“Ogni giorno si apprendono storie tremende, e tante di esse hanno a che fare con “forze dell’ordine” che, certe di un’impunità ormai pluridecennale, si permettono ogni tipo di crudeltà su persone indifese. Del resto è di questi giorni la sentenza per le torture nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 del 2001…Non voglio generalizzare. Esiste un manipolo di poliziotti (ho il piacere di conoscerne alcuni) e anche di carabinieri spaventati dai progressi che il fascismo, inteso come ideologia della sopraffazione su chi non si può difendere, fa tra i loro colleghi, specialmente se in posti di comando. La piaga che sta avvelenando la società italiana si manifesta anche in quell’ambiente, è ovvio. Con la differenza che parliamo di persone autorizzate a portare armi, e a usarle” (Valerio Evangelisti).
Quando parliamo di stato d’emergenza, paranoia securitaria, controllo, tendenze autoritarie e/o totalitarie, di solito ne parliamo per linee molto generali, per tendenze che cerchiamo di decifrare, ma che potrebbero successivamente venir contraddette, modificate, soppiantate, superate (uso il noi perché ovviamente non sono né il solo né il primo a farlo, e c’è chi lo fa molto meglio di me). Nel passaggio dalle decisioni politiche all’attuazione pratica, succede di tutto, spesso i presunti fini vanno a farsi benedire, mentre intanto i mezzi, la macchina operativa messa in moto va avanti per conto suo combinando sfracelli imprevedibili. Il fine giustifica sì i mezzi, ma nel senso che sono i mezzi a farla da padroni, senza curarsi se poi gli ingranaggi nel frattempo hanno procurato un po’ di “danni collaterali”. L’esempio più clamoroso è la guerra in Irak, già data per vinta dopo un mese di guerra aerea, e che è ancora lì, incerta se continuare per un altro decennio a macinare morti.
Non bisogna dimenticare che, a fare le spese dello stato d’emergenza e del crescente clima di aggressività e di sopraffazione, sono persone concrete, in carne e ossa, col loro vissuto, con le loro attese, gioie, speranze, debolezze. Come tutti. Come Andrea Tartari, accoltellato domenica a Ravenna a quanto pare da due camionisti. Un episodio che può capitare a chiunque, per una banale lite di traffico o di sguardi storti. Ma può capitare, sempre a Ravenna, una cittadina un po’ “nervosetta” ultimamente, che a fare le spese dell’aggressività generale e dell’eccesso di zelo della polizia municipale, siano tre nigeriani, come ci racconta lo scrittore e giornalista de Il Resto del Carlino Nevio Galeati, nel suo blog intitolato a Luca Corsini, l’”investigatore di provincia” protagonista dei suoi romanzi polizieschi. 
Certamente uno dei tanti episodi in un paese rapidamente divenuto il paese più razzista e pistolero d’Europa. Accade più o meno come in Momodou, il racconto di Wu Ming inserito nell'antologia Crimini italiani (Einaudi, 2008), che potete trovare qui: momodou.pdf. E alle pistolettate non sfuggono neppure i cervi, abbattuti così, tanto per, in pieno centro a Bolzano. La notizia viene poi costruita o ricostruita come meglio aggrada alle “forze dell’ordine” (che non sono sempre così, naturalmente, ma ultimamente lo sono spesso) e ai loro giornalisti embedded. E quando ci sono delle vittime, come nel caso di Federico Aldrovandi, di Riccardo Rasman, o di Aldo Bianzino, per parenti e amici diventa un calvario riuscire a ripristinare almeno in parte la verità e la dignità calpestati dalla certezza d’impunità di chi dovrebbe tutelare l’”ordine” e la “sicurezza”.

