London by night fotografata dall'elicottero
via www.boston.com/bigpicture/
Con la fine delle Olimpiadi di Beijing l’attenzione si è rivolta a London, città che ospiterà le Olimpiadi del 2012. Per l’occasione il fotografo Jason Hawkes (Giasone il Falco, o il Venditore?) ha realizzato queste splendide fotografie notturne, con l’ausilio delle ultime camere digitali, che poi sono state pubblicate, nel solito grande formato, nella sezione The Big Picture del Boston.com.

E intanto, grazie a una lotteria, sono aumentati enormemente i finanziamenti pubblici allo sport, per la realizzazione dei nuovi impianti e delle infrastrutture. Ma soprattutto, pare, vorrebbe essere un’Olimpiade rock. “il più grande concerto rock di tutti i tempi” secondo il premier Gordon Brown, all’insegna dei campioni, dei personaggi, dei VIP. Così al party-concerto di Trafalgar Square le prime due canzoni sono state “We are the Champions” e “We Will Rock You” dei Queen.

Peccato che il passaggio di consegne fra Beijing e London durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi sia stato piuttosto deludente, 8 minuti infarciti di luoghi comuni da cartolina turistica in chiave star system, fra il solito autobus rosso a due piani, ombrelli, un appassito Jimmy Page e uno scoglionato David Beckham.

Insomma, tutta questa parata di stelle ha dato un’impressione piuttosto provinciale, ripiegata su se stessa, da musical del West End, come in effetti è. Ma non era meglio lavorare su un’idea un tantino più contemporanea di circolazione, visto che London ne è la capitale storica (anche…capitalistica)? Allora sì che gli 8 minuti di Beijing avrebbero suggerito un’alternativa convincente allo stile kungfu-kolossal di Zhang Yimou. Altro che "Whole Lotta Love" al sapor di viagra.

L'armata russa fermata dalle ultime forze difensive georgiane.
"E adesso che cazzo facciamo?"
MOSCOW, August 29 (RIA Novosti) - Russia's Black Sea Fleet is capable of destroying NATO's naval strike group currently deployed in the sea within 20 minutes, a former fleet commander said on Friday.

Nella blogosfera, la parte che funziona meno rispetto alle aspettative iniziali, come ricordavo qui, è quella relativa ai commenti, cioè quella nata con lo scopo di far interagire blogger e visitatore. Secondo una ricerca della California University di Irvine presentata in aprile a Firenze al convegno internazionale Computer Human-Interaction a Firenze , la maggior parte dei frequentatori di blog lo fa per abitudine, come parte di un rituale, alla ricerca di qualcosa che valga la pena esser letto su 4-5 blog di riferimento. E raramente lascia un commento, se non come forma di cortesia: “basta leggere per sentirsi partecipe”. Altri si sentono in dovere di commentare, soprattutto se si tratta di blog di amici, o di post che scatenano una reazione legata a un’attualità scottante.
Secondo Luca Conti di Pandemia “i lettori scrivono solo se hanno qualcosa da aggiungere”, mentre di solito sfogliano il blog come fosse un giornale, per abitudine o per fidelizzazione. Le ragioni possono essere molteplici: disponibilità di tempo, necessità di approfondimento, competenza e conoscenza della materia. Nei casi di fidelizzazione tende a formarsi nel tempo, all’interno dei frequentatori, una cerchia più ristretta legata a specifici interessi e argomenti.
Nel tentativo di comprendere qualcosa di più della “nebulosa informativa partecipativa”, certamente non facile da decifrare,
Gennaro Carotenuto cita questo studio pubblicato da blog.fav.or.it il 9 agosto, secondo il quale la stragrande maggioranza dei frequentatori di blog (l’85%) commenterebbe una volta sola, per lasciare una sorta di epitaffio. Raramente si sviluppa qualcosa come un dialogo. Oppure questo si anima in occasione di qualche rissa verbale: il post dà l’input e poi via alla rissa, alla defilippi. La stragrande maggioranza dei frequentatori di Internet infatti tramanda abitudini e schemi televisivi, e la “partecipazione”, povera di contenuti, consisterebbe soprattutto nel “me-too”, nella presenza narcisistica. meglio se condita di insulti e invettive. In questo tipo di comunicazione, tipica del modello top-down (e che riguarda i blog giornalistici e professionali, o i loro imitatori), la forma-blog “soffre di una simmetria nativa tra il suo creatore, manutentore, controllore e animatore, e il resto degli utenti, che possono sì contribuire ma mai o quasi sullo stesso piano del Blogger” (Flavio).
A volte il commentario si trasforma in un vero e proprio forum, animato da presenze fisse e competenti,
In altri termini, la “partecipazione” che si costituisce tramite i commenti o è di tipo generalista, e quindi non apporta nulla in termini di interattività, oppure è molto motivata, e allora tende a costituire cerchie più ristrette, nicchie o masse parallele, che a loro volta si intersecano con altre piattaforme.

