geiger dysf

"Chi non ha conosciuto la tentazione di essere il primo nella comunità non capirà nulla del gioco politico, della volontà di assoggettare gli altri per farne degli oggetti, né intuirà gli elementi di cui si compone l’arte del disprezzo…" (E.Cioran)
lunedì, 21 luglio 2008

Funny Games 1 & 2



FUNNY GAMES 1 & 2

Tutte le regole che esistono per far funzionare la società non sono niente per loro. E di fronte a personaggi di questo tipo, non hai alcuna chance. Questo è scioccante” (M.Haneke).


   Chi ha visto entrambe le versioni del film di Michael Haneke (1997 e 2008) può averne una sensazione straniante. La sceneggiatura, i dialoghi, le inquadrature, il montaggio sono pressoché identici, ma cambiano gli attori e la location. E viene quasi spontaneo fare un confronto fra le due recitazioni, e fra le “due”regie, anche se il regista è lo stesso. Il che aggiunge un tocco di stranezza a un film che vuole essere un’analisi dell’opera nell’opera, una decostruzione della rappresentazione della violenza nei media e al cinema. Probabilmente, a seconda che si sia visto prima la versione del 1997 o il remake del 2008, ognuno parteggerà per questo o quell’attore, per questa o quella direzione di scena più riuscita dell’altra. Questo tipo di remake non è comune al cinema, ma è più tipico del teatro o della musica. A me pare che la recitazione nel remake sia un tantino più “nervosa”, meno “fredda” e plastica rispetto alla prima versione. 


     

   Però io ho visto prima la versione del 1997…


(Il film si ispira al famoso caso di cronaca del 1924 Leopold e Loeb, cui si sono rifatti altri registi: Alfred Hitchcock, Nodo alla gola; Tom Kalin, Swoon; Barbet Schroeder, Formula per un delitto; Richard Fleischer, Frenesia del delitto)

 

INTERVISTA

"un po' troppo stress in nome della buona educazione"

 

Perché ha deciso di rifare Funny Games negli Stati Uniti, in inglese?
All’inizio è stata soprattutto l’idea di un produttore. Ci ho pensato e mi sono detto che una versione in inglese era forse il modo migliore di raggiungere l’obiettivo che mi ero dato dieci anni prima. Il primo film non aveva raggiunto il pubblico cui era destinato, ovvero il pubblico anglofono, che è quello che consuma di più la violenza al cinema. Purtroppo, però, la lingua tedesca è stata un ostacolo per il successo del film in America, dove era stato distribuito solo nel circuito di sale d’essai. In seguito ho ricevuto altre richieste di remake: per Niente da nascondere, che ha avuto un buon riscontro in America e, per quanto possa sembrare stupefacente, anche per Il Settimo Continente. Non è stato ancora deciso nulla, ma Ron Howard ha già un’opzione su Niente da nascondere.

L’idea di fare un remake scena per scena, cambiando semplicemente gli attori, è sua o della produzione?

postato da doktorgeiger alle ore luglio 21, 2008 16:21 | link | commenti (2)
categorie: cinema, interviste, violenza
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venerdì, 11 luglio 2008

Io la conoscevo bene




   A metà anni ’60 i fasti e le illusioni della dolce vita e del boom economico volgono al termine. Il regista Antonio Pietrangeli (Adua e le compagne, La parmigiana, La visita), già esperto in ritratti di donne emarginate o umiliate,  gira quello che viene considerato unanimemente uno dei capolavori del cinema italiano, Io la conoscevo bene (1965), sicuramente un film bellissimo, ben costruito in ogni sua parte, e di grande attualità. Il film racconta i fuochi fatui di un’aspirante stellina cinematografica, Adriana, interpretata da una giovanissima e bellissima Stefania Sandrelli nei panni di una ragazza di provincia trasferitasi a Roma alla ricerca del facile successo. Pietrangeli ne fa il ritratto stesso della vanità, malinconica e ingenua allo stesso tempo nel suo consumare le euforie e le illusioni del tempo, fino al suicidio finale. Il film si apre con la radiolina accesa sulla spiaggia di Ostia, e si conclude con l’ultimo calcio dato al giradischi gracchiante. Ultimo giro, ultima canzone. Adriana si toglie la parrucca, il trucco del viso si scioglie in una maschera di lacrime posticce, e la vita va via così com’era venuta.

 

   Pietrangeli (e insieme a lui, come sceneggiatori, Ruggero Maccari e Ettore Scola) mostra grande sensibilità e compassione nel ritratto di questa ragazza ingenua e sfuggente, ammaliata dalle vanità ma non senza una indefinibile ricerca d’amore, un amore fittizio, raccontato dalle moltissime canzoni (Mina, Peppino di Capri, Sergio Endrigo, Millie, Gilbert Bécaud etc.) e dai tanti balli nuovi (twist e surf in particolare) che costituiscono il vero intreccio del film, insieme agli oggetti-feticcio e di moda. Ma la grande abilità di Pietrangeli e dei suoi collaboratori consiste nel prestare a questa vanità e fatuità, che altrimenti evaporerebbe nell’inconsistenza, una sostanza, una pseudo-realtà forse anch’essa “spiritica” o “spiritata”, attraverso (e attraversata da) una incredibile serie di scene scoppiettanti che si susseguono e svaniscono l’una nell’altra, tutte ugualmente perfette e vitalizzate da personaggi memorabili, spesso strepitosi, viveurs, pseudo press-agent, amanti occasionali, attori, imbroglioni, interpretati dagli ottimi Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno, etc. Io la conoscevo bene è una perfetta coincidenza di cosa e come, di intenzione e di realizzazione.

