geiger dysf

"In condizioni di emergenza un governo nazionale farà del suo meglio con censura, spettacolo e indorature mediatiche - "il sistema militare e di intrattenimento" - ma all'esterno del suo lotto di proprietà tutti gli altri se la rideranno" (Bruce Sterling)
venerdì, 25 aprile 2008

Sciovinismo operaio

 

SCIOVINISMO
Forma di patriottismo e di nazionalismo esasperato, che si risolve in una negazione dei valori e dei diritti degli altri popoli e delle altre nazioni. Il termine deriva dal nome del soldato napoleonico N. Chauvin, che per la sua fedeltà all'imperatore, protrattasi ben oltre Waterloo, divenne oggetto in Francia di canzoni e commedie popolari, nelle quali venne eretto a simbolo del patriota esaltato e fanatico.

 

   Di tutti i fattori che hanno determinato la sconfitta della Sinistra Arcobaleno (voto utile, astensionismo, Sinistra Critica  e PCL, destrutturazione del pensiero di sinistra, voto alla Lega etc.), probabilmente quello che colpisce di più l’immaginazione è il “voto operaio a destra” che, al di là delle percentuali e della ripartizione geografica, appare un dato costante. A sinistra, così si dice, votano insegnanti, studenti, impiegati pubblici, a destra operai, lavoratori autonomi, artigiani, imprenditori: grossolanamente, lo Stato da una parte, il “mondo del lavoro” dall’altra. La posizione di molti operai è più o meno quella espressa nell’articolo di Maurizio Pagliassotti su Liberazione del 16 aprile dal titolo “Mirafiori ha bocciato l’Arcobaleno: “Pensa solo a froci e zingari, non a noi”:

   "Quando parlano alla televisione quelli di sinistra io non capisco un cazzo. Usano paroloni... la globalizzazione... il movimento... Tutte menate, a noi interessa lo stipendio, vivere un po’ meglio, avere due soldi in più in tasca. Basta. Rifondazione dice che è stata una vittoria aver ritirato le truppe dall’Iraq e io rispondo: e a me cosa ne viene in tasca?”.
   "la lega più vicina ai lavoratori"

   "la sinistra pensa solo a froci e zingari, non a noi".
   “Un partito che difende i ladri (rumeni, ndr) che rubano nelle nostre case, incapace di farci aumentare gli stipendi che sono da anni sempre uguali. Ho votato Lega”.
   ”Ma noi cosa c’entriamo con Pecoraro Scanio? L’ambiente? Sì è importante ma io voglio sentire suonare altre corde, quelle che mi toccano direttamente”.

Gli operai sono preoccupati dal crollo delle vendite di auto in Europa, altro che ambiente e guerra e froci e zingari.

 

   Su questo “voto operaio a destra” andrebbero comunque fatte molte precisazioni di tipo statistico e geografico, per non scadere nel folclore antropologico. Né del resto è una novità, visto che sono parecchie elezioni che il fenomeno si ripete. La stessa categoria di “operai” si riferisce a una molteplicità di figure lavorative (lavoratori autonomi, “partite IVA”, auto-imprenditori, piccole imprese, laboratori, servizi,  etc.) che è letteralmente proliferata a partire dalle grandi ristrutturazioni produttive degli anni Settanta, al di fuori della tradizionale figura dell’operaio delle grandi concentrazioni industriali.

  Tutte queste nuove figure esulano, in gran parte, dal sindacato (ma anche da altre forme di associazione autonome) e si riconoscono piuttosto nelle gerarchie delle “filiere” produttive, per cui anche il più modesto operaio è legato mani e piedi ai destini della propria azienda o del proprio comparto, piuttosto che a una idea generale di “classe operaia” come fondatrice di “diritti” e di “liberazione” (dallo sfruttamento).

