
on è male cominciare a pensare a come sopravvivere in un’epoca in cui gli stati, dopo aver guardato impassibili alla distruzione del pianeta da parte delle multinazionali, si trasformano in formazioni eco-autoritarie a difesa di cittadelle di inclusi seduti a spartirsi le ultime ricchezze della Terra, circondati da una massa di esclusi condannati a vivere ai margini" ( Alberto Prunetti, recensione alla Guida steampunk all'apocalisse).
Anche se vivo lontano da Milano mi sembra giusto rilanciare questa iniziativa, per chi volesse parteciparvi, che si terrà sabato 8 novembre dalle
Qui potete scaricare il programma in pdf
Qui l'Introduzione alla Guida Steampunk
Mentre pian pianino la febbre decresce, aumenta la voglia di una bella passeggiata, magari in bici. Spero però che non piova come in queste scene del film di Vittorio De Sica!
Eppure sembra che a queste scene forse torneremo ad abituarci. Infatti mai come adesso, per la concomitanza della crisi economica, del surriscaldamento globale e dell’obesità, il business delle biciclette è in rapida crescita. Gli americani, che in queste cose sono sempre lesti a trasformare un disastro in un’opportunità, si sono già accorti del fenomeno, al punto di dedicare un’importante Interbike Expo a Las Vegas proprio in questi giorni. La nazione può essere spaventata dal collasso delle banche e dall’economia di guerra, ma la crisi non colpisce il settore. Le persone lasciano l’auto per la bici un po’ a causa dei prezzi della benzina, un po’ per consumismo eco-consapevole, e salutismo.
“Il prezzo crescente della benzina è la cosa migliore che potesse accadere al mondo della bicicletta”, dice un espositore. “E’ davvero un buon periodo per noi. Questa fiera si svolge nel segno dell’ottimismo rispetto ad altri settori”.
L’aumento di interesse è cresciuto in particolare da giugno in poi, raddoppiando il giro d’affari. E i venditori non riescono a stare dietro alla domanda. La bici è utile per recarsi al lavoro o al supermercato. E intanto vengono rispolverate le vecchie biciclette. C’è sempre stato un business delle bici da ricreazione, ma adesso è il momento di quelle da trasporto vero e proprio. Numerose aziende stanno quindi migliorando le bici elettriche, per renderle facili da usare ed economiche, dotandole di batterie leggere e facilmente ricaricabili.
Alcune regioni italiane dovrebbero essere già pronte a questa contro-rivoluzione. Già, dove finiscono i miti della Alta Altissima velocità? Saremo inondati di bici e scooter come in Cina? Comunque, congiuntura economica o meno, sicuramente i mezzi di trasporto dovranno integrarsi diversamente. In fondo Amsterdam è una buona dimostrazione che, almeno in centro, si può fare a meno o quasi delle auto. Sperando che non piova…

Le case discografiche hanno fatto il loro tempo?
“Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provenendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si manifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano” (Paul Valery, La conquista dell’ubiquità, 1934).
Fino a metà del decennio scorso la previsione circa la sparizione delle case discografiche avrebbe fatto fare salti di gioia a tutti gli “utopisti” che predicavano “indies” e autoproduzioni, contro le odiate majors, mentre oggi, fra myspace e deezer, last.fm e chilirec e tanto altro, essa suona banalmente familiare, al punto che qualcuno comincia a togliere il punto interrogativo. Ovviamente il processo è sempre contraddittorio e contrastato, ma la tendenza è innegabile. Le vecchie case discografiche non hanno più alcun senso. La ragione principale del declino delle case discografiche è che il loro modello ha fatto il proprio tempo, e stiamo assistendo ad una ridefinizione dei rapporti fra artisti, produttori e utenti. Al contrario le piccole labels sono estremamente mobili e reattive e meglio s’adattano alle evoluzioni tecnologiche, soprattutto quando sono legate ad una scena live. 
