
vedi anche il film La generazione rubata di Phillip Noyce, 2002: it.wikipedia.org/wiki/La_generazione_rubata
Sembra un periodo particolarmente favorevole ai romanzi e ai saggi che raccontano le vicende infinitamente crudeli degli stermini coloniali e delle assimilazioni forzate, dall’operazione elvetica “Enfants de 
Le politiche di assimilazione sono tecnicamente simili, nella Svizzera del dottor Alfred Siegfried come nel massacro degli aborigeni australiani, le comunità, le culture e gli stili di vita delle “razze inferiori” dovevano essere distrutte radicalmente. Ciò che ne restava doveva essere sottoposto alla sedentarizzazione forzata, col nome di "politica di assistenza sociale e di previdenza". La sottrazione dei bambini in Svizzera venne pianificata fino al 1967 dall'Opera di soccorso "Enfants de la grand-route" (creata nel 1926 dalla federazione svizzera di beneficenza Pro-Juventute) con la collaborazione della polizia, e finanziata da vari “benefattori” e associazioni, dalla vendita di gadget dell’associazione (francobolli, opuscoli) oltre che da sovvenzioni della Confederazione e del Dipartimento dell’Interno. I bambini rubati ai genitori venivano “affidati” ad altre famiglie o rinchiusi negli orfanotrofi, incarcerati o internati in ospedali psichiatrici. E costretti a subire ogni sorta maltrattamenti, umiliazioni e vessazioni. Sembra un film già visto, con gli stessi dialoghi, la stessa disperazione, gli stessi sbirri, gli stessi orfanotrofi. E si sa quanto sta a cuore, alla Moratti o alla Chiesa, la beneficenza.
Sta di fatto che una delle prime azioni fu …il censimento della popolazione itinerante. I bambini vennero sottratti alla potestà dei genitori, e Siegfried stesso divenne il “tutore” di oltre 300 bambini. Per lui, per il successo della “rieducazione” era assolutamente necessaria “la rottura totale tra il bambino e il suo universo familiare”.
Complici di quest’operazione furono, verrebbe da dire ovviamente, il clero, gli scienziati, i medici, gli psichiatri. Negli istituti religiosi, nelle aziende agricole o nei penitenziari i bambini potevano “assimilare i valori dell'ordine e del lavoro” e venire “socializzati” lavorando come servi e schiavi a zero o basso costo. Fra un maltrattamento e un abuso sessuale, potevano perfino ricevere un’”istruzione” ridotta al minimo, quel tanto che bastava alla loro condizione di “esseri inferiori”.
Gli scienziati appurarono l'"inferiorità ereditaria" dei nomadi, e i medici praticarono le sterilizzazioni forzate. Ancora nel 1964, il dottor Siegfried scriveva: "Il nomadismo, come alcune malattie pericolose, è trasmesso soprattutto dalle donne". Lo psichiatra Joseph JÜrger fu uno dei primi ideologi svizzeri dell'igiene razziale. Nel 1988 un centinaia di vittime della “scienza razziale” erano ancora internate in cliniche e istituti. Se si considerano tutte queste date, si può osservare una grande continuità, fino ai nostri giorni, in tutta Europa (e negli Stati Uniti) delle operazioni di eugenetica, che non riguardarono perciò esclusivamente i nazisti, anche se certo il nazismo ne fu l’interprete più entusiasta e fanatico.
Il romanzo Home di Larissa Behrendt, pronipote di una bambina aborigena rapita nel 1918 per essere educata e cresciuta dai bianchi, si inserisce in questa corrente di testimonianze sui bambini rubati e sulle politiche di assimilazione e/o sterminio.
Con Home, Larissa Behrendt, docente di legge e studi aborigeni e avvocato votato alla causa dei diritti del suo popolo, racconta, tra realtà e fiction, un lungo viaggio alla ricerca delle radici perdute e fa riemergere una pagina di storia che il suo paese ha creduto di poter archiviare troppo in fretta: la tragedia degli aborigeni, "colpevoli" soltanto di avere una pelle diversa dai bianchi.
Protagonista del romanzo è Candice, una ragazza dai capelli chiari, pronipote di Garibooli, la bimba portata via con la forza dal campo di eualayai, che, a distanza di settant'anni, ritorna con il padre Bob nei luoghi dove venne rapita la nonna. Insieme ai ricordi che affiorano e attraverso i luoghi e i volti, si ricompone la vita di Garibooli, ribattezzata Elisabeth. Violenze, diritti violati, ferite non rimarginabili.
