ho sofferto di non sapermi aggregare alla banalità delle conversazioni festive di gruppo...Il parallelo visuale tra i giovani festaioli superficiali di questo inizio secolo e i morti assurdi del secolo scorso avrebbe potuto apparire chic e choc, finchè non venne evocato il ricordo del saggista Philippe Muray (morto nel marzo 2006) il quale aveva elaborato la nozione di homo festivus:

  “Non ho intenzione di creare e ancora meno di esibire delle immagini scioccanti, maliziose o naïves, nonostante fossero intervenute ad illustrare in modo affascinante un parallelo tra l’homo festivus e la barbarie”. E così conclude:

   “Mi resta questa idea personale: allo stesso modo in cui l’umanità che ha prodotto Auschwitz mi sembra estranea, altra, lontana, lo è anche l’impressione che spesso ho avuto , con le dovute eccezioni, dalla mia adolescenza, nelle serate di festa con sconosciuti. I festaioli estasiati dal discorso minimalista e ripetitivo, che si incontrano nei luoghi dedicati alla festa mi sono spesso parsi appartenere a un’altra umanità, lontana, estranea e ho talvolta sofferto , più giovane, del fatto di non riuscire ad essere così futile, o se si preferisce, leggero.

Di qui la domanda: se uno non si sente di appartenere tanto all’umanità che ha prodotto Auschwitz né a quella che si agita al ritmo del fun standard, significa che le due umanità sono la stessa: un’umanità che preferisce non pensare e che taylorizza tanto i suoi crimini che le sue gioie?”.

 

   Finita la lettura del racconto di De Miranda, subentra necessariamente Philippe Muray o, per i cinefili, quel tipo di genere “catastrofico” in cui la festa si tramuta in rovina (“la festa che finisce male”), e di cui ho pure accennato in qualche post precedente (La Caccia, di Arthur Penn, Il giorno della locusta di John Schlesinger, etc.). Ai quali si potrebbero aggiungere, volendo, l’immaginario punk, post-punk, industrial, J.G.Ballard, W.Burroughs, etc.etc.

   L’interesse per Philippe Muray nasce appunto da questo suo “disprezzo del disastro contemporaneo”, quest’epoca in cui “il risibile si è fuso col serioso”, che lo porta a coniare il termine di “festivismo”, il quale ruota intorno alla figura emblematica del contemporaneo Homo festivus, definito come “il cittadino medio della post-storia, figlio naturale di Guy Débord e del Web”.

 

 

 

 


 


 

postato da doktorgeiger alle ore febbraio 16, 2008 18:46 | link | commenti (2)
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mercoledì, 13 febbraio 2008

CIAO PINO


pino_zimba

   La pizzica Salentina e la musica popolare italiana perdono un’interprete straordinario: il tamburellista e cantante Pino Zimba. Malato da tempo è morto mercoledì 13 febbraio, aveva 55 anni. Il funerale si terrà domani (giovedì 14) ad Aradeo alle 15,30.

  Personaggio carismatico amatissimo dal pubblico è stato una delle voci e dei volti della Notte della Taranta che lo vedeva ospite fisso sul palco, dove suonava il suo tamburello e le sue pizziche davanti a centinaia di migliaia di spettatori.

  Attore, oltre che musicista, è stato protagonista del film Sangue Vivo di Edoardo Winspeare. Con la sua formazione storica, l’Officina Zoè, con la quale, nel corso degli anni ha contribuito al rilancio della pizzica salentina, fino a farla diventare un oggetto di culto, ballata e cantata da centinaia di migliaia di persone nei festival e nelle piazze di tutta Italia.

   Nato ad Aradeo (Lecce), Zimba era uno dei più grandi interpreti della ‘pizzica’ salentina. Fino a quattro anni fa aveva espresso il meglio della sua abilità nel gruppo Officina Zoe, gruppo che aveva costituito nel ‘93 con altri artisti salentini, alla riscoperta delle tradizioni popolari musicali del Salento, e col quale aveva partecipato negli anni a numerose rassegne di musica etnica in Italia e all’estero. Abbandonata Officina Zoe, Zimba si è dedicato al suo nuovo gruppo, Zimbaria, col quale ha tenuto concerti nel Salento e in tutta Italia.

‘Il Salento ha perso il satiro della pizzica, un insostituibile istrione della cultura musicale popolare, che ha contribuito con la sua energia e la sua carica espressiva a far conoscere in Italia e nel mondo una tradizione unica: lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, quando con “stupore e dolore” ha appreso della morte del musicista salentino Pino Zimba al quale è stato legato da un lungo rapporto di amicizia. “E’ stato un grande onore per me - ha detto ancora Vendola - averlo conosciuto e frequentato. Il battito grintoso delle sue mani sul tamburello resteranno un ricordo indelebile che conserverò per sempre”

