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"Chi non ha conosciuto la tentazione di essere il primo nella comunità non capirà nulla del gioco politico, della volontà di assoggettare gli altri per farne degli oggetti, né intuirà gli elementi di cui si compone l’arte del disprezzo…" (E.Cioran)
martedì, 29 aprile 2008

La Tirannia

Alexis De Tocqueville

bosch
«Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene
volentieri... Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l'ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel
vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo».
 
Tratto da De la démocratie en Amerique di Alexis De Tocqueville, 1840.

BAUSTELLE, Il liberismo ha i giorni contati


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lunedì, 28 aprile 2008

Un punto di vista eclettico sulle elezioni

marx2

(pareri contro-versi)

Un punto di vista eclettico sulle elezioni

di Valerio Evangelisti

Azzarderò – pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento “La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.

Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo (come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di “sussunzione reale” (del lavoro al capitale). Una fase avanzata del capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina l’intera esistenza, non-lavoro incluso.

 

Pubblicato carmillaonline Aprile 28, 2008 10:17 PM

 

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venerdì, 25 aprile 2008

Sciovinismo operaio

 

SCIOVINISMO
Forma di patriottismo e di nazionalismo esasperato, che si risolve in una negazione dei valori e dei diritti degli altri popoli e delle altre nazioni. Il termine deriva dal nome del soldato napoleonico N. Chauvin, che per la sua fedeltà all'imperatore, protrattasi ben oltre Waterloo, divenne oggetto in Francia di canzoni e commedie popolari, nelle quali venne eretto a simbolo del patriota esaltato e fanatico.

 

   Di tutti i fattori che hanno determinato la sconfitta della Sinistra Arcobaleno (voto utile, astensionismo, Sinistra Critica  e PCL, destrutturazione del pensiero di sinistra, voto alla Lega etc.), probabilmente quello che colpisce di più l’immaginazione è il “voto operaio a destra” che, al di là delle percentuali e della ripartizione geografica, appare un dato costante. A sinistra, così si dice, votano insegnanti, studenti, impiegati pubblici, a destra operai, lavoratori autonomi, artigiani, imprenditori: grossolanamente, lo Stato da una parte, il “mondo del lavoro” dall’altra. La posizione di molti operai è più o meno quella espressa nell’articolo di Maurizio Pagliassotti su Liberazione del 16 aprile dal titolo “Mirafiori ha bocciato l’Arcobaleno: “Pensa solo a froci e zingari, non a noi”:

   "Quando parlano alla televisione quelli di sinistra io non capisco un cazzo. Usano paroloni... la globalizzazione... il movimento... Tutte menate, a noi interessa lo stipendio, vivere un po’ meglio, avere due soldi in più in tasca. Basta. Rifondazione dice che è stata una vittoria aver ritirato le truppe dall’Iraq e io rispondo: e a me cosa ne viene in tasca?”.
   "la lega più vicina ai lavoratori"

   "la sinistra pensa solo a froci e zingari, non a noi".
   “Un partito che difende i ladri (rumeni, ndr) che rubano nelle nostre case, incapace di farci aumentare gli stipendi che sono da anni sempre uguali. Ho votato Lega”.
   ”Ma noi cosa c’entriamo con Pecoraro Scanio? L’ambiente? Sì è importante ma io voglio sentire suonare altre corde, quelle che mi toccano direttamente”.

Gli operai sono preoccupati dal crollo delle vendite di auto in Europa, altro che ambiente e guerra e froci e zingari.

 

   Su questo “voto operaio a destra” andrebbero comunque fatte molte precisazioni di tipo statistico e geografico, per non scadere nel folclore antropologico. Né del resto è una novità, visto che sono parecchie elezioni che il fenomeno si ripete. La stessa categoria di “operai” si riferisce a una molteplicità di figure lavorative (lavoratori autonomi, “partite IVA”, auto-imprenditori, piccole imprese, laboratori, servizi,  etc.) che è letteralmente proliferata a partire dalle grandi ristrutturazioni produttive degli anni Settanta, al di fuori della tradizionale figura dell’operaio delle grandi concentrazioni industriali.

  Tutte queste nuove figure esulano, in gran parte, dal sindacato (ma anche da altre forme di associazione autonome) e si riconoscono piuttosto nelle gerarchie delle “filiere” produttive, per cui anche il più modesto operaio è legato mani e piedi ai destini della propria azienda o del proprio comparto, piuttosto che a una idea generale di “classe operaia” come fondatrice di “diritti” e di “liberazione” (dallo sfruttamento).

   Costretto a competere con gli altri operai per migliorare la propria condizione di lavoro e di reddito, ogni operaio è ridotto alla condizione di “soldato”  della propria “squadra” o del proprio “reparto” , punito o premiato, cacciato o promosso a seconda della sua performance. E’ la mistica del sacrificio, dell’ “io mi faccio un culo così, dall’alba al tramonto, mentre voi, parassiti, proteggete froci e zingari”. Peggiore è la condizione del lavoro, più viene esaltata questa mistica del sacrificio. Anche morire sul posto di lavoro diventa, per molti di costoro, una "tragica fatalità" (fatte salve le solite lacrime di coccodrillo).