Rispetto alle tante “emergenze” di questi ultimi tempi (dai rifiuti ai migranti e ai Rom, dai graffitisti alle impronte digitali), sempre in nome della sicurezza, ho potuto constatare in molti post, e in molti commenti, una propensione filo-autoritaria, o meglio filo-totalitaria, un riflesso d’ordine particolarmente accanito o vendicativo, fatto proprio non solo da persone tradizionalmente di “destra”, conservatrici, reazionarie o “fasciste”, ma anche da persone che si auto considerano “libertarie” o “anarchiche”, nel senso più banale del termine, cioè “liberi da qualsiasi vincolo”, individualisti, narcisisti, vitalisti e “politicamente scorretti”. Gente allegra, comunicativa, moderna, festaiola, internettiana.
Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek faceva qualche anno addietro delle interessanti riflessioni in merito, in "Il godimento come fattore politico" (Raffaello Cortina editore, 2001) sulla contrapposizione fra “godimento” e “piacere”. Partendo dal famoso discorso di Joseph Goebbels sulla Guerra Totale, tenuto al Palasport di Berlino nel 1943, (“volete una guerra totale, più totale di quanto potreste mai immaginare?” - La risposta fanatica della massa urlante era: Sì! Sì! “), Zizek osserva che il godimento, a differenza del piacere, è “l'eccessivo piacere dato dalla rinuncia, o dallo stesso sacrificio”. Nella nostra società liberal-permissiva, che incita costantemente a godere il più possibile, il moderno edonismo rischia di trasformarsi nel più rigoroso ascetismo. Per poter davvero godere “bisogna fare jogging, sottomettersi a una dura dieta, non bere, non fumare o abbandonarsi a eccessi sessuali. L'edonismo vorrebbe confinarci nella società più regolamentata che la storia umana abbia mai conosciuto”.

Un regime totalitario (non semplicemente autoritario) si caratterizza, per Zizek, proprio per questo intreccio di dovere e godere (il regime soltanto autoritario ti impone il dovere, ma non di dover godere nel farlo). Fino al godimento dei soldati in guerra, al godimento della tortura. In Bosnia i fondamentalisti “dicevano che chi si fosse unito a loro avrebbe finalmente potuto uccidere, ammazzare, scopare, stuprare in libertà”. Come nel film Underground di Emir Kusturica, “un luogo dove la gente beve, fa sesso, mangia, uccide... è la "fantasia" occidentale dei Balcani. Kusturica soddisfa la richiesta di "primitivismo" dello spettatore occidentale.
Queste “fantasie” sono del resto evidenti nella personalità narcisistica dei cybernauti, le monadi che fanno parte del WWW in un gigantesco “solipsismo collettivo” che produce strani fenomeni come la “shared privacy”, la privacy condivisa, né pubblica né privata. L’isolamento si combina sempre più all’esposizione allo sguardo altrui, e al timore “di non venir guardati” (“Grande Fratello” docet).
Il godimento, che va distinto dall’antica nozione di piacere, essendone semmai una versione perversa o estatica, in quanto piacere perverso) costringe ciascuno ad accettare “liberamente” ciò che gli viene in realtà imposto. Questo mix micidiale di godimento e dovere, trasgressione e legge, in nome di una perversa adesione soggettiva agli imperativi del sistema, è per esempio particolarmente eclatante in personaggi pubblici come Mara Carfagna, Michela Brambilla, Irene Pivetti e loro emule; ma anche le reazioni a personaggi simili, come accade nel Grande Fratello o nelle trasmissioni defilippiche, sono improntate allo stesso humus, non fanno che riprodurlo, sguazzano nella stessa perversione, nello stesso impulso totalitario.
Il consenso politico di massa nella post-modernità integra dunque totalitariamente potere, godimento (perverso) e produzione di immaginario a mezzo di merci. Zizek traduce in termini filosofici e psicanalitici temi familiari ai lettori di William Burroughs o di James Ballard: chi controlla i desideri della massa controlla anche il potere politico.
La politica del godimento, che è anche una politica della prestazione (o della performance) fa propria l’intera sfera emotiva, dall’orgasmo allo stress, dal narcisismo alla malinconia, dall’ansia al panico, dall’invidia al gossip, dall’eccitazione alla paura. Non a caso uno dei più recenti e noti articoli di Slavoj Zizek, in piena emergenza sicurezza, si intitola “Quando la politica si affida alla paura”.