 

   Adriana attraversa questa galleria impressionante di scene, di canzoni, di personaggi, con la sua fugacità, con la sua evanescenza e i suoi presentimenti di caducità, che la porteranno a dissolvere ogni illusione in una lenta ma inesorabile agonia.  Il mio attimo passò, e tu dicesti no:

 

   ragazza bella e eccitante, una come tante altre...il fatto è che le va bene tutto, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente eppure povera figlia, dico io, gliene capitano di tutti i colori tutti i giorni, le scivola tutto addosso senza lasciare tracce come se fosse impermeabilizzata, ambizioni zero, morale nessuna, neppure quella dei soldi perché non è nemmeno una puttana, per lei ieri e domani non esistono, non vive neanche giorno per giorno, perché questo la costringerebbe a programmi troppo complicati, perciò vive minuto per minuto, prendere il sole, sentire i dischi, ballare sono le sue uniche attività, per il resto è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi, con se stessa mai…”

 

“Milena sono io, vero…sono così, una specie di deficiente?”

“ma no al contrario, forse sei tu la più saggia di tutti”.


stefania1

PS Nel demi-monde di questo film, costituito da  aspiranti attricette, sedicenti fotografi e press-agent (alla Corona?), playboys all’amatriciana, scrittori, attori rampanti o sul viale del tramonto, commendatori a caccia di gallinelle, non c’è ancora posto per politici e cocaina. Il cinema mantiene una sua relativa autonomia rispetto al ceto politico, almeno in apparenza. E il cinema di Cinecittà è ancora il mito predominante per le aspiranti stelline. Vi sono soltanto due canali TV della RAI, in bianco e nero e con orari limitati. La svolta per la televisione si ha nella seconda metà degli anni Settanta (colore, terza rete RAI, orari prolungati, TV private, pubblicità, etc.), mentre il primato del cinema comincia a declinare. Lungo tutti gli anni ’80 il demi-monde si è trasferito perciò verso i nuovi centri di attrazione della TV, della pubblicità e della moda: “edonismo reaganiano”, “made in Italy”, “Milano-da-bere”, yuppies, fashion, cultura come stile-di-vita, etc. Presentatori e presentatrici, soubrette e vallette, veline e attricette, modelle e pin-ups, si sono trasferite in massa verso il nuovo e più eccitante Eldorado della TV commerciale. Allo stesso tempo, a partire dal presidente Ronald Reagan, la politica si è sempre più assimilata allo spettacolo e al linguaggio televisivo in particolare. Il resto è venuto di conseguenza. Le cortigiane allevate nei “salotti televisivi” sono state elevate al rango di ministre o di sottosegretarie, mentre quelle dei salotti più tradizionali via via hanno perduto la loro importanza.


   La distanza fra il tocco delicato, ironico e rispettoso, ma non per questo meno drammatico, di Io la conoscevo bene, e la spregiudicatezza dell’attuale gossip, come nel caso Sabina Guzzanti-Mara Carfagna, è comunque abissale, in parallelo alla transizione fra erotismo e pornografia.  

   

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 11, 2008 09:48 | link | commenti
categorie: musica, cinema, tempo, video, cosa vediamo stasera
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lunedì, 07 luglio 2008

La nuova musica zingara: il Jazz dei Balcani

zingari7

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo di Luca Guglielminetti.

foto: Mario Giacomelli (Senigallia 1925-2000), "Zingari" (1958)

La nuova musica zingara: il Jazz dei Balcani

 "Dotati di un senso musicale d'incredibile profondità, certamente sconosciuto a qualsiasi altro popolo" ha scritto Franz Liszt a proposito degli zingari, in un saggio del 1859. C'è da chiedersi se esiste una connessione tra la tale "profondità musicale" e i dati antropologici di un popolo in diaspora, spesso perseguitato e violentato.


   E' certamente un popolo strano quello che designa il ieri e il domani con la stessa parola, che non ha un verbo per tradurre il termine "avere" (bisogna comporlo con un "a me è, a te è...). Un popolo nel quale non esiste il concetto di eredità. Ogni zingaro deve costruirsi il suo patrimonio da solo. Gli zingari sono, come gli ebrei, un popolo in costante diaspora, senza precisa dislocazione geografica: un popolo senza patria, l'unico popolo del mondo senza patria - e quindi anche l'unico popolo al mondo che non abbia mai combattuto una guerra.

zingari 1957 1

  

 

   Anche questi pochi dati esemplificativi sono in relazione con tutta la musica che conosciamo e apprezziamo in forma indiretta, attraverso le "rielaborazioni" di classici come Brahms o in forma diretta ad esempio attraverso i film di Emir Kusturica Underground e Le Temps des Gitanes con la musica della Banda per matrimoni e funerali di Goran Bregovic'?

