geiger dysf

"Chi non ha conosciuto la tentazione di essere il primo nella comunità non capirà nulla del gioco politico, della volontà di assoggettare gli altri per farne degli oggetti, né intuirà gli elementi di cui si compone l’arte del disprezzo…" (E.Cioran)
mercoledì, 23 luglio 2008

Ogni giorno si apprendono storie tremende

film-noir

 

   Ogni giorno si apprendono storie tremende, e tante di esse hanno a che fare con “forze dell’ordine” che, certe di un’impunità ormai pluridecennale, si permettono ogni tipo di crudeltà su persone indifese. Del resto è di questi giorni la sentenza per le torture nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 del 2001…Non voglio generalizzare. Esiste un manipolo di poliziotti (ho il piacere di conoscerne alcuni) e anche di carabinieri spaventati dai progressi che il fascismo, inteso come ideologia della sopraffazione su chi non si può difendere, fa tra i loro colleghi, specialmente se in posti di comando. La piaga che sta avvelenando la società italiana si manifesta anche in quell’ambiente, è ovvio. Con la differenza che parliamo di persone autorizzate a portare armi, e a usarle” (Valerio Evangelisti).

 

   Quando parliamo di stato d’emergenza, paranoia securitaria, controllo, tendenze autoritarie e/o totalitarie, di solito ne parliamo per linee molto generali, per tendenze che cerchiamo di decifrare, ma che potrebbero successivamente venir contraddette, modificate, soppiantate, superate (uso il noi perché ovviamente non sono né il solo né il primo a farlo, e c’è chi lo fa molto meglio di me). Nel passaggio dalle decisioni politiche all’attuazione pratica, succede di tutto, spesso i presunti fini vanno a farsi benedire, mentre intanto i mezzi, la macchina operativa messa in moto va avanti per conto suo combinando sfracelli imprevedibili. Il fine giustifica sì i mezzi, ma nel senso che sono i mezzi a farla da padroni, senza curarsi se poi gli ingranaggi nel frattempo hanno procurato un po’ di “danni collaterali”. L’esempio più clamoroso è la guerra in Irak, già data per vinta dopo un mese di guerra aerea, e che è ancora lì, incerta se continuare per un altro decennio a macinare morti.

federico aldrovandi2 

  Non bisogna dimenticare che, a fare le spese dello stato d’emergenza e del crescente clima di aggressività e di sopraffazione, sono persone concrete, in carne e ossa, col loro vissuto, con le loro attese, gioie, speranze, debolezze. Come tutti. Come Andrea Tartari, accoltellato domenica a Ravenna a quanto pare da due camionisti. Un episodio che può capitare a chiunque, per una banale lite di traffico o di sguardi storti. Ma può capitare, sempre a Ravenna, una cittadina un po’ “nervosetta” ultimamente, che a fare le spese dell’aggressività generale e dell’eccesso di zelo della polizia municipale, siano tre nigeriani, come ci racconta lo scrittore e giornalista de Il Resto del Carlino Nevio Galeati, nel suo blog intitolato a Luca Corsini, l’”investigatore di provincia” protagonista dei suoi romanzi polizieschi. AldoBianzino

   Certamente uno dei tanti episodi in un paese rapidamente divenuto il paese più razzista e pistolero d’Europa.  Accade più o meno come in Momodou, il racconto di Wu Ming inserito nell'antologia Crimini italiani  (Einaudi, 2008), che potete trovare qui: momodou.pdf. E alle pistolettate non sfuggono neppure i cervi, abbattuti così, tanto per, in pieno centro a Bolzano. La notizia viene poi costruita o ricostruita come meglio aggrada alle “forze dell’ordine” (che non sono sempre così, naturalmente, ma ultimamente lo sono spesso) e ai loro giornalisti embedded. E quando ci sono delle vittime, come nel caso di Federico Aldrovandi, di Riccardo Rasman, o di Aldo Bianzino, per parenti e amici diventa un calvario riuscire a ripristinare almeno in parte la verità e la dignità calpestati dalla certezza d’impunità di chi dovrebbe tutelare l’”ordine” e la “sicurezza”.

 

   Sulla morte di Aldo Bianzino potete leggere l'articolo di Valerio Evangelisti su Carmilla, Aldo Bianzino, ucciso/6, e visitare il sito a lui dedicato, veritaperaldo.noblogs.org/

   Su Riccardo Rasman: L'uccisione di Riccardo Rasman/3.