Uno degli aspetti più drammatici dello stato di emergenza permanente è la crescita esponenziale del ruolo e dell’importanza strategica del business della sicurezza e della paura, e quindi delle tecnologie di controllo e sorveglianza. Coloro che si affannano a richiamare le forze dell’ordine alla moderazione nell’uso di armi da fuoco o il governo nell’uso delle impronte digitali, senza mettere in discussione il paradigma della Sicurezza, assomigliano a coloro che vogliono spegnere un grande incendio con qualche secchiata d’acqua. Ingenui, subalterni, o complici.
In realtà l’allarme sicurezza sta già moltiplicando a dismisura la domanda del bene-sicurezza, sia nell’acquisto di armi o dispositivi elettronici, sia nella proliferazione di corpi di polizia privati. Va da sé che i businessmen della paura hanno tutto l’interesse a far crescere il mercato, facendo lievitare la domanda. Per esserci un business della sicurezza ci deve essere anche allarme, paura, emergenza permanente, distillata quotidianamente, in forma psicotica: la “percezione” di insicurezza, l’”intenzione” di reato. Fino alla paura dei “rumori”, dei graffiti o dei vicini.
Dopo il 9/11, il fatturato del settore della Homeland Security (
Un settore in grande crescita è quello delle apparecchiature per «tracciare» persone o cose. A questo proposito i sistemi di rilevamento delle impronte digitali sono già preistoria rispetto ad altri sistemi di identificazione biometrica (l’iride, i tratti del volto: Iditex, ID Systems). La tendenza generale è far ricadere a pioggia sul “mercato”, e sulla società civile, tecnologie squisitamente militari. La dinamicità del settore sfrutta il vuoto legislativo in materia, imponendo gli automatismi di mercato come urgenza, emergenza, eccezione. Questo spiega perché i Pacchetti Sicurezza vengono rinnovati a go-go, con l’incalzare di sempre nuove “urgenze”.
Ha ragione Cassandra Crossing-(Biometria, ideologia, incompetenza ed idiozia/p.aspx) quando sostiene che in Italia il problema della raccolta delle impronte digitali sui documenti di identità (e dei dati biometrici in generale) viene tuttora visto come “dibattito ideologico” piuttosto che come problema giuridico, costituzionale, per non dire tecnico e pratico. Per questo il “cittadino medio italiano” si comporta come un’”incompetente” e un “idiota”, pronto a farsi schedare volontariamente, quasi con orgoglio. “Tanto siamo tutti schedati!”.
Quel che non convince dell’articolo è che, di fronte all’offensiva tecno-autoritaria delle politiche governative (bipartisan), secondo l’autore basterebbe solo un po’ di buon senso e di “competenza” per modernizzare i documenti d’identità,

Ora, io non credo che CC sia un ingenuo. E’ un esperto di sicurezza e privacy informatica, quindi fa il suo mestiere. Fa delle domande retoriche, invitando forse a risposte altrettanto scontate. Ci spiega bene come ci sia stata una deroga “sperimentale” al regolamento tecnico della legge istitutiva della CIE che non prevedeva alcuna memorizzazione da nessuna parte delle impronte digitali. CC non mette in discussione i principi ispiratori della CIE. ma vorrebbe limitarne e prevenirne rischi e abusi.
Ma, alla luce di quanto detto prima sul mercato della sicurezza, la difesa della privacy contro l’invasività del tecno-controllo autoritario appare subito una battaglia di retroguardia superata dai fatti stessi. Buona per metterci a posto con la nostra coscienza “democratica” e “legalitaria”. Non molto dissimile dai richiami e dalle lamentazioni dei garanti della privacy (come Rodotà o Pizzetti) cui s’ispira. Ma del tutto subalterna e mistificatoria rispetto alle reale portata della guerra in corso, come vedremo nei prossimi post.
