
BAUSTELLE, Il liberismo ha i giorni contati

(pareri contro-versi)
Un punto di vista eclettico sulle elezioni
di Valerio Evangelisti
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.
Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo (come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di “sussunzione reale” (del lavoro al capitale). Una fase avanzata del capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina l’intera esistenza, non-lavoro incluso.
Pubblicato carmillaonline Aprile 28, 2008 10:17 PM
SCIOVINISMO
Forma di patriottismo e di nazionalismo esasperato, che si risolve in una negazione dei valori e dei diritti degli altri popoli e delle altre nazioni. Il termine deriva dal nome del soldato napoleonico N. Chauvin, che per la sua fedeltà all'imperatore, protrattasi ben oltre Waterloo, divenne oggetto in Francia di canzoni e commedie popolari, nelle quali venne eretto a simbolo del patriota esaltato e fanatico.
Di tutti i fattori che hanno determinato la sconfitta della Sinistra Arcobaleno (voto utile, astensionismo, Sinistra Critica e PCL, destrutturazione del pensiero di sinistra, voto alla Lega etc.), probabilmente quello che colpisce di più l’immaginazione è il “voto operaio a destra” che, al di là delle percentuali e della ripartizione geografica, appare un dato costante. A sinistra, così si dice, votano insegnanti, studenti, impiegati pubblici, a destra operai, lavoratori autonomi, artigiani, imprenditori: grossolanamente, lo Stato da una parte, il “mondo del lavoro” dall’altra. La posizione di molti operai è più o meno quella espressa nell’articolo di Maurizio Pagliassotti su Liberazione del 16 aprile dal titolo “Mirafiori ha bocciato l’Arcobaleno: “Pensa solo a froci e zingari, non a noi”:
"Quando parlano alla televisione quelli di sinistra io non capisco un cazzo. Usano paroloni... la globalizzazione... il movimento... Tutte menate, a noi interessa lo stipendio, vivere un po’ meglio, avere due soldi in più in tasca. Basta. Rifondazione dice che è stata una vittoria aver ritirato le truppe dall’Iraq e io rispondo: e a me cosa ne viene in tasca?”.
"la lega più vicina ai lavoratori"
"la sinistra pensa solo a froci e zingari, non a noi".
“Un partito che difende i ladri (rumeni, ndr) che rubano nelle nostre case, incapace di farci aumentare gli stipendi che sono da anni sempre uguali. Ho votato Lega”.
”Ma noi cosa c’entriamo con Pecoraro Scanio? L’ambiente? Sì è importante ma io voglio sentire suonare altre corde, quelle che mi toccano direttamente”.
Gli operai sono preoccupati dal crollo delle vendite di auto in Europa, altro che ambiente e guerra e froci e zingari.
Su questo “voto operaio a destra” andrebbero comunque fatte molte precisazioni di tipo statistico e geografico, per non scadere nel folclore antropologico. Né del resto è una novità, visto che sono parecchie elezioni che il fenomeno si ripete. La stessa categoria di “operai” si riferisce a una molteplicità di figure lavorative (lavoratori autonomi, “partite IVA”, auto-imprenditori, piccole imprese, laboratori, servizi, etc.) che è letteralmente proliferata a partire dalle grandi ristrutturazioni produttive degli anni Settanta, al di fuori della tradizionale figura dell’operaio delle grandi concentrazioni industriali.
Tutte queste nuove figure esulano, in gran parte, dal sindacato (ma anche da altre forme di associazione autonome) e si riconoscono piuttosto nelle gerarchie delle “filiere” produttive, per cui anche il più modesto operaio è legato mani e piedi ai destini della propria azienda o del proprio comparto, piuttosto che a una idea generale di “classe operaia” come fondatrice di “diritti” e di “liberazione” (dallo sfruttamento).
Costretto a competere con gli altri operai per migliorare la propria condizione di lavoro e di reddito, ogni operaio è ridotto alla condizione di “soldato” della propria “squadra” o del proprio “reparto” , punito o premiato, cacciato o promosso a seconda della sua performance. E’ la mistica del sacrificio, dell’ “io mi faccio un culo così, dall’alba al tramonto, mentre voi, parassiti, proteggete froci e zingari”. Peggiore è la condizione del lavoro, più viene esaltata questa mistica del sacrificio. Anche morire sul posto di lavoro diventa, per molti di costoro, una "tragica fatalità" (fatte salve le solite lacrime di coccodrillo).
