
Rispetto alle tante “emergenze” di questi ultimi tempi (dai rifiuti ai migranti e ai Rom, dai graffitisti alle impronte digitali), sempre in nome della sicurezza, ho potuto constatare in molti post, e in molti commenti, una propensione filo-autoritaria, o meglio filo-totalitaria, un riflesso d’ordine particolarmente accanito o vendicativo, fatto proprio non solo da persone tradizionalmente di “destra”, conservatrici, reazionarie o “fasciste”, ma anche da persone che si auto considerano “libertarie” o “anarchiche”, nel senso più banale del termine, cioè “liberi da qualsiasi vincolo”, individualisti, narcisisti, vitalisti e “politicamente scorretti”. Gente allegra, comunicativa, moderna, festaiola, internettiana.
Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek faceva qualche anno addietro delle interessanti riflessioni in merito, in "Il godimento come fattore politico" (Raffaello Cortina editore, 2001) sulla contrapposizione fra “godimento” e “piacere”. Partendo dal famoso discorso di Joseph Goebbels sulla Guerra Totale, tenuto al Palasport di Berlino nel 1943, (“volete una guerra totale, più totale di quanto potreste mai immaginare?” - La risposta fanatica della massa urlante era: Sì! Sì! “), Zizek osserva che il godimento, a differenza del piacere, è “l'eccessivo piacere dato dalla rinuncia, o dallo stesso sacrificio”. Nella nostra società liberal-permissiva, che incita costantemente a godere il più possibile, il moderno edonismo rischia di trasformarsi nel più rigoroso ascetismo. Per poter davvero godere “bisogna fare jogging, sottomettersi a una dura dieta, non bere, non fumare o abbandonarsi a eccessi sessuali. L'edonismo vorrebbe confinarci nella società più regolamentata che la storia umana abbia mai conosciuto”.

Un regime totalitario (non semplicemente autoritario) si caratterizza, per Zizek, proprio per questo intreccio di dovere e godere (il regime soltanto autoritario ti impone il dovere, ma non di dover godere nel farlo). Fino al godimento dei soldati in guerra, al godimento della tortura. In Bosnia i fondamentalisti “dicevano che chi si fosse unito a loro avrebbe finalmente potuto uccidere, ammazzare, scopare, stuprare in libertà”. Come nel film Underground di Emir Kusturica, “un luogo dove la gente beve, fa sesso, mangia, uccide... è la "fantasia" occidentale dei Balcani. Kusturica soddisfa la richiesta di "primitivismo" dello spettatore occidentale.
Queste “fantasie” sono del resto evidenti nella personalità narcisistica dei cybernauti, le monadi che fanno parte del WWW in un gigantesco “solipsismo collettivo” che produce strani fenomeni come la “shared privacy”, la privacy condivisa, né pubblica né privata. L’isolamento si combina sempre più all’esposizione allo sguardo altrui, e al timore “di non venir guardati” (“Grande Fratello” docet).
Il godimento, che va distinto dall’antica nozione di piacere, essendone semmai una versione perversa o estatica, in quanto piacere perverso) costringe ciascuno ad accettare “liberamente” ciò che gli viene in realtà imposto. Questo mix micidiale di godimento e dovere, trasgressione e legge, in nome di una perversa adesione soggettiva agli imperativi del sistema, è per esempio particolarmente eclatante in personaggi pubblici come Mara Carfagna, Michela Brambilla, Irene Pivetti e loro emule; ma anche le reazioni a personaggi simili, come accade nel Grande Fratello o nelle trasmissioni defilippiche, sono improntate allo stesso humus, non fanno che riprodurlo, sguazzano nella stessa perversione, nello stesso impulso totalitario.
Il consenso politico di massa nella post-modernità integra dunque totalitariamente potere, godimento (perverso) e produzione di immaginario a mezzo di merci. Zizek traduce in termini filosofici e psicanalitici temi familiari ai lettori di William Burroughs o di James Ballard: chi controlla i desideri della massa controlla anche il potere politico.