Facciamo un po’ di retrofuturismo. Il “critico” Vittore Baroni scriveva nel 1994 un articolo sulla rivista “Rumore” dal titolo “Futurmedia Wars – etichette virtuali e mutazioni discografiche dell’anno
Era evidente, in quel periodo, che le ultime tecnologie di riproduzione come DAT, DCC e Mini-Disc, su cui molto era stato investito, non avrebbero potuto competere con la distribuzione digitale, alla quale già puntavano Blockbuster Entertainment e Microsoft. La guerra fredda si sarebbe perciò scatenata soprattutto sul copyright, cioè sulle controversie legali relative al diritto d’autore e alla riscossione delle royalties sui “diritti di trasmissione”.
Naturalmente sarebbero stati sconvolti tutti i modi di produzione e fruizione. La “critica musicale” non sarebbe stata più la stessa, e anche lo star system. Nel momento in cui l’autoproduzione, il Do-It-Yourself, il cut-up multimediale diventa universalmente accessibile, le distinzioni tradizionali fra mainstream e undergorund, cultura e controcultura, arte popolare e avanguardia vengono a sfumare o a cessare.
Nel 2008 quel futuro è diventato oggi. Siamo nel domani di quello ieri, messo alla prova del tempo e depurato di quella brillantezza patinata tipica dei futurismi. Le majors non sono scomparse del tutto, ma si comportano come nicchie di lusso per VIP e rockstar decrepite, mentre tentano di spillare quanti più soldi sui diritti d’autore o associandosi a pubblicità e beneficenze. Molti artisti noti cominciano a battere altre vie. Radiohead, Manu Chao, Nine Ich Nails, Saul Williams, Jamiroquai hanno abbandonato la loro casa discografica, condividendo con altre migliaia di artisti una scelta sempre meno marginale.
Ma soprattutto, in questa grande profusione di social music, radio fm e piattaforme per tutti i gusti, questo enorme emporio istantaneo, siamo noi, come utenti interattivi, ad essere profondamente cambiati. L’utente interattivo, con Internet, col suo home studio, con le sue manipolazioni multimediali, coi suoi tentativi più o meno bislacchi di ridefinirsi come social, succede alla figura del « consumatore » tradizionale. La definizione di « società dei consumi » gli va stretta. E’ un utente-produttore, un prosumer, un lavoratore della conoscenza e dell’informazione che manda avanti la macchina del general intellect. Tutto questo gran lavoro gli viene riconosciuto ? O sono sempre i soliti « padroni del vapore » a pretendere « diritti » ?

(spot legalmente riprodotto via paultan.org/)
C’è chi ha tentato di inserirsi in questa grande finestra di opportunità, proponendo un contro-spot sponsorizzato dai governi occidentali, quello pro-Tibet, riuscito parzialmente, e non senza una grande sensazione di fastidio procurata agli utenti televisivi di mezzo mondo. Più soft, e quasi inavvertita, ma non meno pregna di significati anche economici, è stata invece la pubblicità della nuova Lancia Delta, che ci ha accompagnato in queste settimane di giochi.
La pubblicità si apre con l’insegna di Hollywood sullo sfondo e termina col messaggio “Il potere di essere differenti”, messaggio non tanto nascosto riguardo all’indipendenza del Tibet, oltre che (va da sé) differenza di stile (Delta è anche il simbolo della differenza in matematica).
Con la nuova Lancia Delta il marchio si lega sempre più al mondo della moda e dello spettacolo, e con testimonial d'eccezione come Carla Bruni (per Lancia Musa) e Richard Gere intende rafforzare l’impronta di eleganza e di esclusività. E tanto peggio per Zhang Yimou e le sue smanie da kolossal proletario.
E’ di pochi giorni fa (fine luglio) la notizia che
Analogo discorso vale per i blog, dove l’incremento è spettacolare, dai 35 milioni del luglio 2006 ai 47 milioni del dicembre 2007, fino ai 100 milioni attuali. E’ un fenomeno straordinario che finirà per riversarsi a livello internazionale e su cui riflettere attentamente senza paraocchi. Impossibile continuare a disinteressarsene. Questo Manuale riassume tutte le statistiche più importanti ed aggiornate.