Le oche di Lorenz e “i nuovi barbari”
Durante una recente passeggiata in campagna con alcuni amici siamo stati aggrediti da un paio di oche particolarmente vivaci. In particolare una di esse, seguita dall’altra, si ostinava a inseguire uno di noi, fra le risate generali.
L’etologo Konrad Lorenz (L’aggressività) ha scoperto che “quando due oche avvicinandosi mostrano segnali di ostilità, il più delle volte convogliano la loro aggressività reciproca contro un oggetto terzo”. L’evoluzione ha cristallizzato questa schermaglia in una sequenza comportamentale tipica che serve a creare un legame. Alcuni comportamenti aggressivo-rituali degli animali, come le oche, abbozzano infatti quello che presso le comunità umane, diverrà un vero e proprio meccanismo vittimario. Scaricando l’aggressività interindividuale su terzi si forma un forte legame empatico tra gli esseri umani che sacrificano un comune capro espiatorio. 
In altri termini, l’atto di convogliare l’aggressività interspecifica di un dato gruppo contro un elemento esterno (o un elemento interno percepito come esterno) crea una forte coesione nel gruppo stesso: ”l’aggressività discriminatoria verso gli estranei e il vincolo tra i membri di un gruppo si intensificano a vicenda” (KL).
Una forma innocua di vittimizzazione è la risata umana, che appare allo stesso Lorenz come un modo innocuo per ridirezionare l’aggressività. Se più persone in un gruppo ridono di una terza persona esterna al gruppo, si sentirà immediatamente il crearsi di una sorta di catena di empatia, un legame con gli altri individui interni al gruppo. Assumere un comune capro espiatorio, simbolico o reale, è un sistema infallibile per creare vincoli di solidarietà e amicizia.
Ironia, sarcasmo, cinismo, luoghi comuni, gossip, avanspettacolo, dominano lo scenario mediatico e politico, al punto che si può parlare di “comportamentismo” dei media, una stretta relazione fra lo studio del comportamento animale e umano con le nuove tecnologie di comunicazione di massa.
Un esempio, offerto da un indagine del Censis su “giovani e media”, è costituito dagli SMS. Secondo questa indagine, mentre i giovani fra i 25 e i 30 anni usano il cellulare “per stretta necessità”, cioè per “telefonare”, gli adolescenti fra i 14 e i 18 anni lo usano sostanzialmente per mandare “messaggini”, rivelando una diversa modalità di comunicazione e di linguaggio, e quindi di relazionarsi. Per gli adulti “nei messaggini, si scrivono soltanto cavolate». Ma per un etologo, non sarebbe altro che “un verso delle oche” umano. Cercando di decifrare i versi delle oche, Lorenz concluse che il contenuto del verso era fondamentalmente un semplice attestato, un'estrinsecazione di esistenza, come a dire: «Io ci sono...e tu ci sei?». Il contenuto viene dopo, o è indifferente, ma sempre subordinato a questo richiamo "cifrato". La trama comunicativa degli adolescenti, le nostre oche, si svolgerebbe dunque sulla stesura dei 160 caratteri dell’SMS in quanto “messaggio nella bottiglia”: «Io ci sono...e tu ci sei?». Il medium è il messaggio, o il “massaggio”.

Non diversamente accade con l’ancora più semplice “squillino”, “un attestato di esistenza puro e semplice”, così descritto dal Censis: «Chiunque abbia a che fare con gli adolescenti, sa che il telefonino di ciascuno di loro spesso squilla solo perché qualcuno vuole fargli sapere che lo sta pensando: si controlla a chi appartiene il numero da cui è arrivata la "chiamata persa" e si è contenti per il pensiero». E se la persona a cui si fa lo squillo non fa altrettanto? “Allora subentra una specie di ansia da abbandono, che spinge l'adolescente a mandare ai suoi coetanei prima richieste di funzionamento del canale, poi appelli alla risposta”.
