
Rispetto alle tante “emergenze” di questi ultimi tempi (dai rifiuti ai migranti e ai Rom, dai graffitisti alle impronte digitali), sempre in nome della sicurezza, ho potuto constatare in molti post, e in molti commenti, una propensione filo-autoritaria, o meglio filo-totalitaria, un riflesso d’ordine particolarmente accanito o vendicativo, fatto proprio non solo da persone tradizionalmente di “destra”, conservatrici, reazionarie o “fasciste”, ma anche da persone che si auto considerano “libertarie” o “anarchiche”, nel senso più banale del termine, cioè “liberi da qualsiasi vincolo”, individualisti, narcisisti, vitalisti e “politicamente scorretti”. Gente allegra, comunicativa, moderna, festaiola, internettiana.
Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek faceva qualche anno addietro delle interessanti riflessioni in merito, in "Il godimento come fattore politico" (Raffaello Cortina editore, 2001) sulla contrapposizione fra “godimento” e “piacere”. Partendo dal famoso discorso di Joseph Goebbels sulla Guerra Totale, tenuto al Palasport di Berlino nel 1943, (“volete una guerra totale, più totale di quanto potreste mai immaginare?” - La risposta fanatica della massa urlante era: Sì! Sì! “), Zizek osserva che il godimento, a differenza del piacere, è “l'eccessivo piacere dato dalla rinuncia, o dallo stesso sacrificio”. Nella nostra società liberal-permissiva, che incita costantemente a godere il più possibile, il moderno edonismo rischia di trasformarsi nel più rigoroso ascetismo. Per poter davvero godere “bisogna fare jogging, sottomettersi a una dura dieta, non bere, non fumare o abbandonarsi a eccessi sessuali. L'edonismo vorrebbe confinarci nella società più regolamentata che la storia umana abbia mai conosciuto”.

Un regime totalitario (non semplicemente autoritario) si caratterizza, per Zizek, proprio per questo intreccio di dovere e godere (il regime soltanto autoritario ti impone il dovere, ma non di dover godere nel farlo). Fino al godimento dei soldati in guerra, al godimento della tortura. In Bosnia i fondamentalisti “dicevano che chi si fosse unito a loro avrebbe finalmente potuto uccidere, ammazzare, scopare, stuprare in libertà”. Come nel film Underground di Emir Kusturica, “un luogo dove la gente beve, fa sesso, mangia, uccide... è la "fantasia" occidentale dei Balcani. Kusturica soddisfa la richiesta di "primitivismo" dello spettatore occidentale.
Queste “fantasie” sono del resto evidenti nella personalità narcisistica dei cybernauti, le monadi che fanno parte del WWW in un gigantesco “solipsismo collettivo” che produce strani fenomeni come la “shared privacy”, la privacy condivisa, né pubblica né privata. L’isolamento si combina sempre più all’esposizione allo sguardo altrui, e al timore “di non venir guardati” (“Grande Fratello” docet).
Il godimento, che va distinto dall’antica nozione di piacere, essendone semmai una versione perversa o estatica, in quanto piacere perverso) costringe ciascuno ad accettare “liberamente” ciò che gli viene in realtà imposto. Questo mix micidiale di godimento e dovere, trasgressione e legge, in nome di una perversa adesione soggettiva agli imperativi del sistema, è per esempio particolarmente eclatante in personaggi pubblici come Mara Carfagna, Michela Brambilla, Irene Pivetti e loro emule; ma anche le reazioni a personaggi simili, come accade nel Grande Fratello o nelle trasmissioni defilippiche, sono improntate allo stesso humus, non fanno che riprodurlo, sguazzano nella stessa perversione, nello stesso impulso totalitario.
Il consenso politico di massa nella post-modernità integra dunque totalitariamente potere, godimento (perverso) e produzione di immaginario a mezzo di merci. Zizek traduce in termini filosofici e psicanalitici temi familiari ai lettori di William Burroughs o di James Ballard: chi controlla i desideri della massa controlla anche il potere politico.