   Sui tre nigeriani arrestati a Ravenna: www.lucacorsini.com/

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martedì, 08 luglio 2008

Notte della Taranta, pizzica scherma e nuovi nomadi

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   Ieri è stato presentato alla regione Puglia il programma del Festival della “Notte della Taranta”, la cui XI edizione si terrà fra il 7 e il 23 agosto nei Comuni della Grecìa Salentina, per concludersi nel concertone finale di Melpignano,  durante il quale è prevista la partecipazione di Caparezza, Aprés la classe, Sud Sound System, Radiodervish, Richard Galliano e Rokia Traore' (nei prossimi giorni maggiori informazioni).

 

   Benché siano in molti, anche qui in Puglia, ad associare la “Notte della Taranta” quasi soltanto al concertone di Melpignano, in realtà da anni questo Festival di pizziche e contaminazioni folk è diventato itinerante, e per molti seguaci, “carovaniero” per tutto il Basso Salento, con circa 15 serate sparse fra Calimera e Alessano, passando per Otranto e Galatina. Per non parlare di tutte le rassegne, sagre, piccoli festivals ed eventi che costellano il Salento per tutta l’estate, fornendo ampiamente scelte alternative per una stessa serata.

 

   Anche il pubblico è perciò eterogeneo ed itinerante. Ad uno stesso concerto del Festival, un terzo del pubblico è composto dalla popolazione locale-  ma in buona parte  sono migranti italianissimi. Un altro terzo è composto da vacanzieri con il culto dell’esotico, e l’ultimo terzo è costituito dai giovani travellers d’Italia e ormai anche d’Europa (l’anno scorso ho anche incontrato sudamericani). Al pubblico occorre aggiungere la non piccola comunità temporanea degli ambulanti e degli addetti ai lavori, dei giocolieri e degli artisti di strada, di chi organizza le varie rassegne e di chi fa commercio (anche di dischi, magliette e libri). A volte la distinzione fra festival e sagra s’assottiglia pericolosamente, a tutto vantaggio degli stands gastronomici, che pagano di più ai Comuni. Altre volte i vigili lasciano fare, e ciò rende la serata meno “istituzionalizzata” e “bottegaia”. zingari6

 

   Per molti giovani travellers il festival diventa davvero un’esperienza nomadica per scelta”, assai simile ai fasti dell’Umbria Jazz d’un tempo,durante la quale si incontrano, oltre il variegato mondo dell’ambulantato, anche gli “zingari”, in particolare nelle celebrazioni di San Rocco a Torrepaduli. Bands di origine “zingara”, come Mascarimirì di Claudio “Cavallo” Giagnotti, Crifiu, Ziringaglia, sono presenti in parecchie serate, ma in genere molte formazioni mixano ecletticamente ogni sorta di fonti musicali folk, etniche, world, afro, reggae. Vi sono poi serate particolari in cui si incontrano “maestri” e “regine”, come a Sternatia lo scorso anno, Lucilla Galeazzi ed Esma Redzepova “the Queen of Gypsies” con il Canzoniere Grecanico Salentino.

 

   Stratificazioni antiche, a volte rivendicate come “identitarie”, e linee di fuga contemporanee si intrecciano in un meticciato culturale reso più eccitante da o’ sole, o’ mare, sex drugs and rock’n’roll, dai mille incontri occasionali a volte stimolanti, a volte divertenti, a volte convenzionali. Come sempre. Con la “paura” di tornare a casa, alla solita vita scuola-lavoro-famiglia. E sullo sfondo un Salento che con gli anni tende sempre più a “imborghesirsi”, a sedentarizzarsi, a recintarsi, sempre meno “selvaggio” e “primitivo” sempre più “bottegaio”. Prima di tutto lo “sviluppo”, il “marketing del territorio”, in funzione turistica: villaggi, resort, bed & breakfast, strade, porti, etc. L’alternativa fra nomadismo e sedentarietà oscilla fra le scorribande notturne e la noia vacanziera, compresenti sullo stesso territorio per qualche mese estivo.

 

   Nulla che in fondo non sia un déjà vu, da queste parti. Dove al tradizionale incontro/scontro fra contadini, zingari e classi agiate si è sovrapposto quello post-moderno fra migranti, vacanzieri, nuovi nomadi, artisti di strada, giocolieri, e… affaristi. Più i nuovi Rom arrivati di recente dalla ex Jugoslavia, e in particolare dal Kosovo, in seguito alle guerre etniche ed “umanitarie”.

  

   Il gruppo più antico di Rom in Italia, proveniente dai Balcani, si è insediato fin dal XV sec. nell’Italia centro-meridionale, fra Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Calabria. Esercitavano le attività di fabbri, mercanti di equini, giostrai. Fino agli anni successivi la seconda guerra mondiale durante la bella stagione giravano per i mercati con carrozzoni trainati da cavalli; svernavano vicino a qualche borgo, in stalle o fienili presi in affitto. Col tempo la lingua romani, già fortemente influenzata dai dialetti regionali, è stata quasi del tutto abbandonata o sopravvive nell’uso di alcune frasi gergali. Allo stesso modo, il nomadismo è diventato stagionale e i più si sono “fermati” in campi e baraccopoli alle periferie delle città. 