Forse non è un caso, quindi, che l’esercito della forza-lavoro torni ad esprimersi in termini militaristici, apertamente xenofobi e razzisti, quanto più il singolo operaio atomizzato è sottomesso alla disciplina e alla gerarchia aziendale, e alla disciplina del capitale in generale, di cui diventa il fedele esecutore. Più è sottomesso, più è rabbioso. Invece di riconoscersi in un’interesse comune con gli altri operai, pensa solo a se stesso.
Non bisogna dimenticare che all'ultimo gradino del "mondo del lavoro" in genere vi sono i milioni di immigrati che svolgono i lavori più umili nelle condizioni peggiori, senza diritti ed esclusi dal voto (esclusi quindi da diritti di cittadinanza ma anche dalle statistiche elettorali), verso i quali anche l'ultimo dei manovali autoctoni si sente "superiore" e può sfogare il proprio malcontento - verso i quali non a caso si scatena tutta la paranoia securitaria, di destra e sinistra, primo per sottometterli secondo per compensare gli "operai di destra" del loro asservimento e del loro riflesso "d'ordine", terzo perchè il potere è memore che le lotte operaie degli anni Sessanta-Settanta in tutta Europa ebbero come protagonisti gli immigrati, - in Italia gli immigrati dal Sud, e furono questi a scardinare il comando nelle fabbriche delle grandi concentrazioni industriali, non certo le "aristocrazie operaie". (*)
Al posto dell'interesse comune, negli operai autoctoni subentra allora una identità esterna al proprio posto di lavoro, che sia l’acquisto di un'auto, la caccia, la curva sud o
Ha quindi facile gioco Roberto Maroni (ex Democrazia Proletaria) a ironizzare sul fatto che “non c’è più classe operaia”, che il lavoro è cambiato e voi non ve ne siete accorti. Lui si rivolge ai "suoi", non agli "altri" che manco sembrano esistere.Non è una novità, storicamente parlando.
E’ un fenomeno già notato da Marx dopo il fallimento della rivoluzione del 1848. Si è ripetuto con l’avvento del fascismo e del nazismo. Lo si riscontra anche nelle altre nazioni industriali (USA, GB, Francia). Ogni qualvolta il proletariato fallisce le condizioni per la propria emancipazione, ripiega nell’accettazione velenosa dell’esistente, identificandosi coi suoi padroni.
Ha ragione quell’operaio di Mirafiori che dichiara che “quello che è successo ieri (cioè il 13 e 14 aprile) è l’ennesimo frutto avvelenato di quella sconfitta” (dell’occupazione della fabbrica nel 1980). Avrebbe dovuto aggiungere: grazie anche al ruolo liquidazionista del sindacato e del Partito Comunista di allora.
(*)
- DATI SULL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA (rapporto Caritas ottobre 2007)
-
- Sono 3 milioni 700 mila gli immigrati regolari in Italia
- fra 20-30 anni gli "stranieri" saliranno a 10 milioni ed oltre.
- Novità di quest'anno, la presenza paritaria delle donne rispetto agli uomini (49,9%) e tale da essere maggioranza. Le uniche regioni ad avere una prevalenza maschile sono solo Lombardia e Puglia.
- I minori sfiorano le 700 mila unità (18,4% del totale).
- I rumeni, col 15,1% di presenza, costituiscono la comunità più numerosa; seguono i marocchini (10,5%), gli albanesi (10,3%), gli ucraini (5,3%). Sei immigrati su 10 si trovano al nord; al centro c'è il 26,7%, al sud il 10,2% e nelle isole il 3,6%. In sei anni, dal 2000 al 2006, gli immigrati dall'Est sono saliti di 14 punti mentre l'Africa ne ha persi 5 e l'America 2.
