Jack London, Il tallone di ferro, Capitolo 23

(Questo famoso libro profetico e visionario sulla feroce dittatura dell’oligarchia chiamata “Tallone di Ferro” e sui Rivoluzionari che la contrastano, anticipa lucidamente le tendenze sanguinarie e dittatoriali di tutto il secolo scorso ma anche dei secoli a venire – difatti è stato concepito come un manoscritto scritto da Avis Everhard, moglie del leader rivoluzionario Ernest, manoscritto ritrovato 7 secoli dopo, e dopo 3 o 4 secoli che il Tallone di Ferro fosse stato definitivamente sconfitto. Il manoscritto procede quindi dalle prime discussioni dell’infervorato Ernest, alla riorganizzazione del capitalismo sotto il tallone dell’oligarchia – un super-capitalismo che sprofonda nella schiavitù il “popolo dell’abisso”, riorganizzando abilmente la macchina repressiva e militare. Alla Prima Rivolta,nel 1918, ne seguì una Seconda, 1932, fino all’epilogo cruento della Comune di Chicago, provocato ad arte dal Tallone di Ferro per sterminare il Popolo dell’Abisso e dare una durissima lezione a tutto il proletariato. E mentre le strade di Chicago, “the Blood City”, sono ancora strapiene di cadaveri ammucchiati, cominciano a giungere i treni “carichi di lavoratori stracciati, gente dell’abisso…Leve di schiavi per la ricostruzione della città…Tutti quelli di Chicago sono stati uccisi”.
Nell’incalzare quasi filmico degli eventi che conducono al tragico epilogo del Popolo dell’Abisso, riecheggia per intero la relazione che tiene indissolubilmente stretti il soldato e lo schiavo, la morte e il massacro).
IL POPOLO DELL'ABISSO
Improvvisamente le cose cambiarono; un fremito di animazione sembrò vibrare nell'aria. Passarono sfrecciando due, tre, una dozzina di auto con a bordo persone che ci gridavano avvertimenti. All'incrocio successivo, una delle macchine fece una svolta stretta senza rallentare e un istante dopo, al posto che aveva appena lasciato e dal quale era già lontana, I'esplosione di una bomba scavava una gran buca. Vedemmo la polizia sparire correndo per le vie laterali: sapevamo che qualcosa di spaventoso si avvicinava. Ne sentivamo il brontolio crescente.
Potemmo già vedere la testa della colonna che occupava la strada da un marciapiede all'altro, mentre l'ultima autoblindo sfrecciava via. Poi, giunta alla nostra altezza, questa si fermò. Ne scese in fretta un soldato: recava qualcosa che depose con molta precauzione nel rigagnolo del marciapiede, poi ritornò con un balzo al suo posto. L'autoblindo ripartì, girò all'angolo e scomparve. Hartman corse verso il rigagnolo e si chinò sull'oggetto.
"Non si avvicini", mi gridò. Lo vidi armeggiare febbrilmente. Quando mi raggiunse, aveva la fronte imperlata di sudore."Ho tolto l'innesco", disse, "e al momento giusto. Quel soldato è un incapace: l'aveva destinata ai nostri compagni, ma non aveva calcolato il tempo giusto. Sarebbe scoppiata prima. Ora non scoppierà più".
Gli avvenimenti precipitavano. Dall'altro lato della via, un po' più lontano, alle finestre di un caseggiato, distinguevo delle persone che guardavano. Avevo appena finito di farlo osservare a Hartman, quando fiamme e fumo si svilupparono su quella parte della facciata, e l'aria fu scossa da un'esplosione. In alcuni punti, l'intonaco caduto mostrava l'armatura di ferro al di sotto. Poco dopo, la facciata della casa di fronte era dilaniata da altre esplosioni simili. Nell'intervallo si sentirono crepitare pistole e fucili automatici. Quel duello durò parecchi minuti, poi si spense. Evidentemente i nostri compagni occupavano uno dei caseggiati, e i Mercenari quello di fronte, e gli avversari si combattevano attraverso la strada; ma non potevamo sapere da quale parte fossero i nostri.