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   La loro partecipazione ad alcune feste religiose le influenza in maniera determinante come  nel caso della festa di S. Rocco a Torrepaduli e della festa dei SS. Cosma e Damiano a Riace (CZ). La presenza degli zingari è sensibilmente diversa da quella dei contadini:

 

   “i contadini trascorrono la notte accampati in chiesa, seguono la processione cantando, suonano e danzano la tarantella solo in spazi e in momenti a margine della festa vera e propria; gli zingari si accampano in automobili, camion o furgoni, nei pressi del santuario. A Riace precedono la processione danzando; a Torrepaduli, dopo la processione, si impadroniscono del sagrato dando vita per tutta la notte a delle “ronde” di “pizzica”. Qui agli zingari (e, in misura minore, ad altri marginali e a gente di malavita) spetta prevalentemente il ruolo di danzatori, ai contadini quello di suonatori di tamburello e di armonica a bocca. La tarantella ballata a Torrepaduli in occasione della festa di S. Rocco è detta la “scherma”: due uomini si affrontano danzando, indice e medio della mano destra tesi a simulare la presenza di un coltello, e duellano fino a che uno dei due contendenti viene toccato per la terza volta dalle dita dell’avversario”(Nico Staiti).


   La “pizzica-scherma” verrebbe dalla Calabria, dov’è chiamata anche “tarantella maffiusa”, tipica non degli zingari, ma come danza di contadini, pastori, e gente di malavita. Ma i Rom salentini restano comunque gli interpreti principali della “scherma”, e sono loro ad averla importata dalla Calabria nel Salento. Com’è tipico del nomadismo e degli zingari, sono questi ad aver svolto un ruolo di mediatori di tradizioni fra due diverse regioni dell’Italia meridionale, cosa impossibile fra culture “chiuse”, e allo stesso tempo, a Torrepaduli come a Riace, svolgono un ruolo complementare rispetto agli altri partecipanti.

   La grande capacità degli zingari, come sottolineava Luca Guglielminetti nel post di ieri, “La nuova musica zingara: il Jazz dei Balcani”, è quella di costruire i brani musicali attraverso “l'apprendimento, come per la lingua parlata, di arie e melodie popolari dai luoghi di passaggio,  e l'estro individuale particolarmente esaltato dalla pratica molto frequente dell'improvvisazione. È difficile individuare una musica originale zingara. Si possono riconoscere però stili diversi…”.

 jacopo martini

    Questo tipo di “ibridazione”, di “musica ibrida ai confini del mondo in un cocktail irresistibile di musiche balcaniche…ricche di echi arabi, turchi e mediorientali in un turbinio di ritmi etc.” costituisce il contributo specifico della musica “zingara” alla musica “etnica” del Salento.  La sua profondità (Liszt) riflette “un dato di precarietà sociale eccezionale” percepito con intensità e forza straordinarie, alla quale, forse, anche il più distratto vacanziero o migrante di ritorno, colto in un attimo di libertà fuori dalle consuete costrizioni del lavoro e del quotidiano, s’abbandona mollemente.

 

 

   “Se il dato primario degli zingari è la capacità (necessità) di adattarsi a contesti sociali sempre nuovi, cui prestare attenzione per percepire quanto serve per sopravvivere, è ben possibile che, come per i neri americani, prestando orecchio a quanto le tradizioni musicali popolari fornivano nei contesti dei luoghi nei quali si aggiravano abbiano condotto a queste strepitose "sintesi" o "rivitalizzazioni" di tradizionali arie in forme dotate di una autonoma cifra stilistica” (Luca Guglielminetti).

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 08, 2008 12:30 | link | commenti (2)
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sabato, 05 luglio 2008

Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà

 Intervista a Giorgio Agamben

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Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione pubblica cresce un senso di insicurezza. Perché la questione sicurezza è oggi la più sentita?