   Forse non è un caso, quindi, che l’esercito della forza-lavoro torni ad esprimersi in termini militaristici, apertamente xenofobi e razzisti, quanto più il singolo operaio atomizzato è sottomesso alla disciplina e alla gerarchia aziendale, e alla disciplina del capitale in generale, di cui diventa il fedele esecutore. Più è sottomesso, più è rabbioso. Invece di riconoscersi in un’interesse comune con gli altri operai, pensa solo a se stesso.

   Non bisogna dimenticare che all'ultimo gradino del "mondo del lavoro" in genere vi sono i milioni di immigrati che svolgono i lavori più umili nelle condizioni peggiori, senza diritti ed esclusi dal voto (esclusi quindi da diritti di cittadinanza ma anche dalle statistiche elettorali), verso i quali anche l'ultimo dei manovali autoctoni si sente "superiore" e può sfogare il proprio malcontento - verso i quali non a caso si scatena tutta la paranoia securitaria, di destra e sinistra, primo per sottometterli secondo per compensare gli "operai di destra" del loro asservimento e del loro riflesso "d'ordine", terzo perchè il potere è memore che le lotte operaie degli anni Sessanta-Settanta in tutta Europa ebbero come protagonisti gli immigrati, - in Italia gli immigrati dal Sud, e furono questi a scardinare il comando nelle fabbriche delle grandi concentrazioni industriali, non certo le "aristocrazie operaie". (*) 

   Al posto dell'interesse comune, negli operai autoctoni subentra allora una identità esterna al proprio posto di lavoro, che sia l’acquisto di un'auto, la caccia, la curva sud o la Nazione (eventualmente più ristretta, “padana”). Compensano la sottomissione proiettandola nel successo del Capo o nel proprio arrivismo o nell'emulazione spesso irrisoria dei simboli del successo. Alla destrutturazione “leggera” del “vacuo” pensiero di sinistra, corrisponde allora il rude linguaggio delle “ronde” padane o delle eroiche squadre forzanoviste, in una folle corsa di identitarismi sempre più regressivi.

   Ha quindi facile gioco Roberto Maroni (ex Democrazia Proletaria) a ironizzare sul fatto che “non c’è più classe operaia”, che il lavoro è cambiato e voi non ve ne siete accorti. Lui si rivolge ai "suoi", non agli "altri" che manco sembrano esistere.Non è una novità, storicamente parlando.

   E’ un fenomeno già notato da Marx dopo il fallimento della rivoluzione del 1848. Si è ripetuto con l’avvento del fascismo e del nazismo. Lo si riscontra anche nelle altre nazioni industriali (USA, GB, Francia). Ogni qualvolta il proletariato fallisce le condizioni per la propria emancipazione, ripiega nell’accettazione velenosa dell’esistente, identificandosi coi suoi padroni.

   Ha ragione quell’operaio di Mirafiori che dichiara che “quello che è successo ieri (cioè il 13 e 14 aprile) è l’ennesimo frutto avvelenato di quella sconfitta” (dell’occupazione della fabbrica nel 1980). Avrebbe dovuto aggiungere: grazie anche al ruolo liquidazionista del sindacato e del Partito Comunista di allora.

(*)

-          DATI SULL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA (rapporto Caritas ottobre 2007)

-           

-          Sono 3 milioni 700 mila gli immigrati regolari in Italia

-        fra 20-30 anni gli "stranieri" saliranno a 10 milioni ed oltre.

-         Novità di quest'anno, la presenza paritaria delle donne rispetto agli uomini (49,9%) e tale da essere maggioranza. Le uniche regioni ad avere una prevalenza maschile sono solo Lombardia e Puglia.

-         I minori sfiorano le 700 mila unità (18,4% del totale).

        -      I rumeni, col 15,1% di presenza, costituiscono la comunità più numerosa; seguono i       marocchini (10,5%), gli albanesi (10,3%), gli ucraini (5,3%). Sei immigrati su 10 si trovano al nord; al centro c'è il 26,7%, al sud il 10,2% e nelle isole il 3,6%. In sei anni, dal 2000 al 2006, gli immigrati dall'Est sono saliti di 14 punti mentre l'Africa ne ha persi 5 e l'America 2.

Il rapporto segnala che negli ultimi due anni, la crescita «è stata fortissima» anche in assenza di regolarizzazioni ma facendo leva sulle quote di ingresso. Ad avere impresso questo ritmo sono il fabbisogno delle industrie e delle famiglie di manodopera aggiuntiva (540 mila domande), i ricongiungimenti familiari (poco meno di 100 mila) e le nuove nascite tra gli immigrati (quasi 60 mila). Se il ritmo di crescita continuerà anche nel biennio 2007-2008, la Lombardia passerebbe da 850 mila ad oltre un milione di presenze; il Veneto, l'Emilia Romagna e Roma supererebbero il mezzo milione di unità; il Piemonte sfiorerebbe le 400 mila, la Toscana le 350 mila. Sotto le 100 mila unità resterebbero solo il Trentino Alto Adige, l'Abruzzo, la Sardegna, la Basilicata, il Molise e la Valle d'Aosta.

