SAPPIANO LE MIE PAROLE DI SANGUE
E' in libreria Sappiano le mie parole di sangue (Rizzoli 24/7, 16.50 euro), il quasiromanzo di Babsi Jones., sconcertante reportage dall'umano, libro di guerra esteriore e interiore, compendio dell'alienazione brutale e brutale confessione di chi ha il coraggio di mettersi a nudo, chiedendo una risposta al suo assalto in forma di visione aperta e quasi insostenibile. Per il momento, oltre al brano che riproduciamo di seguito, vi invitiamo a visitare il sito del libro, che è una zona Web labirintica quanto l'Amazzonia, un'esperienza artistica di Rete in cui il testo deborda per immagini, scrapbook, booktrailer, mp3, citazioni, documenti, analisi - si entra e si fatica a uscirne. (Giuseppe Genna)
Sette giorni di assedio tra le mura sgretolate di un condominio di Mitrovica abitato solo da reietti. La reporter straniera venuta per parlare al mondo intero delle cose sconvolgenti di cui è stata testimone dovrebbe scriverne la cronaca, consegnare al suo Direttore il reportage di questo pogrom, ennesimo episodio balcanico di una guerra senza fine. Ma non ci sono parole per narrare l’inenarrabile, o meglio possono solo esserci parole “che sanno di sangue”. Il taccuino avanza a frammenti, perché il mosaico dello sconquasso bellico non conosce armonia. Nel quasiromanzo di Babsi Jones si aprono divagazioni che “come lebbra si sbranano il corpo narrativo”: mentre la popolazione serba, prima dell’arrivo delle milizie albanesi, viene evacuata, si mette in marcia non si sa verso dove, lei resta e racconta. Quelle lettere al Direttore non saranno mai spedite, perché non è più possibile la nuda cronaca, se non per brevi flash, e la lingua può attingere solo ai toni del dramma, dare origine all’epica di una sconfitta. Mitrovica potrebbe essere Sarajevo o Beirut o Kabul: l’Europa finge comunque di non vedere, riconosce ragioni che non esistono perché l’unica ragione della guerra è che “ci sono vincitori e sconfitti, e un banchetto in cui carnefici e martiri si scambiano troppo spesso di posto”. Sappiano le mie parole di sangue, omaggio ad Amleto (portatore sano di ogni dubbio e di ogni follia), è il romanzo d’esordio di una scrittrice che crede nelle contraddizioni. La sua è una scrittura impura, che rifugge dall’ovvio, dove reale, iperreale e surreale si contaminano. È una scrittura potente che priva il lettore di certezze e lo lega alle pagine che scorrono via rapide inseguendo il ritmo tachicardico del cuore.
[bandella/sinossi di "Sappiano le mie parole di sangue", © Rizzoli 24/7]

SAPPIANO LE MIE PAROLE DI SANGUE
di Babsi Jones
Una reporter italiana decide di rimanere a Mitrovica, nel Kosovo, nella settimana in cui la popolazione serba viene evacuata, prima dell'arrivo delle milizie albanesi. Dalla città fantasma la reporter scrive al suo direttore lettere che non verranno mai pubblicate. La sua, infatti, è una posizione controcorrente: è filoserba, antislamica, antioccidentale, decisa a fare piazza pulita delle falsificazioni e delle versioni di comodo che presentano i serbi come gli eterni cattivi, meritevoli dei bombardamenti umanitari che gli piovono addosso. Le lettere diventano questo "quasiromanzo": "quasi" perché la materia della narrazione deriva dall'esperienza diretta di Babsi Jones nei Balcani.
Terzo piano.
Entro a caso in un appartamento.
Muri su muri su muri su muri.
Li tocco.
Dovrebbero raccontare qualcosa di me, Direttore: perciò li ho ritratti con
Quattro muri: sempre gli stessi, e sempre diversi; come distinguere un muro in caduta da un altro, come classificare macerie e spoglie edili, come schedare questi toni di grigio; come scindere la mia solitudine in isolamento, assenza, rifiuto, torpore, inquietudine, autismo, frustrazione, paura, panico. I mille gradi di un assedio, le mille stanze di questo condominio: sono una specialista, oramai, a declinare queste sottigliezze calcinate, questi fremiti sassosi, queste pignatte imbrattate in lavelli abbandonati, questi mobili stritolati. La mia è un'esegesi dell'infimo: il mestiere che ho scelto è tenere aggiornato un archivio di finali, di rovine, di disfatte e tracolli.
Il reporter di guerra, che segua intrepidamente l'azione militare o si inventi imponenti panzane da trincea seduto a sorseggiare una birra nella hall di un albergo predisposto ad accogliere la stampa a centinaia di chilometri dal fronte, dalla sua ha un vantaggio: dita sciolte e un minimo di cognizione geopolitica, se compare una notizia che regge, la dà in pasto all'opinione pubblica: sa perfettamente che il primo lancio di agenzia è quello che conta. Il suo pezzo ti arriva in tempo reale: merce pronta al consumo che presenta e illustra i feriti e i salvati, gli innocenti e gli infami. A grandissime linee.
