La trasmissione “Report” di domenica scorsa sugli appalti delle cooperative (“rosse” e “bianche”), in pratica veri e propri caporalati di manodopera generica a basso costo, non ha suscitato alcun tipo di reazioni significative, né fra l’enorme area di precariato né sul web. Mentre ammiriamo le manifestazioni francesi, in Italia vige una passività di massa che ha quasi dell’indecoroso, interrotta per ora da alcune manifestazioni importanti (Genova, Roma) ma senza incidenza diretta sui rapporti di lavoro. A me pare però che anche questo tipo di “inchiesta” ha fatto il suo tempo. Sono inchieste di “denuncia” che nulla aggiungono a quanto tutti sanno, e contribuiscono anzi a una sorta di fatalismo, di impotenza o di rabbiosa frustrazione. Forniscono un facile diversivo qualunquistico col solito refrain della “corruzione” (“lo vedi, sono tutti uguali”), indicando obiettivi secondari.
Scriveva Sergio Bologna (Uscire dal vicolo cieco.pdf)qualche mese addietro, invitando all’auto-organizzazione di classe:
“Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose. Troppi sono gli ostacoli che impediscono di fare passi avanti. L’attuale Governo e la politica del suo Ministero del Lavoro è uno di questi, ma non meno insidiosi sembrano gli ostacoli interni al movimento stesso. Il pericolo che un’intera generazione sia condannata ad un’esistenza da cittadini di serie B è reale. Nei media e nei discorsi ufficiali si diffondono inviti alla rassegnazione...”.
Pensare meno a Gaza, al Chiapas, a Zapatero, al PD e alle “grandi quistioni”, e riportare il lavoro al centro dell’iniziativa di lotta.