-         Gli occupati stranieri sono 1.348.000 (più della metà nei servizi e più di 1/3 nell'industria) - i 2/3 sono al nord - mentre i disoccupati sono 127 mila. L'aumento annuale dell' occupazione è stato di poco inferiore alle 200 mila unità; il tasso di attività è risultato essere del 73,7% (superiore di circa 12 punti di quello degli italiani), quello dell' occupazione dell'8,6%. Gli stranieri incidono per il 6,1% sul Pil; pagano quasi 1,87 miliardi di euro di tasse attraverso 2 milioni 300 mila dichiarazioni dei redditi. Più della metà delle donne (circa 700 mila) è impiegata nel lavoro domestico e di cura (molte lavorano in nero). Più di un quarto degli stranieri lavora in orari disagiati: il 19% la sera (dalle 20 alle 23), il 12% la notte (dopo le 23) e il 15% la domenica. L'85% lavora come dipendente. Gli imprenditori sono aumentati dell'8% (sono 141.393); per il 70% operano nel commercio e nelle costruzioni. Gli immigrati guadagnano in media 10.042 euro l'anno; nel 2006 le rimesse inviate dall'Italia hanno superato i 4,3 milioni di euro per una crescita annua dell'11,6%. La Romania, con 777 milioni di euro, è la prima destinazione dei flussi in uscita. L'atteggiamento degli immigrati nei confronti degli italiani è definito dal rapporto «benevolo»: la maggioranza afferma di stare bene in Italia; la difficoltà più grande riguarda trovare un affitto (57%).

-         Gli alunni stranieri sono oltre mezzo milione, il 5,6% della popolazione scolastica. Metà degli italiani continua ad essere contrario all'immigrazione anche se non è la prima loro preoccupazione, superata dalla precarietà del lavoro

-       Le italiane fanno sempre meno figli, ma il bilancio demografico nazionale è in positivo, per l'alto tasso di natalità dei cittadini stranieri. E', infatti, figlio di immigrati un bambino su dieci, mentre gli stranieri rappresentano il 5 per cento della popolazione italiana

 

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venerdì, 25 aprile 2008

Spostamento del centro di gravità mondiale

   Le recenti elezioni politiche in Nepal e in Paraguay, quasi coincidenti con quelle italiane, mi hanno dato conferma di quanto già andavo scrivendo a proposito della Cina e della ridicola campagna di boicottaggio delle Olimpiadi, e cioè che il centro di gravità mondiale si sta decisamente spostando verso altri continenti, mentre il vecchio continente, l’Europa, malata di conservatorismo e di nostalgia per i bei tempi andati, si arrocca nelle funeree maschere del petainismo sarkozysta e del post-fascismo italiano, fra catalessi e improvvisi sussulti neo-futuristici.  

    Nell’ambito del mercato unificato mondiale e della divisione internazione del lavoro, in cui tutto è strettamente intrecciato, non è più possibile osservare questi fenomeni con la vecchia retorica del terzomondismo o dell’esotismo, del buon selvaggio e dei poveri affamati. Chissà mai che in realtà non sia proprio il cosiddetto “Primo Mondo” ad essere divenuto una curiosità esotica museificata e mummificata.

   Le vecchie oligarchie e le vecchie monarchie cominciano a saltare per aria, e le conseguenze si faranno presto sentire anche qui da noi. Situazioni diverse, certo, da continente a continente, anche con ideologie diverse, il maoismo in Nepal o la “teologia della liberazione” in Paraguay, ma che richiedono ovunque idee rivoluzionarie per il XXI secolo.

   Karl Marx del resto, che prima di essere il teorico “marxista” che tutti sanno era un eccellente giornalista economico, aveva ben presente i fenomeni di “globalizzazione”, come si dice adesso, e i capovolgimenti che possono apportare. Altro che “eurocentrismo”! Di qui la necessità di osservare sempre e comunque i fenomeni economici, politici e sociali su scala globale, prima di impietosirsi per le misere vicende del nostro orticello di riferimento.