Però conosco un sacco di adulti che fanno la stessa cosa. E mi chiedo se in fondo lo stesso modello di trama comunicativa non valga anche per Internet, per i blog, le chat, i forum, etc, fatte le dovute eccezioni. In una società dominata dalla pervasività delle tecnologie di comunicazione di massa, il comico, il cabarettista, l’attore di avanspettacolo, lo sceneggiatore interpretano più facilmente o più direttamente i “versi delle oche” della massa. Ma, allo stesso tempo, queste forme di aggregazione “virtuale”, anche quando riprodotte “in piazza” (la piazza “reale” come semplice estensione di quella “virtuale”) non rischiano di riproporre “geneticamente” modelli di comportamento e di aggregazione di “gruppo” aggressivi come quelli delle oche di Lorenz?
Analoghe considerazioni, ma di tipo antropologico, spingono Elias Canetti ad analizzare forme di associazione come il branco, le mute (di caccia, di guerra, etc.), l'orda e le masse:
“ La vittima è lo scopo; ma essa è anche il punto di massima concentrazione: essa riunisce in sé le azioni di tutti. Scopo e concentrazione coincidono…Si deve aggiungere che la minaccia della morte, cui sottostanno tutti gli uomini e che è sempre viva sotto molteplici maschere, sebbene non stia continuamente dinnanzi agli occhi, crea il bisogno di deviare la morte su altri. La formazione di masse aizzate viene incontro a quel bisogno…
Fra le specie di morte decretate contro un singolo da un’orda o da un popolo, possiamo distinguere due forme principali, una delle quali è l’espulsione...
L’altra forma è quella dell’uccisione collettiva…Nelle religioni che prevedono un inferno si aggiunge qualcosa d’altro: alla morte collettiva per fuoco, che è un simbolo della massa, si ricollega l’idea dell’espulsione: cioè l’espulsione nell’inferno, la consegna ai nemici infernali…”
(Massa e potere, Adelphi, p.58-60, trad. di Furio Jesi, 1981)
Yosuke Ueno via www.mondobizzarro.net/gallery/index.php
Vi sono polemiche e scenari culturali che in Italia sono destinati a restare underground, a causa dell’asfittico panorama editoriale, appena ravvivato da piccole coraggiose iniziative, che però restano sempre di nicchia. Altrove, per esempio in Francia, sono gli intellettuali e gli scrittori a lanciare veri e propri manifesti politici, da un Michel Houellebecq a un Alain Badiou, da un Bernard-Henry Levy a un Serge Latouche.
In Italia no. Per le ragioni strutturali spiegate in maniera sintetica ed efficace dall’articolo odierno di Ilvo Diamanti su Repubblica.it.html, “il regime mediocratico” italiano ha attribuito a giornalisti e comici quel ruolo che competeva a scrittori, filosofi e intellettuali. Infatti le querelles culturali nell’ex Belpaese sono suscitate dai giornalisti o dai comici: da Roberto Saviano a Giuliano Ferrara, da Magdi Allam a Gian Antonio Stella, da Beppe Grillo a Sabina Guzzanti. Sfido a dirmi quanti conoscono Alessandro Dal Lago o Giorgio Agamben, Adriano Prosperi o Erri De Luca. La solita nicchia di ultra-lettori, immagino, da cercare col lanternino, anche in rete.
Tutto ciò ha infatti un’ampia ricaduta sui temi predominanti trattati nella bloggopalla ritenuta a torto indipendente e avanguardistica. La maggior parte dei bloggers, compresi molti di “sinistra”, vanno troppo spesso a rimorchio, per “stare sulla notizia”, senza aggiungere molto al già detto e al già visto. Quando proprio si vuol dare un tocco di “cultura” al post, allora ci si dovrà rifare all’immancabile Pasolini. Il quale, almeno, non può rispondere con un post o un commento.
(in compenso, devo dire, che come Dio ha creato mosche e zanzare, Microsoft ha creato il correttore automatico di Word, che implacabilmente trasforma Pasolini in Pisolini, Guzzanti in Guzzini, Calimera in Calmiera, e io a “ripristinare” come un coglione…)
PS sullo stesso argomento, o quasi, mi sembra interessante questo articolo pubblicato ieri su www.senzasoste.it/, "La morte di Funari, avanguardia della tv spazzatura".