Giuseppe Mighali (questo il vero nome) era l'erede di una famiglia di musicisti tradizionali di Aradeo, gli "Zimba", straordinari suonatori di tamburello, maestri indiscussi della pizzica-pizzica. Suo padre Francesco, fruttivendolo, da giovane era stato "pizzicato dalla tarantola", per cui ogni anno, con l'avvicinarsi della festa di San Paolo, il 29 giugno, doveva ballare fino allo sfinimento. La sua famiglia era solita ritrovarsi in una puteca de mieru, dove spesso le lunghe serate conviviali erano accompagnate dai canti e dal ritmo incalzante del tamburello. In quella cultura popolare Pino era cresciuto, e per tutta la vita ha continuato a diffondere i canti gioiosi e la musica travolgente appresa fin da piccolo.
All'inizio degli anni Novanta del secolo scorso, Zimba incontrò Edoardo Winspeare, che lo coinvolse nel suo progetto di "rivitalizzazione" della musica salentina, che poi ebbe come esito cinematografico Pizzicata (1996), in cui il regista di Depressa mise in scena il suo Salento magico e sensuale, ripreso prima degli sconvolgimenti portati dal "progresso". In quel film c'erano tutti, i vecchi eroi della musica salentina e i giovani "pizzicati"; e c'era anche lui, impegnato una "terapia musicale" di una tarantata insieme a Luigi Stifani, il mitico violinista di Nardò.
Ma è con Sangue vivo, il secondo lungometraggio di Winpeare - di cui è indiscusso protagonista in un ruolo ampiamente autobiografico, ultimo grande eroe di una cultura ormai in disfacimento - che Zimba emerge come grande talento naturale del cinema, in un Salento in bilico fra la tradizione ancora pulsante e le ferite fisiche e mentali di una modernità irrisolta.
Al clamore suscitato dal film seguì il successo dell'avventura musicale degli Officina Zoè, con cui ha portato i ritmi e i suoni del Salento in tutto il mondo. Avventura continuata, dopo la rottura con il gruppo originario, con Zimbaria, ensemble musicale che ha esaltato al massimo il suo grande e travolgente carisma.
Mi piace ricordare di lui anche un aspetto forse poco conosciuto. Molti della sua famiglia erano stati militanti del Partito Comunista Italiano, impegnati nelle lotte a fianco dei contadini, dei braccianti e delle tabacchine (e di questo resta traccia in molti loro canti, che contengono espliciti riferimenti politici). E a modo suo Pino aveva continuato quella tradizione, non lesinando mai il suo generoso contibuto alle iniziative dei sindacati e delle forze della Sinistra. (Vincenzo Santoro)

   Su Pino Zimba e sull'importanza della famiglia Mighali nel contesto della tradizione della pizzica salentina è stato pubblicato nel 2004 un libro+ CD , "Zimba - voci suoni ritmi di Aradeo" (Ed.Kurumuny, via Palermo 13, Calimera) promosso dall'Istituto Diego Carpitella (vedi anche la nota bibliografica di Sergio Torsello). Giorgio di Lecce pubblicò nel 1994 una lunga intervista ad alcuni componenti della famiglia Zimba, in "La danza della piccola taranta" (ed. Sensibili alle Foglie). Altri cenni sui Zimba in Luigi Chiriatti, "Opillopillopiopillopillopa- Viaggio nella musica popolare salentina 1970-1998" (Ed.Aramirè, 1998).

www.pinozimba.it/

postato da doktorgeiger alle ore febbraio 13, 2008 21:39 | link | commenti
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martedì, 12 febbraio 2008

Guerre culturali: Boicottare la Fiera del Libro di Torino?

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 Prima ancora che scoppiasse il polverone mediatico sulla ormai famosa "lista di proscrizione antisemita"  erano già scoppiate furibonde polemiche sulla Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio) che quest'anno , secondo accordi precedenti, doveva avere come ospite d'onore l'Egitto, sostituito da Israele in occasione del 60° anniversario della nascita dello Stato d'Israele (la "nakba" o "disastro" per i palestinesi). Nel tentativo di ricostruire la polemica ho visitato i siti o i blog più coinvolti. La polemica è diventata così ingarbugliata e "trasversale" che non è facile offrirne una sintesi. Ho preferito quindi riproporre, per chi lo volesse, alcuni dei post più importanti, dai quali ognuno può orientarsi in merito. A mio avviso, comunque, questa polemica, che segue di poco quella relativa alla prevista Lectio ratzingeriana alla Sapienza di Roma, dimostra come sia in corso, da parte di stati, chiese e poteri forti, che si tratti di cattolici, massoni, neo-con, filo-israeliani, etc., un furibondo "assalto alla diligenza"  di quel che resta della cultura pubblica e delle sue istituzioni. Con tanti saluti al "dialogo fra i popoli" del Mediterraneo.


1. forumpalestina

 

Dibattito sul boicottaggio della Fiera del libro di Torino dedicata a Israele

Un documento esplosivo e rivelatore sull'edizione 2008 della Fiera del Libro di Torino

 

La Fiera del Libro di Torino del 2008 doveva essere dedicata all'Egitto ed invece è stata dedicata a Israele per dare rilievo alle celebrazioni del sessantesimo anno della sua nascita come Stato (e dunque della Nakba contro la popolazione palestinese).

Un documento ufficiale siglato dal segretario generale della Fiera del Libro Picchioni nel gennaio del 2007 (vedi la parte evidenziata in rosso) prevedeva che l'edizione del 2007 fosse dedicata ad Egitto. Le pressioni e le riunioni che l'ambasciata israeliana ha fatto con gli enti locali di Torino e del Piemonte, ha fatto modificare il programma originario e rivedere l'accordo con l'Egitto.

Colpisce e sorprende il silenzio di molti scrittori, intellettuali, giornalisti italiani presenti alla Fiera del Libro del cairo nel 2007 e che continuano a stare zitti. Vergognoso!!

 

Qui di seguito la documentazione:

postato da doktorgeiger alle ore f