 

   Sappiamo che gli zingari utilizzano con grande passione e capacità il linguaggio musicale basando la costruzione dei brani su due elementi di fondo: l'apprendimento, come per la lingua parlata, di arie e melodie popolari dai luoghi di passaggio e l'estro individuale particolarmente esaltato dalla pratica molto frequente dell'improvvisazione.

 

   È difficile individuare una musica originale zingara. Si possono riconoscere però stili diversi, come fra i gitani e gli tzigani, dove però l'elemento comune rimane l'utilizzo di un filo conduttore prescelto su cui poi avviare fioriture, cesellature, arabeschi.Se si ricercano elementi di continuità nella presenza dei loro canti, si può verificare che la cultura slava ha dato un contributo determinante con la sua forte influenza sui principali ceppi linguistici zingari immigrati in Europa da est.

 

   Nella tradizione esiste una netta distinzione fra canto ed esecuzione strumentale, il primo rimane rivolto all'ambito ristretto della comunità ed è puramente sentimentale, mentre l'esecuzione di motivi strumentali per violino, chitarra, ottoni, viene fatta per professione, cioè dietro pagamento.Oggi lo stato dell'arte della musica degli zingari è leggermente diverso: si sono sviluppate formazioni che coprono entrambi i versanti vocale e strumentale (i Bratch o gli Ando Drom) ed altre come Bregovic' che restano fedeli alla tradizione strumentale o i Kaly Jag che, viceversa, restano fedeli alla tradizione vocale segnata al massimo da una sottile linea strumentale di accompagnamento ritmico o di controcanto.

giacomelli_R380_zingari_g
   Nel caso della banda di Goran Bregovic' troviamo l'influenza dello stile delle bande militari dell'impero ottomano: siamo di fronte ad una musica ibrida ai confini del mondo in un cocktail irresistibile di musiche balcaniche ricche di echi arabi, turchi e mediorientali in un turbinio di ritmi che le forniscono un certo "groove" che la rende sempre riconoscibilissima. E' difficile non percepire un parentela con l'influenza delle bande militari della Luisiana sull'origine della Jazz band in un confine del mondo come era New Orleans. Anche quelle bande, dove si formarono King Oliver e Louis Amstrong, entravano in servizio in occasione di funerali e matrimoni. "Groove", del resto, definisce un ritmo trascinante e 'sporco', cui sono specializzati gli ottoni con i loro reiterati 'riff' a velocità e volume crescente.

 

   Se il dato primario degli zingari è la capacità (necessità) di adattarsi a contesti sociali sempre nuovi, cui prestare attenzione per percepire quanto serve per sopravvivere, è ben possibile che, come per i neri americani, prestando orecchio a quanto le tradizioni musicali popolari fornivano nei contesti dei luoghi nei quali si aggiravano abbiano condotto a queste strepitose "sintesi" o "rivitalizzazioni" di tradizionali arie in forme dotate di una autonoma cifra stilistica.

  

   Del resto, sia col jazz che con la musica zingara strumentale siamo di fronte alla funzione di far danzare da parte di popoli sradicati, emarginati, quando non perseguitati. Così come il carattere profondamente nostalgico del blues e della musica zingara vocale copre la funzione sentimentale. Le similitudine finiscono qui però, in quanto discorsi analoghi potrebbero valere per la musica Klezmer degli ebrei, per il Fado portoghese e molta musica folk in generale.

  

   Concludiamo dicendo che per la musica zingara, sia vocale che strumentale, vale certamente un dato di precarietà sociale eccezionale che si riflette in quella profondità di cui scriveva Liszt un secolo e mezzo fa, e che la rende ancora oggi di una forza unica. Una forza della disperazione, forse, della precarietà della vita che il nomade percepisce ad una potenza diversa rispetto a noi sedentari, sicuramente.

  

   Ma quando ascoltiamo al meglio la loro musica di oggi, probabilmente qualche eco del nostro passato comune al loro riusciamo a sentirlo: brani e canzoni dei Kaly Jag come di Bregovic' e di tanti altri artisti zingari riescono a creare brecce nel frastuono delle nostre metropoli, nella massiccia produzione commerciale di musiche da ballare sempre più come degli automi o che ci rimanda a sentimenti sempre più vuoti.

Luca Guglielminetti

via chitarraedintorni.blogspot.com/

  
postato da doktorgeiger alle ore luglio 07, 2008 11:08 | link | commenti (3)
categorie: viaggi, musica, cinema, fotografia, interventi, culture, razzismo, balcani, capri espiatori
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domenica, 06 luglio 2008

Valerie & Her Week Of Wonders

Trailer promozionale della nuova edizione del leggendario film erotic horror-fantasy di Jaromil Jires

via atrocityexhibition.splinder.com/

postato da doktorgeiger alle ore luglio 06, 2008 17:13 | link | commenti
categorie: cinema, erotica, cosa vediamo stasera
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venerdì, 04 luglio 2008

Rabbit Proof Fence (la generazione rubata)

For 100 years the Aboriginal Peoples have resisted the invasion of their lands by white settlers.