La politica del godimento, che è anche una politica della prestazione (o della performance) fa propria l’intera sfera emotiva, dall’orgasmo allo stress, dal narcisismo alla malinconia, dall’ansia al panico, dall’invidia al gossip, dall’eccitazione alla paura. Non a caso uno dei più recenti e noti articoli di Slavoj Zizek, in piena emergenza sicurezza, si intitola “Quando la politica si affida alla paura”.
Uno degli aspetti più drammatici dello stato di emergenza permanente è la crescita esponenziale del ruolo e dell’importanza strategica del business della sicurezza e della paura, e quindi delle tecnologie di controllo e sorveglianza. Coloro che si affannano a richiamare le forze dell’ordine alla moderazione nell’uso di armi da fuoco o il governo nell’uso delle impronte digitali, senza mettere in discussione il paradigma della Sicurezza, assomigliano a coloro che vogliono spegnere un grande incendio con qualche secchiata d’acqua. Ingenui, subalterni, o complici.
In realtà l’allarme sicurezza sta già moltiplicando a dismisura la domanda del bene-sicurezza, sia nell’acquisto di armi o dispositivi elettronici, sia nella proliferazione di corpi di polizia privati. Va da sé che i businessmen della paura hanno tutto l’interesse a far crescere il mercato, facendo lievitare la domanda. Per esserci un business della sicurezza ci deve essere anche allarme, paura, emergenza permanente, distillata quotidianamente, in forma psicotica: la “percezione” di insicurezza, l’”intenzione” di reato. Fino alla paura dei “rumori”, dei graffiti o dei vicini.
Dopo il 9/11, il fatturato del settore della Homeland Security (
Un settore in grande crescita è quello delle apparecchiature per «tracciare» persone o cose. A questo proposito i sistemi di rilevamento delle impronte digitali sono già preistoria rispetto ad altri sistemi di identificazione biometrica (l’iride, i tratti del volto: Iditex, ID Systems). La tendenza generale è far ricadere a pioggia sul “mercato”, e sulla società civile, tecnologie squisitamente militari. La dinamicità del settore sfrutta il vuoto legislativo in materia, imponendo gli automatismi di mercato come urgenza, emergenza, eccezione. Questo spiega perché i Pacchetti Sicurezza vengono rinnovati a go-go, con l’incalzare di sempre nuove “urgenze”.
Ha ragione Cassandra Crossing-(Biometria, ideologia, incompetenza ed idiozia/p.aspx) quando sostiene che in Italia il problema della raccolta delle impronte digitali sui documenti di identità (e dei dati biometrici in generale) viene tuttora visto come “dibattito ideologico” piuttosto che come problema giuridico, costituzionale, per non dire tecnico e pratico. Per questo il “cittadino medio italiano” si comporta come un’”incompetente” e un “idiota”, pronto a farsi schedare volontariamente, quasi con orgoglio. “Tanto siamo tutti schedati!”.
Quel che non convince dell’articolo è che, di fronte all’offensiva tecno-autoritaria delle politiche governative (bipartisan), secondo l’autore basterebbe solo un po’ di buon senso e di “competenza” per modernizzare i documenti d’identità,

Ora, io non credo che CC sia un ingenuo. E’ un esperto di sicurezza e privacy informatica, quindi fa il suo mestiere. Fa delle domande retoriche, invitando forse a risposte altrettanto scontate. Ci spiega bene come ci sia stata una deroga “sperimentale” al regolamento tecnico della legge istitutiva della CIE che non prevedeva alcuna memorizzazione da nessuna parte delle impronte digitali. CC non mette in discussione i principi ispiratori della CIE. ma vorrebbe limitarne e prevenirne rischi e abusi.
Ma, alla luce di quanto detto prima sul mercato della sicurezza, la difesa della privacy contro l’invasività del tecno-controllo autoritario appare subito una battaglia di retroguardia superata dai fatti stessi. Buona per metterci a posto con la nostra coscienza “democratica” e “legalitaria”. Non molto dissimile dai richiami e dalle lamentazioni dei garanti della privacy (come Rodotà o Pizzetti) cui s’ispira. Ma del tutto subalterna e mistificatoria rispetto alle reale portata della guerra in corso, come vedremo nei prossimi post.