L'Europa dell'apartheid
Étienne Balibar:
«Gli immigrati capri espiatori»
«Si è cittadini europei per diritto genealogico. Gli immigrati, ventottesima nazione fantasma, sono degli esclusi. Il razzismo è specchio dell'ostilità tra europei. Le colpe del nazionalismo di sinistra»

di Teresa Pullano, il manifesto, 6 giugno 2008
(ripropongo questa intervista al filosofo francese Etienne Balibar, in quanto mi sembra in sintonia con gli ultimi post; gli emigrati di queste foto sono italiani appena sbarcati in America)
È pessimista sull'avanzata delle destre, anche estreme, in Europa. E sul fatto che i cittadini dell'Unione desiderino realmente la democrazia. Ma si affida a Gramsci per dire che in questo momento bisogna avere l'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Confessa che oggi non direbbe no ad un referendum sulla Costituzione europea. E pensa che nei confronti degli immigrati, il «ventottesimo stato dell'Ue», esista una vera e propria «apartheid europea», in cui il razzismo rispecchia i conflitti interni tra gli stessi cittadini comunitari. Conflitti dei quali i migranti rappresentano solo il capro espiatorio. Incontriamo Étienne Balibar, filosofo della politica e intellettuale critico della costruzione europea, di passaggio a Roma per alcune conferenze proprio mentre divampa in Italia un clima xenofobo e razzista.
In Italia ha vinto
Quello del territorio è un concetto plastico che non ha un referente univoco.Leggevo qualche giorno fa un editoriale del manifesto sulle violenze al Pigneto: si faceva una critica, giustificata ma che non offre una soluzione immediata, del modo in cui tende a svilupparsi un mito del microterritorio che fa sì che gli abitanti di un quartiere o di una

La sottile linea rossa fra ospitalità e ostilità.
Una breve ricognizione etimologica.
L’ospitalità è uno di quegli aspetti delle relazioni sociali meno indagati dagli studiosi, forse a causa dell’apparente quotidianità. Eppure, e le recenti vicende italiane lo dimostrano ampiamente (migranti, ma anche relazioni di vicinato e col prossimo in generale), è un aspetto costante non solo delle comuni relazioni di parentela e amicizia, o fra popoli, per non dire dell’ospitalità ufficiale (alberghiera, turistica), ma anche nelle relazioni interpersonali fra artisti, scrittori, scienziati, studiosi, studenti, giovani, viaggiatori, compagni di fede politica, fino ai bloggers e cybernauti.
In latino il termine originario per ospite è hostis, che in epoca classica ha assunto il senso di “nemico”, “ostile”, ed è stato sostituito da hospes. Secondo le spiegazioni tradizionali, entrambi i termini derivano dal senso di “straniero”: ospite sarebbe lo “straniero” favorevole, nemico invece sarebbe lo “straniero” ostile.
Il linguista Emile Benveniste riconduce i due termini al loro contesto storico. Il senso primitivo di hostis (verbo hostire) è compensare, uguagliare: “si chiamavano hostes perché godevano dello stesso diritto (“pari iure”) del popolo romano, e si diceva hostire per aequare” (Festo).
“Un hostis non è uno straniero in generale. Questo riconoscimento dei diritti implica un certo rapporto di reciprocità, presuppone una convenzione: non è chiamato hostis chiunque non sia romano. Un legame di uguaglianza e di reciprocità si stabilisce tra questo straniero e il cittadino di Roma, ciò che può condurre alla nozione precisa di ospitalità” (E.Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi, p.69).