La politica del godimento, che è anche una politica della prestazione (o della performance) fa propria l’intera sfera emotiva, dall’orgasmo allo stress, dal narcisismo alla malinconia, dall’ansia al panico, dall’invidia al gossip, dall’eccitazione alla paura. Non a caso uno dei più recenti e noti articoli di Slavoj Zizek, in piena emergenza sicurezza, si intitola “Quando la politica si affida alla paura”.
Uno degli aspetti più drammatici dello stato di emergenza permanente è la crescita esponenziale del ruolo e dell’importanza strategica del business della sicurezza e della paura, e quindi delle tecnologie di controllo e sorveglianza. Coloro che si affannano a richiamare le forze dell’ordine alla moderazione nell’uso di armi da fuoco o il governo nell’uso delle impronte digitali, senza mettere in discussione il paradigma della Sicurezza, assomigliano a coloro che vogliono spegnere un grande incendio con qualche secchiata d’acqua. Ingenui, subalterni, o complici.
In realtà l’allarme sicurezza sta già moltiplicando a dismisura la domanda del bene-sicurezza, sia nell’acquisto di armi o dispositivi elettronici, sia nella proliferazione di corpi di polizia privati. Va da sé che i businessmen della paura hanno tutto l’interesse a far crescere il mercato, facendo lievitare la domanda. Per esserci un business della sicurezza ci deve essere anche allarme, paura, emergenza permanente, distillata quotidianamente, in forma psicotica: la “percezione” di insicurezza, l’”intenzione” di reato. Fino alla paura dei “rumori”, dei graffiti o dei vicini.
Dopo il 9/11, il fatturato del settore della Homeland Security (
Un settore in grande crescita è quello delle apparecchiature per «tracciare» persone o cose. A questo proposito i sistemi di rilevamento delle impronte digitali sono già preistoria rispetto ad altri sistemi di identificazione biometrica (l’iride, i tratti del volto: Iditex, ID Systems). La tendenza generale è far ricadere a pioggia sul “mercato”, e sulla società civile, tecnologie squisitamente militari. La dinamicità del settore sfrutta il vuoto legislativo in materia, imponendo gli automatismi di mercato come urgenza, emergenza, eccezione. Questo spiega perché i Pacchetti Sicurezza vengono rinnovati a go-go, con l’incalzare di sempre nuove “urgenze”.
Ha ragione Cassandra Crossing-(Biometria, ideologia, incompetenza ed idiozia/p.aspx) quando sostiene che in Italia il problema della raccolta delle impronte digitali sui documenti di identità (e dei dati biometrici in generale) viene tuttora visto come “dibattito ideologico” piuttosto che come problema giuridico, costituzionale, per non dire tecnico e pratico. Per questo il “cittadino medio italiano” si comporta come un’”incompetente” e un “idiota”, pronto a farsi schedare volontariamente, quasi con orgoglio. “Tanto siamo tutti schedati!”.
Quel che non convince dell’articolo è che, di fronte all’offensiva tecno-autoritaria delle politiche governative (bipartisan), secondo l’autore basterebbe solo un po’ di buon senso e di “competenza” per modernizzare i documenti d’identità,

Ora, io non credo che CC sia un ingenuo. E’ un esperto di sicurezza e privacy informatica, quindi fa il suo mestiere. Fa delle domande retoriche, invitando forse a risposte altrettanto scontate. Ci spiega bene come ci sia stata una deroga “sperimentale” al regolamento tecnico della legge istitutiva della CIE che non prevedeva alcuna memorizzazione da nessuna parte delle impronte digitali. CC non mette in discussione i principi ispiratori della CIE. ma vorrebbe limitarne e prevenirne rischi e abusi.
Ma, alla luce di quanto detto prima sul mercato della sicurezza, la difesa della privacy contro l’invasività del tecno-controllo autoritario appare subito una battaglia di retroguardia superata dai fatti stessi. Buona per metterci a posto con la nostra coscienza “democratica” e “legalitaria”. Non molto dissimile dai richiami e dalle lamentazioni dei garanti della privacy (come Rodotà o Pizzetti) cui s’ispira. Ma del tutto subalterna e mistificatoria rispetto alle reale portata della guerra in corso, come vedremo nei prossimi post.