 

Karl Marx

Spostamento del centro di gravità mondiale

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mercoledì, 23 aprile 2008

Nepal, 240 anni di monarchia indù possono bastare

elezioni nepal2

mentre in Italia lo scenario politico è di uno squallore e di un grigiore inqualificabile, c’è anche chi festeggia successi elettorali di ben altra dimensione

Nepal, gli ex ribelli maoisti
in testa per l'Assemblea costituente

KATHMANDU - Sta crescendo il vantaggio degli ex ribelli maoisti in Nepal, anche se non sono ancora definitivi i risultati delle elezioni, svoltesi giovedì scorso, per la formazione di un'Assemblea costituente che dovrebbe trasformare la monarchia in Repubblica.
   E il capo maoista, che per oltre dieci anni ha condotto una sanguinosa guerra civile, tanto da guadagnarsi una taglia sulla propria testa, diventerà forse il primo presidente del Nepal. Infatti Prachanda, nome di battaglia che significa 'feroce' o 'terribile' (il vero nome è Chhabilal Dahal), ex insegnante, a capo dell'insurrezione che è costata la vita a oltre 13.000 persone, ha mostrato un'ottima capacità di organizzazione, ed è riuscito a garantire la fedeltà assoluta e la disciplina dei propri seguaci.
   Nel novembre 2006 i maoisti hanno siglato un trattato di pace che ha posto fine alla guerra civile, e da allora hanno fatto un uso più moderato della retorica maoista e marxista...

   E dunque Prachanda sarà forse il primo presidente del Nepal, dopo una monarchia durata 240 anni. Ai maoisti sono stati già assegnati 109 seggi. Gli analisti avevano previsto per gli ex ribelli un modesto terzo posto...
      La vittoria dei maoisti è vista dagli Stati Uniti, che li considerano dei terroristi, come una minaccia. Eppure la nuova formazione politica ha un programma che potrebbe sicuramente risollevare l'economia del Paese, tra i più poveri del mondo.
   Infatti i maoisti hanno in programma una radicale riforma agraria a favore dei piccoli coltivatori, che è vista con favore in un Paese dove finora ha imperato la corruzione. "Gli altri partiti politici non hanno capito le esigenze della gente e non hanno mantenuto le promesse fatte in passato - spiega alla Reuters Ram Kumar Khadayat, uno studente universitario di 25 anni - E così la gente ha pensato di dare una possibilità ai maoisti. Vediamo cosa faranno".
   La fine della monarchia è in cima al programma dei maoisti. "Devono lasciare il palazzo immediatamente", ha detto uno dei leader del partito, Baburam Bhattarai, al Kathmandu Post, riferendosi a re Gyanendra, al potere dal 2005.

(La Repubblica 14 aprile 2008)

 

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240 anni di monarchia possono bastare

"E’ stato il giorno del giudizio per 17milioni e 600mila nepalesi che nell’antico regno himalayano hanno mandato in archivio 240 anni di monarchia indù. Le elezioni per l’Assemblea costituente si sono infatti rivelate un vero e proprio referendum epocale, dal momento che hanno sancito l’inizio di una nuova era di gestione politica e istituzionale. Alle spalle resta quell’accordo di pace firmato nel 2006 con la guerriglia maoista che ha praticamente chiuso 10 anni di guerra civile e segnato la trasformazione dei ribelli in un partito politico. I nepalesi hanno dovuto scegliere 601 rappresentanti che riscriveranno la Costituzione e governeranno il Paese in attesa delle elezioni legislative. Si tratta delle prime elezioni libere dal 1999. L'obiettivo della Costituente sarà ora quello di trasformare l'antico paese in una repubblica. Per conoscere i risultati definitivi dello scrutinio bisognerà però attendere la fine di aprile o i primi di maggio."

 

    Grandi sono ora le aspettative di cambiamento tra la popolazione, anche se gli analisti notano che una reale svolta richiederà tempo. “Le giornate dopo il voto saranno difficili e pericolose - avverte l'International Crisis Group - il comportamento dei perdenti più potenti determinerà la fase post elettorale”. Uno dei perdenti più noti è quel re Gyanendra - l’ultimo monarca hindu - che ha cercato di ottenere un potere assoluto, ma che fu costretto a rinunciare al suo trono, due anni fa tra le proteste di piazza. Contro di lui si scatenò, infatti, il partito comunista nepalese che per oltre un decennio lottò per creare una repubblica comunista. E nel conflitto, divampato nel 1996, morirono oltre 13mila persone.

Il voto attuale è stato sancito ufficialmente, pur se la campagna elettorale è stata accompagnata da gravi scontri. Almeno 12 persone sono state uccise in violenze a sfondo politico nelle ultime settimane. Negli scontri sono morti due candidati ed anche sette militanti del Partito comunista marxista. Si è anche appreso - grazie a notizie apparse in alcuni media locali - che in vari seggi provinciali il voto era stato sospeso, dopo che i maoisti avevano cercato di sottrarre delle schede e intimidire gli scrutatori. E mentre si registrano queste notizie c’è chi ricorda che il costo totale del conflitto in Nepal, nel solo biennio 2001-2003, fu di 119 miliardi di rupie nepalesi (Nrp), pari a 1,7 miliardi di dollari.