 

Now, a special law, The Aborigenes Act, controls their lives in every detail

 

Mr A.O.Neville, the Chief Protector of Aborigenes,

is the legal guardian of every Aborigene

in the State of Western Australia.

He has the power

to remove any half-caste child

“from their family, from anywhere within the State”

Mr.Neville was Chief Protector of Aborigenes in Western Australia for 25 years.

He retired in 1940.

Aboriginal children were forcibly removed from their families throughout Australia until 1970.

Today many of these Aboriginal peoples continue to suffer

from this destruction of identity, family life and culture.

            We call them the Stolen Generations.

 

 

 

   Il film Rabbit-Proof Fence (lett. “il recinto impenetrabile ai conigli”, tit.it. La generazione rubata) è un film del regista australiano Phillip Noyce del 2002, con musiche di Peter Gabriel, tratto dal libro "Follow the Rabbit-Proof fence", di Doris Pilkington Garimara. Tratta la storia vera di tre bambine, Molly, Gracie e Daisy Craig, strappate alle mamme su ordine del Protettorato degli Aborigeni (l’equivalente del “Commissariato dei Rom”)  nell’ambito del programma di “rieducazione” alla civiltà dei Bianchi colonizzatori. Le tre bambine “mezzosangue”, guidate dalla più grande, Molly, la più intelligente e “impenetrabile”, fuggono dal dormitorio del Native Settlement , e compiono un lunghissimo viaggio di ritorno verso casa, lungo il “recinto dei conigli”, inseguiti dalla polizia e dalla guida Moodoo, mentre il loro caso finisce su tutti i giornali. generazione_rubata

   Il film è del 2002, e dunque non ne farò una recensione, consideratelo un invito alla visione (per chi non l’avesse visto). Vi sono comunque 3 o 4 elementi simbolici che lo caratterizzano fortemente, e su cui vale la pena spendere qualche parola.

 

   Il primo è già incluso nel titolo, ed è non a caso ambiguo – il recinto si riferisce sia ai conigli che agli aborigeni; tanto al contenimento della straordinaria riproduttività dei conigli, importati dal colonizzatore europeo (oltre la varicella e il raffreddore) per impedire loro di razziare le terre coltivate, quanto al programma di sterminio e di “purificazione della razza” aborigena.

 

   Entrambi questi aspetti costituiscono per il governo australiano, e per lo specifico Protettorato per gli Aborigeni, una ossessione e una “emergenza”.  Tra la fine dell'800 e l'inizio degli anni '60 almeno 100 mila bambini aborigeni o meticci vennero sottratti con la forza alle loro famiglie e fatti crescere sotto la custodia dello stato, delle missioni cattoliche o affidati a genitori adottivi bianchi per una loro “più adeguata protezione morale". In definitiva, per essere assimilati forzatamente alla civiltà dei bianchi. Il regista sottolinea ampiamente la contrapposizione fra i vasti spazi australiani e le recinzioni: la recinzione come fondamento della civiltà ocidentale.

generazione_rubata2

 

   Il secondo elemento è costituito dal dispositivo di rieducazione dei”mezzosangue” messo in atto dal Protettorato, fra corpi di polizia e rieducatori che devono imporre brutalmente l’adattamento e l’istruzione. L’ideologia ufficiale è ammantata per intero di razzismo eugenetico, “il sangue aborigeno deve essere semplicemente eliminato”, biologicamente e culturalmente. Nei “campi di rieducazione” i bambini rubati venivano "preparati alla loro nuova vita nella società dei bianchi" e purificati razzialmente, naturalmente per la loro “protezione” (da se stessi): “perciò loro malgrado i nativi devono essere aiutati”.

Come, l’abbiamo visto: il dormitorio, con i suoi orari, le sue preghiere, la disciplina da caserma; il lavoro obbligatorio, i maltrattamenti fisici e le punizioni, gli stupri (“praticati su quasi il 90 per cento delle ragazze aborigene uscite dalle missioni”), l’asservimento e l’obbedienza, il divieto di usare la propria lingua (“non si usa il dialetto qui”), la doccia, i regolamenti, la delimitazione stessa del campo di rieducazione. Sorvegliare e punire: istruzione, chiesa e mazzate.

 

   Il terzo elemento possiamo chiamarlo la fuga e la caccia, un elemento direi canonico della storia del cinema. La minaccia delle punizioni non ferma la voglia di scappare delle bambine da quel luogo orrido e triste. Dirigendosi lungo il “recinto dei conigli”, incontrano altri personaggi ai margini della civiltà che forniscono loro un aiuto per proseguire. Nel frattempo il Dipartimento degli Aborigeni, con i suoi Protettori locali, è scatenato nella caccia, almeno finchè ci sono fondi: “devono essere protetti, specialmente da loro stessi, se soltanto essi capissero quello che stiamo cercando di fare per loro”.  Nelle parole di Mr Neville“ il diavolo”, il funzionario addetto al "programma" di "tutela degli aborigeni”, non riecheggia forse qualcosa di appena sentito in questi giorni di emergenza Rom?