   Costretto a competere con gli altri operai per migliorare la propria condizione di lavoro e di reddito, ogni operaio è ridotto alla condizione di “soldato”  della propria “squadra” o del proprio “reparto” , punito o premiato, cacciato o promosso a seconda della sua performance. E’ la mistica del sacrificio, dell’ “io mi faccio un culo così, dall’alba al tramonto, mentre voi, parassiti, proteggete froci e zingari”. Peggiore è la condizione del lavoro, più viene esaltata questa mistica del sacrificio. Anche morire sul posto di lavoro diventa, per molti di costoro, una "tragica fatalità" (fatte salve le solite lacrime di coccodrillo).

   Forse non è un caso, quindi, che l’esercito della forza-lavoro torni ad esprimersi in termini militaristici, apertamente xenofobi e razzisti, quanto più il singolo operaio atomizzato è sottomesso alla disciplina e alla gerarchia aziendale, e alla disciplina del capitale in generale, di cui diventa il fedele esecutore. Più è sottomesso, più è rabbioso. Invece di riconoscersi in un’interesse comune con gli altri operai, pensa solo a se stesso.

   Non bisogna dimenticare che all'ultimo gradino del "mondo del lavoro" in genere vi sono i milioni di immigrati che svolgono i lavori più umili nelle condizioni peggiori, senza diritti ed esclusi dal voto (esclusi quindi da diritti di cittadinanza ma anche dalle statistiche elettorali), verso i quali anche l'ultimo dei manovali autoctoni si sente "superiore" e può sfogare il proprio malcontento - verso i quali non a caso si scatena tutta la paranoia securitaria, di destra e sinistra, primo per sottometterli secondo per compensare gli "operai di destra" del loro asservimento e del loro riflesso "d'ordine", terzo perchè il potere è memore che le lotte operaie degli anni Sessanta-Settanta in tutta Europa ebbero come protagonisti gli immigrati, - in Italia gli immigrati dal Sud, e furono questi a scardinare il comando nelle fabbriche delle grandi concentrazioni industriali, non certo le "aristocrazie operaie". (*) 

   Al posto dell'interesse comune, negli operai autoctoni subentra allora una identità esterna al proprio posto di lavoro, che sia l’acquisto di un'auto, la caccia, la curva sud o la Nazione (eventualmente più ristretta, “padana”). Compensano la sottomissione proiettandola nel successo del Capo o nel proprio arrivismo o nell'emulazione spesso irrisoria dei simboli del successo. Alla destrutturazione “leggera” del “vacuo” pensiero di sinistra, corrisponde allora il rude linguaggio delle “ronde” padane o delle eroiche squadre forzanoviste, in una folle corsa di identitarismi sempre più regressivi.

   Ha quindi facile gioco Roberto Maroni (ex Democrazia Proletaria) a ironizzare sul fatto che “non c’è più classe operaia”, che il lavoro è cambiato e voi non ve ne siete accorti. Lui si rivolge ai "suoi", non agli "altri" che manco sembrano esistere.Non è una novità, storicamente parlando.

   E’ un fenomeno già notato da Marx dopo il fallimento della rivoluzione del 1848. Si è ripetuto con l’avvento del fascismo e del nazismo. Lo si riscontra anche nelle altre nazioni industriali (USA, GB, Francia). Ogni qualvolta il proletariato fallisce le condizioni per la propria emancipazione, ripiega nell’accettazione velenosa dell’esistente, identificandosi coi suoi padroni.

   Ha ragione quell’operaio di Mirafiori che dichiara che “quello che è successo ieri (cioè il 13 e 14 aprile) è l’ennesimo frutto avvelenato di quella sconfitta” (dell’occupazione della fabbrica nel 1980). Avrebbe dovuto aggiungere: grazie anche al ruolo liquidazionista del sindacato e del Partito Comunista di allora.

(*)

-          DATI SULL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA (rapporto Caritas ottobre 2007)

-           

-          Sono 3 milioni 700 mila gli immigrati regolari in Italia

-        fra 20-30 anni gli "stranieri" saliranno a 10 milioni ed oltre.