La tragedia degli aborigeni è stata una pagina della storia Australiana chiusa tanto tempo fa. Lei ora la riapre
Anche se il rapimento di massa dei bambini aborigeni è finito con gli anni Sessanta, ancora oggi quanto è successo pesa sul mio popolo. Tutti quelli che furono strappati ai loro cari per essere "assimilati" dai bianchi, hanno subito abusi: fisici, mentali, sessuali. E ce ne sono ancora molti che non sanno neanche da dove provengono e che non sono riusciti a ritrovare la loro identità. Da avvocato mi sono occupata di donne, figlie e nipoti di bambini o bambine rapiti, che non avevano neanche il più pallido ricordo della loro famiglia. Un'eredità pesante da portare.

Home è un romanzo autobiografico?
Sì, il libro si basa sulla storia della mia famiglia, ma anche sulla mia esperienza di avvocato. Candice sono io, e Garibooli è mia nonna. Della mia famiglia io conoscevo qualche cosa, ma non molto. Mentre, nel romanzo, Candice immagina la storia di Gariboli nei dettagli: da quando venne strappata al suo campo in poi. Fino a quando le sarà possibile tornare a casa, tanto tempo dopo. Visitare i luoghi da dove mia nonna venne portata via, mi ha dato la forza e l'emozione per poter scrivere Home.
Quanti sono stati, in cinquant'anni, i bambini aborigeni rapiti?
Ipotizzare un numero preciso è difficile. Le fonti ufficiali dicono che quella sorte capitò a un bambino su dieci. Ma io non ho mai conosciuto una sola famiglia aborigena che non contasse un "bambino rubato".
Quello che è accaduto agli aborigeni nel suo paese è stato il tentativo di togliere l'identità a un popolo. L'Australia ha riconosciuto le sue responsabilità, o la questione è ancora aperta?
Il nostro ex primo ministro, John Howard, non pensava che l'Australia si dovesse vergognare di questo suo passato, né riteneva che la questione degli aborigeni fosse stata sottovalutata. E, in quel periodo, tutto sommato, la logica dell'assimilazione è continuata, la cultura aborigena non era in alcun modo né protetta né fatta rivivere, né tanto meno venivano stanziati fondi e risorse per salvaguardare il popolo aborigeno.
Le cose sono cambiate quando è andato al potere Kevin Rudd. Lui ha chiesto scusa agli aborigeni e il governo si è fatto carico dei danni morali e fisici causati dalla politica dei rapimenti. Oggi in Australia va senz'altro meglio, ma solo dal punto di vista teorico. Quando si scende sul piano pratico ci sono ancora molti problemi.
Larissa Behrendt, Home
Baldini Castoldi Dalai editore
Pagine 429 - euro 19,00.
(intervista tratta da la Repubblica 29 giugno 2008)

Se tuo fratello sta morendo di solitudine e depressione, ed è pure "negro", non chiamare MAI i carabinieri (o il 118)...
Il racconto di Wu Ming, Momodou, inserito nell'antologia Crimini italiani curata da Giancarlo De Cataldo (Einaudi, 2008), è disponibile in pdf:

www.anarca-bolo.ch/a-rivista/aforzadiesserevento/index.htm
Kinder der Landstrasse: l’Inseminator di Mario Cavatore (romanzo)
Mario Cavatore, Il seminatore, Einaudi, 2004
L’inseminator di Mario Cavatore prende lo spunto dall’operazione di pulizia eugenetica scatenata in Svizzera nel periodo fra le due guerre mondiali del secolo scorso, condotta dalla famigerata Opera di soccorso "Enfants de la grand-route" (Kinder der Landstrasse) diretta dal dr. Alfred Siegfried. Cavatore si è direttamente ispirato all’articolo di Laurence Jourdan sull’eugenetica in Europa (“Le Monde Diplomatique”), di cui ho già parlato nel post Ladri di bambini.
Da buon cronista, storico e memorialista, prende una vicenda reale della pulizia etnica elvetica e la sviluppa fino al parossismo. Lubo Reinhardt è uno zingaro naturalizzato che sta prestando il servizio militare obbligatorio, quando riceve la notizia che gli sovvertirà la vita: i suoi due bambini sono stati presi dalla polizia per essere estirpati dalla cultura rom ed “educati nella civiltà”, e la moglie, che ha tentato invano di opporsi, è stata uccisa.
Ciò accade nella Svizzera del 1939 dove da tempo è attiva l'Opera “Bambini della Strada Maestra”, un'organizzazione "umanitaria" che usa mezzi tutt'altro che umanitari per sradicare la “piaga” del nomadismo e annichilire la presenza zingara in Svizzera allontanando i figli dai genitori.