Intervista a Giorgio Agamben
Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione pubblica cresce un senso di insicurezza. Perché la questione sicurezza è oggi la più sentita?
«Come già lo Stato di eccezione, oggi
Tanto più inefficaci di fronte a un kamikaze. Che per definizione agisce una volta sola!
«Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e
Il delitto Reggiani a Roma ha avuto come conseguenza l’abbattimento di campi Rom e, di fatto, la messa in discussione del principio della libera circolazione delle persone, che è tra i fondamenti dell’Unione Europea, di cui 
«Il dato di fatto più preoccupante, di fronte a misure che violano i più elementari principi di diritto, è il silenzio dei giuristi. All’interno del pacchetto sulla Sicurezza annunciato ci sono disposizioni - come quelle nei confronti della pedofilia on line - che di fatto istituiscono il reato d’intenzione. Ma nella storia del diritto l’intenzione può costituire un’aggravante; non può essere mai un crimine in sé. È solo un esempio della barbarie giuridica cui siamo di fronte: abbiamo assistito a dibattiti sull’opportunità o meno di praticare la tortura. Se uno storico confrontasse i dispositivi di legge esistenti durante il Fascismo e quelli in vigore oggi, ho paura che dovrebbe concludere a sfavore del presente. Sono ancora vigenti leggi, emanate durante i cosiddetti anni di piombo, che vietano di ospitare una persona in casa propria senza denunciarne la presenza all’autorità di polizia entro ventiquattro ore. Norma che nessuno applica, e della quale la maggior parte delle persone neppure è a conoscenza; ma che punisce tale comportamento con un minimo di sei mesi di reclusione!»
Questo stato di cose deforma anche la nostra percezione del tempo. Sia i controlli proposti come preventivi e invece tardivi, sia l’intenzione sessuale che al contrario punisce reati non ancora commessi (così realizzando un racconto di Philip K. Dick portato al cinema da Spielberg), istituiscono un falso presente. Non crede sia entrato in crisi l’unico fra i valori della Rivoluzione francese che sembrava ancora avere un qualche appeal, e cioè quello della Libertà?
«Questo in larga misura è già un dato di fatto. Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto.»
Tutto ciò in nome della democrazia. Mistificazione anzitutto linguistica, proprio come quella del 1984 di Orwell: Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà. Parla chiaro la storia linguistica delle pratiche di guerra condotte negli ultimi quindici anni. In questo modo non le pare che la politica, intesa come dibattito delle opinioni, non abbia più alcuno spazio?
«Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo».
CHI E'
Il filosofo Giorgio Agamben è nato a Roma nel 1942. Laureatosi in legge nel 1965 con una tesi su Simone Weil, ha scritto numerosi saggi sui rapporti tra filosofia e politica, fra cui Homo sacer - Il potere sovrano e la nuda vita e Stato di eccezione. Ha insegnato al Collège International de philosophie di Parigi e in numerose università americane. Ora è all'Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di Venezia.
Credits.
Nella foto grande, Antonin Artaud nel ruolo di Marat in "Napoléon" di Abel Gance (1925).
Nella foto piccola, Giorgio Agamben interpreta l'apostolo Filippo in "Il Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini (1964).
Intervista pubblicata su La Stampa, 27.11.2007, all'epoca del "Pacchetto Sicurezza" del ministro Amato.


Note sull'istruzione programmata e sulle tecnologie del sè.
Forse e' proprio la solitudine che va politicamente organizzata.
(Christian Marazzi)
Non e' un fatto accidentale che la parola apprendimento ricorra con frequenza nelle sperimentazioni sul comportamento animale dei behavioristi
(it.wikipedia.org/wiki/Comportamentismo). Thorndike, l'ideatore delle gabbie-problema e per certi versi il pioniere del behaviorismo, dedico' gran parte della sua carriera successiva ai problemi dell'educazione e dell'istruzione dei bambini.