(...)
Ecco, quindi, che si guarda al nuovo futuro di questo Paese, considerato a livello del turismo mondiale come un’idilliaca regione montuosa, una sorta di Shangri-La ideale per il trekking e l’alpinismo e per esperienze mistiche a buon mercato. La verità è che questo è sempre stato uno stereotipo. Il Nepal è stato un paese oppressivo e diviso durante l’intera dinastia Shah, un regime feudale, aristocratico, monolitico, fondato su uno Stato chiuso e accentratore. Ecco ora che con la nuova fase costituente - post monarchica - bisognerà cominciare ad immaginare quale nuovo regime si instaurerà a Kathmandu, per scongiurare il rischio che il Nepal precipiti nuovamente nel caos.

(Elena Ferrara, in

http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=38425

 

 

  

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martedì, 22 aprile 2008

Euforia da Funerale

FUTURISMO_Aer2320

                               Tullio Crali, In tuffo sulla città, aeropittura

 

   Dopo una campagna elettorale mediocre, di basso profilo, e un risultato quasi scontato (tranne per la Sinistra Arcobaleno, ovviamente), senza neppure uno straccio di festeggiamento degno di nota, improvvisamente i fuochi si sono accesi sulla questione sicurezza, prima che sprofondassimo nel coma profondo e nella noia mortale (in attesa della Grande Crisi). Allegria! La destra, che già di per sé è stata sempre piuttosto funerea, ci sta mettendo del suo meglio ad anticipare il 2 novembre.

   Ma naturalmente, a sinistra, dopo il corteo funebre, l’elaborazione del lutto si presenta piuttosto complessa e i mea culpa si sprecano. C’è chi, anche a destra, non ha certo visto di buon occhio questa improvvisa scomparsa, questa defezione di punto in bianco, senza preavviso. Ne risentono gli equilibri del sistema rappresentativo parlamentare. Poiché la democrazia parlamentare è stata concepita per assorbire e conciliare i conflitti sociali. E quindi si teme che, non essendo questi più rappresentati, finiscano per sfuggire di mano. Non è importante la percentuale che la Sinistra Arcobaleno avrebbe dovuto ricoprire, fino al 10-13% si dice, quanto il fatto che senza mediazione politica gli inevitabili conflitti sociali, tanto più in tempi di crisi, tornino ad essere cruenti e antagonistici. Di qui il richiamo spasmodico alla sicurezza, che ormai viene inoculato ossessivamente anche laddove “il paese è tranquillo” (“qui il paese è tranquillo, ma dai media sentiamo…” dichiarano due mesti operai che hanno votato Lega). Di qui il richiamo a Montezemolo a moderare i termini, a non cercare “rivincite”, nientemeno che da Calderoli in persona. Di qui il tentativo, la necessità, di nuove mediazioni, di farsi carico, anche da parte della Lega, di una paradossale “eredità” operaia, di un ruolo imprevisto da “terza forza”  in un sistema “veltrusconista” che pareva quasi bloccato e simmetrico, e che invece la Lega vorrebbe dinamizzare in termini neo-futuristici e neo-sciovinisti. La politica industriale fa appello al patriottismo, vedi il caso Alitalia, e per questo incentiva all’interno fantasmi di razzismo e di xenofobia, e all’esterno fantasmi di interventismo.

 

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martedì, 22 aprile 2008

dancing in the dark - coming back

FUTURISMO1

Mi scuso con i miei due o tre affezionati lettori, ma un malanno del computer mi ha tenuto lontano dal blog e dal web praticamente dall’altro lunedì, per tutta la settimana post-elettorale, e quindi non ho seguito l’andamento dei dibattiti, in particolare su Kilombo, ma immagino che si sarà ormai detto tutto o quasi. Come se non bastasse il Signor Tecnico Riparatore mi ha azzerato quasi tutto il desktop, compreso Mozilla e i vari players, e per fortuna che mi ha lasciato premurosamente la cartella Documenti, altrimenti so io dove gli finiva il silicio. Vabbe’, bando agli scherzi, e torniam a lavurà, che la pacchia è finita!

free music
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domenica, 13 aprile 2008

Vietate le Olimpiadi ai cani e ai cinesi


Purple Series No. 10

Appello


   Un’indegna campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare Cinese è in corso. A dirigerla e orchestrarla sono governi e organi di stampa più che mai decisi ad avallare il martirio interminabile del popolo palestinese e sempre pronti a scatenare e appoggiare guerre preventive come quella che in Irak ha già comportato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.

   Si agita la bandiera dell’indipendenza (talvolta camuffata da «autonomia») del Tibet, ma se questo obbiettivo venisse conseguito, ecco che la medesima parola d’ordine verrebbe lanciata anche per il Grande Tibet (un’area tre volte più grande del Tibet propriamente detto) e poi per il Sinkiang, per la Mongolia interna, per la Manciuria e per altre regioni ancora. La realtà è che, nel suo folle progetto di dominio planetario, l’imperialismo mira a smembrare un paese che da molti secoli si è costituito su una base multietnica e multiculturale e che oggi vede convivere 56 etnie. Non a caso, a promuovere questa Crociata non è certo il Terzo Mondo, che alla Cina guarda con simpatia e ammirazione, ma l’Occidente che a partire dalle guerre dell’oppio ha precipitato il grande paese asiatico nel sottosviluppo e in un’immane tragedia, dalla quale un popolo che ammonta ad un quinto dell’umanità sta finalmente fuoriuscendo.