Il rapporto segnala che negli ultimi due anni, la crescita «è stata fortissima» anche in assenza di regolarizzazioni ma facendo leva sulle quote di ingresso. Ad avere impresso questo ritmo sono il fabbisogno delle industrie e delle famiglie di manodopera aggiuntiva (540 mila domande), i ricongiungimenti familiari (poco meno di 100 mila) e le nuove nascite tra gli immigrati (quasi 60 mila). Se il ritmo di crescita continuerà anche nel biennio 2007-2008,
- Gli occupati stranieri sono 1.348.000 (più della metà nei servizi e più di 1/3 nell'industria) - i 2/3 sono al nord - mentre i disoccupati sono 127 mila. L'aumento annuale dell' occupazione è stato di poco inferiore alle 200 mila unità; il tasso di attività è risultato essere del 73,7% (superiore di circa 12 punti di quello degli italiani), quello dell' occupazione dell'8,6%. Gli stranieri incidono per il 6,1% sul Pil; pagano quasi 1,87 miliardi di euro di tasse attraverso 2 milioni 300 mila dichiarazioni dei redditi. Più della metà delle donne (circa 700 mila) è impiegata nel lavoro domestico e di cura (molte lavorano in nero). Più di un quarto degli stranieri lavora in orari disagiati: il 19% la sera (dalle 20 alle 23), il 12% la notte (dopo le 23) e il 15% la domenica. L'85% lavora come dipendente. Gli imprenditori sono aumentati dell'8% (sono 141.393); per il 70% operano nel commercio e nelle costruzioni. Gli immigrati guadagnano in media 10.042 euro l'anno; nel 2006 le rimesse inviate dall'Italia hanno superato i 4,3 milioni di euro per una crescita annua dell'11,6%.
- Gli alunni stranieri sono oltre mezzo milione, il 5,6% della popolazione scolastica. Metà degli italiani continua ad essere contrario all'immigrazione anche se non è la prima loro preoccupazione, superata dalla precarietà del lavoro
- Le italiane fanno sempre meno figli, ma il bilancio demografico nazionale è in positivo, per l'alto tasso di natalità dei cittadini stranieri. E', infatti, figlio di immigrati un bambino su dieci, mentre gli stranieri rappresentano il 5 per cento della popolazione italiana
Le recenti elezioni politiche in Nepal e in Paraguay, quasi coincidenti con quelle italiane, mi hanno dato conferma di quanto già andavo scrivendo a proposito della Cina e della ridicola campagna di boicottaggio delle Olimpiadi, e cioè che il centro di gravità mondiale si sta decisamente spostando verso altri continenti, mentre il vecchio continente, l’Europa, malata di conservatorismo e di nostalgia per i bei tempi andati, si arrocca nelle funeree maschere del petainismo sarkozysta e del post-fascismo italiano, fra catalessi e improvvisi sussulti neo-futuristici.
Nell’ambito del mercato unificato mondiale e della divisione internazione del lavoro, in cui tutto è strettamente intrecciato, non è più possibile osservare questi fenomeni con la vecchia retorica del terzomondismo o dell’esotismo, del buon selvaggio e dei poveri affamati. Chissà mai che in realtà non sia proprio il cosiddetto “Primo Mondo” ad essere divenuto una curiosità esotica museificata e mummificata.
Le vecchie oligarchie e le vecchie monarchie cominciano a saltare per aria, e le conseguenze si faranno presto sentire anche qui da noi. Situazioni diverse, certo, da continente a continente, anche con ideologie diverse, il maoismo in Nepal o la “teologia della liberazione” in Paraguay, ma che richiedono ovunque idee rivoluzionarie per il XXI secolo.
Karl Marx del resto, che prima di essere il teorico “marxista” che tutti sanno era un eccellente giornalista economico, aveva ben presente i fenomeni di “globalizzazione”, come si dice adesso, e i capovolgimenti che possono apportare. Altro che “eurocentrismo”! Di qui la necessità di osservare sempre e comunque i fenomeni economici, politici e sociali su scala globale, prima di impietosirsi per le misere vicende del nostro orticello di riferimento.
Karl Marx
Spostamento del centro di gravità mondiale

mentre in Italia lo scenario politico è di uno squallore e di un grigiore inqualificabile, c’è anche chi festeggia successi elettorali di ben altra dimensione
KATHMANDU - Sta crescendo il vantaggio degli ex ribelli maoisti in Nepal, anche se non sono ancora definitivi i risultati delle elezioni, svoltesi giovedì scorso, per la formazione di un'Assemblea costituente che dovrebbe trasformare la monarchia in Repubblica.