Nell’ormai famigerato pacchetto sicurezza di maggio, il governo ha dichiarato
E’ facile immaginare quanti Bros siano adesso a rischio quotidiano. Anche in questo, come per le altre “emergenze”, all’avanguardia della Tolleranza Zero vi sono da tempo le Amministrazioni Comunali, in modi contraddittori, con l’obiettivo cioè di distinguere “tra espressione estetica” (con muri e luoghi adibiti allo scopo, legalmente) e “vandalismo puro” (da reprimere). Sul fronte, diciamo così, del “dialogo”, sembrano esserci Torino (“Murarte”, concessione di muri, patentini per i writer, privati che offrono capannoni da dipingere ), e in parte anche Roma (“cROMiAe”, “Roma magistra artis”).

Sul fronte più apertamente repressivo, le città capofila sono Bologna e soprattutto Milano. A Bologna lo sceriffo Cofferati è uno dei primi ad aver minacciato il ricorso al codice penale. Milano è la capitale della Tolleranza Zero, con squadre speciali di vigili che danno la caccia ai writers, in collaborazione con una “Associazione nazionale antigraffiti”. Senza dimenticare, ipocritamente, di essere la capitale del design italiano: infatti ha organizzato la più grande mostra italiana sul graffitismo, Sweet art, street art. Ma un po’ per tutti gli Assessori al decoro urbano un conto è

Sulla reale efficacia della Tolleranza Zero di fronte a un fenomeno così esteso e proliferante, anche gli esperti (oltre che condomini e amministratori, per ragioni economiche) nutrono seri dubbi. Infatti il rischio incentiverebbe, piuttosto che disincentivare, l’emulazione dei writers. Inutile dire che per qualsiasi writer la condanna di un anno di carcere per un graffito è uno sproposito, specie se commisurato ad altri reati. E comunque è un provvedimento cieco e inutile, che provocherebbe l’esatto contrario. Ma quel che conta, per Comuni e Governo, è riaffermare la priorità del paradigma Sicurezza: non si tratta di prevenire/reprimere, ma di affermare un modello di controllo emergenziale che gestisca il disordine, non l’ordine. Non a caso le varie Tolleranze Zero, a partire dalla tanto celebrata "War on Drugs", non hanno fatto altro che moltiplicare a dismisura l'emergenza.
(*) Il disegno di legge in tema di sicurezza pubblica prevede una modifica dell’art. 639 cod. pen., che incrimina il deturpamento e l’imbrattamento di cose altrui. Viene estesa la punibilità relativa ai danni di cose di interesse storico o artistico o su immobili compresi nel perimetro del centro storico anche ai casi in cui si deturpino o si imbrattino “immobili sottoposti a risanamento edilizio o ambientale o [su] ogni altro immobile, quando al fatto consegue un pregiudizio al decoro urbano”. Questo non basta a Assoedilizia (Associazione milanese della proprietà edilizia – “
Per Assoedilizia gli “sgorbi sui muri” di Milano, oltre che essere “trasgressivi”, “accentuano l'immagine del disordine” e “acuiscono la percezione della insicurezza nella città”. L’equazione graffito = insicurezza è un bel salto logico e giuridico, nel quale traspare tutto l’odio bigotto contro gli “sgorbi” che rappresentano “l'espressione di una latente, diffusa e non controllata trasgressività suscettibile di generare atti di emulazione”.
Siamo tutti Rom!
Be’, piace o spiace dirlo, ma l’avevamo detto!
Dal 2010 le impronte digitali diverranno obbligatorie per tutti. Questo è quanto previsto da un emendamento che ha ottenuto il sì bipartisan dalle commissioni Bilancio e Finanze della Camera.
