by Sbancor
Il sistema capitalista mondiale assomiglia a Matrix. C'è, nascosta da qualche parte una matrice che genera un mondo rovesciato, dove, appunto "i rapporti fra gli uomini divengono rapporti fra cose". Una volta fatta funzionare la matrice è impossibile tornare indietro. O meglio indietro si può andare con funzioni storico-mantiche, ma anche in questo caso non riusciremo mai a ricostruire la "realtà". Questa è andata irrimediabilmente perduta nel primo passaggio della equazione matriciale. Potremo reiventare delle storie. Quasi nulla sappiamo della guerra di Troia, molto conosciamo invece dell'Iliade.
La situazione politica attuale, che d'ora in poi definirò "fascismo amichevole" (friendly fascism) o "stato d'eccezione permanente" , ha secondo me almeno un merito, fra tante catastrofi, quello di smascherare definitivamente tutti coloro che, per piaggerìa o per conformismo, si definivano "di sinistra", pur essendo intimamente e strutturalmente reazionari, fascisti, leghisti o berlusconiani che adesso vogliano definirsi. E' un fenomeno che ognuno di noi può scoprire nella vita quotidiana, nel proprio ambiente di lavoro o di residenza. Certo, questo aggrava i nostri compiti. Ma allo stesso tempo, fa un po' di chiarezza. D'ora in avanti non ci accontenteremo di un tatuaggio del Che, di un orecchino al naso o di una generica dichiarazione di "buonismo" democratico. Non per cinismo, ma perchè, e i fatti del Pigneto lo dimostrano, a situazione d'emergenza bisogna rispondere con rinnovata fermezza e consapevolezza.
“Un capo di partito (e di governo) fece un’affermazione pubblica provocatoria e aggressiva nei confronti di un gruppo socio-professionale, cosa che suscitò in molti scandalo e indignazione. Dopo poche ore ritornò sull’argomento ritrattando parzialmente la propria dichiarazione. Il giorno dopo sostenne che la frase incriminata era scherzosa e del tutto priva di intenzioni offensive. In serata affermò che essa conteneva in ogni caso una parte di verità. Il terzo giorno disse che era stato interpretato male. Nel pomeriggio aggiunse infine che si era fatto soltanto portavoce di un’opinione molto diffusa, che non condivideva. Tuttavia fu per tre giorni alla ribalta dei massa media”
(Mario Perniola, Contro la comunicazione, 2004)
Sulla comunicazione di massa, il prof. Mario Perniola, ordinario di Estetica all’Università di Tor Vergata (Roma), ha scritto nel 2004 un opuscolo, Contro la comunicazione (Einaudi), che a mio avviso resta fondamentale per comprenderne i modi di funzionamento e le influenze che si estendono anche alla cultura, alla politica e all’arte, (e, io aggiungerei, all’economia, alla tecnologia, al mondo del lavoro e dei consumi). In sintesi,
“A volte nel mondo c’è così tanta bellezza
E il cuore mi si frana”
(“American Beauty”)
CONTRO
di Laura Casulli
Dice: “I politici sono tutti ladri”
Poi dice: “Io non ho mai detto che i politici sono tutti ladri”
E poi ancora: “Io ho detto che solo alcuni politici sono ladri”
Si potrebbe pensare ad una personalità schizofrenica e un po' disturbata. Invece è
solo “Comunicazione”. A sostenerlo è Mario Perniola, professore di Estetica all'Università
“Tor Vergata” di Roma, nel suo ultimo pamphlet dal titolo Contro la comunicazione. Una
lettura che può valere la pena di approfondire alla ricerca di ulteriori ponti con il pensiero
filosofico contemporaneo. Soprattutto per chi sviluppa il proprio “commercio con il mondo”
attraverso lo scambio di significati, nella ricerca di orizzonti di senso in cui collocare anche
le possibilità di utilizzo delle cosiddette “Tecnologie di Informazione e di Comunicazione”.
