Finita la Seconda Festa Internazionale del Cinema di Roma, aleggiano ancora le polemiche suscitate dal gesto “futurista” della fontana rossa di Trevi. Helena Velena contrappone il rosso e la metafora coloristica o colorita al grigiore della vita quotidiana, culturale e politica: non dovrebbero essere queste azioni tipiche della sinistra rivoluzionaria? E perché questa sinistra se le lascia espropriare dalla destra estrema, come già accaduto in passato? E invece “ci vergognamo che l'area antagonista di sinistra non sia più capace di agire, di lottare su temi concreti e che ci riguardano, invece che occuparsi della Palestina o del Chiapas. Ci vergognamo che non sia più capace di reimpossessarsi di tutto quello che il fascista ci ha portato e sta continuando a portare via. Ci vergognamo del fatto che il nuovo fascismo cosiddetto "sociale" riesca a trovare tanti consensi nelle areee disagiate e degradate, anche dalla politica Spettacolo per moderati e moderatamente borghesi di Uolter Veltroni”. Ma la sinistra estrema & antagonista non era morta trent’anni fa, a parte qualche revival no-globalista? L’appropriazione dei simboli rivoluzionari da parte dei fascisti è sempre accaduta, non è una novità. I simboli non sono come i logo, che vengono registrati. La stessa Helena Velena non fa ampio uso di svastiche, nelle sue provocazioni?
L’intestazione del quotidiano Lotta Continua (fondato nel 1972) riportava una foto delle barricate di Parma del 1922. Ciò non ha impedito che dell’energia rivoluzionaria degli anni Settanta si siano impadroniti gli eredi, stravolgendola, vedi i Sofri, i Ferrara, i Mughini e le altre decine di transfughi interessati alla corte del Nano di Arcore. Questa è stata la vera espropriazione, non quella del “futurista” Cecchini (se è stato lui). (i Sofri, i Mughini, i Ferrara, non saranno adesso, con un’altra bella giravolta, alla corte di Re Uolter?).
Se Velena insiste sul “colore”, Marco Di Porto dà voce al “partito degli incazzati”, cioè quel “neoproletariato, precario, sbandato, sonnolento, disintegrato e assolutamente ingrigito” cui pure accenna Velena. Di Porto lo fa con un tocco di realismo sociale, lasciando da parte “artisti e scrittori (che sono perlopiù, e specie a Roma, dei figli di papà)”: il gesto “futurista” si è fatto interprete del sentire di una cittadinanza sull’orlo di una crisi di nervi, di “gente normale” che si sbatte 10 ore al giorno di lavoro per mille euro in una città in cui “con duecentomila euro compri quaranta metri quadri. In periferia, eh. In periferia estrema, anzi, se sei fortunato”. Di Porto ci parla di un proletariato che “mangia merda” da anni ma che non è più in grado di agire collettivamente. E quindi introietta i valori dominanti, la famiglia, le gerarchie, la passività, il razzismo (di cui fanno le spese i gruppi più emarginati, gli zingari in primo luogo). A questo rigurgito di savonarolismo, di ascetismo forzato, non può che apparire offensiva una festa del cinema “antiteticamente costosa, mondana, sfarzosa e superchic”.Dove non ci vanno (non ci sono andate) le “famiglie normali” alle prese con le dieci ore di lavoro e i mutui da pagare (forse), ma gli “artisti e gli scrittori”.
Cos’è Roma, o cosa è diventata Roma allora negli ultimi due decenni? Se lo chiede lo scrittore Christian Raimo cercando di ricostruire delle geografie interne, dei percorsi collettivi, vite e produzioni artistiche che si intrecciano anche nel vuoto, nel degrado. Un’altra Roma, che non è quella di Uolter, ma non è nemmeno quella del proletariato o sotto proletariato rancoroso e sciovinista, o più spesso, del bottegume reazionario e fascista.
E’ un’altra Roma che ha anch’esso il suo cinema perennemente “fuori orario” (ma non necessariamente disgiunto da quello ufficiale). E’ la Roma di Maurizio Ceccato, che nel ’92 pubblicava fanzine come “Ifix Tchen Tchen” o “Circus Comics”, prima di diventare graphic designer per diverse case editrici. E’ la Roma del regista Claudio Caligari (Amore Tossico, L’odore della notte, Anni rapaci), di Victor Cavallo, attore cinematografico e televisivo, di Luigi Faccini (Notte di stelle, Giamaica), o di Nico d’Alessandria (L’imperatore di Roma). Ed è certamente anche il Corto Circuito e gli altri centri sociali. O della piazza Vittorio raccontata da Amara Lakhous (Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, ed.e/o).
E’ una Roma, quella di cui si fa interprete Raimo, non meno degradata e disumana di quella contro cui si scagliano Velena e Di Porto. Però Raimo fa a meno di facili clichès e stereotipi. Forse l’inclinazione “minimalista” gli fa dire che questa è Roma, questa è la città di cui disponiamo, che dobbiamo a/traversare e amare. Questo è il materiale creativo che bisogna rielaborare. Canne o no, svaccamento o no, l’azione politica passa obbligatoriamente attraverso la ricomposizione di un immaginario frammentato:
“Dal “Corto Circuito” nel tempo è nato il movimento per il diritto alla casa Action. Quelli di Action occupano gli stabili che a Roma sono sfitti, case degli enti, delle banche; praticando forme di lotta che sembrano archeologia in una città governata in modo dolciastro dalla perfetta intesa tra amministrazione comunale e costruttori. Sono rozzi, maldestri, molesti quelli di Action, parlano ad alta voce, fanno discorsi senza consecutio né cogenza logica, hanno la pelle butterata, i codini, la tuta per sciare sotto i pantaloni, bestemmiano appena si può, hanno i cappotti coi bottoni che stanno per sfilarsi, le giacche con le maniche più corte e le macchie appuntite di vernice, manifestano paranoie infantili sulle dinamiche di potere, si fanno le canne anche volitivamente sotto la pioggia, tirano fuori qualche parola latina ogni tanto, hanno gli occhi bovini, si abbracciano in modo smodato, si chiamano frate’, hanno la cinta con la fibbia allentata, i denti più acuminati con le otturazioni di piombo, si irrigidiscono per un nonnulla, hanno paura, sfottono le guardie, mangiano grasso, intingono il pane nel piatto di quello che gli sta accanto, sono una delle pochissime forze politiche a Roma”.
(Christian Raimo, in Alberto Negrin, Niente resterà pulito. Il racconto della nostra storia in quarant'anni di scritte e manifesti politici, Rizzoli)