Fin dai tempi della Prima Guerra del Golfo si poteva assistere, durante i telegiornali delle principali reti tv, a una sorta di ricambio delle presentatrici e dei presentatori, sostituiti improvvisamente da strani figuri impettiti e seriosi paracadutati da chissà quali cieli. Marziani o omini della CIA’? Forse né l’uno né l’altro, ma soltanto uomini di Relazioni Pubbliche incaricati di gestire la comunicazione di guerra. Perlomeno è quanto affermano Jorg Becker e Mira Beham nel loro libro Operation Balkan: Werbung für Krieg und Tod (Operazione Balcani – propaganda in favore della guerra e della morte), ovvero “la colonizzazione dei media da parte dell’industria delle relazioni pubbliche”.
L’ 80% di tutte le informazioni proviene dalle agenzie di relazioni pubbliche.
I giornalisti dipendono sempre più da queste agenzie sottomesse ad interessi particolari.
Questo fenomeno apparve chiaramente nel concetto di “embedded journalism” (“giornalismo integrato, incorporato») in occasione della guerra in Irak. Oggi il settore delle relazioni pubbliche si sviluppa assai più rapidamente del giornalismo. Nel 2001, il reporter tv Thomas
privatizzazione della propaganda e degli eserciti
di Jörg Becker, Mira Beham
(Traduzione dal francese di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
La nostra griglia di lettura dei conflitti contemporanei deve essere attualizzata con l’integrazione di numerosi attori non- statuali. Lo studio retrospettivo delle guerre nella Jugoslavia, ad opera di Jörg Becker e Mira Beham per
12 settembre 2007
Dopo la guerra del Kosovo del 1999, che ha fatto prendere coscienza ad una larghissima parte dell’opinione pubblica sul ruolo dei mezzi di informazione nel corso di una guerra e, in ordine generale, sul ruolo della comunicazione in periodi di crisi, è apparsa una quantità massiccia di letteratura, in aumento considerevole e in continuo sviluppo, che tratta dei media e della guerra. Sembra che nelle scienze della comunicazione la legge non scritta, secondo la quale ogni guerra porta con sé una crisi dei media, durante la qual crisi i produttori delle informazioni sono portati ad interrogarsi sul loro modo di comunicare in merito alla guerra, per poi passare subitamente alle contingenze del momento, traendo pochi insegnamenti, anzi nessuno, dalla guerra in corso per la guerra che verrà, abbia cessato di essere valida.
L’interesse visibilmente crescente, e più o meno duraturo, diretto verso il modo con cui i media trattano attualmente delle guerre nasce verosimilmente soprattutto da due ragioni. In primo luogo, l’11 settembre 2001 e i suoi effetti ci hanno fatto piombare praticamente in uno stato di guerra permanente, cosa che ci induce ad una necessaria riflessione sui contenuti e sulle forme della comunicazione riguardanti la guerra. Secondariamente, la quantità e la qualità della comunicazione relativa alla guerra e alle crisi si modificano ad una velocità sorprendente.
Per quel che concerne la ricerca sulla pace, si manifesta ugualmente su questo soggetto una sensibilità in espansione. Nondimeno, è sorprendente che, in generale, - e non solamente nella ricerca sulla pace – due aspetti importanti di questo problema non giochino che un ruolo minore. Si tratta di una parte delle guerre degli anni Novanta nei Balcani che, a parte la guerra del Kosovo, non suscitano molto interesse, benché la guerra della NATO contro
Propaganda e relazioni pubbliche
Chi, nel XXI.esimo secolo, inizia ad interessarsi di propaganda troverà di grande utilità iniziare le sue letture con l’opera di Harold D. Lasswell. Alla fine degli anni Venti del secolo scorso, Lasswell ha pubblicato il suo libro Propaganda Technique in the World War I (Tecniche di propaganda durante
Le riflessioni di Lasswell si poggiano sul modello della reazione agli stimoli, caratteristico delle scienze sociali dominanti. In quanto ricerca sulla persuasione, vale a dire sulla comunicazione che fa in modo di indurre e di convincere, queste riflessioni stanno alla base di tutte le concezioni promosse nella ricerca attuale degli effetti pubblicitari, e nel segmento di operatività delle pubbliche relazioni. Visto che la nozione positiva di propaganda è stata discreditata dal suo utilizzo al tempo del nazional-socialismo, i rappresentanti e i fautori delle pubbliche relazioni se ne sono distanziati da molto tempo. Sul piano della definizione, la separazione della nozione di propaganda da quella di pubbliche relazioni resta tuttavia insoddisfacente. Non è più possibile distinguere in modo stretto l’« indurre » attraverso la propaganda dal « convincere » attraverso le relazioni pubbliche.