Quindi, innanzitutto a Scuola.
"Nella comunicazione” sostiene Perniola “c'è qualcosa di inedito rispetto alla
retorica, alla propaganda e anche alla pubblicità: non si tratta di trasmettere e di imprimere
nella mente del pubblico delle convinzioni e tanto meno di infondere nel suo animo una
fede o una ideologia dotata di identità e stabilità [...]. Al contrario, lo scopo della
comunicazione è favorire l'annullamento di ogni certezza e prendere atto di una
trasformazione antropologica che ha mutato il pubblico in una specie di tabula rasa
estremamente sensibile e ricettiva, ma incapace di trattenere ciò che è scritto su di essa
oltre il momento della ricezione e della trasmissione. Paradossalmente il pubblico della
comunicazione è tutto coscienza che trasmette e riceve, qui ed ora, ma senza memoria e
senza inconscio. Ciò consente ai potenti di poter fare e disfare secondo il tornaconto
momentaneo, senza essere legati ad alcunché. Si spezza così quel legame tra la serietà e
l'effettualità, tra la coerenza e la riuscita, su cui è stato costruito il mondo moderno (e non
solo quello!)”.
una volta c'erano le ronde contro i covi del lavoro nero,
adesso ci sono le ronde di coglioni,
a Mestre come al Pigneto.
A quando le ronde anti-coglioni?
Roma non ci fa paura
Ma rabbia
Guido Caldiron
"Ernesto" ha il faccione del Che tatuato sull'avambraccio, è nato il Primo maggio festa dei lavoratori, è sempre stato di sinistra. E allora? E' lui l'uomo intorno ai quarant'anni che molti testimoni hanno descritto essere alla testa del gruppo di ragazzi che venerdi scorso ha attaccato alcuni negozi gestiti da immigrati bengalesi nel quartiere del Pigneto a Roma. Solo che "Ernesto" - all'anagrafe Dario Chianelli - ci tiene a dire di non essere razzista e di essersi solo voluto fare giustizia. E allora? La sua storia l'ha raccontata ieri a Repubblica che l'ha subito trasformata in una sorta di editoriale, che suona un po' come l'adagio filofosico "la notte in cui tutte le mucche sono nere...". Come a dire: siamo sicuri che l'allarme antifascista colga il senso di ciò che sta capitando in questo annuncio d'estate nella Capitale d'Italia?
Sfida accettata, venga dalle pagine di un quotidiano progressista che non si è fatto problemi nel cavalcare l'allarme sicurezza, come dalle parole di un uomo cresciuto in un ex quartiere operaio nella cintura periferica di una ex città di sinistra. Per quanto orribile e barbara appaia, la realtà non può farci paura, non fino al punto di non aver più voglia di comprenderla, studiarla, viverla. Partiamo perciò da qui: quanto accaduto nell'ultima settimana a Roma si potrebbe rappresentare nei termini di una serie di centri concentrici, gli uni contenenti gli altri e via via. Le violenze del Pigneto non sono la stessa cosa di quelle della Sapienza, ma questo non significa che l'uno o l'altro di questi atti ci debba preoccupare di meno, ci interroghi di meno sulla qualità complessiva della vita quotidiana nella più grande metropoli del nostro paese.
INTERVISTA A CLAUDIO LAZZARO, REGISTA DI NAZIROCK
a cura di Stefano Corradino (articolo21)
“Quando una parte della destra radicale viene sdoganata politicamente molti si sentono autorizzati e compiono gesti che probabilmente prima non avrebbero fatto”.
Poche settimane fa Verona e Viterbo. Negli ultimi giorni Roma: dal Pigneto all’Università La Sapienza. Gli episodi di aggressione neonazista dilagano. Avevamo già presentato, ancor prima di Verona, il film Nazirock diretto dal giornalista-regista Claudio Lazzaro, che le sale cinematografiche non hanno proiettato per paura di ritorsioni, e le librerie nascondono. Nel film fra i "protagonisti" troviamo proprio Martin Avaro, arrestato ieri all'Università la Sapienza di Roma, oltre naturalmente Roberto Fiore, fondatore di Forza Nuova.