E il capo maoista, che per oltre dieci anni ha condotto una sanguinosa guerra civile, tanto da guadagnarsi una taglia sulla propria testa, diventerà forse il primo presidente del Nepal. Infatti Prachanda, nome di battaglia che significa 'feroce' o 'terribile' (il vero nome è Chhabilal Dahal), ex insegnante, a capo dell'insurrezione che è costata la vita a oltre 13.000 persone, ha mostrato un'ottima capacità di organizzazione, ed è riuscito a garantire la fedeltà assoluta e la disciplina dei propri seguaci.
Nel novembre 2006 i maoisti hanno siglato un trattato di pace che ha posto fine alla guerra civile, e da allora hanno fatto un uso più moderato della retorica maoista e marxista...
E dunque Prachanda sarà forse il primo presidente del Nepal, dopo una monarchia durata 240 anni. Ai maoisti sono stati già assegnati 109 seggi. Gli analisti avevano previsto per gli ex ribelli un modesto terzo posto...
La vittoria dei maoisti è vista dagli Stati Uniti, che li considerano dei terroristi, come una minaccia. Eppure la nuova formazione politica ha un programma che potrebbe sicuramente risollevare l'economia del Paese, tra i più poveri del mondo.
Infatti i maoisti hanno in programma una radicale riforma agraria a favore dei piccoli coltivatori, che è vista con favore in un Paese dove finora ha imperato la corruzione. "Gli altri partiti politici non hanno capito le esigenze della gente e non hanno mantenuto le promesse fatte in passato - spiega alla Reuters Ram Kumar Khadayat, uno studente universitario di 25 anni - E così la gente ha pensato di dare una possibilità ai maoisti. Vediamo cosa faranno".
La fine della monarchia è in cima al programma dei maoisti. "Devono lasciare il palazzo immediatamente", ha detto uno dei leader del partito, Baburam Bhattarai, al Kathmandu Post, riferendosi a re Gyanendra, al potere dal 2005.
(La Repubblica 14 aprile 2008)

240 anni di monarchia possono bastare
"E’ stato il giorno del giudizio per 17milioni e 600mila nepalesi che nell’antico regno himalayano hanno mandato in archivio 240 anni di monarchia indù. Le elezioni per l’Assemblea costituente si sono infatti rivelate un vero e proprio referendum epocale, dal momento che hanno sancito l’inizio di una nuova era di gestione politica e istituzionale. Alle spalle resta quell’accordo di pace firmato nel 2006 con la guerriglia maoista che ha praticamente chiuso 10 anni di guerra civile e segnato la trasformazione dei ribelli in un partito politico. I nepalesi hanno dovuto scegliere 601 rappresentanti che riscriveranno la Costituzione e governeranno il Paese in attesa delle elezioni legislative. Si tratta delle prime elezioni libere dal 1999. L'obiettivo della Costituente sarà ora quello di trasformare l'antico paese in una repubblica. Per conoscere i risultati definitivi dello scrutinio bisognerà però attendere la fine di aprile o i primi di maggio."
Grandi sono ora le aspettative di cambiamento tra la popolazione, anche se gli analisti notano che una reale svolta richiederà tempo. “Le giornate dopo il voto saranno difficili e pericolose - avverte l'International Crisis Group - il comportamento dei perdenti più potenti determinerà la fase post elettorale”. Uno dei perdenti più noti è quel re Gyanendra - l’ultimo monarca hindu - che ha cercato di ottenere un potere assoluto, ma che fu costretto a rinunciare al suo trono, due anni fa tra le proteste di piazza. Contro di lui si scatenò, infatti, il partito comunista nepalese che per oltre un decennio lottò per creare una repubblica comunista. E nel conflitto, divampato nel 1996, morirono oltre 13mila persone.
Il voto attuale è stato sancito ufficialmente, pur se la campagna elettorale è stata accompagnata da gravi scontri. Almeno 12 persone sono state uccise in violenze a sfondo politico nelle ultime settimane. Negli scontri sono morti due candidati ed anche sette militanti del Partito comunista marxista. Si è anche appreso - grazie a notizie apparse in alcuni media locali - che in vari seggi provinciali il voto era stato sospeso, dopo che i maoisti avevano cercato di sottrarre delle schede e intimidire gli scrutatori. E mentre si registrano queste notizie c’è chi ricorda che il costo totale del conflitto in Nepal, nel solo biennio 2001-2003, fu di 119 miliardi di rupie nepalesi (Nrp), pari a 1,7 miliardi di dollari.