«Come già lo Stato di eccezione, oggi la Sicurezza è divenuta paradigma di governo. Per primo Michel Foucault, nel suo corso al Collège de France del 1977-78, ha indagato le origini del concetto mostrando come esso nasca nella pratica di governo dei Fisiocratici, alla vigilia della Rivoluzione francese. Il problema erano le carestie, che sino ad allora i governanti si erano sforzati di prevenire; secondo Quesnay occorre invece quella che definisce appunto "Sicurezza": lasciare che le carestie avvengano per poi governarle nella direzione più opportuna. Allo stesso modo il discorso attuale sulla Sicurezza non è volto a prevenire attentati terroristici o altri disordini; esso ha in realtà funzioni di controllo a posteriori. Nell’inchiesta seguita ai disordini di Genova per il G8, un alto funzionario di polizia dichiarò che il Governo non voleva l’ordine, voleva piuttosto gestire il disordine. Le misure biometriche, come il controllo della retina introdotto alle frontiere degli Stati Uniti del quale ora si propone l’inasprimento, ereditano funzione e tipologia di pratiche introdotte nell’Ottocento per impedire la recidiva dei criminali: dalle foto segnaletiche alle impronte digitali. I governi sembrano considerare tutti i cittadini, insomma, come terroristi in potenza. Ma questi controlli non possono certo prevenire i delitti: possono semmai impedire che vengano ripetuti».

Tanto più inefficaci di fronte a un kamikaze. Che per definizione agisce una volta sola!

«Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e la Sicurezza, non è più una democrazia. All’indomani della Seconda guerra mondiale politologi spregiudicati come Clinton Rossiter giunsero a dichiarare che per difendere la democrazia nessun sacrificio è abbastanza grande, compresa la sospensione della stessa democrazia. Così oggi l’ideologia della Sicurezza è volta a giustificare misure che, da un punto di vista giuridico, possono essere definite solo come barbare.»

Il delitto Reggiani a Roma ha avuto come conseguenza l’abbattimento di campi Rom e, di fatto, la messa in discussione del principio della libera circolazione delle persone, che è tra i fondamenti dell’Unione Europea, di cui la Romania fa parte a pieno titolo. Ma cosa pensare di provvedimenti del genere, che oltretutto lasciano all’opinione pubblica solo un giorno per riflettere?Giorgio Agamben attore

«Il dato di fatto più preoccupante, di fronte a misure che violano i più elementari principi di diritto, è il silenzio dei giuristi. All’interno del pacchetto sulla Sicurezza annunciato ci sono disposizioni - come quelle nei confronti della pedofilia on line - che di fatto istituiscono il reato d’intenzione. Ma nella storia del diritto l’intenzione può costituire un’aggravante; non può essere mai un crimine in sé. È solo un esempio della barbarie giuridica cui siamo di fronte: abbiamo assistito a dibattiti sull’opportunità o meno di praticare la tortura. Se uno storico confrontasse i dispositivi di legge esistenti durante il Fascismo e quelli in vigore oggi, ho paura che dovrebbe concludere a sfavore del presente. Sono ancora vigenti leggi, emanate durante i cosiddetti anni di piombo, che vietano di ospitare una persona in casa propria senza denunciarne la presenza all’autorità di polizia entro ventiquattro ore. Norma che nessuno applica, e della quale la maggior parte delle persone neppure è a conoscenza; ma che punisce tale comportamento con un minimo di sei mesi di reclusione!»

Questo stato di cose deforma anche la nostra percezione del tempo. Sia i controlli proposti come preventivi e invece tardivi, sia l’intenzione sessuale che al contrario punisce reati non ancora commessi (così realizzando un racconto di Philip K. Dick portato al cinema da Spielberg), istituiscono un falso presente. Non crede sia entrato in crisi l’unico fra i valori della Rivoluzione francese che sembrava ancora avere un qualche appeal, e cioè quello della Libertà?

«Questo in larga misura è già un dato di fatto. Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto.»

Tutto ciò in nome della democrazia. Mistificazione anzitutto linguistica, proprio come quella del 1984 di Orwell: Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà. Parla chiaro la storia linguistica delle pratiche di guerra condotte negli ultimi quindici anni. In questo modo non le pare che la politica, intesa come dibattito delle opinioni, non abbia più alcuno spazio?

«Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo».

CHI E'
Il filosofo Giorgio Agamben è nato a Roma nel 1942. Laureatosi in legge nel 1965 con una tesi su Simone Weil, ha scritto numerosi saggi sui rapporti tra filosofia e politica, fra cui Homo sacer - Il potere sovrano e la nuda vita e Stato di eccezione. Ha insegnato al Collège International de philosophie di Parigi e in numerose università americane. Ora è all'Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di Venezia.



Credits.

Nella foto grande, Antonin Artaud nel ruolo di Marat in "Napoléon" di Abel Gance (1925).

Nella foto piccola, Giorgio Agamben interpreta l'apostolo Filippo in "Il Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini (1964).



Intervista pubblicata su La Stampa, 27.11.2007, all'epoca del "Pacchetto Sicurezza" del ministro Amato.