Le case discografiche hanno fatto il loro tempo?
“Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provenendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si manifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano” (Paul Valery, La conquista dell’ubiquità, 1934).
Fino a metà del decennio scorso la previsione circa la sparizione delle case discografiche avrebbe fatto fare salti di gioia a tutti gli “utopisti” che predicavano “indies” e autoproduzioni, contro le odiate majors, mentre oggi, fra myspace e deezer, last.fm e chilirec e tanto altro, essa suona banalmente familiare, al punto che qualcuno comincia a togliere il punto interrogativo. Ovviamente il processo è sempre contraddittorio e contrastato, ma la tendenza è innegabile. Le vecchie case discografiche non hanno più alcun senso. La ragione principale del declino delle case discografiche è che il loro modello ha fatto il proprio tempo, e stiamo assistendo ad una ridefinizione dei rapporti fra artisti, produttori e utenti. Al contrario le piccole labels sono estremamente mobili e reattive e meglio s’adattano alle evoluzioni tecnologiche, soprattutto quando sono legate ad una scena live. 
Facciamo un po’ di retrofuturismo. Il “critico” Vittore Baroni scriveva nel 1994 un articolo sulla rivista “Rumore” dal titolo “Futurmedia Wars – etichette virtuali e mutazioni discografiche dell’anno
Era evidente, in quel periodo, che le ultime tecnologie di riproduzione come DAT, DCC e Mini-Disc, su cui molto era stato investito, non avrebbero potuto competere con la distribuzione digitale, alla quale già puntavano Blockbuster Entertainment e Microsoft. La guerra fredda si sarebbe perciò scatenata soprattutto sul copyright, cioè sulle controversie legali relative al diritto d’autore e alla riscossione delle royalties sui “diritti di trasmissione”.
Naturalmente sarebbero stati sconvolti tutti i modi di produzione e fruizione. La “critica musicale” non sarebbe stata più la stessa, e anche lo star system. Nel momento in cui l’autoproduzione, il Do-It-Yourself, il cut-up multimediale diventa universalmente accessibile, le distinzioni tradizionali fra mainstream e undergorund, cultura e controcultura, arte popolare e avanguardia vengono a sfumare o a cessare.
Nel 2008 quel futuro è diventato oggi. Siamo nel domani di quello ieri, messo alla prova del tempo e depurato di quella brillantezza patinata tipica dei futurismi. Le majors non sono scomparse del tutto, ma si comportano come nicchie di lusso per VIP e rockstar decrepite, mentre tentano di spillare quanti più soldi sui diritti d’autore o associandosi a pubblicità e beneficenze. Molti artisti noti cominciano a battere altre vie. Radiohead, Manu Chao, Nine Ich Nails, Saul Williams, Jamiroquai hanno abbandonato la loro casa discografica, condividendo con altre migliaia di artisti una scelta sempre meno marginale.
Ma soprattutto, in questa grande profusione di social music, radio fm e piattaforme per tutti i gusti, questo enorme emporio istantaneo, siamo noi, come utenti interattivi, ad essere profondamente cambiati. L’utente interattivo, con Internet, col suo home studio, con le sue manipolazioni multimediali, coi suoi tentativi più o meno bislacchi di ridefinirsi come social, succede alla figura del « consumatore » tradizionale. La definizione di « società dei consumi » gli va stretta. E’ un utente-produttore, un prosumer, un lavoratore della conoscenza e dell’informazione che manda avanti la macchina del general intellect. Tutto questo gran lavoro gli viene riconosciuto ? O sono sempre i soliti « padroni del vapore » a pretendere « diritti » ?