 

   L’ultimo elemento di riflessione è proprio questo: queste pratiche, queste istituzioni,andate avanti apparentemente fino agli anni ’70,  possono considerarsi relegate al passato, e quindi assolte con le scuse dei vari governi (e quindi riassorbite nel cinema, nel racconto, nella storia), oppure sono destinate a riemergere, riciclate e travestite sotto nuove insegne?

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 04, 2008 00:52 | link | commenti
categorie: cinema, storia, video, razzismo, colonialismo, deliri di stato
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venerdì, 20 giugno 2008

La battaglia di Algeri - Omaggio a Gillo Pontecorvo

 

    La Guerra d’Indipendenza algerina iniziò nel 1954 e terminò nel 1962.

Questa guerra fu una delle tante guerre contro il colonialismo negli anni ’50 e ’60. Il movimento per l’indipendenza scaturì dall’insoddisfazione degli Algerini per l’essere trattati come cittadini di seconda classe dal governo colonialista francese. Le fondamenta filosofiche della Rivoluzione vennero fornite da intellettuali algerini formatisi nelle scuole francesi. Il primo luglio del 1962 6 milioni di algerini (su un elettorato di 6,5 milioni)  votarono sì al referendum per l’indipendenza. Il governo provvisorio proclamò il 5 luglio, nella ricorrenza del 132° anniversario dell’occupazione francese dell’Algeria, giorno dell’Indipendenza nazionale.



   Durante il conflitto durato 8 anni le forze armate francesi e le loro milizie alleate uccisero un milione di algerini. A Parigi, il governo socialista di Guy Mollet, il cui ministro dell’interno era François Mitterrand, allora 37enne, emanò l’Atto di Poteri Speciali che dava alle forze armate carta bianca in Algeria. Assassini, torture e violenze carnali erano all’ordine del giorno. Un generale francese piú tardi dichiarò con vanto: “Ci venne data libertà di fare ció che consideravamo necessario.”

   François Mitterrand affermò che "la ribellione algerina può trovare un unica forma terminale: la guerra". Toccò al primo ministro francese Pierre Mendès-France, che solo pochi mesi prima aveva portato a termine lo sganciamento della Francia dalle colonie dell'Indocina, stabilire il corso della politica francese per i cinque anni seguenti.

   Decine di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti vennero torturati e solo ad Algeri piú di tremila persone arrestate dalle forze francesi “scomparirono”. I programmi di “pacificazione” francese espulsero due milioni di algerini dalle proprie case, molti dei quali confinati in campi di concentramento circondati da filo spinato, e videro la distruzione di piú di ottomila villaggi.

   Quasi due milioni di soldati francesi furono impiegati nel conflitto, inclusi l'ex presidente francese Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, leader del partito razzista “Fronte Nazionale”. Le Pen è stato accusato di essere stato attivamente coinvolto nella tortura di prigionieri nella famigerata Villa Sesini ad Algeri nel 1957.



   Mentre il film di Pontecorvo si concentra solo su un aspetto della guerra—la Battaglia di Algeri del 1954-57—è nel suo complesso un lavoro rimarchevole. Dopo quasi 40 anni dall’edizione iniziale continua ad avere una risonanza notevole poiché dimostra il modus operandi dell’oppressione colonialista contemporanea e rivela le cause ed origini di un movimento d’insurrezione nazionalista. Infatti, gli assedi dell’intera città, le retate di massa e le torture mostrate nel film prefigurano gli attacchi militari d’Israele sui palestinesi e i metodi correntemente impiegati dalle forze armate statunitensi in Irak e in Afganistan. Questo contesto, in connubio con tecniche cinematografiche rivoluzionarie, scelta molto abile di attori e una eccezionale colonna sonora composta da Ennio Morricone e Pontecorvo, dà al film un’autenticità straordinaria e vasta intensità drammatica.

 



   Gillo Pontecorvo, uno dei più grandi registi italiani del dopoguerra (deceduto a Roma nel 2006 all’età di 86 anni) resterà nella storia del cinema come l’autore e il regista del celebre film “La battaglia di Algeri”, uno dei film piú potenti mai realizzati sull’occupazione colonialista e sulla resistenza a tale occupazione. Film controverso, coronato nel 1966 con il Leone d’Oro a Venezia, ma a lungo vietato in Francia. Divenne anche film di studio per le Black Panthers. Il film venne finalmente proiettato nelle sale francesi.nel 1971. A Lons-le-Saulnier, nel Jura, un commando fece a pezzi lo schermo e distrusse la copia del film con acido solforico. Il film “esplosivo” venne ritirato dappertutto dalle sale cinematografiche francesi .

   Nel 1972, una banda di fascisti attaccò membri del pubblico durante una proiezione del film a Roma, ferendone uno gravemente.

   Nel 2003, il film, considerato come modello di insegnamento sulla guerriglia urbana, venne proiettato al Pentagono in vista dei preparativi della guerra in Irak. Infine uscì in Francia nel 2004, quasi 40 anni dopo la sua realizzazione.

