«Dobbiamo evitare che succeda anche altrove ciò che è successo in Italia perché è importante discutere di ciò che succede ai rom in Europa, ma avendo ben presente ciò che sta accadendo in Italia»(Martin Schultz)
«Non ho mai visto nulla del genere in nessun paese europeo» (Viktoria Mohacsi)
“Gherardo Colombo, fra gli altri, ha detto una cosa quasi sottovoce che m’ha fatto rabbrividire: sembra quasi ci sia, se non un progetto, un orizzonte d’intenti che voglia delegittimare l’umanità di queste persone, per meglio odiarle, senza complessi di colpa, in funzione di una prossima catastrofe. Un po’ come si faceva con gli ebrei prima della guerra. Ho avuto paura” (gianni biondillo)
(questo blog è nato a settembre del 2007 in un clima impressionante di crescente razzismo, assolutamente bipartisan, che lasciava intravedere gli esiti attuali: infatti il primo post si intitolava "L'assedio razzista di Pavia". Poi, nella prima metà di novembre, ci fu, in relazione all'omicidio di Giovanna Reggiani a Roma, quella che Wu Ming già stigmatizzava come "atmosfera da pogrom", contro la quale venne redatto l'appello "Il triangolo nero" . A ripercorrere tutti i post di quel periodo, può apparire sorprendente constatare come tutto ciò che allora poteva ancora venir ipotizzato come tendenza, adesso venga tranquillamente perpetrato, senza che da parte di alcuna delle massime autorità dello Stato venga detto alcunchè in contrario. Si è ormai "realizzata" quella "lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni" di cui parlava Primo Levi. Il post che ripropongo è del 16 novembre, e vuole essere un invito a riguardarsi anche gli altri post di novembre)

«non si affitta ai meridionali»
Quanti anni sono passati da cartelli come questi, affissi con particolare dedizione nelle città dell’allora “triangolo industriale”? Neppure l’altro ieri, anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, decine di milioni di italiani emigravano non soltanto all’estero, ma anche verso le fabbriche del Nord o verso la Capitale. Dal Sud, dal Centro, e anche dalle aree arretrate del Nord (il Nord Est). Diversamente dalle nazioni del Nord Europa, pochissimi erano gli immigrati dall’estero, in prevalenza dalle ex colonie (Etiopia, Eritrea, Somalia) o dalle Filippine. “Gli italiani non sono razzisti” si raccontava allegramente sui giornali o nelle chiacchiere da bar. Erano occupati a disprezzarsi fra di loro, e a sentirsi “Italiani” in occasione delle partite della Nazionale.
E’ bastato un primo afflusso, neppure straordinario, di “stranieri” (fin dai tempi dei primi sbarchi di albanesi), per scatenare tutto il peggio della fogna razzista e fascista o del “piccolo uomo della strada”. La “memoria”, in tempi di tanto celebrata Internet, si è rivelata corta, cortissima, quasi inesistente, fatta eccezione per una minoranza pressocchè ignorata. Ci si può chiedere allora a cosa serva Internet, se al contrario del cosiddetto “immaginario collettivo” d’un tempo, non serve ad assorbire e a riflettere le tensioni sociali, non serve a elaborare un sapere collettivo che integri i “nuovi” e il “nuovo”.
Per esempio, Enzo Rava in un suo libro del 1987, Roma in cronaca nera, ora riedito da manifestolibri, ci spiega bene come proprio la cronaca nera, ai tempi in cui Roma si riempiva di diverse centinaia di migliaia di immigrati, in buona parte contadini dal centro-sud o dal Veneto, abbia fortemente contribuito alla loro assimilazione e acculturazione urbana. La stessa cultura romana, ancora molto “provinciale” e “paesana”, si stava trasformando in quella di una grande città moderna. Questa trasformazione veniva raccontata, assimilata e diffusa più dai “fattacci” di cronaca che non dagli editoriali di politica, che certo non venivano letti da contadini semi-analfabeti, e perfino più dello sport. La cronaca nera forniva un percorso di conoscenza, appartenenza e assimilazione della città, un patrimonio di “leggende originarie” che diventava “storia orale” della città: p.es., l’uxoricidio di Fiuggi, i «delitti del lago», il caso Montesi, il rag. Fenaroli ( nel 2003/4 Rai Educational, il canale culturale della Rai diretto da Giovanni Minoli, mandò in onda una decina di questi «casi», non semplicemente raccontando le vicende ma considerandole appunto come ”picchetti del percorso” della storia cittadina).