Il tentativo della distinzione effettuato da Günter Bentele, titolare della cattedra di Relazioni Pubbliche (RP) all’Università di Lipsia, dimostra che la nuova nozione di RP non è altro che la modernizzazione della vecchia nozione di propaganda : « Da un punto di vista logico sistematico, e tenuto conto dell’obiettivo di una teoria di RP differenziata, una assimilazione pura e semplice delle relazioni pubbliche alla propaganda è troppo semplice. Questa posizione crea dei problemi, in quanto deve fare astrazione dalle pesanti differenze fra la propaganda nazional-socialista o la propaganda politica della Repubblica Democratica della Germania e le pubbliche relazioni di tipo occidentale. » [5] Ora, il punto di vista di Bentele risulta poco attendibile per due ragioni. Per prima cosa, egli decanta i meriti di un modello di totalitarismo discutibile – in quanto troppo semplice sul piano delle scienze sociali – e la di cui dicotomia crea un nemico, che lascia perplessi : solo gli altri fanno della propaganda, mentre la propria azione stimola il dibattito e informa il pubblico. Secondariamente, il funzionalismo strutturale di Bentele, sprovvisto di contenuto, conduce a seri problemi empirici, dato che palesemente quello che non deve essere non può esserlo.

L’impegno di agenzie di Pubbliche Relazioni RP nelle guerre nella ex Jugoslavia
Nel frattempo, è il segreto di Pulcinella che alcuni governi hanno incaricato imprese di Pubbliche Relazioni per abbellire la loro immagine nei confronti di altri paesi. In compenso, è poco noto che era già da molto tempo che governi molto diversi fra loro avevano impegnato agenzie in campagne di Pubbliche Relazioni e che le avevano pagate per costruire una falsa immagine del nemico, per preparare le guerre o per abbellire l’idea che ci si era fatta su delle dittature. Nel sistema delle dipendenze reciproche « governi/agenzie di RP durante la guerra », noi abbiamo censito 157 contratti semestrali fra clienti che avevano fatto parte della ex Jugoslavia e 31 agenzie di RP diverse, come pure nuovi particolari, durante le guerre della ex Jugoslavia condotte fra il 1991 e il 1992.
Nell’agosto 1991, all’agenzia di RP Ruder Finn era stato conferito un mandato da parte del governo Croato, nel maggio 1992 l’agenzia era stata incaricata dal governo Bosniaco e nell’autunno del medesimo anno dai capi Albanesi del Kosovo. Quindi,
Il lavoro che
Le concezioni della comunicazione delle agenzie di Pubbliche Relazioni RP durante le guerre Balcaniche
Le agenzie di RP impegnate dalle parti in conflitto hanno operato, essenzialmente, attraverso gli elementi seguenti, che hanno elaborato nella forma e nel contenuto: propaganda politica, attività lobbistiche, comunicazione al momento delle crisi, comunicazione attraverso i media, gestione dell’informazione, gestione degli affari, affari pubblici (dunque comunicazione politica), attività di consulenza e di spionaggio.
Le agenzie di RP, che hanno lavorato per clienti non Serbi, hanno individuato gli obiettivi seguenti delle loro attività:
il riconoscimento da parte degli Stati Uniti dell’indipendenza della Croazia e della Slovenia,
la percezione della Slovenia e della Croazia come Stati progressisti della stessa natura di quelli dell’Europa occidentale,
la rappresentazione dei Serbi come oppressori e aggressori,
l’equiparazione dei Serbi ai Nazisti,
la formulazione di un programma politico degli Albanesi del Kosovo,
la rappresentazione dei Croati, dei musulmani di Bosnia e degli Albanesi del Kosovo unicamente come vittime innocenti,
il reclutamento di ONG, di scienziati e di laboratori di strategia politica per il conseguimento dei propri obiettivi,
l’intervento degli Stati Uniti negli avvenimenti dei Balcani,
la qualifica di “legittima e legale” alla conquista da parte dell’esercito Croato della Krajina occupata dai Serbi,
l’imposizione delle sanzioni da parte dell’ONU contro la Serbia,
una decisione favorevole, all’epoca dell’arbitrato relativo alla città Bosniaca di Brcko,
l’accusa di genocidio formulata contro
risultati favorevoli alla parte Albanese derivati dalla Trattativa di Rambouillet,
la denuncia contro Slobodan Miloševic depositata presso il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja,
lo stimolo agli investimenti Americani negli stati che erano succeduti alla Jugoslavia,
la secessione del Montenegro.
Le agenzie di RP che lavoravano per conto di clienti Serbi hanno individuato gli obiettivi seguenti delle loro attività:
il miglioramento in generale di un’immagine negativa,
il miglioramento dell’immagine della Repubblica Serba di Bosnia,
il reclutamento di ONG, di scienziati e di laboratori di strategia politica per il conseguimento dei propri obiettivi,
lo stimolo agli investimenti Americani in Serbia,
il miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti, dopo la destituzione di Miloševic,
l’abrogazione delle sanzioni dell’ONU.