 



postato da doktorgeiger alle ore luglio 05, 2008 16:14 | link | commenti
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martedì, 01 luglio 2008

DALLA BARBARIE COLONIALE ALLA POLITICA NAZISTA DI STERMINIO

DALLA BARBARIE COLONIALE ALLA POLITICA NAZISTA DI STERMINIO

di ROSA AMELIA PLUMELLE-URIBE (Afrikara)

 

il legame tra le politiche di sterminio coloniale, l'imbarbarimento delle società europee e il trauma di ritorno del nazismo su queste medesime società

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 In molti post precedenti ho sottolineato il legame intrinseco e strutturale fra xenofobia e razzismo in politica interna e interventismo militare in politica estera, come due facce della stessa medaglia. In altri termini, le emergenze interne hanno per scopo di preparare i presupposti, i dispositivi e la mobilitazione (di mezzi e personale) necessarie che sfocieranno in nuove avventure militari (anche di "guerra interna", se necessario). Segregazione razziale o disumanizzazione dell’Altro procedono di pari passo con l’espansione del complesso industrial-militare  che Sbancor ha identificato come Warfare. Il ministro La Russa ha di recente sostenuto la necessità dell’aumento delle spese militari, mentre l’industria italiana delle armi procede a gonfie vele. Sempre La Russa ha annunciato l'impiego dell'esercito in operazioni di repressione interna. Gi Alpini vanno giulivi a Napoli, accompagnati da uno stuolo di "psicologi" (studiosi e curatori di "anime", che si sa, quelle napulitane stanno male assai) (non me ne voglia l'ottimo aitan (aitanblog.splinder.com/), ma ho l'impressione che il Governo lumbard consideri la Campania né più né meno che una colonia). Mentre si rafforzano le missioni in Irak e in Afghanistan, si procede a individuare nuovi fronti. Tutto ciò si iscrive nella lunga tradizione occidentale che dal colonialismo ha portato al nazismo, e prosegue col New World Order dell’Era Reagan-Bush.

    Il merito di questo articolo di Rosa Amelia Plumelle-Uribe, pubblicato in Afrikara.com nel settembre del 2006, tradotto e ripubblicato in www.comedonchisciotte.org, è di tracciare storicamente, dalla scoperta dell’America in poi,  la stretta relazione fra colonialismo,schiavitù, disumanizzazione dell’Altro e politiche di sterminio, giustificata prima dalle religioni, poi ufficializzata ideologicamente e giuridicamente, infine sancita scientificamente. Fino a sfociare nella logica di sterminio delle “razze inferiori” che ha ispirato il nazismo. Con il consenso entusiasta delle “razze superiori”, in particolare dei “ceti medi” che dalla depredazione coloniale traevano il loro maggior benessere e status sociale. 

 

   Sicuramente questo articolo risulterà indigesto per tutti i razzisti e xenofobi,anche quelli mascherati, ripuliti e riciclati di casa nostra. Compresi quelli “progressisti” e “liberal”. Ha anche il merito di andare un po’ oltre l’ennesima rilettura del “capro espiatorio” quale emergerebbe in un periodo di crisi. In realtà, ciò che definiamo “capro espiatorio” è  il prodotto sottoculturale di un sistema espansionistico spinto fino allo sterminio di intere popolazioni, cancellate o schiavizzate.

  

 L'autrice di La Férocité blanche, (La ferocia bianca) [Albin Michel, 2001], sviluppa un'argomentazione originale e pertinente per la quale Césaire aveva dispiegato molto interesse nel suo Discours sur le colonialisme (Discorso sul colonialismo): il legame tra le politiche di sterminio coloniale, l'imbarbarimento delle società europee e il trauma di ritorno del nazismo su queste medesime società. Afrikara pubblica il testo di una relazione di questa militante di origini africane, presentata il 15 giugno a Berlino nel quadro del Forum del Dialogo organizzato dalla sezione europea della Fondation Afric Avenir. Siamo qui riuniti per analizzare insieme il legame storico che, come un filo conduttore, porta dalla barbarie coloniale alla politica nazista di sterminio. Si tratta di uno sforzo volto a rilevare almeno la maggior parte dei fattori che, in modo diretto o indiretto, avrebbero favorito lo sviluppo politico e l'espansione ideologica di un'opera di disumanizzazione come la barbarie nazista in Germania ed al di là delle sue frontiere. Questo contributo è utile per ogni percorso che volesse por fine ad ogni forma di discriminazione basata sull'identità delle vittime o l'identità dei carnefici, selezionando il crimine che bisogna condannare. Questa gerarchizzazione dei crimini e dunque della loro condanna rimane l'ostacolo maggiore nella lotta per la prevenzione dei crimini contro l'umanità tra cui il crimine di genocidio.