Lubo, straziato da quella brutale prevaricazione ammantata di legalità , decide di vendicarsi. La sua vendetta è meditata ma viscerale, implacabile, a suo modo rigorosa ed epica: due figli zingari gli sono stati tolti, duecento nuovi figli zingari egli diffonderà, con il suo seme, in Svizzera. Cambia identità e si trasforma in un Don Giovanni fascinoso e inseminatore. Il suo piano inverso è inseminare il maggior numero possibile di donne svizzere, per rispondere alla politica eugenetica con un gesto uguale e contrario, d’immensa portata simbolica. Il seme del male si propaga all’infinito, generando nuova violenza.
Il male dato ritorna, ingigantito. La follìa eugenetica naufraga in un succedersi continuo di nuove tragedie. Se non fosse un romanzo storico, scarno e asciutto, avrebbe potuto essere la trama di un film horror, condito eventualmente dalla sagace ironia di un Emir Kusturica.
Intervista al Professor Salvatore Palidda, docente di sociologia delle migrazioni, della devianza e del controllo sociale all’Università di Genova (*) (Liberazione 27 giugno)
Professor Palidda, che cosa ne pensa delle impronte digitali prese ai bambini rom?
E' grave che nessuna alta autorità intervenga per fermare questa misura, a cominciare dal Presidente Giorgio Napolitano. E' vergognoso quello che sta accadendo in Italia, queste pratiche cominciarono un tempo a danno degli ebrei e degli stessi rom. E' chiaramente una schedatura razzista e fascistoide, fatta con l'intento di terrorizzare i rom e soddisfare la minoranza rumorosa e razzista. Perché sono convinto che soltanto una piccola parte degli italiani approva tutto questo. Peraltro già il centrosinistra aveva fatto la sua parte contro i rom, è chiaro che la destra deve superarlo.
Per il ministro Maroni c'è bisogno comunque di un censimento dei rom. E' così?
La scusa del censimento è falsa. Da vent'anni gli immigrati, i rom e i marginali sono le persone più schedate del Paese. Il 95% degli schedati dalla polizia italiana sono loro. E poi non diciamo fesserie, non confondiamo la schedatura con il censimento. Il censimento va fatto dall'Istat o dagli enti locali utilizzando personale civile, non in divisa.
Secondo il centrodestra, la schedatura servirà a proteggere i bambini dall'accattonaggio. Come risolvere questo problema?
Si tratta di una copertura demagogica, anche i fascisti dicevano che volevano proteggere gli ebrei.
Esistono comunque migliaia di rom senza documenti e senza diritti. Come trovare una via di uscita?
Di certo non è colpa dei rom ma dello Stato italiano che non ha mai garantito questo diritto. Se ogni regione creasse dei campi regolari, i rom avrebbero risolto il problema dei documenti.
Moltissimi rom, però, non vogliono vivere nei campi. Non può esserci una alternativa?
Ci dimentichiamo che molti rom sono perfettamente integrati e che però alcuni preferiscono ancora vivere nelle case mobili, come la famiglia del sinti Giorgio Bezzecchi a Milano. Ciò che chiedono è la libertà di movimento, come peraltro garantito dalle norme europee, mai applicate in Italia. Dobbiamo capire dove fanno a finire i fondi che l'Unione Europea stanzia per l'integrazione dei rom, temo che vengano utilizzati per la sicurezza e cioè contro i rom stessi. E dobbiamo insistere per avere la certezza del diritto: le leggi italiane sull'immigrazione, invece, fanno di tutto per dare incertezza.
L'Udc vorrebbe estendere la schedatura anche ai «nostri bambini», ma su base volontaria. Cadrebbe così il razzismo?
Ciò dimostra una cosa: ogni volta che si approva una misura cosiddetta emergenziale diretta ad una minoranza, inevitabilmente questa misura viene estesa anche ad una parte degli autoctoni. Non dimentichiamoci che tra le tante sciagurate decisioni del centrosinistra esiste anche la carta di identità con dati biometrici. Eppure nessuno ha mai sollevato obiezioni al fatto che siamo tutti iperschedati.
(*) Il prof.Palidda è autore del saggio Polizia postmoderna - Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli, 2000: Mobilità umane - Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Cortina Raffaello, 2008.
Piccolo aggiornamento narcisistico: oggi su NetMonitor di Repubblica viene segnalato anche il Doktor qui presente (il recensore ha scritto geyger, confondendo forse geiger con geyser!) . E una decina di altri blog che seguono con molta partecipazione quanto sta accadendo ai Rom. Intanto anche il Commissario alla Giustizia dell'Unione Europea, Jacques Barrot, boccia il provvedimento di Maroni di prendere le impronte digitali ai nomadi (www.repubblica.it/impronte-ue.html ). La schedatura dei gruppi etnici non è compatibile con le normative comunitarie. E Napolitano, che dice?
