
"I sogni hanno la funzione di rovesciare le cifre del tempo, di far tornare indietro la storia, quindi di duplicare lo stesso movimento del film. C’è uno slittamento del tempo. Uno scivolamento della storia. E allora per semplificare è come se il film dicesse: “O la storia o l’arte”. La storia dorme e si sveglia, si risveglia sia per la guerra sia per la rivoluzione. Se nel senso del fatalismo si dice “ci saranno sempre delle guerre”, nel senso utopico, del principio-speranza, si dice “la rivoluzione durerà sempre”, e questo era il sessantotto". (Philippe Garrel, "I sogni che rovesciano il tempo", intervista in Filmcritica, 2005)
Mi rivedo a tarda notte il film, Leone d’argento due anni fa, di Philippe Garrel, Les amant reguliers, dedicato allo scomparso Daniel Pommereulle. Il film, in rigoroso bianco e nero, composto di lunghe sequenze, passa senza soluzione di continuità dalle barricate del maggio ’68 alle prime pippatine agli amorucci. Due sole canzoni, mi pare (o tre), “Vegas” di Nico e “This time tomorrow” dei Kinks. A un certo punto mi dimentico da quanto tempo lo sto vedendo, due ore? Due ore e mezza? Boh?! Un film lungo tutta una vita! Penso (sogno?) che non finirà mai. Alla fine François muore (Louis Garrel, figlio del regista, che aveva già interpretato il ruolo di Théo in The Dreamers di Bertolucci). Il film finisce. E’ durato tre ore (esattamente due ore e 58 minuti)
C’è un altro film francese che finisce più o meno così (ma dura di meno), La femme en bleu di Michel Deville,
“Chi e cosa sognerò adesso? Tu? Ma tu Aurelia sei viva, ti tocco, esisti, non posso sognarti...un sogno è inafferrabile, indispensabile. Ho ucciso il mio sogno. D’ora in poi avrò una vita in cui saprò tutto del domani, cosa farò domani, cosa penserò domani. La mia vita sarà una vita senza mistero, senza sogni. E senza sogni è noto, non si può vivere, lo dice anche la medicina”.
Pierre torna a casa, ingoia un bel po’ di pasticche, si sdraia sul letto e vive il suo Sogno Eterno.
“della stessa materia di cui son fatti i sogni..." (Shakespeare,
“Noi siamo fatti della stessa sostanza materiale di cui sono fatti i sogni, e la nostra breve vita è ruotante nel sonno”. La “materia” dei sogni, come se i sogni fossero materiali, tangibili. Mater.

Il tempo della rivolta. Il maggio ’68. Il sogno, la presa di parola, la poesia (François è un “poeta”).
Un nuovo tempo del sogno, una nuova utopia:
“Nei dintorni della Sorbona, in mezzo alla folla dei giovani e meno giovani che andavano e venivano a seconda delle cariche poliziesche (durante la rivolta anti-CPE, anti-contratto per il primo impiego, del marzo 2006, ndr), che discutevano e cantavano e gridavano e che stavano sviluppando quella tattica la cui efficacia si rivelerà nelle settimane successive, la tattica "a stormi di passeri", mi ritornavano in testa alcune scene del film di Philippe Garrel Les amants réguliers. Mi dicevo allora che era questa la cifra del grande cinema: quando le immagini che si sono viste alcuni mesi prima, vi ritornano all'improvviso e mostrano la loro influenza sulla vita stessa” (Serge Quadruppani, in carmillaonline 29 dic.2006).
La rivolta del maggio ’68, dice Quadruppani, non è stata schiacciata. La sovversione non è stata annientata, com’è accaduto in Italia e in Inghilterra.
“Attraverso queste riconquiste della strada e dei luoghi occupati, necessariamente effimeri, si trattava non essenzialmente di distruggere (anche se la distruzione, in particolare delle vetrine dei negozi, faceva parte per forza del processo) ma di costruire un nuovo spazio dove la parola, l'incontro, il sogno e la creazione potevano liberarsi. Tra due cariche di celerini, si parla molto, ne Les amants réguliers. C'è tutta l'arte di Garrel d'aver saputo far sentire che questa parola era fatta "della materia stessa di cui sono fatti i sogni" (idem).
E’ più o meno quel che diceva Michel de Certeau:
“Qualcosa ci è successo. Dentro di noi qualcosa ha cominciato a muoversi. Voci mai sentite ci hanno trasformato – originate in un luogo ignoto, a riempire improvvisamente le strade e le fabbriche, a circolare tra noi, a diventare nostre senza essere più il rumore soffocato delle nostre solitudini. Perlomeno avevamo questa sensazione. Quanto si è prodotto di inaudito è questo: ci siamo messi a parlare. Sembrava la prima volta. Da ogni dove uscivano tesori addormentati o silenziosi, di esperienze mai nominate.
Le manifestazioni...infrangevano l’aura di un’autorità, volgevano un’atomizzazione paralizzante in un’esperienza gioiosa di trasgressione creatice di comunità, disincantavano un’organizzazione sociale rivelando fragilità dove si supponeva ci fosse forza, e rendendo possibile un potere dove regnava un senso d’impotenza...
L’azione esemplare apre la breccia non certo per un’efficacia propria, ma perché spiazza una legge tanto più potente perché confinata nell’impensato. È decisiva, contagiosa e pericolosa perché tocca quella zona oscura che ogni sistema postula e che non saprebbe giustificare”
MICHEL DE CERTEAU, La presa della parola e altri scritti politici, Meltemi, Roma 2007 (1994)