(spot legalmente riprodotto via paultan.org/)
C’è chi ha tentato di inserirsi in questa grande finestra di opportunità, proponendo un contro-spot sponsorizzato dai governi occidentali, quello pro-Tibet, riuscito parzialmente, e non senza una grande sensazione di fastidio procurata agli utenti televisivi di mezzo mondo. Più soft, e quasi inavvertita, ma non meno pregna di significati anche economici, è stata invece la pubblicità della nuova Lancia Delta, che ci ha accompagnato in queste settimane di giochi.
La pubblicità si apre con l’insegna di Hollywood sullo sfondo e termina col messaggio “Il potere di essere differenti”, messaggio non tanto nascosto riguardo all’indipendenza del Tibet, oltre che (va da sé) differenza di stile (Delta è anche il simbolo della differenza in matematica).
Con la nuova Lancia Delta il marchio si lega sempre più al mondo della moda e dello spettacolo, e con testimonial d'eccezione come Carla Bruni (per Lancia Musa) e Richard Gere intende rafforzare l’impronta di eleganza e di esclusività. E tanto peggio per Zhang Yimou e le sue smanie da kolossal proletario.

Soldati russi attraversano Tskhinvali, capitale dell'Ossezia del Sud
Infuria in Francia la polemica su un articolo dell’ex « nouveau philosophe » Bernard-Henry Levy apparso su Le Monde il 19 agosto, "Choses vues dans la Georgie en guerre" (tradotto in Italia dal Corriere della Sera il giorno successivo con un titolo ridicolo e fuorviante, "Georgia nuova Cecenia").
Infatti Rue89, un notiziario online, in un articolo del 22, "BHL n'a pas vu toutes ses choses vues en Georgie" , accusa esplicitamente il « filosofo » di flagrante delitto di « affabulazione », in sostanza d’aver costruito una bella favoletta (anti-russa ovviamente) senza mai essersi recato nei posti in cui dice d’esser stato, in particolare nella città di Gori (quella natale di Stalin, per intenderci). E non è la sola "affabulazione". Perciò, il caro BHL, dove ha « visto » le cose che dice di aver visto nella Georgia in guerra ? E come
Inevitabilmente si è scatenata la polemica furibonda, e Libération ("Géorgie: BHL affabule, selon rue89"), è arrivata a chiudere i commenti nei quali BHL veniva definito come uno pseudo-intellettuale, simbolo stesso della vacuità di una certa intellighentsia francese...Un oceano di vacuità.
Del resto quasi negli stessi giorni Le Monde ha provato a lanciare la bufala dei « 140 morti in Tibet », salvo poi la miseranda figura di ritrattare e di balbettare idiozie. Ma se Parigi piange, Roma non ride. Che dire di quei quotidiani italiani, come
Chi non si è lasciato ingannare da questa ridicola vicenda è il quotidiano britannico The Independent che così tirava le conclusioni, il 18 agosto :
« Gli americani hanno inviato coperte. gli Estoni medicinali, ma sicuramente sono i francesi ad aver soccorso maggiormente le genti dell’Ossezia del Sud inviandogli il loro « nouveau philosophe » Bernard-Henry Levy ».
bh levy
BHL n'a pas vu toutes ses "choses vues" en Géorgie
Par Rue89 | 22/08/2008 | 11H20
Contrairement à ce qu’il a écrit dans Le Monde, le philosophe n’a pu se rendre dans la ville de Gori. Ce n’est pas la seule affabulation.