Intervista a Giorgio Agamben
Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione pubblica cresce un senso di insicurezza. Perché la questione sicurezza è oggi la più sentita?
«Come già lo Stato di eccezione, oggi
Tanto più inefficaci di fronte a un kamikaze. Che per definizione agisce una volta sola!
«Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e
Il delitto Reggiani a Roma ha avuto come conseguenza l’abbattimento di campi Rom e, di fatto, la messa in discussione del principio della libera circolazione delle persone, che è tra i fondamenti dell’Unione Europea, di cui 
«Il dato di fatto più preoccupante, di fronte a misure che violano i più elementari principi di diritto, è il silenzio dei giuristi. All’interno del pacchetto sulla Sicurezza annunciato ci sono disposizioni - come quelle nei confronti della pedofilia on line - che di fatto istituiscono il reato d’intenzione. Ma nella storia del diritto l’intenzione può costituire un’aggravante; non può essere mai un crimine in sé. È solo un esempio della barbarie giuridica cui siamo di fronte: abbiamo assistito a dibattiti sull’opportunità o meno di praticare la tortura. Se uno storico confrontasse i dispositivi di legge esistenti durante il Fascismo e quelli in vigore oggi, ho paura che dovrebbe concludere a sfavore del presente. Sono ancora vigenti leggi, emanate durante i cosiddetti anni di piombo, che vietano di ospitare una persona in casa propria senza denunciarne la presenza all’autorità di polizia entro ventiquattro ore. Norma che nessuno applica, e della quale la maggior parte delle persone neppure è a conoscenza; ma che punisce tale comportamento con un minimo di sei mesi di reclusione!»
Questo stato di cose deforma anche la nostra percezione del tempo. Sia i controlli proposti come preventivi e invece tardivi, sia l’intenzione sessuale che al contrario punisce reati non ancora commessi (così realizzando un racconto di Philip K. Dick portato al cinema da Spielberg), istituiscono un falso presente. Non crede sia entrato in crisi l’unico fra i valori della Rivoluzione francese che sembrava ancora avere un qualche appeal, e cioè quello della Libertà?
«Questo in larga misura è già un dato di fatto. Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto.»
Tutto ciò in nome della democrazia. Mistificazione anzitutto linguistica, proprio come quella del 1984 di Orwell: Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà. Parla chiaro la storia linguistica delle pratiche di guerra condotte negli ultimi quindici anni. In questo modo non le pare che la politica, intesa come dibattito delle opinioni, non abbia più alcuno spazio?
«Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo».
CHI E'
Il filosofo Giorgio Agamben è nato a Roma nel 1942. Laureatosi in legge nel 1965 con una tesi su Simone Weil, ha scritto numerosi saggi sui rapporti tra filosofia e politica, fra cui Homo sacer - Il potere sovrano e la nuda vita e Stato di eccezione. Ha insegnato al Collège International de philosophie di Parigi e in numerose università americane. Ora è all'Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di Venezia.
Credits.
Nella foto grande, Antonin Artaud nel ruolo di Marat in "Napoléon" di Abel Gance (1925).
Nella foto piccola, Giorgio Agamben interpreta l'apostolo Filippo in "Il Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini (1964).
Intervista pubblicata su La Stampa, 27.11.2007, all'epoca del "Pacchetto Sicurezza" del ministro Amato.