Il PD è contento: dal momento che le impronte verranno prese a tutti, la questione Rom “è disinnescata” (Antonio Misiani) (e noi che ce ne preoccupavamo invano e davamo la colpa a quel pazzo di Maroni). Giulio Calvisi (sempre PD) ci rassicura, perché tutto ciò sarebbe previsto da una “direttiva comunitaria” e "i nuovi documenti sono già predisposti" (eh l’Europa se non ci fosse bisognerebbe inventarla!)(*).
I Rom sentitamente ringraziano per essere in tanta compagnia. Adesso potranno essere schedati, razziati e pogromizzati “democraticamente” e senza tutte queste lagne sulla xenofobia. Anzi, visto che adesso “siamo tutti Rom”, mi viene il sospetto che l’oggetto di tanta dedizione fossero gli “autoctoni” e le loro propensioni delinquenziali e/o nomadiche (io l’avevo detto che tutti i cittadini sono dei criminali in potenza!)…
SCIENZA DI POLIZIA:
“il discorso attuale sulla Sicurezza non è volto a prevenire attentati terroristici o altri disordini; esso ha in realtà funzioni di controllo a posteriori…Le misure biometriche, come il controllo della retina introdotto alle frontiere degli Stati Uniti del quale ora si propone l’inasprimento, ereditano funzione e tipologia di pratiche introdotte nell’Ottocento per impedire la recidiva dei criminali: dalle foto segnaletiche alle impronte digitali. I governi sembrano considerare tutti i cittadini, insomma, come terroristi in potenza…
Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e
“Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto”
“Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo». (Giorgio Agamben).
L'Udc vorrebbe estendere la schedatura anche ai «nostri bambini», ma su base volontaria. Cadrebbe così il razzismo?
Ciò dimostra una cosa: ogni volta che si approva una misura cosiddetta emergenziale diretta ad una minoranza, inevitabilmente questa misura viene estesa anche ad una parte degli autoctoni. Non dimentichiamoci che tra le tante sciagurate decisioni del centrosinistra esiste anche la carta di identità con dati biometrici. Eppure nessuno ha mai sollevato obiezioni al fatto che siamo tutti iperschedati” (Salvatore Palidda)
Intervista a Giorgio Agamben
Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione pubblica cresce un senso di insicurezza. Perché la questione sicurezza è oggi la più sentita?
«Come già lo Stato di eccezione, oggi
Tanto più inefficaci di fronte a un kamikaze. Che per definizione agisce una volta sola!
«Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e
Il delitto Reggiani a Roma ha avuto come conseguenza l’abbattimento di campi Rom e, di fatto, la messa in discussione del principio della libera circolazione delle persone, che è tra i fondamenti dell’Unione Europea, di cui 
«Il dato di fatto più preoccupante, di fronte a misure che violano i più elementari principi di diritto, è il silenzio dei giuristi. All’interno del pacchetto sulla Sicurezza annunciato ci sono disposizioni - come quelle nei confronti della pedofilia on line - che di fatto istituiscono il reato d’intenzione. Ma nella storia del diritto l’intenzione può costituire un’aggravante; non può essere mai un crimine in sé. È solo un esempio della barbarie giuridica cui siamo di fronte: abbiamo assistito a dibattiti sull’opportunità o meno di praticare la tortura. Se uno storico confrontasse i dispositivi di legge esistenti durante il Fascismo e quelli in vigore oggi, ho paura che dovrebbe concludere a sfavore del presente. Sono ancora vigenti leggi, emanate durante i cosiddetti anni di piombo, che vietano di ospitare una persona in casa propria senza denunciarne la presenza all’autorità di polizia entro ventiquattro ore. Norma che nessuno applica, e della quale la maggior parte delle persone neppure è a conoscenza; ma che punisce tale comportamento con un minimo di sei mesi di reclusione!»
Questo stato di cose deforma anche la nostra percezione del tempo. Sia i controlli proposti come preventivi e invece tardivi, sia l’intenzione sessuale che al contrario punisce reati non ancora commessi (così realizzando un racconto di Philip K. Dick portato al cinema da Spielberg), istituiscono un falso presente. Non crede sia entrato in crisi l’unico fra i valori della Rivoluzione francese che sembrava ancora avere un qualche appeal, e cioè quello della Libertà?
