L'agente segreto Lemmy Caution (Eddie Constantine) viene inviato in missione ad Alphaville, una città tecnocratica del futuro situata su un'altra galassia, per riportare a terra il professor Von Braun (o Nosferatu) e far luce sulla scomparsa degli agenti che l'hanno preceduto. Presentatosi come Ivan Johnson, giornalista del «Figaro-Pravda» e riuscito a stento a liberarsi di alcuni individui che tentavano di ucciderlo, scopre, con l'aiuto di Natacha (Anna Karina), figlia di Von Braun, che Alphaville è governata e programmata dittatorialmente da un cervello elettronico, Alpha
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Come ho già fatto notare in un precedente post, fra Time Machine (1960) e Zardoz (1974) intercorrono alcuni films di fantascienza colta e nouvelle vague, fra i quali uno dei più noti è Alphaville di Jean-Luc Godard (1965), film che cita apparentemente (a parole, è forse il caso di dire) il cinema di genere (fantascienza distopica, noir, horror) senza essere nessuno dei tre. Per chi ama la gourmandise della fantasia e dell’immaginazione il film potrebbe risultare piuttosto irritante, nel suo ostentato intellettualismo e moralismo. Non a caso è un film asceticamente e luddisticamente in bianco e nero, in cui il tema di fondo, trattato in maniera molto schematica, è allo stesso tempo pretesto per una ricerca sulle componenti materiali del cinema, luce e suono, e sulla de-costruzione del linguaggio (parole, segnali, icone).

Lemmy Caution è l’agente terrestre incaricato di distruggere il mondo del futuro qui, adesso, nel suo farsi, senza residui, finchè si è ancora in tempo. Il futuro distopico è dato dal controllo totale esercitato dal grande “cervello elettronico” Alpha 60 sulla vita completamente spersonalizzata degli abitanti di Alphaville. Lemmy, distruggendo Alpha 60 e uccidendo il suo creatore, il professor Nosferatu, permette alla vita e all’amore di risorgere. Il suo gesto è una sorta di “terrorismo linguistico” o di insurrezione dei segni, un gesto di rivolta distruttiva contro la dittatura di un mondo oppressivamente logico e autoritario (e del cinema come ideologia del consenso).
Non quindi un film di o sulla fantascienza, ma contro la fantascienza. Pare del resto che Godard volesse intitolarlo Tarzan contro IBM. Anche come ambientazione il film ha ben poco di fantascientifico: gli eventi si svolgono nel XX° secolo, nella Parigi modernista degli anni ’60, di cui si esalta, nel bianco/nero fotografico, la dimensione alienante, asettica e spersonalizzata di quartieri e interni. Un film parodistico, dove lo stesso Lemmy Caution recita la parodìa del suo personaggio di celluloide. La decostruzione del linguaggio lascia parzialmente intatta la possibilità che ancora di film, e di fiction, si tratti, sia pure a un livello didascalico, di morale vitalistica, cosa che ne ha facilitato a suo tempo la visione in TV e cineforum parrocchiali: l’esaltazione dei sentimenti, dell’amore, della poesia, dell’irrazionalità, contro la dittatura impersonale della tecnocrazia e della Macchina, “una specie di mito di Orfeo nel quale l'uomo riporta alla vita (e alla fantasia) una ragazza (e la gioventù) liberandola da un mondo oppressivamente logico”(da Fantafilm.net).

Questo film si trova significativamente in linea con alcune delle tipiche tematiche “sessantottine” e marcusiane in particolare (alienazione, uomo a una dimensione, rapporto fra eros & civiltà,etc.) esaltando la rivolta contro l’apatia, la repressione dei sentimenti, delle emozioni, delle coscienze, contro l’Ordine e l’Efficienza imposti dalla Macchina Funzionale. Rivolta qui e ora, per smantellare la realtà presente. Ed è anche significativo che questo tema si ritrovi, da Time Machine a Zardoz con poche variazioni di fondo (gli Apatici, gli Immortali, il Vortex,