Naturalmente questo fu un processo estremamente contraddittorio e conflittuale. Gli stessi cronisti di nera venivano considerati dai colleghi nient’altro che bassa forza, “schiavi ai remi”. Però erano giornalisti “duri”, abituati a correre sempre sul “luogo del delitto”, non a trascrivere alla men peggio lanci di agenzia (e qui il parallelo con un certo stile Internet è d’obbligo).
Finchè, come dice Rava nella prefazione, “nel pieno di questa Roma in cronaca nera, Franco Ferrarotti pubblicò quel Roma da capitale a periferia che resta un testo storico: perché rivelava come Roma fosse accerchiata da un «immenso ghetto» di borgate, borghetti, baracche, come paradossalmente la «capitale» (dice meglio la maligna espressione «il Palazzo»), fosse polo di attrazione di centinaia di migliaia di persone alle quali non riusciva a dare un lavoro preciso e stabile, sicché «a cento anni alla breccia di Porta Pia, Roma è un paradosso socio-economico e politico»; Giorgio Bocca, drastico, riduceva tutto a «marciume eterno della Città Eterna»...A quel buon «terzo» di Roma che erano le borgate...la cultura accademica guardò come alla periferia di Beirut o alle favelas di Rio” (a parte lo stesso Ferrarotti o Pier Paolo Pasolini).
Dal ’68 iniziò un periodo di lotte per la casa e per i servizi sociali, condotte spesso autonomamente dagli stessi baraccati e borgatari. Nell’immaginario collettivo la cronaca nera passò in second’ordine, e la stessa malavita romana divenne più organizzata e imprenditoriale. La circolazione delle lotte sul territorio romano, dal Celio alla Magliana, da Cinecittà al Tiburtino, unificò davvero per la prima volta Roma come metropoli moderna (sia pure con tanti limiti: “Roma infine divenne anch’essa grande città, anche se certo non «metropoli del Ventesimo Secolo», che è tutt’altra cosa”).
Fino allora c’era stato il “paesone” esotico del centro storico con le sue dependances terziarie da un lato, e la “terra incognita” dall’altro, là dove vivevano i “barbari”, accampati lungo le vie consiliari, presso gli acquedotti, nelle borgate e nei borghetti. Questa unificazione metropolitana ha poi sbattuto contro nuovi problemi, che hanno messo in crisi la sua presunta “modernità”, per non parlare della crisi verticale della capacità di gestire i conflitti sociali (e quindi di narrarli).
Riuscirà allora questo disgraziatissimo Paese (nel senso dell’Italia, rimasto per certi versi anch’esso al “paesone”) a raccontarsi nuovamente, a parlarsi, a discutere, dopo il feroce blitz mediatico, politico e militare, a suon di ruspe, dei giorni scorsi?
Scrive Giuseppe Mantovani, professore di psicologia all’Università di Padova, in una lettera aperta ai suoi studenti:
“Non ricordo di aver visto nel nostro paese una campagna di odio così sfrenata e mi chiedo come mai la nostra magistratura non senta la necessità di intervenire nei confronti di chi eccita l’ostilità fra gruppi “etnici” o nazionali. Il secondo crimine è quello commesso da “la politica”. I due schieramenti contrapposti (ma non su questo tema) si sono esibiti al meglio: richieste di deportazioni di massa, deplorazione del fatto che le deportazioni non si potessero fare perchè “la comunità europea non le permetterebbe”, lamenti contro i forestieri criminali. Si è creato un serio incidente diplomatico con un paese amico. Sono stati eccitati i peggiori istinti xenofobi, peraltro già da tempo attivi nel nostro paese e concretizzati in ronde, spedizioni punitive e – talvolta – in roghi di campi di baracche con morti e feriti...Cari studenti, dopo questo vergognoso processo sommario mediatico e politico ad un’“etnia” forestiera e marginale, imbastito per nome e per conto nostro (purtroppo) dai “nostri” media e dai “nostri” politici, ci resta il compito di iniziare a costruire sulle macerie morali. Incominciando con il ricordare quando gli emigrati, poveri e spesso criminali eravamo “noi”: venticinque milioni di italiani tra il 1870 e il 1970 emigrarono nel Nuovo Mondo per sfuggire alla fame. E proseguendo poi con lo sforzo di capire come si possa vivere civilmente in un mondo che sarà sempre più “interculturale” e che non perdonerà facilmente altre sceneggiate di questo tipo”.