   Sulla base di parole d’ordine analoghe a quelle oggi urlate contro la Cina, si potrebbe promuovere lo smembramento di non pochi paesi europei, quali l’Inghilterra, la Francia, la Spagna e soprattutto l’Italia, dove non mancano i movimenti che rivendicano la «liberazione» e la secessione della Padania.

   L’Occidente che si atteggia a Santa Sede della religione dei diritti umani non ha speso una sola parola sui pogrom anticinesi che il 14 marzo a Lhasa sono costati la vita a civili innocenti compresi vecchi, donne e bambini. Mentre proclama di essere alla testa della lotta contro il fondamentalismo, l’Occidente trasfigura nel modo più grottesco il Tibet del passato (fondato sulla teocrazia e sulla schiavitù e sul servaggio di massa) e si prosterna dinanzi a un Dio-Re, impegnato a costituire uno Stato sulla base della purezza etnica e religiosa (anche una moschea è stata assaltata a Lhasa), annettendo a questo Stato territori che sono sì abitati da tibetani ma che non sono mai stati amministrati da un Dalai Lama: è il progetto del Grande Tibet fondamentalista caro a coloro che vogliono mettere in crisi il carattere multietnico e multiculturale della Repubblica Popolare Cinese per poterla meglio smembrare.

   Alla fine dell’Ottocento, all’ingresso delle concessioni occidentali in Cina era bene in vista il cartello: «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi». Questo cartello non è dileguato, ha solo subito qualche variante, come dimostra la campagna per sabotare o sminuire in qualche modo le Olimpiadi di Pechino: «Vietate le Olimpiadi ai cani e ai cinesi». La Crociata anticinese in corso è in piena continuità con una lunga e infame tradizione imperialista e razzista.

Adesioni

Domenico Losurdo, filosofo
Gianni Vattimo, filosofo
Luciano Canfora, storico
Carlo Ferdinando Russo, direttore della rivista "Belfagor"
Angelo d’Orsi, storico
Ugo Dotti, storico della letteratura italiana
Guido Oldrini, filosofo
Massimiliano Marotta, presidente della Società di studi politici
Federico Martino, storico del diritto
Fosco Giannini, senatore PRC, direttore della rivista “l’Ernesto”
Fausto Sorini, membro del Comitato politico nazionale del PRC, direzione area “l’Ernesto”
Sergio Cararo, direttore della rivista “Contropiano”
Alessandro Leoni, Segreteria regionale toscana PRC

www.appellocina.blogspot.com

L'indirizzo e-mail sul quale raccogliere le adesioni è:
appellocina@libero.it

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sabato, 12 aprile 2008

Fidel Castro, La vittoria cinese

Purple Series No. 2oil painting by Zhang Lin Hai from www.schoeni.com.



La Terra è Rotonda.

Non mi sono mai piaciuti i punti di vista eurocentrici, magari fondati su una presunta superiorità della razza ariana. Il mondo cambia, sta cambiando, altri continenti si muovono anche assai più velocemente del nostro. E non sarà nessuna astuzia integralista, cristiana o buddista che sia, a ripristinare la perduta egemonia.


Chavez denuncia il tentativo di sabotare i Giochi Olimpici di Pechino

 

Il presidente Hugo Chavez ha lanciato un appello a tutte le nazioni del mondo perché appoggino la Cina, dal momento che gli imperialisti stanno cercando di dividere il paese asiatico, istigando gravi azioni nel Tibet.
La sollecitazione del presidente è venuta nel corso della manifestazione di riaffermazione della sovranità petrolifera conquistata dal Venezuela nelle installazioni di Pdvsa in La Campina.
“Sapete
cosa stanno facendo? In fondo stanno cercando di sabotare le Olimpiadi che si svolgeranno a Pechino, e dietro a ciò sta la mano dell’imperialismo, lo sappiamo e lo denunciamo. Chiediamo al mondo di appoggiare la Cina per neutralizzare questo piano che vuole sabotare le Olimpiadi di Pechino”, ha affermato il capo dello Stato.

www.aporrea.org/actualidad/n111274.html



La vittoria cinese

 di Fidel Castro Ruz

    Senza alcune elementari nozioni storiche non si capirebbe il tema che affronto.