DALLA BARBARIE COLONIALE ALLA POLITICA NAZISTA DI STERMINIO
di ROSA AMELIA PLUMELLE-URIBE (Afrikara)
il legame tra le politiche di sterminio coloniale, l'imbarbarimento delle società europee e il trauma di ritorno del nazismo su queste medesime società

In molti post precedenti ho sottolineato il legame intrinseco e strutturale fra xenofobia e razzismo in politica interna e interventismo militare in politica estera, come due facce della stessa medaglia. In altri termini, le emergenze interne hanno per scopo di preparare i presupposti, i dispositivi e la mobilitazione (di mezzi e personale) necessarie che sfocieranno in nuove avventure militari (anche di "guerra interna", se necessario). Segregazione razziale o disumanizzazione dell’Altro procedono di pari passo con l’espansione del complesso industrial-militare che Sbancor ha identificato come Warfare. Il ministro
Sicuramente questo articolo risulterà indigesto per tutti i razzisti e xenofobi,anche quelli mascherati, ripuliti e riciclati di casa nostra. Compresi quelli “progressisti” e “liberal”. Ha anche il merito di andare un po’ oltre l’ennesima rilettura del “capro espiatorio” quale emergerebbe in un periodo di crisi. In realtà, ciò che definiamo “capro espiatorio” è il prodotto sottoculturale di un sistema espansionistico spinto fino allo sterminio di intere popolazioni, cancellate o schiavizzate.
L'autrice di
Schiavismo e traffico di schiavi
Conviene precisare immediatamente che le guerre di conquista ed i crimini legati al dominio coloniale, così come la riduzione di esseri umani in schiavitù, erano già una realtà nei tempi antichi. Ad esempio, quando il dominio dei Musulmani arabi si estese verso l'Europa, il commercio di esseri umani era un'attività millenaria tra gli Europei. Il regno dell'Islam in Spagna, dal 711 al
I prigionieri, soprattutto slavi, alimentavano il commercio di uomini tra Venezia e l'impero arabo-muslmano del sud Mediterraneo. È così che nelle lingue occidentali la parola schiavo o slavo si sostituiscono al latino servus, per designare i lavoratori privi di libertà. Detto diversamente, per molti secoli, dei Cristiani europei vendevano altri Europei a dei commercianti ebrei specializzati nella fabbricazione di eunuchi2, una merce considerata molto pregiata e molto richiesta nei paesi dell'impero musulmano.
Ricercatori e specialisti dello schiavismo in Europa durante il Medioevo, hanno visto nel sistema di asservimento inaugurato in America dal dominio coloniale un legame di continuità con le istituzioni schiavistiche dell'Europa. Jacques Heers sostiene che 'È merito incontestabile di Charles Verlinden, su questo punto un autentico pioniere, di aver evidenziato che la conquista e lo sfruttamento coloniale delle Americhe si erano largamente ispirate a certe esperienze molto recenti nel Mediterraneo e si iscriveva in linea diretta in una continuità ininterrotta di precedenti medievali3.
Ho tuttavia scelto di affrontare questa analisi a partire dal

Kopf Arbeit
Il ’68 e il lavoro intellettuale.
“Se le scienze, secondo il loro grado di applicabilità tecnica, e i loro portatori, i lavoratori intellettuali, sono ormai integrati nel lavoratore produttivo complessivo, non è più ammissibile che le strategie rivoluzionarie continuino a riferirsi in modo quasi esclusivo al proletariato industriale. Non è in questione la possibilità, per l’intelligenza scientifica, di sviluppare una coscienza di classe in senso tradizionale; al contrario, bisogna chiedersi quale modificazione sia avvenuta nel concetto di produttore immediato, e, quindi, di classe operaia” (HJ Krahl, Costituzione e lotta di classe, 1973)
Uno dei maggiori motivi ispiratori del ’68, e dei movimenti di lotta degli anni Settanta, fu la critica serrata alla divisione (sociale, tecnica, psicologica e politica) del lavoro fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Essa venne condotta nelle facoltà universitarie e nelle scuole medie superiori come rimessa in discussione dei “ruoli” intellettuali, tecnici, scientifici, come critica del Sapere, della conoscenza e della intelligenza tecnica finalizzate alla riproduzione del dominio capitalistico; e nelle fabbriche come rimessa in discussione del ruolo dei tecnici come “tecnici del capitale” o “tecnici del controllo”.