-         Novità di quest'anno, la presenza paritaria delle donne rispetto agli uomini (49,9%) e tale da essere maggioranza. Le uniche regioni ad avere una prevalenza maschile sono solo Lombardia e Puglia.

-         I minori sfiorano le 700 mila unità (18,4% del totale).

        -      I rumeni, col 15,1% di presenza, costituiscono la comunità più numerosa; seguono i       marocchini (10,5%), gli albanesi (10,3%), gli ucraini (5,3%). Sei immigrati su 10 si trovano al nord; al centro c'è il 26,7%, al sud il 10,2% e nelle isole il 3,6%. In sei anni, dal 2000 al 2006, gli immigrati dall'Est sono saliti di 14 punti mentre l'Africa ne ha persi 5 e l'America 2.

Il rapporto segnala che negli ultimi due anni, la crescita «è stata fortissima» anche in assenza di regolarizzazioni ma facendo leva sulle quote di ingresso. Ad avere impresso questo ritmo sono il fabbisogno delle industrie e delle famiglie di manodopera aggiuntiva (540 mila domande), i ricongiungimenti familiari (poco meno di 100 mila) e le nuove nascite tra gli immigrati (quasi 60 mila). Se il ritmo di crescita continuerà anche nel biennio 2007-2008, la Lombardia passerebbe da 850 mila ad oltre un milione di presenze; il Veneto, l'Emilia Romagna e Roma supererebbero il mezzo milione di unità; il Piemonte sfiorerebbe le 400 mila, la Toscana le 350 mila. Sotto le 100 mila unità resterebbero solo il Trentino Alto Adige, l'Abruzzo, la Sardegna, la Basilicata, il Molise e la Valle d'Aosta.

-         Gli occupati stranieri sono 1.348.000 (più della metà nei servizi e più di 1/3 nell'industria) - i 2/3 sono al nord - mentre i disoccupati sono 127 mila. L'aumento annuale dell' occupazione è stato di poco inferiore alle 200 mila unità; il tasso di attività è risultato essere del 73,7% (superiore di circa 12 punti di quello degli italiani), quello dell' occupazione dell'8,6%. Gli stranieri incidono per il 6,1% sul Pil; pagano quasi 1,87 miliardi di euro di tasse attraverso 2 milioni 300 mila dichiarazioni dei redditi. Più della metà delle donne (circa 700 mila) è impiegata nel lavoro domestico e di cura (molte lavorano in nero). Più di un quarto degli stranieri lavora in orari disagiati: il 19% la sera (dalle 20 alle 23), il 12% la notte (dopo le 23) e il 15% la domenica. L'85% lavora come dipendente. Gli imprenditori sono aumentati dell'8% (sono 141.393); per il 70% operano nel commercio e nelle costruzioni. Gli immigrati guadagnano in media 10.042 euro l'anno; nel 2006 le rimesse inviate dall'Italia hanno superato i 4,3 milioni di euro per una crescita annua dell'11,6%. La Romania, con 777 milioni di euro, è la prima destinazione dei flussi in uscita. L'atteggiamento degli immigrati nei confronti degli italiani è definito dal rapporto «benevolo»: la maggioranza afferma di stare bene in Italia; la difficoltà più grande riguarda trovare un affitto (57%).

-         Gli alunni stranieri sono oltre mezzo milione, il 5,6% della popolazione scolastica. Metà degli italiani continua ad essere contrario all'immigrazione anche se non è la prima loro preoccupazione, superata dalla precarietà del lavoro

-       Le italiane fanno sempre meno figli, ma il bilancio demografico nazionale è in positivo, per l'alto tasso di natalità dei cittadini stranieri. E', infatti, figlio di immigrati un bambino su dieci, mentre gli stranieri rappresentano il 5 per cento della popolazione italiana

 

postato da doktorgeiger alle ore aprile 25, 2008 18:45 | link | commenti (6)
categorie: politica, economia
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