In quel momento, la colonna che procedeva sulla strada era giunta quasi alla nostra altezza. Appena le prime file passarono sotto le finestre delle case rivali, il bombardamento riprese con forza. Da un lato si gettavano bombe nella strada, dall'altro se ne lanciavano contro la casa di fronte, che rispondeva al fuoco. Ora sapevamo quale fosse la casa occupata dai nostri, i quali facevano un buon lavoro, difendendo la gente della strada dalle bombe del nemico.
Hartman mi prese per un braccio e mi tirò dentro un vasto androne.
"Non sono i nostri compagni", mi disse all'orecchio.
Le porte interne sotto quell'androne erano chiuse e sprangate. Non avevamo via di scampo. In quel momento la testa della colonna passò. Non era una colonna, ma una confusa massa di gente, un torrente inquieto che riempiva la via; era il popolo dell'abisso esaltato e assetato che s'era levato ruggendo per chiedere il sangue dei padroni. L'avevo già visto, quel popolo dell'abisso, avevo attraversato i suoi ghetti e credevo di conoscerlo, eppure mi sembrava di vederlo per la prima volta. La sua muta apatia era svanita: dava ora uno spettacolo affascinante e terribile. Mi si levava ora davanti in vere ondate di rabbia, ruggendo e brontolando, carnivoro, ebbro del whiskey dei depositi assaliti, ebbro d'odio e della sete di sangue. Uomini, donne e bambini, in cenci e stracci, feroci e cupe intelligenze senza più sembianze umane nei volti, ma bestiali, tigri ormai, incarnati anemici e gran ciuffi di peli, volti pallidi a cui la società vampiro aveva succhiato la linfa vitale; megere appassite e vecchi barbuti dalla testa di morto, gioventù corrotta e vecchiaia cancrenosa, facce di demoni, asimmetriche e torve, corpi deturpati dalla malattia e dal morso d'una eterna carestia, feccia e schiuma della vita, orde urlanti, epilettiche, arrabbiate, diaboliche.
Poteva forse essere altrimenti? Il popolo dell'abisso non aveva nulla da perdere, fuorché la sua miseria e la pena di vivere. E che cosa aveva da guadagnare? Null'altro che un'orgia finale e terribile di vendetta. Mi venne da pensare che in quel torrente di lava umana ci fossero degli uomini, dei compagni, degli eroi, la cui missione era stata quella di sollevare la bestia dell'abisso affinché il nemico potesse domarla.
Allora mi accadde una cosa sorprendente; avvenne in me una trasformazione. La paura della morte, mia o degli altri, mi aveva abbandonata. Per una strana esaltazione, mi sentivo una creatura nuova in una nuova vita. Nulla aveva importanza.
Mezzo miglio già di folla era sfilato quando fummo scoperti. Una donna, vestita di stracci incredibili, con le guance infossate e gli occhi neri, profondi, ci scoprì. Subito mandò un mugolio acuto e si precipitò verso di noi, trascinandosi dietro parte della folla. Mi sembra ancora di vederla mentre avanzava a balzi davanti agli altri, con i capelli grigi svolazzanti, il sangue che le colava dalla fronte e dalle ferite al capo. Brandiva un'ascia in una mano, mentre l'altra, secca e rugosa, sembrava stringere convulsamente il vuoto, come artigli di uccello da preda. Hartman si lanciò davanti a me. Il momento non era adatto alle spiegazioni. Eravamo vestiti decentemente, e ciò bastava.
Il suo pugno colpì la donna fra gli occhi, che, per la forza del colpo, fu rigettata indietro; ma incontrato il muro dei compagni che avanzavano rimbalzò avanti, stordita e confusa, mentre l'ascia si abbatteva senza forza sulla spalla di Hartman. Un attimo dopo non capii più nulla. Ero sommersa dalla folla. Lo stretto spazio in cui eravamo risuonava di imprecazioni, urla e bestemmie. Colpi mi piovevano addosso. Mani mi strappavano e laceravano gli abiti e la carne. Ebbi la sensazione di essere fatta a pezzi. Sul punto d'essere rovesciata, soffocata, ecco una mano vigorosa afferrarmi per una spalla e trarmi violentemente. Sopraffatta dalla sofferenza, svenni. Hartman non uscì vivo da quell'androne; per difendermi aveva affrontato lui il primo urto. Questo mi aveva salvato, perché subito dopo la calca era diventata così fitta, che non era stato possibile fare altro contro di me che agitare mani e stringere pugni.