Questa sera, mercoledì 28, il film verrà proiettato nel quartiere Garbatella di Roma.
Questa sera proietterai nel quartiere della Garbatella di Roma il tuo film Nazirock. Da Verona a Viterbo, dal Pigneto agli scontri di ieri all’Università La Sapienza. C’è un fil rouge, anzi un fil noir che lega questi avvenimenti?
C’è un clima preoccupante. E le aggressioni continue di questo periodo trovano purtroppo un terreno fertile anche da un punto di vista politico. Che viene da lontano e riguarda varie città nel nord e nel sud e nel Paese. Pensiamo a Verona: ero lì a proiettare il mio film. Tre proiezioni in un giorno in una città in cui il sindaco, Tosi, voleva mettere nell’Istituto Storico per la Resistenza un personaggio come Andrea Miglioranzi, ultrà dello stadio condannato a tre mesi di galera per istigazione razziale e tra i leader del gruppo “Nazirock”. In un posto dove il leghismo più estremista si intreccia con la destra più radicale tutto purtroppo diventa possibile....
C’è una latente accondiscendenza politica dietro queste forme di intolleranza?
Nessun esponente politico dell’attuale governo ha spinto i giovani in questa direzione. E molti a cominciare dal neo sindaco di Roma hanno preso formalmente le distanze, stigmatizzando ad esempio l’episodio del Pigneto. Ma non ci dimentichiamo che, sebbene abbia fatto ammenda lo stesso Alemanno ha una storia giovanile di militanza in ambienti non propriamente pacifici e tolleranti… Con ciò non voglio dire che siano stati "aizzati" ma che nel momento in cui una parte della destra radicale viene sdoganata politicamente molti si sentono autorizzati e vengono allo scoperto e compiono gesti che probabilmente prima non avrebbero fatto.
Un clima che impensierisce gli stessi distributori del film. Nazirock ha avuto seri problemi a passare nelle sale…
Non è stato praticamente possibile diffonderlo al cinema per le diffide arrivate da Forza Nuova. D’altronde quando un esercente riceve una diffida legale da qualcuno che è stato condannato a sei anni e mezzo per banda armata capisco che si preoccupi. Fortunatamente il film ha avuto anche una distribuzione in libreria ma io volevo raggiungere un gruppo di giovani meno preparati, che magari le librerie non le frequentano. Quelli che possono essere vittima di queste trappole ideologiche che dovrebbero essere pattumiere della storia. In ogni caso perfino le librerie hanno paura di esibire Nazirock e lo nascondono. C’è gente che ha dovuto chiedere per dieci minuti il film prima di vederselo consegnare…
Uno dei giovani di Forza Nuova responsabile delle aggressioni all’università di Roma era uno dei protagonisti del tuo film.
Sì, è il federale di Roma est Martin Avaro, già coinvolto lo scorso anno nell'inchiesta sul raid avvenuto nel parco di Villa Ada a giugno.
Hai scritto un editoriale sul nostro giornale on line dal titolo “Come piazzare un giornalista nel mirino delle squadre fasciste”. Sei preoccupato?
Mi preoccupa molto. Tre giorni fa è apparso su YouTube un video che si presenta e si firma col marchio di Forza Nuova. Boicotta Nazirock, è il titolo di testa, su sfondo blu brillante. Poi, con un montaggio di testi e immagini, si cerca di smontare il complotto che avrei ordito contro Forza Nuova. Secondo il video, il grande striscione che si vede nel mio film, sventolato da un gruppo di giovani a braccio teso nel corso del raduno di Forza Nuova, sarebbe un falso: sarei stato io a modificarlo in sede di montaggio per diffamare e infangare il partito di Roberto Fiore. Darmi del falsario, dipingermi come un infame in un clima come questo ti fa diventare un bersaglio. Nella migliore delle ipotesi è un atteggiamento irresponsabile. Nella peggiore un atto di squadrismo.
