
"Images gathered from across the Mulitverse. Exceedingly rare and difficult to find, these appear to be from the Ages of

“I have stumbled upon something of incredible rarity. Images from across the gap between various Ages have, unexpected, become available to me. They have withstood the incredible stresses of Multiverse time sharing to be revealed here for perhaps the first time in this Post Modern Age. The scroll work looks to be mid-1800's French, perhaps from

La musica è di Philip Glass, Sinfonia nr.4, “Heroes”.
Anche a New Babbage l’arrivo dell’inverno viene celebrato il 5 novembre con falò e fuochi d’artificio. E l’immancabile Ouverture 1812.
Nei miei limiti attuali di tempo, difficile che possa occuparmi anche di erotismo in maniera costante (anche se nel genere gothic horror ce ne sarebbero da dire di cose in merito). Farò un’eccezione per Bettie Page, famosa pin up americana degli anni ’50, nota anche per le numerose fotografie di moda e fetish scattate da Irving Klaw. Nata a Nashville nel 1923, è morta a Los Angeles l’11 dicembre scorso.
Indubbiamente Bettie Page è stata uno dei sex symbol più popolari d’America, la pin up per eccellenza, cui ancora oggi sono dedicati migliaia di siti e fan club. A lei è stato dedicato recentemente anche un film, The Notorious Bettie Page (2006). Bettie fu lanciata da Playboy , diventando ben presto la prima modella a sdoganare, in pieni anni Cinquanta, bondage, fetish, spanking, SM, etc. con le sue foto che apparivano oltre che su “Play Boy”, su riviste come “Whisper”, “Wink”, “Taboo”, “Bizzarre”. Nel 1955 venne coinvolta nella prima grande inchiesta governativa sulla pornografia.

Interessante questa osservazione, che traggo da blueblog.it, e che spiega il titolo di questo post:
gli anni Cinquanta sono per l’America gli anni del boom economico e dell’ottimismo propagandistico più infantile e ingenuo, com’è evidente dalle illustrazioni, dalla pubblicità, dalla moda, dal cinema: famiglie riunite a tavola, sempre sorridenti ed euforiche, vestitini asensuali, picnic sull’erba rasata e verdissima, clima perennemente estivo, etc.
“In tutto questo mancava il sesso. Assolutamente invisibile, imprevisto, neanche sott’inteso. Ecco: Bettie Page porta il sesso in questo scenario, ed è come Prometeo che dona il fuoco agli umani. Che, da allora, bruciano.”.

Improvvisamente bikini, fiorellini e crinoline vengono messi da parte, e subentra l’armamentario feticista: corsetti e corpetti, tacchi vertiginosi e maschere di pelle, fruste e frustini. Bettie Page fu la prima, o una delle prime, ad impersonare questa “rivoluzione” del modello conformista dominante, almeno fino ai primi anni Sessanta. Poi arrivò
“This Vicious Cabaret”
Lyrics di Alan Moore, disegni di David Lloyd, suoni di David J (Bauhaus).
In un certo senso, questa è la soundtrack originale di "V for Vendetta": il brano è tratto dall’omonimo EP inciso da Alan Moore in collaborazione con David J., bassista dei Bauhaus, nel 1984 (in effetti,è una storia che viene da lontano).
V:“Non si potrebbe desiderare un palcoscenico più adatto… Ma aspetta! E’ a Madame Giustizia che dedico questo concerto in onore della vacanza che sembra aver preso da questi luoghi e per riconoscenza all’impostore che siede al suo posto .
Dimmi, che giorno è oggi, Evey?
Evey: “Il 4 novembre…“
V: “Non più ormai…Ricorda per sempre il 5 novembre, il giorno della Congiura delle Polveri contro il Parlamento. Non vedo perché di questo complotto nel tempo il ricordo andrebbe interrotto. Prima l’ouverture…sì…sì…gli archi…ascolta attentamente…ora gli ottoni…”
Soundtrack: Tchaikovsky & Dario Marianelli
“La vendetta ha ovviamente a che fare con la memoria. Con il vissuto sedimentato e “fissato”, inciso nella memoria; il vissuto in quanto engramma, potremmo dire, cioè in quanto segno impresso nella memoria culturale collettiva e individuale. Nel nostro codice culturale elementare, l’engramma “vendetta” sembra potentemente inciso, divenendo anzi uno dei più formidabili engrammi mnemoattivi a disposizione della politica e delle tre grandi religioni monoteistiche che insistono sulla nostra cultura.
Anche per l’insistenza di queste tracce, se coltivate e dissodate periodicamente dal culto del passato, questo - il passato - sembra talvolta non voler passare e l’intera esistenza umana appare come la cima di una memoria cumulativa. Il passato che non passa offre materiali fondamentali per il processo d’identificazione personale e di gruppo, ma anche al rancore ed allo spirito di vendetta:
“L’atto di ricordare è collegato anche ad una funzione di salvataggio che permette il ritorno su temi e scene non attuali. Infine è anche un risultato di intrecci con cui il presente, di volta in volta nuovo, s’infila, coattivamente e volutamente, nei più vecchi nodi di dolore”. Ed è così che conserviamo, nelle nostre memorie collettive, una serie di sconfitte e di perdite. Consacriamo loro anche culti, ricorrenze e date: c’è il Giorno della Shoah, che tramanda il ricordo dell’olocausto; c’è l’11 settembre per gli Stati Uniti ed i Paesi alleati, o il 16 ottobre che tramanda la razzìa nel ghetto di Roma.

Se dunque evidente è il nesso tra memoria e identità, lo è anche quello tra memoria e risentimento. Ma ha senso elaborare il lutto ad libitum?
Sloterdijk forse azzarda, definendo “scuse” di memorie liberatrici e chiarificatrici i riti di rammemorazione dei dolori passati. Tuttavia, che la questione sia delicata lo prova il fatto che da sempre si cerca un punto di equilibrio, impervio e scabro, tra l’esigenza di non dimenticare ed il suo contrario, dimenticare invece, per superare e non fissare l’ira in un perenne rancore che può fungere da collante identitario, ma che fossilizza il trauma anche quando il sentimento del trauma subìto è tramontato, alimentando una vittimologia popolare potenzialmente malsana, se soltanto malinconica e rancorosa.
Allora, secondo alcuni, può esser saggio fermare il pendolo. Può essere più liberatorio del ricordo, la sua faccia nascosta - come dice Borges - l’oblio. Anche a prezzo di rinunciare a far giustizia? Quel che è certa, è la necessità di scegliere volta per volta cosa dimenticare, e non di scivolare nell’oblio proprio per non ricordare, nella rimozione. Si deve accettare il lutto del dolore nella consapevolezza, coabitando con la presenza del danno; è ovviamente impercorribile la strada della rimozione che non accetta invece l’onere del dolore. Il lavoro del lutto, insomma, può fungere da eccellente antidoto al sentimento di vendetta”
www.michaelchristian.com/
Articolo dell'Oakland Tribune sulla mostruosa creatura esposta al NIMBY qui:
http://www.insidebayarea.com/ci_11163398
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