«Questo in larga misura è già un dato di fatto. Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto.»
Tutto ciò in nome della democrazia. Mistificazione anzitutto linguistica, proprio come quella del 1984 di Orwell: Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà. Parla chiaro la storia linguistica delle pratiche di guerra condotte negli ultimi quindici anni. In questo modo non le pare che la politica, intesa come dibattito delle opinioni, non abbia più alcuno spazio?
«Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo».
CHI E'
Il filosofo Giorgio Agamben è nato a Roma nel 1942. Laureatosi in legge nel 1965 con una tesi su Simone Weil, ha scritto numerosi saggi sui rapporti tra filosofia e politica, fra cui Homo sacer - Il potere sovrano e la nuda vita e Stato di eccezione. Ha insegnato al Collège International de philosophie di Parigi e in numerose università americane. Ora è all'Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di Venezia.
Credits.
Nella foto grande, Antonin Artaud nel ruolo di Marat in "Napoléon" di Abel Gance (1925).
Nella foto piccola, Giorgio Agamben interpreta l'apostolo Filippo in "Il Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini (1964).
Intervista pubblicata su La Stampa, 27.11.2007, all'epoca del "Pacchetto Sicurezza" del ministro Amato.
DALLA BARBARIE COLONIALE ALLA POLITICA NAZISTA DI STERMINIO
di ROSA AMELIA PLUMELLE-URIBE (Afrikara)
il legame tra le politiche di sterminio coloniale, l'imbarbarimento delle società europee e il trauma di ritorno del nazismo su queste medesime società

In molti post precedenti ho sottolineato il legame intrinseco e strutturale fra xenofobia e razzismo in politica interna e interventismo militare in politica estera, come due facce della stessa medaglia. In altri termini, le emergenze interne hanno per scopo di preparare i presupposti, i dispositivi e la mobilitazione (di mezzi e personale) necessarie che sfocieranno in nuove avventure militari (anche di "guerra interna", se necessario). Segregazione razziale o disumanizzazione dell’Altro procedono di pari passo con l’espansione del complesso industrial-militare che Sbancor ha identificato come Warfare. Il ministro
Sicuramente questo articolo risulterà indigesto per tutti i razzisti e xenofobi,anche quelli mascherati, ripuliti e riciclati di casa nostra. Compresi quelli “progressisti” e “liberal”. Ha anche il merito di andare un po’ oltre l’ennesima rilettura del “capro espiatorio” quale emergerebbe in un periodo di crisi. In realtà, ciò che definiamo “capro espiatorio” è il prodotto sottoculturale di un sistema espansionistico spinto fino allo sterminio di intere popolazioni, cancellate o schiavizzate.
L'autrice di
Schiavismo e traffico di schiavi
Conviene precisare immediatamente che le guerre di conquista ed i crimini legati al dominio coloniale, così come la riduzione di esseri umani in schiavitù, erano già una realtà nei tempi antichi. Ad esempio, quando il dominio dei Musulmani arabi si estese verso l'Europa, il commercio di esseri umani era un'attività millenaria tra gli Europei. Il regno dell'Islam in Spagna, dal 711 al
I prigionieri, soprattutto slavi, alimentavano il commercio di uomini tra Venezia e l'impero arabo-muslmano del sud Mediterraneo. È così che nelle lingue occidentali la parola schiavo o slavo si sostituiscono al latino servus, per designare i lavoratori privi di libertà. Detto diversamente, per molti secoli, dei Cristiani europei vendevano altri Europei a dei commercianti ebrei specializzati nella fabbricazione di eunuchi2, una merce considerata molto pregiata e molto richiesta nei paesi dell'impero musulmano.