Abbiamo costruito decine di aquiloni. I bambini correvano. Correvano per vedere i loro aquiloni alzarsi in cielo. Ci guardavano con occhioni brillanti (…) Su un aquilone c’era scritto: “Forza Roma. Italiani coioni”. In quella scritta c’è tutto. C’è quanto si sentano profondamente italiani questi bambini che pestano la nostra terra da quando sono nati. C’è il naturale frutto di tutto il disprezzo che si bevono ogni giorno (..). C’è chi è andato in un grande campo rom, Casilino
Pensate ai vostri, di figli - Ma sono i blog di donne a lanciare l’allarme più forte, come Sorelle d’Italia: Ma come può venire in mente a qualcuno di schedare in maniera preventiva dei bambini. Fate come se fossero i vostri figli… Come Femminismo a Sud : Se almeno questi immigrati si lavassero bene, tanto da perdere qualche tono di nero. Dici che i Rom non sono neri? Che importa. Sono sporchi. Non è vero? Allora sono opachi. Bisogna ripassarli con un po’ di lucido brillante.E’ questo il tono anche della vignetta disegnata da Giuda (qui sopra). E Decidiamo Insieme ha trovato che anche il New York Times pensa che noi italiani siamo almeno “tiepidi” con le altre culture. Concetto analogo per Giusec&Friendz, in Germania per lavoro, racconta della ben diversa situazione dei rapporti tra tedeschi e turchi lassù. E si può scherzare, amaramente, come Personalità Confusa: Non è giusto! Perciò avanzo una proposta. Le impronte digitali siano prese sì ai bimbi rom, ma non solo a loro: anche a quelli marocchini. E pure ai bambini albanesi. E a tutti i figli di stranieri. In questo modo, la parità di trattamento sarà garantita. E sullo stesso tono sono Geyger Dysf, Queerworld, uno degli autori di Polisblog.
Chi governa la paura?
di Alessandro Dal Lago (*) (Liberazione 27 giugno)
Siamo tutti vittime di una retorica pubblica che fa leva sull’incertezza esistenziale per legittimare se stessa, e quindi il potere. Ma quella che possiamo chiamare “politica dell’esistenza” è in realtà solo un comodo metodo per distrarci dalla realtà. Creando un nemico indefinibile e funzionale (marocchini, rom, albanesi, stupratori all’angolo delle strade, pedofili nei giardinetti) le vere magagne in cui affondiamo sono minimizzate e il ceto politico può continuare a fare la bella vita .
E i giornali a vendere il loro allarmismo.
Anticipiamo un saggio di Alessandro Dal Lago dal volume dedicato alla situazione italiana, allegato al numero di MicroMega sulle Olimpiadi in uscita oggi.
L'idea di biopolitica, coniata da Michel Foucault in alcuni corsi al Collège de France della fine degli anni Settanta, designa oggi, nel dibattito filosofico-politico, i diversi campi in cui si esercita il governo della vita, ovvero la definizione incessante e pratica del vivente come oggetto di controversia pubblica: dal conflitto sulla personalità dell'embrione all'etica sessuale e al controllo demografico delle migrazioni.

LADRI DI BAMBINI
“In Italia la forza del pregiudizio alimenta oggi una violenza quotidiana che
ha nei bambini rom e sinti le vittime predestinate. Le radici storiche di questa
violenza sono remote. Profondamente radicato e sordo a ogni evidenza è il
pregiudizio che accusa gli zingari di rubare i bambini "nostri".
Intanto ogni giorno si hanno nuovi esempi di come noi rubiamo agli zingari
i bambini "loro" per trasferirli in istituti e di come la nostra società impedisca
a quei bambini la possibilità di una vita normale. Le prigioni italiane ospitano
- per così dire - un numero molto alto di zingari e chi le volesse visitare
vedrebbe scene di giovanissime madri che allattano i loro piccoli o li tengono con
sé. Bambini che nascono prigionieri”.
(Adriano Prosperi, “I nostri indiani si chiamano zingari”, in “
In una cerimonia solenne l´11 giugno scorso a Ottawa il primo ministro canadese ha presentato le scuse del governo ai nativi per la politica di assimilazione seguita dal Canada nei loro confronti:
“nel corso di molti anni, dall´800 fino al 1970, più di 150.000 bambini indiani furono strappati alle loro famiglie in tenera infanzia e obbligati a frequentare le scuole cristiane di stato. Qui, diventati ostaggi di un potere incontrollato mascherato di buone intenzioni, subirono ogni genere di violenza, inclusi naturalmente gli abusi sessuali. Tremende testimonianze di quel che subirono sono state proposte pubblicamente in quella cerimonia dell´11 giugno, davanti alla folla di membri delle "First Nations" “(gli “indiani” d’America). ( Adriano Prosperi, “I nostri indiani si chiamano zingari”, in “
Il primo ministro ha detto fra l´altro: "E´ stato un errore separare i bambini da culture e tradizioni ricche e vibranti; questo ha creato un vuoto in molte vite e in tante comunità. Di questo chiediamo perdono". Già Aléxis de Tocqueville nell´800 aveva descritto “il degrado fisico e mentale di popoli un tempo fieri e vigorosi trasformati dall´alcool e dall´asservimento coloniale in relitti umani”.