Il percorso dello scrittore è diverso: nello stato di assedio, nel conflitto insoluto, nell'intramontabile pogrom, nella guerra civile che ha più nomi di quanti si possano enumerare o distinguere, lo scrittore si adagia; le sue frasi affiorano lentamente, come cisti, come ascessi maligni; il tempo per ripensarle, nelle stanze scelte a caso, di notte, è un tempo rischioso e nigrescente; parola per parola per parola per parola: una monotona emorragia semantica mi consuma. Si sospendono di colpo, in certe ore, in certe stanze più ripugnanti delle altre; poi il flusso riprende: parola per parola per parola, la piaga verbale infettata spurga e mi spossa.
Privata dell'azione, non ho immagini a cui far riferimento che non siano i mattoni scheggiati e le carogne dei cani. Non descrivo, scrivendo: non so quando verrò letta, non so se mai verrò letta, e il tempo che mi avanza per trovare una risposta - cosa faccio io qui? - mi curva le ossa in forme inusuali, anarcoidi e rigide.
Non mi importa di quello che pensi, Direttore: non mi credi, e non mi darai credito. Le parole si stendono sulla carta contro ogni evidenza, e procedo: non è il genio né il talento a condurmi. É l'accanimento fermo che è proprio di un muro.
In questo sovrumano budello, migliaia di cunicoli in cui larve e dannati entrano in collisione sottoterra, questi tunnel e questi corridoi diroccati da cui sporgono a casaccio mani sporche e fiammelle fioche, io ci abito e scrivo. Procedo per tentativi, tutti incoerenti; mi aggrappo a ogni illusione ottica, a ogni nientitudine: polvere, scaglie, lembi, fessure e spaccature.
Muri su muri su muri su muri: ci appoggio le mani. La loro fragilità umiliante mi inquieta; la loro robustezza rugosa mi riempie e mi rincuora. Mi è rimasta una lingua dura come la pietra; faccio appello alla mia ultima risorsa: la resistenza, la sclerosi. Il migliore dei muri possibili: ecco cosa sono venuta a cercare, qui.
Questa stanza non aveva una porta; un tappeto sfinito dal fuoco copre a stento il parquet smantellato, sotto le cui liste si organizzano strani cavi ferrosi; il divano, trascinato nel mezzo del locale per svitare le lampadine e rubarle, è intatto. Una bambola, capelli di nylon dorati e una veste ottocentesca, sta seduta composta; un bulbo oculare di vetroresina ciondola fuori dall’orbita: dentro è cava; un guscio umanoide. La finestra è rivestita da strati di carta da pacco; una lametta ci ha inciso: SI SAREBBERO SALVATI SOLI.
parole rosso-sangue di Sbancor
Nel silenzio che solitamente circonda il genio, è uscito per Rizzoli nella collana “24/7″ (Euro 16,5), un autentico capolavoro della letteratura italiana del III millennio, che sarà anche iniziato da poco, ma che in letteratura sembra più promettente che in politica.
Sto parlando dell’opera di Babsi Jones: “Sappiano le mie parole di sangue“. Si tratta di un’opera unica per diversi motivi.
Il primo è che Babsi pratica una scrittura devastante per i paradigmi e le sinapsi del pensiero unico dominante. E’ un esercizio di bio-grafia, nel senso etimologico del termine: scrittura della vita.
L’inchiostro è rosso-sangue.
Il secondo è la sua capacità di mischiare i generi: il reportage di guerra, il dramma, la tragedia, la poesia, il flusso di coscienza.
Nell’ordine i riferimenti potrebbero essere Hemingway e
(l’Orestea), William Burroghs, James Joyce, Virginia Woolf. Non esagero: chi mi conosce sa che non sono mai tenero nei giudizi. Al limite preferisco non darli.
Il terzo è il tema: la jugoguerra vista nell’assedio e nel pogrom dei serbi di Mitrovica da quattro donne chiuse in un condominio. La jugoguerra è ormai dimenticata dopo le due Torri. Eppure faremmo bene
a ricordarcela. A ricordarci gli antislamici filoccidentali di oggi, che ieri si strappavano le vesti per Sarajevo, mentre le milizie di Aljia Itzebegovic arruolavano afghani, pakistani, e sauditi.
“Sappiano le mie parole di sangue” è un’opera scomoda, eretica, impolitica. Un pugno in faccia ai luoghi comuni del politicamente corretto è delll’umanitarismo democratico che produce guerre umanitarie. Insomma è un antidoto preventivo alla prossima presidenza Clinton (Hillary).
“Sappiano le mie parole di sangue” esce sotto un Governo di “sinistra”, mentre fu proprio il primo governo di “sinistra” di questo paese a riportare l’Italia in guerra dopo cinquant’anni di pace, ripercorrendo in Jugoslavia gli stessi sentieri di sangue tracciati dal fascismo di Ciano, dai cattolici di Stepanic, dagli Ustascia di Ante Palevic e dalla divisione SS Skandenberg (albanese).
Ciò non gli assicurerà certo grande rilievo sui mainstream.
Non importa. A differenza di molta letteratura di successo e d’occasione, che fra qualche anno nessuno ricorderà, SLMPDS è destinato a restare.
Per chi vuol saperne di più c’è un sito-labirinto di oltre 100 pagine: http://slmpds.net/