Schiavismo e traffico di schiavi

Conviene precisare immediatamente che le guerre di conquista ed i crimini legati al dominio coloniale, così come la riduzione di esseri umani in schiavitù, erano già una realtà nei tempi antichi. Ad esempio, quando il dominio dei Musulmani arabi si estese verso l'Europa, il commercio di esseri umani era un'attività millenaria tra gli Europei. Il regno dell'Islam in Spagna, dal 711 al 1492, ha semplicemente dinamizzato la tratta di schiavi intraeuropea1, facendo del continente un importante fornitore di schiavi, donne e uomini, spediti verso i paesi dell'Islam.

I prigionieri, soprattutto slavi, alimentavano il commercio di uomini tra Venezia e l'impero arabo-muslmano del sud Mediterraneo. È così che nelle lingue occidentali la parola schiavo o slavo si sostituiscono al latino servus, per designare i lavoratori privi di libertà. Detto diversamente, per molti secoli, dei Cristiani europei vendevano altri Europei a dei commercianti ebrei specializzati nella fabbricazione di eunuchi2, una merce considerata molto pregiata e molto richiesta nei paesi dell'impero musulmano.

Ricercatori e specialisti dello schiavismo in Europa durante il Medioevo, hanno visto nel sistema di asservimento inaugurato in America dal dominio coloniale un legame di continuità con le istituzioni schiavistiche dell'Europa. Jacques Heers sostiene che 'È merito incontestabile di Charles Verlinden, su questo punto un autentico pioniere, di aver evidenziato che la conquista e lo sfruttamento coloniale delle Americhe si erano largamente ispirate a certe esperienze molto recenti nel Mediterraneo e si iscriveva in linea diretta in una continuità ininterrotta di precedenti medievali3.

Ho tuttavia scelto di affrontare questa analisi a partire dal 1492, l'anno dell'arrivo degli Europei nel continente americano. Ed ho compiuto questa scelta perché, malgrado quanto detto, la distruzione dei popoli indigeni d'America, l'instaurazione del dominio coloniale ed il sistema di disumanizzazione dei Neri in questo continente non avevano precedenti nella storia. E soprattutto perché il prolungamento di questa esperienza per più di tre secoli ha ampiamente condizionato la sistematizzazione teorica delle disuguaglianze, compresa la disuguaglianza razziale, le cui conseguenze restano attuali.

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lunedì, 30 giugno 2008

Momodou

noir

 

Se tuo fratello sta morendo di solitudine e depressione, ed è pure "negro", non chiamare MAI  i carabinieri (o il 118)...

   Il racconto di Wu Ming, Momodou, inserito nell'antologia Crimini italiani curata da Giancarlo De Cataldo (Einaudi, 2008), è disponibile in pdf:

http://www.wumingfoundation.com/italiano/momodou.pdf

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venerdì, 27 giugno 2008

Ladri di bambini 2




 

Intervista al Professor Salvatore Palidda, docente di sociologia delle migrazioni, della devianza e del controllo sociale all’Università di Genova (*) (Liberazione 27 giugno)

 

Professor Palidda, che cosa ne pensa delle impronte digitali prese ai bambini rom?

E' grave che nessuna alta autorità intervenga per fermare questa misura, a cominciare dal Presidente Giorgio Napolitano. E' vergognoso quello che sta accadendo in Italia, queste pratiche cominciarono un tempo a danno degli ebrei e degli stessi rom. E' chiaramente una schedatura razzista e fascistoide, fatta con l'intento di terrorizzare i rom e soddisfare la minoranza rumorosa e razzista. Perché sono convinto che soltanto una piccola parte degli italiani approva tutto questo. Peraltro già il centrosinistra aveva fatto la sua parte contro i rom, è chiaro che la destra deve superarlo.

Per il ministro Maroni c'è bisogno comunque di un censimento dei rom. E' così?

 

La scusa del censimento è falsa. Da vent'anni gli immigrati, i rom e i marginali sono le persone più schedate del Paese. Il 95% degli schedati dalla polizia italiana sono loro. E poi non diciamo fesserie, non confondiamo la schedatura con il censimento. Il censimento va fatto dall'Istat o dagli enti locali utilizzando personale civile, non in divisa.

Secondo il centrodestra, la schedatura servirà a proteggere i bambini dall'accattonaggio. Come risolvere questo problema?


Si tratta di una copertura demagogica, anche i fascisti dicevano che volevano proteggere gli ebrei.

Esistono comunque migliaia di rom senza documenti e senza diritti. Come trovare una via di uscita?
Di certo non è colpa dei rom ma dello Stato italiano che non ha mai garantito questo diritto. Se ogni regione creasse dei campi regolari, i rom avrebbero risolto il problema dei documenti.

Moltissimi rom, però, non vogliono vivere nei campi. Non può esserci una alternativa?