La “crisi dei ruoli” poggiava su due fenomeni complementari del capitalismo maturo, da un lato l’alto grado della scolarizzazione di massa, dall’altro la sempre maggior inclusione del lavoro intellettuale, tecnico-scientifico o immateriale direttamente nei processi produttivi e di valorizzazione delle merci, mentre contemporaneamente decresceva l’importanza, quantitativa e qualitativa, del lavoro manuale propriamente detto (ad eccezione dei cosiddetti settori “arretrati”, anche tecnologicamente, come il tessile, l’edilizia o l’agricoltura). Il numero degli studenti cominciò a superare, e di gran lunga, quello degli operai di fabbrica.
Naturalmente allora, 40 anni fa, e anche nel corso degli anni Settanta, la consapevolezza dei processi di trasformazione in corso, dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo, non poteva che essere in nuce e assai contraddittoria e variegata. Il mito della “centralità operaia”, del ruolo dirigente della classe operaia delle grandi concentrazioni industriali, restava dominante nella maggior parte delle analisi politiche dei partiti e gruppi di ispirazione marxista. I grandi processi di migrazione di forza-lavoro dequalificata dal Sud al Nord, verso le fabbriche del Triangolo Industriale, erano ancora troppo freschi per poter essere assorbiti e accantonati. Rileggendo un po’ meglio le riviste degli anni Sessanta (Quaderni Rossi, Classe Operaia, Quaderni Piacentini, Sinistra Proletaria, etc.) sarebbe possibile tuttavia ripercorrere alcune anticipazioni assai significative sul lavoro tecnico-scientifico, soprattutto per quanto riguarda Olivetti, IBM e i processi di automatizzazione in corso alla FIAT.
Non a caso le anticipazioni sul ruolo dell’intelligenza tecnico-scientifica nei processi produttivi provenivano in prevalenza dalla Germania. Hans-Jurgen Krahl, uno dei principali esponenti e teorici del movimento studentesco in Germania, anticipò nelle sue analisi le caratteristiche, tecniche e politiche, del lavoro immateriale e dell’intellettualità di massa (“Tesi sul rapporto generale di intelligenza scientifica e coscienza di classe proletaria”, 1969).
Accanto al giovane Krahl (purtroppo morto prematuramente nel 1970) bisognerà ricordare il libro di Alfred Sohn-Rethel, Lavoro intellettuale e lavoro manuale, pubblicato tardivamente da Feltrinelli nel 1977, ma in ediz.originale 1970 (frutto di una ricerca pluridecennale).

In Italia, oltre le riviste già citate, bisognerà ricordare i materiali prodotti all’interno dell’allora neonata Facoltà di Sociologia di Trento, che già nel ’66 anticipò le occupazioni del ’68, e macinò suggestioni teoriche provenienti dalla Germania (come quelle già ricordate), dalla Francia (i situazionisti, Althusser, Socialisme ou Barbarie), dal movement americano sulle tecniche di liberazione (N.Chomsky, H.Marcuse, le Pantere Nere, Laing, Cooper, Goffman). Uno dei fenomeni più importanti, gravido di conseguenze pratiche, fu la rimessa in discussione dei ruoli professionali soprattutto per quanto riguardava la medicina, la psichiatria (l’anti-psichiatria inizia con Franco Basaglia, L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (Einaudi, 1968), l’ecologia e il movimento anti-nucleare (Dario Paccino, “Rosso Vivo”), il rapporto uomo-donna (“il personale è politico”, il femminismo), Giulio Maccacaro (fondatore della rivista “Sapere”), la rivista “L’Erba Voglio” (Elvio Fachinelli, psicoanalista, Lea Melandri). E a cascata l’architettura e l’urbanistica, la magistratura, la comunicazione e l’informazione. Parallelamente i lavoratori delle fabbriche ebbero accesso alle “150 ore” (permessi retribuiti per il diritto allo studio, 1973).