ll riconoscimento di colpa canadese va in controcorrente rispetto all’andazzo paranoico dell’Italia maronista, e colpisce al cuore di quel pseudo-orgoglio di superiorità razziale-culturale (che nasce dalla più abissale ignoranza) tipicamente colonialista sfociato nei genocidi nazisti. Ma indubbiamente è l’urgenza (l’emergenza) del clima di guerra a giustificare, nel segno dello “scontro di civiltà”, i nuovi pogrom e deliri razzisti contro gli “zingari”:
“I nostri Indiani si chiamano zingari. Ci oppone la stessa barriera culturale tra stanziali e nomadi che oppose in America il popolo delle praterie ai costruttori di città. Quella barriera non ha operato solo nel portare al genocidio degli zingari nei Lager nazisti, di cui comunque non si parla abbastanza. Ci vorrebbe troppo spazio per tentare un elenco anche sommario degli orrori dell´eugenetica europea e dello stillicidio quotidiano di volgari pregiudizi. “ ( Adriano Prosperi, idem).
Stermini colonialisti e stermini razzisti in “casa nostra” sono il frutto malefico di una cultura dominante diffusa a piene mani in tutta Europa, e di cui la follia nazista fu solo la manifestazione più evidente e paradigmatica. Non a caso Prosperi ci ricorda nel suo articolo quanto accadde in altri “civilissimi” Paesi come
Nel maggio del 1999, il Parlamento svedese ha deciso di indennizzare le vittime della politica di sterilizzazione forzata condotta in questo paese dal 1934 al
"Mi hanno portata via da mia madre poco dopo la mia nascita (...) I primi sei mesi di vita, li ho passati in un centro pediatrico per ritardati mentali. Lì ho vissuto le prime torture psichiatriche di un bambino jenische (...) Quando per la prima volta ho chiesto al mio tutore, il dottor Siegfried, chi fossero i miei genitori, mi ha detto (...) tua madre è una puttana, tuo padre un asociale. E questo, me lo sono portato dietro per dieci anni. Finché ho capito il significato di quelle parole: i miei genitori erano zingari " (Mariella Mehr, scrittrice jenische, una comunità gitana). 
Quella comunità della Svizzera fu vittima, negli anni tra il 1926 e il 1972, di una vera e propria caccia al nomade denominata l'operazione "Enfants de la grand-route" (Bambini della strada maestra). Come varie centinaia di altri figli di nomadi, Mariella era stata tolta di forza ai suoi genitori:
“Nell'arco di quasi mezzo secolo, in Svizzera oltre seicento bambini jenisches sono stati sottratti a forza alle loro famiglie dall'Opera di soccorso "Enfants de la grand-route", che aveva un unico mandato: quello di sradicare il nomadismo. Con questo proposito, i figli del popolo itinerante erano sistematicamente sottratti ai genitori e collocati presso famiglie affidatarie o negli orfanatrofi, quando non venivano addirittura incarcerati o internati in ospedali psichiatrici.
Nell'ambito del programma che doveva plasmarli secondo i modelli della società sedentaria, questi bambini hanno subito atti di razzismo, umiliazioni e maltrattamenti. Queste vessazioni, più accentuate nella Svizzera tedesca e nel Ticino, sono state minori nella Svizzera francese.
"Sradicare il male del nomadismo" L'Opera di soccorso "Enfants de la grand-route" era stata creata nel 1926 dalla celebre e prestigiosa federazione svizzera di beneficenza Pro-Juventute, cui era stato affidato l'incarico di "proteggere i bambini a rischio di abbandono e di vagabondaggio".”
Nel giugno 1998 Ruth Dreyfuss, consigliere federale oggi presidente della Confederazione elvetica ha dichiarato pubblicamente: "Le conclusioni degli storici non lasciano spazio al dubbio: l'Opera di soccorso Enfants de la grand-route è un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza".
Il termine assimilazione rivela qui la sua natura più brutale e feroce. Non a caso il fondatore e direttore di quest'organismo, Alfred Siegfried (1890-1972), che terrorizzava i bambini gitani con la complicità della polizia e delle amministrazioni comunali e cantonali, venne paragonato al suo principale ispiratore, Hitler.