Riassumendo, possiamo dire che i clienti Balcanici desideravano raggiungere due obiettivi attraverso le loro attività di RP: in primo luogo, si trattava di farsi conoscere dagli ambienti politici, dalla società e dall’opinione pubblica degli Stati Uniti, lo scopo era quello di presentarsi in maniera positiva, quindi si dava luogo ad attività diplomatiche; secondariamente ci si sforzava di conseguire obiettivi bellici molto concreti. Spesso, i due aspetti erano mescolati. « Bad guys » e « good guys », « Cattivi figuri» e « Bei tipi » - ecco la semplificazione dei conflitti armati.
Durante le guerre Balcaniche, i governi in conflitto hanno potuto trasformare la loro propaganda in messaggi credibili grazie alle agenzie di RP e alle loro numerose vie di comunicazione. Il risultato è stata una forte omogeneizzazione dell’opinione pubblica negli Stati Uniti ed in generale nelle società occidentali. Il governo degli Stati Uniti, Amnesty International, Human Rights Watch, Freedom House, l’Istituto Statunitense per
Pubbliche Relazioni e società militari private
Il governo Croato aveva preso a servizio praticamente in via permanente dal 1991 al 2002 molte grandi agenzie di RP che si sono impegnate negli USA a promuovere i suoi interessi politici, economici e culturali e che hanno diffuso un’immagine positiva dello Stato Croato. Dopo il riconoscimento coronato da successo dell’indipendenza della Croazia da parte degli USA, esisteva ancora un problema politico-militare particolarmente critico da risolvere – la questione dei Serbi della Krajina. Ed è a questo momento che per la prima volta si crea una combinazione comprovata di attività fra una agenzia di RP e una società militare privata.
Nel marzo 1993, il gabinetto del Presidente Croato Franjo Tudjman aveva assunto l’agenzia di RP Jefferson Waterman International (Waterman Associates), e nel settembre 1994 il governo Croato aveva sottoscritto un contratto con la società militare privata Statunitense MPRI (Military Professional Resources Inc.).
All’inizio del 1995, undici mesi dopo la firma sul contratto con
Riassumendo, possiamo affermare che si tratta di strutture nelle quali le attività tipiche delle agenzie di RP, che si presentano sotto le vesti di imprese economiche private, e le attività delle società militari, che ugualmente si presentano come imprese economiche private, sono complementari, a sostegno di obiettivi politico-militari delle parti in conflitto. Dunque, non è solamente la propaganda di guerra ad avere una natura privatistica, innanzitutto è la conduzione della guerra stessa che è stata privatizzata.
Jörg Becker
Mira Beham
Note :
[1] Alexander S. Neu ha pubblicato una delle rare ricerche scientifiche relative alla comunicazione in materia di guerra e di crisi nella ex Jugoslavia dal 1991 al 1995 : Die Jugoslawien-Kriegsberichterstattung der « Times » und der « Frankfurter Allgemeinen Zeitung ». Ein Vergleich (La copertura giornalistica della guerra di Jugoslavia da parte del « Times » e dalla « Frankfurter Allgemeinen Zeitung ». Analisi comparata), Baden-Baden 2004.
[2] Il presente contributo fa riferimento ad aspetti importanti del libro apparso di recente Operation Balkan. Werbung für Krieg und Tod (Operazione Balcani. Propaganda per la guerra e la morte) (Baden-Baden 2006). Il libro tenta non solamente di rievocare, ma anche di mettere insieme due aspetti trascurati dalla ricerca sulla pace imperniata sulla comunicazione, ossia le guerre dei Balcani piuttosto che la comunicazione relativa alle guerre e alle crisi. Il libro è stato redatto nel quadro del progetto, della durata di un biennio dal titolo « Die Informationskriege um den Balkan seit 1991 (Le guerre dell’informazione a proposito dei Balcani dal 1991), che noi abbiamo potuto realizzare grazie al sostegno continuo del direttore e fondatore della Deutschen Stiftung Friedensforschung (DSF) (Fondazione Tedesca per le Ricerche sulla Pace) , Dieter S. Lutz, nel frattempo deceduto tragicamente.
[3] Propaganda Technique in the World War I, (Tecniche di Propaganda nella Guerra Mondiale), di Harold D. Lasswell (Paul Kegan, Londra, 1927). L’opera è stata riedita nel 1986 dall’università di Hawaï.
[4] « The Theory of Political Propaganda », (La teoria della propaganda politica), di Harold D. Lasswell, in The American Political Science Review, XXI.esimo, 1927.
[5] Citazione secondo Public Relations. Konzepte und Theorien, di Michael Kunczik, IV edizione, Colonia 2002, p. 36.
[6] James Harff in De Zaak Miloševic (L’Affare Miloševic). Sceneggiatura : Jos de Putter, Paesi Bassi 2003 (materiale del film, in parte non pubblicato).
[7] « Privatizing War. How affairs of state are outsourced to corporations beyond public control » (La privatizzazione della Guerra. Come gli affari di stato vengono esternalizzati verso imprese, evitando il controllo pubblico), di Ken Silverstein, in The Nation, 28 luglio 1997.
[8] « Mazedonien als Opfer internationaler Ignoranz ? » (