L’istituzione antica dell’ospitalità riconduce a quella del potlatch, la serie di doni e contro-doni che si manifesta in feste legate a certe date e a certi culti, allo stesso tempo fenomeno economico e legame familiare e tribale (Marcel Mauss, Il dono, forma primitiva dello scambio). L’ospitalità è una forma attenuata di potlatch e ha sempre un valore reciproco: “Essa si basa sull’idea che un uomo è legato a un altro dall’obbligo di compensare una certa prestazione di cui è stato beneficiario” (idem). In greco, l’istituzione analoga si chiamava xénos. La xénia comportava lo scambio di doni fra i contraenti, (popolo, clan) per praticare alleanze e scambi.
Questa istituzione dell’ospitalità così intesa, come potlatch, scambio, reciprocità, aveva perso forza successivamente nel mondo romano:
“quando l’antica società diventa nazione, le relazioni tra uomo e uomo, tra clan e clan, si aboliscono: sussiste solo la distinzione tra ciò che è interno e ciò che è esterno alla civitas. Per un cambiamento di cui non conosciamo le condizioni precise, la parola hostis ha assunto un’accezione ostile, e ormai non si applica che al nemico” (idem, p.70). Questo senso è apparso quando alle relazioni di scambio fra clan e clan sono succedute le relazioni di esclusione da civitas a civitas. Anche il greco xénos mutò senso, da ospite a straniero, “non-nazionale”, senza diventare però nemico.
Per indicare l’ospite il latino classico impiegò quindi hospes, da hos(ti)-pet-s, come ospite senza vincoli di reciprocità, cioè l’ospite “per sé”, cui viene donato gratuitamente, senza più alcuna istituzione di potlatch o contro-dono. L’evoluzione della nozione di ospitalità rinvia dunque alla più generale configurazione storica dello scambio.
La nozione moderna di ospitalità si è individualizzata, e perciò oggettivata e mercantilizzata, come per l’ospite turistico, fino al senso degradato di ospite di un ospizio, di un ospedale, di un carcere, di un CPT o di un manicomio, dove l’ospitato è un soggetto puramente passivo (di cure, di tutela, di controllo, di sorveglianza, di “accoglienza”).
Qualche permanenza dell’antico senso sussiste quando uno “straniero” all’estero viene ospitato da amici e scattano alcuni vincoli di reciprocità e a volte addirittura di matrimonio. Anche nella figura dell'"ospite d'onore" si conserva, sia pure in forma degradata, qualcosa dell'antico scambio, del tributo dovuto alla magnificenza dell'ospite. Altrimenti l’intrusione di uno “straniero” in territorio altrui, in mancanza di un’istituzione che stabilisca patti di reciprocità come il xénos, l’hostis o il potlatch, può trasformarsi in aperta ostilità.
Permanenze moderne di questi patti si ritrovano per esempio fra le gang giovanili, la cui trasgressione porta ad accese rivalità territoriali. Ma in genere predomina la dissoluzione o l’impoverimento de-culturalizzato dell’istituzione hostis nel senso accennato, di potlatch o scambio rituale. In buona parte della letteratura e del cinema noir o di gangster prevale la dissoluzione, il fallimento, l’incomunicabilità, l’assenza e la negazione di risultati strategici. Resta solo la fragilità psicologica, oggettiva, dei personaggi, degli individui soli.
In ultima analisi, l’ostilità è il dato preminente, in quanto non esistono più vincoli di reciprocità istituzionalizzati. Lo "straniero", che non è interno alla nostra civitas o nazione, se non rientra in una delle categorie di hospes, viene considerato automaticamente un hostis, un "ostile", un "nemico": non è un "pari iure", un "eguale" - con un'inversione davvero strabiliante del termine. La sottile linea rossa fra ospitaità e ostilità viene attraversata alla velocità della luce, e ci si ritrova esclusi ed espulsi.
Per affrontare l'attuale crisi globale, sarà necessario superare la dicotomìa fra hospes e hostis, elaborando nuove istituzioni internazionali che prevedano "pari iure" e non "nemici". Altrimenti la civiltà si avviterà in un crescendo di ostilità e di paranoia da sicurezza e sorveglianza.