Qu’on l’apprécie ou non, il faut reconnaître que Bernard-Henri Lévy, qui s’est rendu la semaine dernière en Géorgie, ne manque ni de courage, ni de convictions. Mais BHL n’est pas un journaliste, et le récit qu’il a rapporté pour Le Monde, titré « Choses vues dans
Rue89 a entrepris de faire ce que les confrères anglo-saxons appellent un « fact-checking », une vérification des informations livrées par un reporter. Ce que BHL n’est pas : il est présenté dans le quotidien comme « philosophe et essayiste » et son récit a été prudemment rangé sous l’étiquette de « témoignage ». Il n’en reste pas moins que ce récit occupe deux pages au centre d’un journal jouissant d’une autorité certaine en matière d’information internationale.
Continua a leggere: www.rue89.com/2008/08/22/bhl-na-pas-vu-toutes-ses-choses-vues-en-georgie
“Un paio d’anni fa lessi un articolo sulla “Gazzetta” dove si parlava della teoria che i fisici David Bohm e Alain Aspect elaborarono negli anni Ottanta, secondo la quale l’universo sarebbe un ologramma. Questo cosiddetto Paradigma Olografico spiegherebbe misteri degli eventi naturali e della fisica delle particelle, e da allora ho capito di cosa mi occuperò nella vita. Ne ho parlato con Antonio e Ingrid. Dapprima mi assicurarono che andava bene anche per loro, ma ora sembra che l’entusiasmo non prosegua. - Laurearti in Fisica? - ha detto tempo fa mio padre. - Sono anch’io uno scienziato e guarda in che situazione mi trovo. Devi capire che la ricerca pura ormai è praticamente abolita dai governi. Il tuo Paradigma Olografico serve per caso a vincere le guerre? -
Non ho voluto rispondergli.”
(Vittorio Catani, Nella nostra famiglia, 19 agosto, Carmilla)
Circa un decennio fa il paradigma olografico ebbe un momento di effimera platea, in particolare con un libro di Michael Talbot, Tutto è uno (Urra, 1997, ma e.o. 1991) , che in chiave un po’ new age metteva a confronto le teorie di David Bohm e Karl Pribram con discipline orientali, psicologia e sciamanesimo. In chiave umoristica e fanta-giallo era apparso nel 1989 il romanzo di Douglas Adams. L’investigatore olistico Dirk Gently (Rizzoli, poi Feltrinelli) (le date delle edizioni originarie ci riportano in effetti alla fine degli anni Ottanta). Comunque dopo di allora, o per l’impetuoso sviluppo di Internet, o per le guerre infinite, gli ologrammi erano rimasti un po’ in ombra.
Adesso, almeno sul piano delle invenzioni futuristiche, pare che il padre di Ettore, il protagonista del racconto di Catani, potrebbe sentirsi un po’ risollevato, come testimonia Smashing Magazine, che riporta una decina di recenti sviluppi nel campo del design di interfacce. Molte tecniche sembrano assai futuristiche, alcune sono già realtà. E nei prossimi anni potrebbero rapidamente diffondersi ovunque:
http://www.smashingmagazine.com/2008/08/17/10-futuristic-user-interfaces/ Link: 10 Futuristic User Interfaces | Monday Inspiration | Smashing Magazine. Vedi anche i seguenti post:
15 Stunning Cutting-Edge Gadgets and Technologies
Holographic Interface - round interface - Ringo from Ivan Tihienko on Vimeo.
Ringo, sviluppato da Ivan Tihienko, è la dimostrazione di come sia possibile sostituire palmari e cellulari con delle proiezioni olografiche. Anche se non ancora prodotto e messo in commercio, sembra assai promettente e potenzialmente disponibile in un futuro prossimo.