Articolo21, nella sua campagna contro la mafia ha lanciato il tema della “scorta mediatica”, come uno degli strumenti principali da adottare per isolare la criminalità. Vale solo per chi combatte la mafia o pensi che sia fondamentale che i media diano più voce anche a coloro che contrastano fenomeni di recludescenza neofascista?
La cosa più importante è che i media rappresentino questi fenomeni senza minimizzare . Non per fare antifascismo ma per fare informazione onesta. Per questo dalla stampa non mi sento né protetto né abbandonato. E non chiedo che si discuta di più del mio film. Vorrei che si parlasse di questo contesto sociale dove stanno dilagando intolleranza e aggressività. Purtroppo devo constatare che la tv ha scarsa attenzione su questi temi.
Se di fascismo si può parlare quali sono i caratteri che lo caratterizzano rispetto a quello “storico”?
Non ha molto a che fare con l’originale. Per i giovani sono solo mitologie "orecchiate": questi ragazzi non hanno conoscenza della storia, sono giovani reclutati spesso negli stadi che poi trovano in Forza Nuova o nella Fiamma un partito per incanalare energie. Ma non hanno conoscenza alcuna dei fenomeni storici. Non c’è coerenza ideologica, ma continue contraddizioni.
Magari non solo nei giovani. C’è chi sbandiera l’antiglobalizzazione per poi allearsi con Berlusconi…
E’ il caso di Roberto Fiore. I suoi discorsi appassionati contro la globalizzazione e lo sfruttamento della manodopera, il suo antiamericanismo viscerale e poi l’apertura in campagna elettorale all’attuale presidente del Consiglio che è il più filo americano di tutti. In effetti le contraddizioni sono a più livelli.
E la sinistra che responsabilità ha in questo contesto? Non è riuscita a intercettare il degrado culturale o la rabbia dei giovani?
Ha innanzitutto un difetto di comunicazione, non ha avuto la capacità di intervenire e creare un radicamento. Forse se la sinistra avesse avuto un linguaggio diverso capace di entusiasmare i giovani attraverso i suoi valori, del tutto differenti, di eguaglianza e solidarietà magari a quest’ora quei giovani avrebbero pulsioni più positive.
Una responsabilità che parte da lontano…
Pasolini nel '74 contestava il fatto che la sinistra vedeva i giovani di destra come l’inevitabile raffigurazione del male. E non andava oltre. Forse sarebbe il caso di ripartire da lui…
Gomorra, film importante di denuncia sociale, tratto dal libro di Saviano, ha conquistato un premio molto ambito al festival di Cannes aprendo un dibattito vivo sul tema della criminalità, della delinquenza giovanile, del racket dei rifiuti... Il cinema può essere uno strumento per aprire degli squarci? Per farci riflettere?
Il cinema è lo strumento principale per fare ciò. Due giorni fa ero nella città di Acquapendente a presentare il film. Una sala piena di persone che hanno visto Nazirock e sono rimaste due ore a parlarne. Non è vero che film di questo tipo non possono avere mercato: la gente ha voglia di vedere rappresentata la realtà in cui vivono. Sono le istituzioni della comunicazione a pensare che la gente abbia solo voglia di soap opera e di lucchetti dell’amore…
Lo so. Questo video avrebbe dovuto essere postato durante il periodo elettorale. Però trovo sempre spassoso questo monologo in un improbabile dialetto lucano-materano dell’operaio Pasquale Ametrano, emigrato a Monaco di Baviera. Talmente improbabile che manco più i paesani lo capiscono. E lui non capisce più il Bel Paese.
Della serie: anche i dialetti non sono più gli stessi.