Ricercatori e specialisti dello schiavismo in Europa durante il Medioevo, hanno visto nel sistema di asservimento inaugurato in America dal dominio coloniale un legame di continuità con le istituzioni schiavistiche dell'Europa. Jacques Heers sostiene che 'È merito incontestabile di Charles Verlinden, su questo punto un autentico pioniere, di aver evidenziato che la conquista e lo sfruttamento coloniale delle Americhe si erano largamente ispirate a certe esperienze molto recenti nel Mediterraneo e si iscriveva in linea diretta in una continuità ininterrotta di precedenti medievali3.
Ho tuttavia scelto di affrontare questa analisi a partire dal

vedi anche il film La generazione rubata di Phillip Noyce, 2002: it.wikipedia.org/wiki/La_generazione_rubata
Sembra un periodo particolarmente favorevole ai romanzi e ai saggi che raccontano le vicende infinitamente crudeli degli stermini coloniali e delle assimilazioni forzate, dall’operazione elvetica “Enfants de 
Le politiche di assimilazione sono tecnicamente simili, nella Svizzera del dottor Alfred Siegfried come nel massacro degli aborigeni australiani, le comunità, le culture e gli stili di vita delle “razze inferiori” dovevano essere distrutte radicalmente. Ciò che ne restava doveva essere sottoposto alla sedentarizzazione forzata, col nome di "politica di assistenza sociale e di previdenza". La sottrazione dei bambini in Svizzera venne pianificata fino al 1967 dall'Opera di soccorso "Enfants de la grand-route" (creata nel 1926 dalla federazione svizzera di beneficenza Pro-Juventute) con la collaborazione della polizia, e finanziata da vari “benefattori” e associazioni, dalla vendita di gadget dell’associazione (francobolli, opuscoli) oltre che da sovvenzioni della Confederazione e del Dipartimento dell’Interno. I bambini rubati ai genitori venivano “affidati” ad altre famiglie o rinchiusi negli orfanotrofi, incarcerati o internati in ospedali psichiatrici. E costretti a subire ogni sorta maltrattamenti, umiliazioni e vessazioni. Sembra un film già visto, con gli stessi dialoghi, la stessa disperazione, gli stessi sbirri, gli stessi orfanotrofi. E si sa quanto sta a cuore, alla Moratti o alla Chiesa, la beneficenza.
Sta di fatto che una delle prime azioni fu …il censimento della popolazione itinerante. I bambini vennero sottratti alla potestà dei genitori, e Siegfried stesso divenne il “tutore” di oltre 300 bambini. Per lui, per il successo della “rieducazione” era assolutamente necessaria “la rottura totale tra il bambino e il suo universo familiare”.
Complici di quest’operazione furono, verrebbe da dire ovviamente, il clero, gli scienziati, i medici, gli psichiatri. Negli istituti religiosi, nelle aziende agricole o nei penitenziari i bambini potevano “assimilare i valori dell'ordine e del lavoro” e venire “socializzati” lavorando come servi e schiavi a zero o basso costo. Fra un maltrattamento e un abuso sessuale, potevano perfino ricevere un’”istruzione” ridotta al minimo, quel tanto che bastava alla loro condizione di “esseri inferiori”.
Gli scienziati appurarono l'"inferiorità ereditaria" dei nomadi, e i medici praticarono le sterilizzazioni forzate. Ancora nel 1964, il dottor Siegfried scriveva: "Il nomadismo, come alcune malattie pericolose, è trasmesso soprattutto dalle donne". Lo psichiatra Joseph JÜrger fu uno dei primi ideologi svizzeri dell'igiene razziale. Nel 1988 un centinaia di vittime della “scienza razziale” erano ancora internate in cliniche e istituti. Se si considerano tutte queste date, si può osservare una grande continuità, fino ai nostri giorni, in tutta Europa (e negli Stati Uniti) delle operazioni di eugenetica, che non riguardarono perciò esclusivamente i nazisti, anche se certo il nazismo ne fu l’interprete più entusiasta e fanatico.