(...)
Ecco, quindi, che si guarda al nuovo futuro di questo Paese, considerato a livello del turismo mondiale come un’idilliaca regione montuosa, una sorta di Shangri-La ideale per il trekking e l’alpinismo e per esperienze mistiche a buon mercato. La verità è che questo è sempre stato uno stereotipo. Il Nepal è stato un paese oppressivo e diviso durante l’intera dinastia Shah, un regime feudale, aristocratico, monolitico, fondato su uno Stato chiuso e accentratore. Ecco ora che con la nuova fase costituente - post monarchica - bisognerà cominciare ad immaginare quale nuovo regime si instaurerà a Kathmandu, per scongiurare il rischio che il Nepal precipiti nuovamente nel caos.
(Elena Ferrara, in
http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=38425

Tullio Crali, In tuffo sulla città, aeropittura
Dopo una campagna elettorale mediocre, di basso profilo, e un risultato quasi scontato (tranne per
Ma naturalmente, a sinistra, dopo il corteo funebre, l’elaborazione del lutto si presenta piuttosto complessa e i mea culpa si sprecano. C’è chi, anche a destra, non ha certo visto di buon occhio questa improvvisa scomparsa, questa defezione di punto in bianco, senza preavviso. Ne risentono gli equilibri del sistema rappresentativo parlamentare. Poiché la democrazia parlamentare è stata concepita per assorbire e conciliare i conflitti sociali. E quindi si teme che, non essendo questi più rappresentati, finiscano per sfuggire di mano. Non è importante la percentuale che

Mi scuso con i miei due o tre affezionati lettori, ma un malanno del computer mi ha tenuto lontano dal blog e dal web praticamente dall’altro lunedì, per tutta la settimana post-elettorale, e quindi non ho seguito l’andamento dei dibattiti, in particolare su Kilombo, ma immagino che si sarà ormai detto tutto o quasi. Come se non bastasse il Signor Tecnico Riparatore mi ha azzerato quasi tutto il desktop, compreso Mozilla e i vari players, e per fortuna che mi ha lasciato premurosamente la cartella Documenti, altrimenti so io dove gli finiva il silicio. Vabbe’, bando agli scherzi, e torniam a lavurà, che la pacchia è finita!

Appello
Un’indegna campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare Cinese è in corso. A dirigerla e orchestrarla sono governi e organi di stampa più che mai decisi ad avallare il martirio interminabile del popolo palestinese e sempre pronti a scatenare e appoggiare guerre preventive come quella che in Irak ha già comportato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.
Si agita la bandiera dell’indipendenza (talvolta camuffata da «autonomia») del Tibet, ma se questo obbiettivo venisse conseguito, ecco che la medesima parola d’ordine verrebbe lanciata anche per il Grande Tibet (un’area tre volte più grande del Tibet propriamente detto) e poi per il Sinkiang, per
Sulla base di parole d’ordine analoghe a quelle oggi urlate contro
L’Occidente che si atteggia a Santa Sede della religione dei diritti umani non ha speso una sola parola sui pogrom anticinesi che il 14 marzo a Lhasa sono costati la vita a civili innocenti compresi vecchi, donne e bambini. Mentre proclama di essere alla testa della lotta contro il fondamentalismo, l’Occidente trasfigura nel modo più grottesco il Tibet del passato (fondato sulla teocrazia e sulla schiavitù e sul servaggio di massa) e si prosterna dinanzi a un Dio-Re, impegnato a costituire uno Stato sulla base della purezza etnica e religiosa (anche una moschea è stata assaltata a Lhasa), annettendo a questo Stato territori che sono sì abitati da tibetani ma che non sono mai stati amministrati da un Dalai Lama: è il progetto del Grande Tibet fondamentalista caro a coloro che vogliono mettere in crisi il carattere multietnico e multiculturale della Repubblica Popolare Cinese per poterla meglio smembrare.