Fu Thorndike, nel
Qui e' da notare il fatto che ottant'anni prima che il calcolatore digitale si candidasse a sistema universale per l'implementazione dell'istruzione programmata, i modelli di programmazione dell'apprendimento behavioristi erano gia' stati ideati e avevano iniziato a suscitare entusiasmo nella piccola borghesia americana.
Sidney Pressey, un allievo di Thorndike, realizzava nel 1926 la prima “teaching machine”. La macchina di Pressey aveva l'aspetto di una macchina da scrivere, il cui carrello era corredato di una finestra in cui venivano presentate una domanda e quattro possibili risposte, delle quali una sola era quella giusta. Su un lato del carrello vi erano quattro pulsanti e l'utente era invitato a premere quello corrispondente alla risposta che riteneva esatta.
Alla pressione del tasto la macchina registrava la risposta su un contatore situato dietro il carrello e quindi proponeva la successiva domanda. Finita la prova l'utente poteva riesaminare il foglio del contatore per valutare il punteggio ottenuto e gli eventuali errori commessi. Pressey nei suoi libri affermava di confidare nel fatto che la sua macchina avrebbe condotto ad una “rivoluzione industriale nell'educazione”.
La grande depressione del '29 e la seconda guerra mondiale limitarono notevolmente le possibilita' di sviluppo dei progetti di Pressey. Se Pressey, e in seguito Skinner, svolsero le loro attività in buona sintonia con l'accademia, l'istruzione programmata trovo' nel mercato una sponda altrettanto affidabile. In un libro degli anni '60 intitolato Macchine per insegnare lo studioso francese Bernard Planque lamentava come: “ (...) si possono trovare nei drugstores di New York, per un dollaro, delle buste contenenti schede programmate che garantiscono che saprete tutto su Mozart o Einstein e che non dimenticherete mai nulla”. Per buona parte del secolo breve, ogni “oneself made man” statunitense, ogni famiglia che coltivava il sogno dell'american way of life, prima o poi, avrebbe finito con l'imbattersi nei prodotti ispirati ai principi dell'istruzione programmata.
Come scrive Luciano Mecacci, il comportamentismo fu a livello di massa: “una psicologia del far da se' adeguata ad una borghesia che aveva dato prova di ottimismo ed efficienza nel superamento delle crisi economiche del dopoguerra e del
La critica di Skinner alle prime teaching machine si appunta su una insufficiente analisi delle fasi di apprendimento e sulla scarsa importanza attribuita ai rinforzi, cioè ai premi.
“Una delle differenze principali esistenti tra un testo e un programma, e' data dal fatto che il primo riesce ad insegnare solo quando agli studenti sono state fornite della ragioni estrinseche per studiarlo, mentre il programma ha queste ragioni al suo interno” .
Con questa singolare affermazione Skinner intendeva dire che la gratificazione doveva essere generata dal programma stesso. A differenza di quanto accadeva nel sistema di Pressey, in cui le risposte sarebbero state esaminate alla fine dell'esercizio, Skinner sosteneva che la correzione degli errori doveva essere realizzata dal sistema in modo immediato.
[*] Dietro lo pseudonimo di Rattus Norvegicus si nasconde uno studioso del comportamento umano e animale, psicologo sperimentale per formazione, che scruta gli scenari del lavoro immateriale e flessibile con sguardo da antropologo. Seguendo per necessita' e per virtu' il metodo dell'osservazione partecipante si è occupato per anni di interfacce uomo-macchina, di videogiochi, di Intelligenza Artificiale, di didattica informatizzata, di ausili informatici per disabili.
Ha collaborato con numerose riviste tra cui Cyberzone, Informazione in Psicologia, "Musica!" e con innumerevoli aziende tra cui Ipermedia, Bitnet, Dedalo, Numerica, I.Li.Tec, Hochfeiler sistemi. Ha tenuto conferenze e seminari presso biblioteche pubbliche, cattedre universitarie e associazioni culturali.