
Nel film La macchina del tempo (The Time Machine) diretto da George Pal (1960) il personaggio di Weena è piuttosto particolare e delicato, e finisce per sedurci proprio per la sua improbabilità e immaginarietà. Apparentemente secondario, questo personaggio mite e dolce, a dispetto della sua indolenza e innocenza, s’insinua lentamente nella trama del film e nel cuore del suo salvatore, George, il Viaggiatore del Tempo, al punto che questi decide di tornare nuovamente nel futuro per stare accanto a lei.

Weena è la quintessenza del suo popolo, gli Eloi, belli, biondi e carini, ma divenuti così apatici, indifferenti, incapaci di qualsiasi reazione nei confronti dei Morlocks, i mostri del sottosuolo metà scimmie e metà umani, dei quali sono purtroppo facile preda. Come il suo popolo, anche Weena non sa più cosa siano drammaticità, tensione, sforzo, lavoro, fatica, memoria, e si lascia trascinare passivamente nei sotterranei dei Morlocks. La drammaticità della situazione viene scoperta da George che, coi suoi sani valori ottocenteschi, cerca di scuotere gli Eloi dal loro torpore e dalla loro indolenza. Però Weena, mentre sta affogando o mentre viene rapita dai Morlocks, qualche urletto lo caccia, non è divenuta proprio del tutto insensibile, almeno finchè viene salvata da George e ritorna nel suo stato di sonnambulismo.

Non era facile scegliere l’attrice giusta per un personaggio così fantasioso e immaginario, così evanescente e poco reattivo, che il Viaggiatore del Tempo scopre nell’anno 802.701! La leggenda vuole che, per un ruolo così fuori-da-questo-mondo, la diciottenne attrice di origini franco-messicane Yvette Mimieux, (ma nata ad Hollywood), venisse scoperta “casualmente” dall’alto dal press-agent Jim Byron mentre stava cercando di atterrare col suo elicottero in avaria. Egli ne fu così colpito che le propose seduta stante di diventare attrice cinematografica! In realtà sappiamo che Yvette aveva già vinto alcuni concorsi di bellezza, e che venne scelta come “Ragazza del Futuro” dopo i test di selezione diretti da Vincente Minnelli e dallo stesso produttore-regista George Pal, che in lei intravide un incrocio fra una principessa da fiaba e Brigitte Bardot.

In effetti il ruolo di ragazza svanita ed eterea ricorda molto certi ruoli femminili tipici dei primi anni Sessanta (esistenzialismo, Nouvelle Vague) e Yvette Mimieux venne considerata come un sex symbol coinvolta sempre in qualche sequenza drammatica, però spesso in un ruolo subalterno rispetto al personaggio principale. La sua bellezza elusiva e senza tempo finì per ostacolarle l’assegnazione di ruoli più drammatici.

Nel ’68 registrò, insieme al musicista indiano Ali Akbar Khan, un album dedicato ai Fiori del male di Baudelaire, che, a suo dire, aveva sempre desiderato realizzare. Dopo il 1972 cominciò a dedicarsi sempre più alla danza, alla poesia, alle lezioni di musica e di Yoga, cui dedicò anche un libro. Qualcosa della mitica ed eterea Weena è sempre rimasto in lei. O viceversa, qualcosa della tipica american girl, californiana in particolare, salute bellezza sport e meditazione, è trapassato nella hollywoodiana Weena, l’improbabile ed esistenzialista sex symbol dell’anno 802.701!