Alla fine dell’Ottocento, all’ingresso delle concessioni occidentali in Cina era bene in vista il cartello: «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi». Questo cartello non è dileguato, ha solo subito qualche variante, come dimostra la campagna per sabotare o sminuire in qualche modo le Olimpiadi di Pechino: «Vietate le Olimpiadi ai cani e ai cinesi».
Adesioni
Domenico Losurdo, filosofo
Gianni Vattimo, filosofo
Luciano Canfora, storico
Carlo Ferdinando Russo, direttore della rivista "Belfagor"
Angelo d’Orsi, storico
Ugo Dotti, storico della letteratura italiana
Guido Oldrini, filosofo
Massimiliano Marotta, presidente della Società di studi politici
Federico Martino, storico del diritto
Fosco Giannini, senatore PRC, direttore della rivista “l’Ernesto”
Fausto Sorini, membro del Comitato politico nazionale del PRC, direzione area “l’Ernesto”
Sergio Cararo, direttore della rivista “Contropiano”
Alessandro Leoni, Segreteria regionale toscana PRC
L'indirizzo e-mail sul quale raccogliere le adesioni è:
appellocina@libero.it
oil painting by Zhang Lin Hai from www.schoeni.com.
La Terra è Rotonda.
Non mi sono mai piaciuti i punti di vista eurocentrici, magari fondati su una presunta superiorità della razza ariana. Il mondo cambia, sta cambiando, altri continenti si muovono anche assai più velocemente del nostro. E non sarà nessuna astuzia integralista, cristiana o buddista che sia, a ripristinare la perduta egemonia.
Chavez denuncia il tentativo di sabotare i Giochi Olimpici di Pechino
Il presidente Hugo Chavez ha lanciato un appello a tutte le nazioni del mondo perché appoggino
La sollecitazione del presidente è venuta nel corso della manifestazione di riaffermazione della sovranità petrolifera conquistata dal Venezuela nelle installazioni di Pdvsa in
“Sapete
www.aporrea.org/actualidad/n111274.html
La vittoria cinese
di Fidel Castro Ruz
Senza alcune elementari nozioni storiche non si capirebbe il tema che affronto.
In Europa avevano sentito parlare della Cina. Marco Polo, nell’autunno del 1298, raccontò cose meravigliose del singolare paese che chiamò Catay. Colombo, navigatore intelligente ed audace, era al corrente delle conoscenze che possedevano i greci sulla rotondità della Terra. Le sue stesse osservazioni lo facevano coincidere con quelle teorie. Ideò il piano di arrivare nel Lontano Oriente navigando dall’Europa verso occidente. Calcolò con eccessivo entusiasmo la distanza, molto più grande. Senza immaginarlo, tra l’Oceano Atlantico ed il Pacifico, questo continente gli attraversò la sua rotta. Magellano effettuerà il viaggio da lui concepito, anche se morirà prima d’arrivare in Europa. Con il valore delle specie raccolte fu pagata la spedizione incominciata con molte imbarcazioni, di cui ritornò una sola, preambolo dei futuri colossali guadagni.
D’allora, il mondo ha iniziato a cambiare a passo accelerato. Vecchie forme di sfruttamento si sono ripetute, dalla schiavitù fino alla servitù feudale; antiche e nuove credenze religiose si sono estese nel pianeta.
Da quella fusione di culture e vicende, accompagnata dai progressi della tecnica e dalle scoperte della scienza, nacque il mondo attuale, che non si può capire senza un minimo d’antefatti.
Monaci o popolo del Tibet
di Enrica Collotti Pischel
Sul Tibet e sulla Cina la qualità dell’informazione è la più scadente che si possa immaginare, una sorta di trash hollywoodiano all’amatriciana. Per cercare di rimediare almeno in minima parte a questa abissale ignoranza propongo una serena rilettura di alcuni testi ripescati dalla rete. Poi ognuno faccia le valutazioni che meglio crede. L’articolo che segue è stato scritto dalla celebre sinologa Enrica Collotti Pischel, scomparsa nel

oil painting by Zhang Lin Hai from www.schoeni.com.
La notizia della fuga dalla Cina del giovanissimo Lama Ugyen Trinley Dorje, terza autorità nella gerarchia delle reincarnazioni del buddhismo tibetano è stata ritenuta molto ghiotta dai giornali italiani e viene considerata un grave scacco per il governo cinese che non sarebbe riuscito a impedirla, nonostante il proprio apparato militare.