Musica di Ennio Morricone e bianconero scope di Marcello Gatti.



   Nato nel 1919 a Pisa, Gillo Pontecorvo partecipò alla resistenza antifascista, si iscrisse al Partito Comunista Italiano, prendendo il comando della sua Terza Brigata di Milano durante gli ultimi due anni della guerra. Nel 1956 Pontecorvo lasciò il PCI a seguito della soppressione della rivolta ungherese da parte dell’Unione Sovietica.

   Influenzato dal neo-realismo e dal regista russo Sergei Eisenstein, Pontecorvo decise di dedicarsi al cinema dopo aver visto il film Paisà, di Roberto Rossellini. Dal 1946 al 1956 girò una serie di documentari come Pane e Zolfo, sui minatori siciliani, e diresse il suo primo film nel 1957, il tuttora sottovalutato La Grande Strada Azzurra. Diresse poi Kapò (1960) che tratta di un campo di concentramento nazista, seguito da La Battaglia di Algeri nel 1964. Dopo sei mesi di intense ricerche ed interviste in Algeria e in Francia, cominciò a girare il film in Algeri.



   Dopo La Battaglia di Algeri, Pontecorvo girò prima Queimada (1969), un film con Marlon Brando sul colonialismo inglese e portoghese nelle Antille del Settecento, poi nel 1979 Ogro, che tratta del movimento separatista Basco. Questi film, però non raggiunsero lo stesso livello d’intensità de La Battaglia di Algeri, che ispirò registi come Costa Gavras, Marcel Ophuls e tanti altri ancora.

it.wikipedia.org/wiki/Gillo_Pontecorvo

 

postato da doktorgeiger alle ore giugno 20, 2008 19:34 | link | commenti
categorie: cinema, storia, guerra, video, colonialismo
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lunedì, 02 giugno 2008

Lo stato di eccezione (il film)

L’altro 2 giugno

Il documentario Lo Stato di eccezione. Processo per Monte Sole 62 anni dopo, diretto da Germano Maccioni, ha per oggetto lo svolgimento del processo tenutosi presso il Tribunale Militare di La Spezia, tra il febbraio del 2006 e il gennaio del 2007, sulle responsabilità penali di 17 ex militari tedeschi SS imputati per i delitti perpetrati nell’autunno del 1944 in Italia, durante quella che è considerata una delle più grandi stragi nazifasciste dell’Europa Occidentale: l’eccidio di Monte Sole. La strage avvenne nell’Appennino bolognese, lungo la Linea Gotica, dove un intero Reparto SS, al comando del Maggiore Walter Reder, uccise centinaia di civili inermi, uomini, donne, infermi, vecchi, bambini.

Lo Stato di eccezione, oltre a ricordare nel titolo un noto saggio di Giorgio Agamben, allude anche a un’eccezione che sbigottisce e addolora, quella per cui, dal secondo dopoguerra ad oggi, in merito a questo tragico episodio di storia recente, in Italia si è avuto un solo processo contro un solo imputato: il processo del 1951 in cui il Tribunale Militare di Bologna condannò Walter Reder alla pena dell’ergastolo, interrotto nel 1985 su intercessione del governo austriaco.

L’eccezione, ancora una volta, è quella di un’anomalia che per decenni ha visto 695 fascicoli processuali, riguardanti stragi nazifasciste avvenute in Italia, occultati nei corridoi della Procura Militare Generale di Roma a Palazzo Cesi, dimenticati nel tristemente noto “armadio della vergogna” con un provvedimento di “archiviazione provvisoria” (questa l’insolita formula stampata su quelle carte). Si sarebbero potuti giudicare altri criminali ex-SS coinvolti negli eccidi di Monte Sole, ma ciò non è avvenuto. L’Italia è un paese strano...

Oggi, dopo 62 anni, dopo che nel 1994 quei fascicoli sono stati riesumati, si sono finalmente rese possibili nuove istruttorie. Ecco, quindi, l’eccezionalità del processo che questo film ha documentato. A La Spezia, nell’aula dibattimentale, hanno sfilato, col carico di un dolore ancora bruciante, decine di testimoni tra superstiti e familiari delle vittime dell’eccidio, in un’estenuante rappresentazione processuale. Teatro del processo è stato un Tribunale Militare la cui architettura evoca ambivalenti e assurde suggestioni, poiché mostra ciò che un tempo era stato, cioè la sala di un cinema, un luogo abituato a vedere ben altro tipo di rappresentazioni.

L’eccezione, infine, che suscita sdegno e turbamento, è quella della beffa di un’assenza irreale. L’assenza dei 17 ex-SS accusati di violenza pluriaggravata e continuata con omicidio, in un processo che si è svolto perciò in contumacia. Tutti, infatti, hanno scelto di non presentarsi, rimanendo lontani da ogni situazione di giudizio, come già per 62 lunghi anni.