(fine Prima Parte)

Note sull'istruzione programmata e sulle tecnologie del sè.
Forse e' proprio la solitudine che va politicamente organizzata.
(Christian Marazzi)
Non e' un fatto accidentale che la parola apprendimento ricorra con frequenza nelle sperimentazioni sul comportamento animale dei behavioristi
(it.wikipedia.org/wiki/Comportamentismo). Thorndike, l'ideatore delle gabbie-problema e per certi versi il pioniere del behaviorismo, dedico' gran parte della sua carriera successiva ai problemi dell'educazione e dell'istruzione dei bambini.
Fu Thorndike, nel
Qui e' da notare il fatto che ottant'anni prima che il calcolatore digitale si candidasse a sistema universale per l'implementazione dell'istruzione programmata, i modelli di programmazione dell'apprendimento behavioristi erano gia' stati ideati e avevano iniziato a suscitare entusiasmo nella piccola borghesia americana.
Sidney Pressey, un allievo di Thorndike, realizzava nel 1926 la prima “teaching machine”. La macchina di Pressey aveva l'aspetto di una macchina da scrivere, il cui carrello era corredato di una finestra in cui venivano presentate una domanda e quattro possibili risposte, delle quali una sola era quella giusta. Su un lato del carrello vi erano quattro pulsanti e l'utente era invitato a premere quello corrispondente alla risposta che riteneva esatta.
Alla pressione del tasto la macchina registrava la risposta su un contatore situato dietro il carrello e quindi proponeva la successiva domanda. Finita la prova l'utente poteva riesaminare il foglio del contatore per valutare il punteggio ottenuto e gli eventuali errori commessi. Pressey nei suoi libri affermava di confidare nel fatto che la sua macchina avrebbe condotto ad una “rivoluzione industriale nell'educazione”.
La grande depressione del '29 e la seconda guerra mondiale limitarono notevolmente le possibilita' di sviluppo dei progetti di Pressey. Se Pressey, e in seguito Skinner, svolsero le loro attività in buona sintonia con l'accademia, l'istruzione programmata trovo' nel mercato una sponda altrettanto affidabile. In un libro degli anni '60 intitolato Macchine per insegnare lo studioso francese Bernard Planque lamentava come: “ (...) si possono trovare nei drugstores di New York, per un dollaro, delle buste contenenti schede programmate che garantiscono che saprete tutto su Mozart o Einstein e che non dimenticherete mai nulla”. Per buona parte del secolo breve, ogni “oneself made man” statunitense, ogni famiglia che coltivava il sogno dell'american way of life, prima o poi, avrebbe finito con l'imbattersi nei prodotti ispirati ai principi dell'istruzione programmata.
Come scrive Luciano Mecacci, il comportamentismo fu a livello di massa: “una psicologia del far da se' adeguata ad una borghesia che aveva dato prova di ottimismo ed efficienza nel superamento delle crisi economiche del dopoguerra e del
La critica di Skinner alle prime teaching machine si appunta su una insufficiente analisi delle fasi di apprendimento e sulla scarsa importanza attribuita ai rinforzi, cioè ai premi.
“Una delle differenze principali esistenti tra un testo e un programma, e' data dal fatto che il primo riesce ad insegnare solo quando agli studenti sono state fornite della ragioni estrinseche per studiarlo, mentre il programma ha queste ragioni al suo interno” .
Con questa singolare affermazione Skinner intendeva dire che la gratificazione doveva essere generata dal programma stesso. A differenza di quanto accadeva nel sistema di Pressey, in cui le risposte sarebbero state esaminate alla fine dell'esercizio, Skinner sosteneva che la correzione degli errori doveva essere realizzata dal sistema in modo immediato.
[*] Dietro lo pseudonimo di Rattus Norvegicus si nasconde uno studioso del comportamento umano e animale, psicologo sperimentale per formazione, che scruta gli scenari del lavoro immateriale e flessibile con sguardo da antropologo. Seguendo per necessita' e per virtu' il metodo dell'osservazione partecipante si è occupato per anni di interfacce uomo-macchina, di videogiochi, di Intelligenza Artificiale, di didattica informatizzata, di ausili informatici per disabili.
Ha collaborato con numerose riviste tra cui Cyberzone, Informazione in Psicologia, "Musica!" e con innumerevoli aziende tra cui Ipermedia, Bitnet, Dedalo, Numerica, I.Li.Tec, Hochfeiler sistemi. Ha tenuto conferenze e seminari presso biblioteche pubbliche, cattedre universitarie e associazioni culturali.

Kopf Arbeit
Il ’68 e il lavoro intellettuale.