 In Europa avevano sentito parlare della Cina. Marco Polo, nell’autunno del 1298, raccontò cose meravigliose del singolare paese che chiamò Catay. Colombo, navigatore intelligente ed audace, era al corrente delle conoscenze che possedevano i greci sulla rotondità della Terra. Le sue stesse osservazioni lo facevano coincidere con quelle teorie. Ideò il piano di arrivare nel Lontano Oriente navigando dall’Europa verso occidente. Calcolò con eccessivo entusiasmo la distanza, molto più grande. Senza immaginarlo, tra l’Oceano Atlantico ed il Pacifico, questo continente gli attraversò la sua rotta. Magellano effettuerà il viaggio da lui concepito, anche se morirà prima d’arrivare in Europa. Con il valore delle specie raccolte fu pagata la spedizione incominciata con molte imbarcazioni, di cui ritornò una sola, preambolo dei futuri colossali guadagni.

D’allora, il mondo ha iniziato a cambiare a passo accelerato. Vecchie forme di sfruttamento si sono ripetute, dalla schiavitù fino alla servitù feudale; antiche e nuove credenze religiose si sono estese nel pianeta.

 Da quella fusione di culture e vicende, accompagnata dai progressi della tecnica e dalle scoperte della scienza, nacque il mondo attuale, che non si può capire senza un minimo d’antefatti.

postato da doktorgeiger alle ore aprile 12, 2008 19:52 | link | commenti (1)
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venerdì, 11 aprile 2008

Monaci e popolo del Tibet

Monaci o popolo del Tibet

di Enrica Collotti Pischel

 

 Sul Tibet e sulla Cina la qualità dell’informazione è la più scadente che si possa immaginare, una sorta di trash hollywoodiano all’amatriciana. Per cercare di rimediare almeno in minima parte a questa abissale ignoranza propongo una serena rilettura di alcuni testi ripescati dalla rete. Poi ognuno faccia le valutazioni che meglio crede. L’articolo che segue è stato scritto dalla celebre sinologa Enrica Collotti Pischel, scomparsa nel 2003. L'articolo fu pubblicato da Il manifesto il 9 gennaio 2000.

 Purple Series No. 5

oil painting by Zhang Lin Hai from www.schoeni.com.

La notizia della fuga dalla Cina del giovanissimo Lama Ugyen Trinley Dorje, terza autorità nella gerarchia delle reincarnazioni del buddhismo tibetano è stata ritenuta molto ghiotta dai giornali italiani e viene considerata un grave scacco per il governo cinese che non sarebbe riuscito a impedirla, nonostante il proprio apparato militare.

Quest'interpretazione ignora che i cinesi non hanno mai fatto nulla per fermare la fuga dei rappresentanti politici e religiosi tibetani dalla Cina: nel 1959 l'intera classe dirigente tibetana, con alla testa il Dalai Lama, si allontanò da Lhasa con una lunga fuga a piedi, nonostante il pattugliamento degli aerei da combattimento cinesi. Fa parte della politica delle autorità cinesi il pensare che gli avversari è sempre meglio tenerli fuori del paese che dentro, meglio lontani dai loro adepti che vicini. Se poi le circostanze equivoche di quest'ultimo episodio - cioè la mancata condanna di Pechino - possano far pensare a ipotesi di contatti con il Dalai Lama e di trattative di conciliazione, è difficile dirlo ora. Certamente il fatto che la grande organizzazione propagandistica che negli Stati Uniti (ma anche in Europa e nello stesso nostro scafato e realistico paese) sostiene la causa dell'indipendenza tibetana si sia buttata sull'episodio, non rende certo facile un'intesa: i cinesi sanno fare molto bene i compromessi e sono disposti a concluderli quando siano convenienti. Ma ritengono che debbano essere cercati e raggiunti con la massima discrezione e comunque al di fuori di pressioni che li possano far apparire come una resa a pressioni straniere. E non dimentichiamo mai che "straniero" per l'intera Asia orientale nell'ultimo secolo e mezzo ha significato umiliazione e asservimento: di essa fece parte anche il tentativo pi volte condotto di staccare il Tibet dalla Cina.