A cercare di stabilire un punto fermo, la sentenza del 13 gennaio 2007: 10 ergastoli, 7 assoluzioni. Tappa importante di un cammino che non ha comunque raggiunto la fine. Altre responsabilità sono da accertare, fra ricorsi e nuove istruttorie. Altri punti fermi sono da stabilire.

per maggiori informazioni:www.lostatodieccezione.com/index.php

postato da doktorgeiger alle ore giugno 02, 2008 14:01 | link | commenti
categorie: politica, cinema, guerra, video, antifascismo
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mercoledì, 28 maggio 2008

Il cinema lontano dal cinema

Goffredo Fofi il 4 dicembre a Bari in occasione del Levante Film Fest nell'aula multimediale di Bioetica. Temi: la morte del cinema come del calcio e della scuola.
Gli altri 6 video su: www.youtube.com/user/anamorfo

postato da doktorgeiger alle ore maggio 28, 2008 14:55 | link | commenti (1)
categorie: cinema, culture
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martedì, 27 maggio 2008

bianco rosso e verdone

 

Lo so. Questo video avrebbe dovuto essere postato durante il periodo elettorale. Però  trovo sempre spassoso questo monologo in un improbabile dialetto lucano-materano dell’operaio Pasquale Ametrano, emigrato a Monaco di Baviera. Talmente improbabile che manco più i paesani lo capiscono. E lui non capisce più il Bel Paese.

Della serie: anche i dialetti non sono più gli stessi.

postato da doktorgeiger alle ore maggio 27, 2008 17:02 | link | commenti
categorie: cinema, video, immigrati, italian macaroni
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giovedì, 08 maggio 2008

4th Reich'n'Roll

    Come spesso è accaduto anche in passato, i fascisti si sono appropriati di una cultura e di una simbologia a loro opposta, come quella Skinheads e OI!, stravolgendola ai propri fini di reclutamento in ciò favoriti dai media che hanno associato nazi e skin, e dal perbenismo di sinistra. Vi segnalo un post di klochov+ "non fare di tutti gli skin un fascio", che in maniera pacata e articolata ripristina la storia della cultura skinhead e delle organizzazione anti-razziste come la SHARP/Skinhead against racial prejudice. E questo articolo sempre attuale di WU MING sui gruppi OI!

Oi!

da Il Mucchio Selvaggio EXTRA, trimestrale di approfondimento
musicale n.7, autunno 2002

The Cockney Kids Are Innocent!
Lo "street punk" britannico dal 1978 al 1982.
L'ultima volta in cui il rock'n'roll fu effettivamente sovversivo

 

di *Wu Ming 1* & *Wu Ming 5*


A Tiziano Ansaldi


 1. Shit From An Old Note Book

(Copertina Strength Thru Oi!)

Non sarà sufficiente "spezzare una lancia": qui si tratta di affrontare
un'intera falange macedone, compiere un'impresa titanica, sfidare quel
Pensiero Unico sul punk che sin qui ha impedito di riprendere in
considerazione il sotto-genere più frainteso, criminalizzato, rimosso
della storia del rock'n'roll.
Proprio nel momento in cui il Venticinquennale riporta in libreria le
solite noiose e McLaren-centriche ricostruzioni e testimonianze, noi
veniamo a fare l'elogio di Sham 69, Angelic Upstarts, Cockney Rejects,
Cock Sparrer, Slaughter & The Dogs, The 4 Skins, Blitz, The Business,
The Menace, The Last Resort, Infa Riot, Peter & The Test Tube Babies,
Gonads, Oppressed, Blaggers
e tante altre bands che dopo la "rock'n'roll
swindle" - che truffa fu davvero, ma le vere vittime furono i kids, non
certo l'industria discografica - salvarono il punk.
Sì, lo salvarono, riportandolo nelle strade di Londra e altre città
britanniche. L'influsso sotterraneo di queste bands sulla successiva
evoluzione del punk (e in genere del Rock'n'Roll) è stato per troppo
tempo ignorato e ben pochi hanno avuto il coraggio di riconoscerlo (tra
questi i Rancid, per questo scherniti dagli imbecilli di NME).
A partire dal 1978 una musica rovente e incazzosa cominciò ad
affacciarsi nelle classifiche di vendita e a influenzare decine e decine
di bands in tutto il Regno Unito. Il gruppo più importante e visibile
erano senz'altro gli Sham 69 di Jimmy Pursey. In mancanza di meglio, si
parlò genericamente di "New Punk", "street punk" etc. ma nel corso dei
mesi si cominciarono a individuare i confini di un vero e proprio
sotto-genere, e nel 1980 il giornalista di Sounds Garry Bushell - su
suggerimento di Micky Geggus dei Cockney Rejects - propose di
battezzarlo "Oi!" (pronuncia cockney di "Hey!").
Era un punk rock esplicitamente incazzoso e classista. Scrive Stewart
Home nel suo Cranked Up Really High:

"I gruppi Oi!, aumentando intenzionalmente la quantità di retorica
basata su una nozione ideologica di classe operaia, trasformarono
qualitativamente il Punk Rock. In quel modo riuscirono a proteggere la
loro musica dai critici trendy e scoreggioni, che altrimenti avrebbero
tentato di appropriarsene, di sofisticarla e incorporarla nel discorso
della cultura alta [...] Le qualità tragressive dell'Oi! sono la sua
unica difesa contro una simile calamità. Tali qualità sono definite
"cattivo gusto" da quei burocrati e borghesi che sono bravissimi a
inculare la gente ma detestano che i conflitti sociali interferiscano
con la loro amministrazione dell'oppressione"

Esattamente per questi motivi, ben presto l'Oi! subì una massiccia
campagna diffamatoria e repressiva, più o meno concertata tra tabloid,
polizia, sinistra salottiera, estrema destra e semplici teste di cazzo.
In poco più di un anno, la criminalizzazione finì per soffocare le
potenzialità di quella musica, seppellendo anche gli sforzi promozionali
e mitopoietici di Bushell sotto le macerie della Hamborough Tavern di
Southall, West London, luogo-simbolo della più grande e vergognosa
calunnia mai fabbricata su una sottocultura giovanile (vedi paragrafo 4).
Sì, forse usiamo troppi superlativi relativi, ma qui si parla di cose
che eccedono.
The Mirror, credendo di dare alle stampe un insulto, definì l'Oi! "the
lowest denominator of pop". George Marshall, ben conscio di dare alle
stampe un complimento, lo ha definito "sottile come una mazza da
baseball che ti arriva in piena faccia" .

L'Oi! era "rozzo"?
Forse. Eppure si andava sviluppando all'incrocio di molteplici
influenze: ascoltandolo senza pregiudizi, vi si trovano brandelli di
skiffle, folk, marcette militari, e in certi pezzi c'è anche l'assolo
FM-rock (es. "Joys of Oi!" dei Gonads e molte canzoni dei Business).
Scendendo nei dettagli, l'Oi! riproponeva i riff di Bo Diddley e Chuck
Berry ("Borstal Breakout" degli Sham 69, "Two Pints Of Lager And A
Packet Of Crisps Please" degli Splodgenessabounds, "Police Car" dei
Cockney Rejects, "Teenage Heart" dei Cock Sparrer...) e quelli del
garage rock (per il tramite dei Ramones) su basi ritmiche primeve e
senza fronzoli: thump-thump-thud-thump. I refrain erano cori da
stadio da cantare tutti insieme - musicisti e pubblico - ma capitò anche
che i Cock Sparrer usassero "Land Of Hope And Glory" di Elgar (l'ode per
l'incoronazione dei sovrani britannici) come base per il ritornello di
"England Belongs To Me".

   Quanto ai testi  qualche volta erano indifendibili (ad esempio quando
la si menava, davvero un po' troppo, con la Union Jack), sovente si
limitavano a far cagare, ma altrettanto spesso raccontavano la vita di
strada avvolgendola di epos e di grezzo humour.
L'Oi! aveva un potenziale di comunicazione universale ("If the kids are
united..."), se per "universo" si intende quello dei giovani spossessati
allo sbando nell'Inghilterra proto-thatcheriana. Dal palco Jimmy Pursey
sbraitava la domanda: "Che cosa abbiamo?" e il pubblico rispondeva
all'unisono: "FUCK ALL!", Un-Cazzo-Di-Niente.

   Non era musica per soli skinhead e tantomeno per nazisti (è un infame
paralogismo a identificare i primi coi secondi). La maggior parte delle
bands NON era formata da skins. Il pubblico era misto: punk, mod, skin,
bianchi, neri, donne, uomini. Bands come gli Angelic Upstarts erano - e
sono - inequivocabilmente antifasciste, tanto da aver subito diverse
aggressioni (tranquilli: le hanno prese ma ne hanno anche date).
Per quanto scomoda possa essere, la verità è che la degenerazione
culminata col "white power rock'n'roll" (Skrewdriver-seconda-fase &
compagnia brutta) fu successiva alla demonizzazione da parte dei media
(e purtroppo ci misero del loro anche i benpensanti di Rock Against
Racism)
. Fu soprattutto la propaganda avversa a stimolare la risposta
(invero molto punk) "noi-contro-di-voi" e ad avvicinare diversi kids al
National Front e ad altri gruppi fascisti. Pure in quel frangente, molte
bands rimasero lucide e cercarono di fermare la deriva. La SHARP (Skin
Heads Against Racial Prejudice
) fu promossa in Europa proprio da un
musicista e produttore Oi!, Roddy Moreno dei gallesi Oppressed.
Anche nel pesante clima di censura e di concerti annullati, con la
maggior parte delle bands costrette all'autoproduzione, i mancuniani
Blitz riuscirono a portare un proprio LP al n.27 delle classifiche di
vendita. Chissà che sarebbe potuto succedere, in condizioni normali.
Nonostante tutto, negli ultimi vent'anni l'Oi! è sopravvissuto, ha
esteso la propria influenza, si è contaminato con l'hardcore (un suo
fratello minore) o con lo ska (un amico di famiglia) e poi è tornato
alle radici, ma solo per cambiare ancora. Gli sforzi di Roddy Moreno e
di molte altre persone non sono stati vani: a dispetto dei tenta