Queste scarne indicazioni danno già l’idea di quante anticipazioni, innovazioni, riflessioni sotto il profilo delle modificazioni produttive, sociali e tecniche, peraltro assai complesse, fosse capace ciò che va sotto il nome mitico di ’68, nei confronti del Movimento Operaio ufficiale tradizionale, il quale, col prevalere dell’allora dirigenza “migliorista” del PCI, arrivò a condannarlo apertamente (e ad espellere il gruppo del “Manifesto”). Ma la divisione del lavoro, oltre che essere sociale, tecnica, produttiva, era anche una divisione profondamente psicologica, profondamente classista, in un momento storico in cui le tradizionali barriere, gerarchie e autorità parvero istintivamente e profondamente ostili alla vita e a un comune sentire ugualitario. Accanto alla rimessa in discussione della coscienza di classe vi fu quella che Franco Berardi (Bifo) definisce coscienza sensibile o immediatezza etica della condivisione:
“Coscienza significa anche condivisione sensibile: le architetture leggere della felicità collettiva sono fondate sulla consapevolezza che il piacere del mio corpo è possibile solo quando i corpi che lo circondano provano vibrazioni simili di piacere. La coscienza erotica anima la cultura hippy: una cultura della sensibilità planetaria, del piacere diffuso che dissolve gli ostacoli sociali e culturali che incontra sulla sua strada. La politicizzazione di massa che culminò nell'esplosione del movimento fu il prodotto di questa percezione acutissima della vicinanza degli altri”. (F.Berardi, La parola chiave nel lessico '68: coscienza. Di classe e sociale, Liberazione 1.03.2008).

L’altra faccia del movement, estremamente pervasiva, meno legata direttamente alla produzione e al mondo del lavoro, fu allora quella psichedelica della liberazione e della comunicazione, della sperimentazione di altri stati di coscienza e di nuovi linguaggi, molto sensibile ai valori etici ed estetici, dalla comunione di nuove forme di aggregazione ai festivals musicali alla grafica. Anche qui in modi assai complessi e contraddittori, ricolmi di commistioni e contaminazioni, oscillanti fra una “via del ritorno” (alla natura, al lavoro manuale, all’artigianato: comuni agricole, new age, ambientalismo) e una “via della creatività” (il mao-dadaismo-futurismo di A7traverso, ZUT e di Radio Alice). Percorsi mutevoli, spesso incrociatisi sulle strade dell’Umbria Jazz, del Parco Lambro e di tutta Europa.
Per qualche tempo, immensamente stupendo per chi ebbe la fortuna di viverlo, sembrò che le divisioni sociali, tecniche e psicologiche, del lavoro fossero sul punto di essere spazzate definitivamente via . Non restava da abbattere che il Potere ottuso, ostile alla vita. Ma intanto quel Potere si stava riorganizzando su tutti i fronti. Le grandi concentrazioni industriali vennero smembrate, e
“il movimento creativo è stato assorbito e piegato dall’organizazione mediatica, dall’investimento di enormi capitali nella pubblicità, nella televisione, nella moda, dalla sottomissione delle idee e dei linguaggi creativi entro un sistema di produzione di imbecillità a mezzo di lavoro mentale…una forma del tutto nuova di subordinazione dell’attività creativa alla produzione capitalistica nell’epoca della sua dematerializzazione” ( N.Balestrini/P.Moroni, L’orda d’oro, Feltrinelli, p.607).
E qui, riprendendo Bifo, c’è la terza accezione del termine “coscienza”, quella più retriva dei “nuovi mandarini” del Potere, degli ex sessantottini che cinicamente si sono trasformati in apologeti e gestori del nuovo capitalismo vincente.
In conclusione, i movimenti che sommariamente definiamo col meme ‘68 meriterebbero molta più attenzione (critica e storica) di quella volutamente riduttiva e demonizzante che è la vulgata propagandistica fatta prevalentemente di gossip, aneddoti e cronaca giudiziaria. Per non incorrere, fra l’altro, in penose geremiadi sulla scomparsa della “classe operaia”, che Krahl e tutti gli altri avevano già anticipato 40 anni fa. E per capire come e perché quelle che oggi si definiscono eufemisticamente le “opposizioni” siano in realtà strutturalmente subalterne alla “razionalità” dei vincitori.