Il più povero

Molte cose dovrebbero essere dette a proposito del mito del Tibet che ha preso piede, anche nei ranghi della sinistra. Dal cinematografico Shangri-la, al di fuori del tempo, dello spazio e del clima, alle ovvie seduzioni di turismo "estremo", dalle tendenze a vedere esempi validi in civiltà rimaste primitive e tagliate fuori dal processo della storia, alla sistematica disinformazione diffusa da potenti mezzi mediatici statunitensi e al fascino che sugli occidentali delusi esercitano le religioni e le ideologie esotiche ed esoteriche, tutto confluito in un'affabulazione della quale sono stati vittime in primo luogo proprio i tibetani.
Certamente sono uno dei popoli più poveri del mondo, esposti a molteplici forme di oppressione: tra esse quella cinese è stata con ogni probabilità meno gravosa di quella esercitata dai monaci e dagli aristocratici, dei quali i pastori e i contadini erano fino al 1959 "schiavi", nel senso letterale del termine, in quanto sottoposti al diritto di vita e di morte dei loro padroni. Che poi tutti, ma con ben diverso vantaggio, trovassero conforto nel ricorso a una delle forme più degradate di buddhismo (il buddhismo tantrico tibetano popolato di fantasmi e di incantesimi ha ben poco a che vedere con la meditazione intellettuale e la creatività artistica dello Zen), si può anche comprenderlo.
Per fare un minimo di chiarezza è necessario comunque precisare alcune cose. Il Tibet non è stato "conquistato dalla Cina comunista nel 1950": dopo precedenti più discontinui rapporti, fu conquistato dall'impero cinese nella prima metà del secolo XVIII, e da allora è stato considerato parte dello stato cinese da tutti i governi della Cina, anche dal Guomindang. La Cina (in cinese "Stato del Centro") è stato ed è uno Stato multietnico nel quale è in corso da millenni un processo di trasferimenti di gruppi etnici e soprattutto di fusione dei gruppi periferici entro quello più importante, che rappresenta nove decimi dei cinesi ed è sempre stato capace di offrire ai suoi membri una maggiore prosperità e i benefici di una cultura più concreta. Mettere in discussione la natura multietnica della civiltà e dello Stato cinesi significherebbe mettere in moto la più spaventosa catastrofe degli ultimi secoli. Quella praticata dalla Cina non è mai stata una politica di "pulizia etnica", bensì di fusione entro un insieme non etnico ma contraddistinto da una comune cultura e da comuni pratiche produttive: più che sterminarle, i cinesi hanno comprato le minoranze.
E' vero che i tibetani per ragioni geografiche sono, entro lo "Stato del Centro", il gruppo più lontano dalla comune cultura, però da 250 anni sono stati sempre governati da funzionari cinesi nominati dal governo centrale: giuridicamente e istituzionalmente ciò ha un senso. Gli inglesi, all'apice del loro potere sull'India all'inizio del secolo XX, intrapresero, tuttavia, una serie di manovre per staccare il Tibet dalla Cina e porlo sotto la loro influenza, giungendo, nel 1913, a convocare una conferenza a Simla nella quale le autorità tibetane cedettero vasti territori all'India britannica. Nessun governo cinese ha mai accettato la validità di quella conferenza. Nel periodo precedente il 1949 il governo del Guomindang considerava il Tibet, a pieno diritto, parte del proprio territorio, tanto che durante la Seconda guerra mondiale concedeva il diritto di sorvolo agli aerei alleati.

Il ruolo della Cia

Non ha quindi alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet nel 1950; nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell'assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani arroccati sulle montagne delle regioni cinesi del Sichuan e dello Yunnan, lungo la strada che dalla Cina porta al Tibet. I cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. Alla fine del 1958 i servizi segreti inglesi annunciarono che, all'inizio del 1959, la rivolta si sarebbe trasferita a Lhasa e avrebbe cercato l'appoggio del Dalai Lama. Ed è infatti ciò che avvenne: sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l'accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. Nessun governo al mondo ha riconosciuto questa compagine. Recentemente la Cia (i servizi segreti americani sono infatti obbligati a rendicontare prima o poi le loro spese di fronte ai contribuenti) ha ammesso di avere finanziato tutta l'operazione della rivolta tibetana.

Pechino: autonomia no

Dopo il 1959 il governo cinese spossessò monasteri e aristocratici e "liberò gli schiavi", iniziando una politica di modernizzazione forzosa (vaccinazioni, costruzione di opere pubbliche) e di formazione di una classe dirigente locale, figlia di schiavi, sottoposta a un bombardamento educativo razionalista e anti-religioso. Furono questi giovani che durante la rivoluzione culturale distrussero templi e monasteri.
Dopo la morte di Mao, i governanti cinesi hanno cercato di ristabilire i rapporti con i tibetani, migliorando le sorti economiche dell'altipiano ma importando anche gran numero di cinesi, non solo militari. Hanno anche trattato indirettamente con il Dalai Lama, che - politico asiatico molto scaltro - non chiede l'indipendenza, ma una più o meno larga autonomia: Pechino non ha mai tuttavia voluto concedere un reale autogoverno, che aprirebbe rischi di secessione e metterebbe in discussione tutti i rapporti etnici del vasto paese. Alle spalle del Dalai Lama si è sviluppato, intanto, un vasto insieme di interessi della classe dirigente tibetana che ormai è nata all'estero e vi ha ricevuto una formazione culturale moderna: è questa che chiede un'indipendenza che potrebbe essere ottenuta solo con una guerra spietata alla Cina e potrebbe essere innestata dal reclutamento di giovani guerriglieri in India - segnali "terroristici" in questo senso ci sono già stati. Erano proprio dissennati i governanti cinesi che ritenevano che l'attacco alla Serbia, motivato dalla difesa dei "diritti umani" in Kosovo, fosse in effetti la prova generale di un attacco alla Cina?

postato da doktorgeiger alle ore aprile 11, 2008 19:17 | link | commenti (3)
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