“Se le scienze, secondo il loro grado di applicabilità tecnica, e i loro portatori, i lavoratori intellettuali, sono ormai integrati nel lavoratore produttivo complessivo, non è più ammissibile che le strategie rivoluzionarie continuino a riferirsi in modo quasi esclusivo al proletariato industriale. Non è in questione la possibilità, per l’intelligenza scientifica, di sviluppare una coscienza di classe in senso tradizionale; al contrario, bisogna chiedersi quale modificazione sia avvenuta nel concetto di produttore immediato, e, quindi, di classe operaia” (HJ Krahl, Costituzione e lotta di classe, 1973)
Uno dei maggiori motivi ispiratori del ’68, e dei movimenti di lotta degli anni Settanta, fu la critica serrata alla divisione (sociale, tecnica, psicologica e politica) del lavoro fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Essa venne condotta nelle facoltà universitarie e nelle scuole medie superiori come rimessa in discussione dei “ruoli” intellettuali, tecnici, scientifici, come critica del Sapere, della conoscenza e della intelligenza tecnica finalizzate alla riproduzione del dominio capitalistico; e nelle fabbriche come rimessa in discussione del ruolo dei tecnici come “tecnici del capitale” o “tecnici del controllo”.
La “crisi dei ruoli” poggiava su due fenomeni complementari del capitalismo maturo, da un lato l’alto grado della scolarizzazione di massa, dall’altro la sempre maggior inclusione del lavoro intellettuale, tecnico-scientifico o immateriale direttamente nei processi produttivi e di valorizzazione delle merci, mentre contemporaneamente decresceva l’importanza, quantitativa e qualitativa, del lavoro manuale propriamente detto (ad eccezione dei cosiddetti settori “arretrati”, anche tecnologicamente, come il tessile, l’edilizia o l’agricoltura). Il numero degli studenti cominciò a superare, e di gran lunga, quello degli operai di fabbrica.
Naturalmente allora, 40 anni fa, e anche nel corso degli anni Settanta, la consapevolezza dei processi di trasformazione in corso, dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo, non poteva che essere in nuce e assai contraddittoria e variegata. Il mito della “centralità operaia”, del ruolo dirigente della classe operaia delle grandi concentrazioni industriali, restava dominante nella maggior parte delle analisi politiche dei partiti e gruppi di ispirazione marxista. I grandi processi di migrazione di forza-lavoro dequalificata dal Sud al Nord, verso le fabbriche del Triangolo Industriale, erano ancora troppo freschi per poter essere assorbiti e accantonati. Rileggendo un po’ meglio le riviste degli anni Sessanta (Quaderni Rossi, Classe Operaia, Quaderni Piacentini, Sinistra Proletaria, etc.) sarebbe possibile tuttavia ripercorrere alcune anticipazioni assai significative sul lavoro tecnico-scientifico, soprattutto per quanto riguarda Olivetti, IBM e i processi di automatizzazione in corso alla FIAT.
Non a caso le anticipazioni sul ruolo dell’intelligenza tecnico-scientifica nei processi produttivi provenivano in prevalenza dalla Germania. Hans-Jurgen Krahl, uno dei principali esponenti e teorici del movimento studentesco in Germania, anticipò nelle sue analisi le caratteristiche, tecniche e politiche, del lavoro immateriale e dell’intellettualità di massa (“Tesi sul rapporto generale di intelligenza scientifica e coscienza di classe proletaria”, 1969).
Accanto al giovane Krahl (purtroppo morto prematuramente nel 1970) bisognerà ricordare il libro di Alfred Sohn-Rethel, Lavoro intellettuale e lavoro manuale, pubblicato tardivamente da Feltrinelli nel 1977, ma in ediz.originale 1970 (frutto di una ricerca pluridecennale).

In Italia, oltre le riviste già citate, bisognerà ricordare i materiali prodotti all’interno dell’allora neonata Facoltà di Sociologia di Trento, che già nel ’66 anticipò le occupazioni del ’68, e macinò suggestioni teoriche provenienti dalla Germania (come quelle già ricordate), dalla Francia (i situazionisti, Althusser, Socialisme ou Barbarie), dal movement americano sulle tecniche di liberazione (N.Chomsky, H.Marcuse, le Pantere Nere, Laing, Cooper, Goffman). Uno dei fenomeni più importanti, gravido di conseguenze pratiche, fu la rimessa in discussione dei ruoli professionali soprattutto per quanto riguardava la medicina, la psichiatria (l’anti-psichiatria inizia con Franco Basaglia, L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (Einaudi, 1968), l’ecologia e il movimento anti-nucleare (Dario Paccino, “Rosso Vivo”), il rapporto uomo-donna (“il personale è politico”, il femminismo), Giulio Maccacaro (fondatore della rivista “Sapere”), la rivista “L’Erba Voglio” (Elvio Fachinelli, psicoanalista, Lea Melandri). E a cascata l’architettura e l’urbanistica, la magistratura, la comunicazione e l’informazione. Parallelamente i lavoratori delle fabbriche ebbero accesso alle “150 ore” (permessi retribuiti per il diritto allo studio, 1973).