"Il socialismo privato dell’egualitarismo si riduce automaticamente a beneficenza; e la beneficenza non si esercita tra soggetti autonomi e di pari dignità, bensì tra un privilegiato e un inferiore da soccorrere." (Valerio Evangelisti)
Queste semplici parole illustrano a sufficienza la tessera per i poveri introdotta dal compagno Tremonti, la Tremonti card, come la chiamano oggi, la Robin Hood Tax, e l'intera manovra finanziaria. E per il resto, lavorate, schiavi!
A me la Tremonti card ricorda però la tessera fascista, o quella del razionamento bellico; che di guerra si tratta, ma introdotta a dosi omeopatiche, con dei "piccoli" precedenti quasi inavvertiti, apparentemente "innocui", come l'esercito per le strade, i vigili urbani trasformati in pistoleros, il taglio alla spesa pubblica e la tessera per i poveri: eccezioni che diventano regola e regime.
E per quanto riguarda l'"opposizione" (?) siamo alle solite scontate (e flebili) obiezioni...
Warfare 2:
La fine del pensiero unico: dalla crisi del neo-liberismo
ai nuovi scenari geo-politici
di Sbancor (28 agosto 2001)
Warfare against Welfare: la posta in gioco.
La posta in gioco è alta. Per l’establishment imperiale si tratta di restituire al capitalismo internazionale l'ultima chiave per poter uscire da un ciclo recessivo che si annuncia lungo. Questa chiave si chiama Warfare. Il Warfare non necessariamente è guerra, anche se ogni tanto qualche guerra è pur necessaria per smaltire le scorte d'armi e giustificare i nuovi investimenti.
Il Warfare è un complesso militare industriale e di intelligence e insieme una politica economica. La possibilità di iniettare liquidità nel sistema mirata direttamente a investimenti in tecnologia che possono perpetuare la supremazia imperiale.
by Sbancor
Il sistema capitalista mondiale assomiglia a Matrix. C'è, nascosta da qualche parte una matrice che genera un mondo rovesciato, dove, appunto "i rapporti fra gli uomini divengono rapporti fra cose". Una volta fatta funzionare la matrice è impossibile tornare indietro. O meglio indietro si può andare con funzioni storico-mantiche, ma anche in questo caso non riusciremo mai a ricostruire la "realtà". Questa è andata irrimediabilmente perduta nel primo passaggio della equazione matriciale. Potremo reiventare delle storie. Quasi nulla sappiamo della guerra di Troia, molto conosciamo invece dell'Iliade.
quando crolla l'ordine simbolico sale il sole nero della malinconia
(J.Kristeva, Feltrinelli, 1989)
Vi ricordate qualche mese addietro il rapporto Censis 2007? La crisi di governo era ancora di là da venire, ma la catastrofe era incombente.
“Poltiglia di massa, indifferente al futuro e ripiegata su se stessa. Mucillagine inerte e inconcludente. Coriandoli individualisti che galleggiano solo per appagato imborghesimento. Aspirazioni senza scopo e senza mordente che separano e non uniscono. E su tutto, istituzioni incapaci di riattivare processi di coesione sociale…
“antropologia senza storia”, intrappolata nell'inerzia di un presente depresso e senza futuro che progressivamente uccide la vitalità...
“Il benessere piccoloborghese degli ultimi decenni ha creato un monstrum alchemicum che ci rende impotenti, come di fronte a una generale entropia. La sensazione diffusa di una deriva verso il peggio in tutti i campi della vita individuale e collettiva, dalla politica allo smaltimento dei rifiuti…”
“Qualcosa s'è rotto nel profondo della società italiana. L'entropia non domanda aggiunte ma tagli. Il sole dell'avvenire non basta a sconfiggere il sole nero. I simboli contrattati a tavolino non stuccano le crepe dell'ordine simbolico. Il passaggio è stretto, ma è solo nei passaggi stretti che qualcosa può venire al mondo”.