Ci dimentichiamo che molti rom sono perfettamente integrati e che però alcuni preferiscono ancora vivere nelle case mobili, come la famiglia del sinti Giorgio Bezzecchi a Milano. Ciò che chiedono è la libertà di movimento, come peraltro garantito dalle norme europee, mai applicate in Italia. Dobbiamo capire dove fanno a finire i fondi che l'Unione Europea stanzia per l'integrazione dei rom, temo che vengano utilizzati per la sicurezza e cioè contro i rom stessi. E dobbiamo insistere per avere la certezza del diritto: le leggi italiane sull'immigrazione, invece, fanno di tutto per dare incertezza.

L'Udc vorrebbe estendere la schedatura anche ai «nostri bambini», ma su base volontaria. Cadrebbe così il razzismo?

   Ciò dimostra una cosa: ogni volta che si approva una misura cosiddetta emergenziale diretta ad una minoranza, inevitabilmente questa misura viene estesa anche ad una parte degli autoctoni. Non dimentichiamoci che tra le tante sciagurate decisioni del centrosinistra esiste anche la carta di identità con dati biometrici. Eppure nessuno ha mai sollevato obiezioni al fatto che siamo tutti iperschedati.

(*) Il prof.Palidda è autore del saggio Polizia postmoderna - Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli, 2000: Mobilità umane - Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Cortina Raffaello, 2008.

  Piccolo aggiornamento narcisistico: oggi su NetMonitor di Repubblica viene segnalato anche il Doktor qui presente (il recensore ha scritto geyger, confondendo forse geiger con geyser!) . E una decina di altri blog che seguono con molta partecipazione quanto sta accadendo ai Rom. Intanto anche il Commissario alla Giustizia dell'Unione Europea, Jacques Barrot,  boccia il provvedimento di Maroni di prendere le impronte digitali ai nomadi (www.repubblica.it/impronte-ue.html ). La schedatura dei gruppi etnici non è compatibile con le normative comunitarie. E Napolitano, che dice?

Abbiamo costruito decine di aquiloni. I bambini correvano. Correvano per vedere i loro aquiloni alzarsi in cielo. Ci guardavano con occhioni brillanti (…) Su un aquilone c’era scritto: “Forza Roma. Italiani coioni”. In quella scritta c’è tutto. C’è quanto si sentano profondamente italiani questi bambini che pestano la nostra terra da quando sono nati. C’è il naturale frutto di tutto il disprezzo che si bevono ogni giorno (..). C’è chi è andato in un grande campo rom, Casilino 900, a Roma, a costruire aquiloni.  E’ Postcrazia.

Pensate ai vostri, di figli - Ma sono i blog di donne a lanciare l’allarme più forte, come  Sorelle d’ItaliaMa come può venire in mente a qualcuno di schedare in maniera preventiva dei bambini. Fate come se fossero i vostri figli… Come Femminismo a Sud : Se almeno questi immigrati si lavassero bene, tanto da perdere qualche tono di nero. Dici che i Rom non sono neri? Che importa. Sono sporchi. Non è vero? Allora sono opachi. Bisogna ripassarli con un po’ di lucido brillante.E’ questo il tono anche della vignetta disegnata da Giuda (qui sopra). E Decidiamo Insieme ha trovato che anche il New York Times pensa che noi italiani siamo almeno “tiepidi” con le altre culture. Concetto analogo per  Giusec&Friendz, in Germania per lavoro, racconta della ben diversa situazione dei rapporti tra tedeschi e turchi lassù. E si può scherzare, amaramente, come Personalità Confusa: Non è giusto! Perciò avanzo una proposta. Le impronte digitali siano prese sì ai bimbi rom, ma non solo a loro: anche a quelli marocchini. E pure ai bambini albanesi. E a tutti i figli di stranieri. In questo modo, la parità di trattamento sarà garantita.  E sullo stesso tono sono Geyger Dysf, Queerworld, uno degli autori di Polisblog.

 

Chi governa la paura?

di Alessandro Dal Lago (*) (Liberazione 27 giugno)

 

Siamo tutti vittime di una retorica pubblica che fa leva sull’incertezza esistenziale per legittimare se stessa, e quindi il potere. Ma quella che possiamo chiamare “politica dell’esistenza” è in realtà solo un comodo metodo per distrarci dalla realtà. Creando un nemico indefinibile e funzionale (marocchini, rom, albanesi, stupratori all’angolo delle strade, pedofili nei giardinetti) le vere magagne in cui affondiamo sono minimizzate e il ceto politico può continuare a fare la bella vita .

E i giornali a vendere il loro allarmismo.

Anticipiamo un saggio di Alessandro Dal Lago dal volume dedicato alla situazione italiana, allegato al numero di MicroMega sulle Olimpiadi in uscita oggi.