Queste scarne indicazioni danno già l’idea di quante anticipazioni, innovazioni, riflessioni sotto il profilo delle modificazioni produttive, sociali e tecniche, peraltro assai complesse, fosse capace ciò che va sotto il nome mitico di ’68, nei confronti del Movimento Operaio ufficiale tradizionale, il quale, col prevalere dell’allora dirigenza “migliorista” del PCI, arrivò a condannarlo apertamente (e ad espellere il gruppo del “Manifesto”). Ma la divisione del lavoro, oltre che essere sociale, tecnica, produttiva, era anche una divisione profondamente psicologica, profondamente classista, in un momento storico in cui le tradizionali barriere, gerarchie e autorità parvero istintivamente e profondamente ostili alla vita e a un comune sentire ugualitario. Accanto alla rimessa in discussione della coscienza di classe vi fu quella che Franco Berardi (Bifo) definisce coscienza sensibile o immediatezza etica della condivisione:
“Coscienza significa anche condivisione sensibile: le architetture leggere della felicità collettiva sono fondate sulla consapevolezza che il piacere del mio corpo è possibile solo quando i corpi che lo circondano provano vibrazioni simili di piacere. La coscienza erotica anima la cultura hippy: una cultura della sensibilità planetaria, del piacere diffuso che dissolve gli ostacoli sociali e culturali che incontra sulla sua strada. La politicizzazione di massa che culminò nell'esplosione del movimento fu il prodotto di questa percezione acutissima della vicinanza degli altri”. (F.Berardi, La parola chiave nel lessico '68: coscienza. Di classe e sociale, Liberazione 1.03.2008).

L’altra faccia del movement, estremamente pervasiva, meno legata direttamente alla produzione e al mondo del lavoro, fu allora quella psichedelica della liberazione e della comunicazione, della sperimentazione di altri stati di coscienza e di nuovi linguaggi, molto sensibile ai valori etici ed estetici, dalla comunione di nuove forme di aggregazione ai festivals musicali alla grafica. Anche qui in modi assai complessi e contraddittori, ricolmi di commistioni e contaminazioni, oscillanti fra una “via del ritorno” (alla natura, al lavoro manuale, all’artigianato: comuni agricole, new age, ambientalismo) e una “via della creatività” (il mao-dadaismo-futurismo di A7traverso, ZUT e di Radio Alice). Percorsi mutevoli, spesso incrociatisi sulle strade dell’Umbria Jazz, del Parco Lambro e di tutta Europa.
Per qualche tempo, immensamente stupendo per chi ebbe la fortuna di viverlo, sembrò che le divisioni sociali, tecniche e psicologiche, del lavoro fossero sul punto di essere spazzate definitivamente via . Non restava da abbattere che il Potere ottuso, ostile alla vita. Ma intanto quel Potere si stava riorganizzando su tutti i fronti. Le grandi concentrazioni industriali vennero smembrate, e
“il movimento creativo è stato assorbito e piegato dall’organizazione mediatica, dall’investimento di enormi capitali nella pubblicità, nella televisione, nella moda, dalla sottomissione delle idee e dei linguaggi creativi entro un sistema di produzione di imbecillità a mezzo di lavoro mentale…una forma del tutto nuova di subordinazione dell’attività creativa alla produzione capitalistica nell’epoca della sua dematerializzazione” ( N.Balestrini/P.Moroni, L’orda d’oro, Feltrinelli, p.607).
E qui, riprendendo Bifo, c’è la terza accezione del termine “coscienza”, quella più retriva dei “nuovi mandarini” del Potere, degli ex sessantottini che cinicamente si sono trasformati in apologeti e gestori del nuovo capitalismo vincente.
In conclusione, i movimenti che sommariamente definiamo col meme ‘68 meriterebbero molta più attenzione (critica e storica) di quella volutamente riduttiva e demonizzante che è la vulgata propagandistica fatta prevalentemente di gossip, aneddoti e cronaca giudiziaria. Per non incorrere, fra l’altro, in penose geremiadi sulla scomparsa della “classe operaia”, che Krahl e tutti gli altri avevano già anticipato 40 anni fa. E per capire come e perché quelle che oggi si definiscono eufemisticamente le “opposizioni” siano in realtà strutturalmente subalterne alla “razionalità” dei vincitori.