Quest'interpretazione ignora che i cinesi non hanno mai fatto nulla per fermare la fuga dei rappresentanti politici e religiosi tibetani dalla Cina: nel
Il più povero
Molte cose dovrebbero essere dette a proposito del mito del Tibet che ha preso piede, anche nei ranghi della sinistra. Dal cinematografico Shangri-la, al di fuori del tempo, dello spazio e del clima, alle ovvie seduzioni di turismo "estremo", dalle tendenze a vedere esempi validi in civiltà rimaste primitive e tagliate fuori dal processo della storia, alla sistematica disinformazione diffusa da potenti mezzi mediatici statunitensi e al fascino che sugli occidentali delusi esercitano le religioni e le ideologie esotiche ed esoteriche, tutto confluito in un'affabulazione della quale sono stati vittime in primo luogo proprio i tibetani.
Certamente sono uno dei popoli più poveri del mondo, esposti a molteplici forme di oppressione: tra esse quella cinese è stata con ogni probabilità meno gravosa di quella esercitata dai monaci e dagli aristocratici, dei quali i pastori e i contadini erano fino al 1959 "schiavi", nel senso letterale del termine, in quanto sottoposti al diritto di vita e di morte dei loro padroni. Che poi tutti, ma con ben diverso vantaggio, trovassero conforto nel ricorso a una delle forme più degradate di buddhismo (il buddhismo tantrico tibetano popolato di fantasmi e di incantesimi ha ben poco a che vedere con la meditazione intellettuale e la creatività artistica dello Zen), si può anche comprenderlo.
Per fare un minimo di chiarezza è necessario comunque precisare alcune cose. Il Tibet non è stato "conquistato dalla Cina comunista nel 1950": dopo precedenti più discontinui rapporti, fu conquistato dall'impero cinese nella prima metà del secolo XVIII, e da allora è stato considerato parte dello stato cinese da tutti i governi della Cina, anche dal Guomindang.
E' vero che i tibetani per ragioni geografiche sono, entro lo "Stato del Centro", il gruppo più lontano dalla comune cultura, però da 250 anni sono stati sempre governati da funzionari cinesi nominati dal governo centrale: giuridicamente e istituzionalmente ciò ha un senso. Gli inglesi, all'apice del loro potere sull'India all'inizio del secolo XX, intrapresero, tuttavia, una serie di manovre per staccare il Tibet dalla Cina e porlo sotto la loro influenza, giungendo, nel
Il ruolo della Cia
Non ha quindi alcun senso dire che
Pechino: autonomia no
Dopo il 1959 il governo cinese spossessò monasteri e aristocratici e "liberò gli schiavi", iniziando una politica di modernizzazione forzosa (vaccinazioni, costruzione di opere pubbliche) e di formazione di una classe dirigente locale, figlia di schiavi, sottoposta a un bombardamento educativo razionalista e anti-religioso. Furono questi giovani che durante la rivoluzione culturale distrussero templi e monasteri.
Dopo la morte di Mao, i governanti cinesi hanno cercato di ristabilire i rapporti con i tibetani, migliorando le sorti economiche dell'altipiano ma importando anche gran numero di cinesi, non solo militari. Hanno anche trattato indirettamente con il Dalai Lama, che - politico asiatico molto scaltro - non chiede l'indipendenza, ma una più o meno larga autonomia: Pechino non ha mai tuttavia voluto concedere un reale autogoverno, che aprirebbe rischi di secessione e metterebbe in discussione tutti i rapporti etnici del vasto paese. Alle spalle del Dalai Lama si è sviluppato, intanto, un vasto insieme di interessi della classe dirigente tibetana che ormai è nata all'estero e vi ha ricevuto una formazione culturale moderna: è questa che chiede un'indipendenza che potrebbe essere ottenuta solo con una guerra spietata alla Cina e potrebbe essere innestata dal reclutamento di giovani guerriglieri in India - segnali "terroristici" in questo senso ci sono già stati. Erano proprio dissennati i governanti cinesi che ritenevano che l'attacco alla Serbia, motivato dalla difesa dei "diritti umani" in Kosovo, fosse in effetti la prova generale di un attacco alla Cina?