 

   L'idea di biopolitica, coniata da Michel Foucault in alcuni corsi al Collège de France della fine degli anni Settanta, designa oggi, nel dibattito filosofico-politico, i diversi campi in cui si esercita il governo della vita, ovvero la definizione incessante e pratica del vivente come oggetto di controversia pubblica: dal conflitto sulla personalità dell'embrione all'etica sessuale e al controllo demografico delle migrazioni.

postato da doktorgeiger alle ore giugno 27, 2008 13:45 | link | commenti
categorie: politica, interviste, diritto, antifascismo, razzismo, idiozia, immigrati, controllo, emergenza, miserabili, tirannia, capri espiatori, deliri di stato
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lunedì, 09 giugno 2008

Il popolo Rom esce dai campi

Rom Roma

A Roma migliaia di persone hanno partecipato al corteo di solidarietà per contrastare recenti atti di razzismo nei confronti delle popolazioni sinte e rom.
"Basta razzismo contro i rom", "Stop alla xenofobia" e "Non aspettiamo la shoah per intervenire": questi gli striscioni di apertura della manifestazione partita dal Colosseo e terminata al Foro Boario, dove si è tenuto un incontro fra le associazioni che hanno organizzato il corteo.

In serata si è tenuto un grande concerto con tanti artisti rom.

 

A Roma la grande manifestazione dei Rom e Sinti contro il razzismo degli italiani. “Siamo qui oggi contro l’apartheid - Santino Spinelli, professore universitario a Chieti, musicista e intellettuale rom - e per far capire all’Italia e agli italiani che i rom non sono nomadi, che i campi sono illegali e disumani e che ci siamo riuniti oggi per la prima volta compatti a favore dei nostri diritti”.

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sabato, 07 giugno 2008

Corteo antirazzista Roma domenica 8 giugno

Coordinamento Nazionale

Per promuovere un corteo di protesta civile contro atti di razzismo nei confronti dei Rom e Sinti   in Italia

Roma, domenica 8 giugno 2008

L'iniziativa è promossa da intellettuali italiani e Rom, associazioni, artisti e persone di buona volontà che non vogliono essere strumentalizzati da nessuno.

Le Associazioni che aderiscono all'iniziativa diventano automaticamente anche organizzatori e promotori partecipando con i propri rappresentanti al costituente Coordinamento Nazionale Permanente e al corteo antirazzista nel rispetto dei principi che hanno mosso l'iniziativa.

Domenica 8 giugno, Roma

postato da doktorgeiger alle ore giugno 07, 2008 09:23 | link | commenti (2)
categorie: politica, news, movimenti, manifestazioni, antifascismo, informazione, attualità, immigrati, emergenza, tirannia, capri espiatori
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venerdì, 06 giugno 2008

L'Italia non è più il Paese delle Meraviglie

Riceviamo e pubblichiamo

(uno dei tanti episodi che stanno devastando il nostro Paese, da Mestre a Milano  a Torino. Mi sa che "qualcuno" ha perso la testa...)

 Torino, 04 giugno 2008

Vogliamo denunciare un grave episodio, accaduto questa mattina, di cui è stata testimone una Mediatrice interculturale di Moncalieri. Alle 08:30 circa, sul bus 67 (capolinea di Moncalieri), pieno di gente che a quell’ora è diretta a scuola o a lavoro, è salita una pattuglia della polizia, ha intimato a tutti gli stranieri di scendere, ha diviso maschi e femmine con bambini, ha chiesto il permesso di soggiorno.

Molte persone avevano con sé solo la carta di identità italiana, altri il permesso di soggiorno, altri ancora né l’uno né l’altro. Tutto l’episodio si è svolto accompagnato da frasi quali : “non ce ne frega niente della vostra carta di identità italiana” , “è finita la pacchia”, “l’Italia non è più il Paese delle meraviglie”. 

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giovedì, 05 giugno 2008

Lo stato d'eccezione

Lo stato d'eccezione

di Paolo Persichetti

   guantaIn questi ultimi mesi, soprattutto dall'estate scorsa in poi, vi è stato un crescendo di emergenze, da nord a sud, dai nomadi ai rifiuti napoletani, già prima dell'ultimo governo Berlusconi. Termini come "stato d'emergenza", "decreti d'urgenza", "stato d'eccezione" sono così diventati, attraverso il continuo incalzare della cronaca quotidiana, familiari anche ai non addetti ai lavori. A fine aprile Berlusconi ha praticamente dichiarato lo "stato d'eccezione" affermando di voler governare con una raffica di decreti legge: "un decreto per ogni emergenza", cioè praticamente tutto poichè tutto &egr