Il romanzo Home di Larissa Behrendt, pronipote di una bambina aborigena rapita nel 1918 per essere educata e cresciuta dai bianchi, si inserisce in questa corrente di testimonianze sui bambini rubati e sulle politiche di assimilazione e/o sterminio.
Con Home, Larissa Behrendt, docente di legge e studi aborigeni e avvocato votato alla causa dei diritti del suo popolo, racconta, tra realtà e fiction, un lungo viaggio alla ricerca delle radici perdute e fa riemergere una pagina di storia che il suo paese ha creduto di poter archiviare troppo in fretta: la tragedia degli aborigeni, "colpevoli" soltanto di avere una pelle diversa dai bianchi.
Protagonista del romanzo è Candice, una ragazza dai capelli chiari, pronipote di Garibooli, la bimba portata via con la forza dal campo di eualayai, che, a distanza di settant'anni, ritorna con il padre Bob nei luoghi dove venne rapita la nonna. Insieme ai ricordi che affiorano e attraverso i luoghi e i volti, si ricompone la vita di Garibooli, ribattezzata Elisabeth. Violenze, diritti violati, ferite non rimarginabili.
La tragedia degli aborigeni è stata una pagina della storia Australiana chiusa tanto tempo fa. Lei ora la riapre
Anche se il rapimento di massa dei bambini aborigeni è finito con gli anni Sessanta, ancora oggi quanto è successo pesa sul mio popolo. Tutti quelli che furono strappati ai loro cari per essere "assimilati" dai bianchi, hanno subito abusi: fisici, mentali, sessuali. E ce ne sono ancora molti che non sanno neanche da dove provengono e che non sono riusciti a ritrovare la loro identità. Da avvocato mi sono occupata di donne, figlie e nipoti di bambini o bambine rapiti, che non avevano neanche il più pallido ricordo della loro famiglia. Un'eredità pesante da portare.

Home è un romanzo autobiografico?
Sì, il libro si basa sulla storia della mia famiglia, ma anche sulla mia esperienza di avvocato. Candice sono io, e Garibooli è mia nonna. Della mia famiglia io conoscevo qualche cosa, ma non molto. Mentre, nel romanzo, Candice immagina la storia di Gariboli nei dettagli: da quando venne strappata al suo campo in poi. Fino a quando le sarà possibile tornare a casa, tanto tempo dopo. Visitare i luoghi da dove mia nonna venne portata via, mi ha dato la forza e l'emozione per poter scrivere Home.
Quanti sono stati, in cinquant'anni, i bambini aborigeni rapiti?
Ipotizzare un numero preciso è difficile. Le fonti ufficiali dicono che quella sorte capitò a un bambino su dieci. Ma io non ho mai conosciuto una sola famiglia aborigena che non contasse un "bambino rubato".
Quello che è accaduto agli aborigeni nel suo paese è stato il tentativo di togliere l'identità a un popolo. L'Australia ha riconosciuto le sue responsabilità, o la questione è ancora aperta?
Il nostro ex primo ministro, John Howard, non pensava che l'Australia si dovesse vergognare di questo suo passato, né riteneva che la questione degli aborigeni fosse stata sottovalutata. E, in quel periodo, tutto sommato, la logica dell'assimilazione è continuata, la cultura aborigena non era in alcun modo né protetta né fatta rivivere, né tanto meno venivano stanziati fondi e risorse per salvaguardare il popolo aborigeno.
Le cose sono cambiate quando è andato al potere Kevin Rudd. Lui ha chiesto scusa agli aborigeni e il governo si è fatto carico dei danni morali e fisici causati dalla politica dei rapimenti. Oggi in Australia va senz'altro meglio, ma solo dal punto di vista teorico. Quando si scende sul piano pratico ci sono ancora molti problemi.
Larissa Behrendt, Home
Baldini Castoldi Dalai editore
Pagine 429 - euro 19,00.
(intervista tratta da la Repubblica 29 giugno 2008)

www.anarca-bolo.ch/a-rivista/aforzadiesserevento/index.htm
Kinder der Landstrasse: l’Inseminator di Mario Cavatore (romanzo)