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"Chi non ha conosciuto la tentazione di essere il primo nella comunità non capirà nulla del gioco politico, della volontà di assoggettare gli altri per farne degli oggetti, né intuirà gli elementi di cui si compone l’arte del disprezzo…" (E.Cioran)
martedì, 15 luglio 2008

Le oche di Lorenz e i nuovi barbari

 

Le oche di Lorenz e “i nuovi barbari”     

  

 

   Durante una recente passeggiata in campagna con alcuni amici siamo stati aggrediti da un paio di oche particolarmente vivaci. In particolare una di esse, seguita dall’altra, si ostinava a inseguire uno di noi, fra le risate generali.

 

   L’etologo Konrad Lorenz (L’aggressività) ha scoperto che  “quando due oche avvicinandosi mostrano segnali di ostilità, il più delle volte convogliano la loro aggressività reciproca contro un oggetto terzo”. L’evoluzione ha cristallizzato questa schermaglia in una sequenza comportamentale tipica che serve a creare un legame. Alcuni comportamenti aggressivo-rituali degli animali, come le oche, abbozzano infatti quello che presso le comunità umane, diverrà un vero e proprio meccanismo vittimario. Scaricando l’aggressività interindividuale su terzi si forma un forte legame empatico tra gli esseri umani che sacrificano un comune capro espiatorio. Konrad1

 

   In altri termini, l’atto di convogliare l’aggressività interspecifica di un dato gruppo contro un elemento esterno (o un elemento interno percepito come esterno)  crea una forte coesione nel gruppo stesso: ”l’aggressività discriminatoria verso gli estranei e il vincolo tra i membri di un gruppo si intensificano a vicenda” (KL).

 

   Una forma innocua di vittimizzazione è la risata umana, che appare allo stesso Lorenz come un modo innocuo per ridirezionare l’aggressività.  Se più persone in un gruppo ridono di una terza persona esterna al gruppo, si sentirà immediatamente il crearsi di una sorta di catena di empatia, un legame con gli altri individui interni al gruppo. Assumere un comune capro espiatorio, simbolico o reale, è un sistema infallibile per creare vincoli di solidarietà e amicizia.  

 

   Ironia, sarcasmo, cinismo, luoghi comuni, gossip, avanspettacolo, dominano lo scenario mediatico e politico, al punto che si può parlare di “comportamentismo” dei media, una stretta relazione fra lo studio del comportamento animale e umano con le nuove tecnologie di comunicazione di massa.

 

   Un esempio, offerto da un indagine del Censis su “giovani e media”, è costituito dagli SMS.  Secondo questa indagine, mentre i giovani fra i 25 e i 30 anni  usano il cellulare “per stretta necessità”, cioè per “telefonare”, gli adolescenti fra i 14 e i 18 anni lo usano sostanzialmente per mandare “messaggini”, rivelando una diversa modalità di comunicazione e di linguaggio, e quindi di relazionarsi.  Per gli adulti “nei messaggini, si scrivono soltanto cavolate». Ma per un etologo, non sarebbe altro che “un verso delle oche” umano. Cercando di decifrare i versi delle oche, Lorenz concluse che il contenuto del verso era fondamentalmente un semplice attestato, un'estrinsecazione di esistenza, come a dire: «Io ci sono...e tu ci sei?». Il contenuto viene dopo, o è indifferente, ma sempre subordinato a questo richiamo "cifrato". La trama comunicativa degli adolescenti, le nostre oche, si svolgerebbe dunque sulla stesura dei 160 caratteri dell’SMS in quanto “messaggio nella bottiglia”: «Io ci sono...e tu ci sei?». Il medium è il messaggio, o il “massaggio”.

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   Non diversamente accade con l’ancora più semplice “squillino”, “un attestato di esistenza puro e semplice”,  così descritto dal Censis: «Chiunque abbia a che fare con gli adolescenti, sa che il telefonino di ciascuno di loro spesso squilla solo perché qualcuno vuole fargli sapere che lo sta pensando: si controlla a chi appartiene il numero da cui è arrivata la "chiamata persa" e si è contenti per il pensiero». E se la persona a cui si fa lo squillo non fa altrettanto? “Allora subentra una specie di ansia da abbandono, che spinge l'adolescente a mandare ai suoi coetanei prima richieste di funzionamento del canale, poi appelli alla risposta”.

 

   Però conosco un sacco di adulti che fanno la stessa cosa. E mi chiedo se in fondo lo stesso modello di trama comunicativa non valga anche per Internet, per i blog, le chat, i forum, etc, fatte le dovute eccezioni. In una società dominata dalla pervasività delle tecnologie di comunicazione di massa, il comico, il cabarettista, l’attore di avanspettacolo, lo sceneggiatore interpretano più facilmente o più direttamente i “versi delle oche” della massa. Ma, allo stesso tempo, queste forme di aggregazione “virtuale”, anche quando riprodotte “in piazza” (la piazza “reale” come semplice estensione di quella “virtuale”) non rischiano di riproporre “geneticamente” modelli di comportamento e di aggregazione di “gruppo” aggressivi come quelli delle oche di Lorenz?


   Analoghe considerazioni, ma di tipo antropologico, spingono Elias Canetti ad analizzare forme di associazione come il branco, le mute (di caccia, di guerra, etc.), l'orda e le masse:  


“ La vittima è lo scopo; ma essa è anche il punto di massima concentrazione: essa riunisce in sé le azioni di tutti. Scopo e concentrazione coincidono…Si deve aggiungere che la minaccia della morte, cui sottostanno tutti gli uomini e che è sempre viva sotto molteplici maschere, sebbene non stia continuamente dinnanzi agli occhi, crea il bisogno di deviare la morte su altri. La formazione di masse aizzate viene incontro a quel bisogno…


   Fra le specie di morte decretate contro un singolo da un’orda o da un popolo, possiamo distinguere due forme principali, una delle quali è l’espulsione...

   L’altra forma è quella dell’uccisione collettiva…Nelle religioni che prevedono un inferno si aggiunge qualcosa d’altro: alla morte collettiva per fuoco, che è un simbolo della massa, si ricollega l’idea dell’espulsione: cioè l’espulsione nell’inferno, la consegna ai nemici infernali…”


 

(Massa e potere, Adelphi, p.58-60, trad. di Furio Jesi, 1981)  

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 15, 2008 10:49 | link | commenti
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domenica, 13 luglio 2008

Grilli parlanti e scrittori muti

3g   Yosuke Ueno via www.mondobizzarro.net/gallery/index.php  




   Vi sono polemiche e scenari culturali che in Italia sono destinati a restare underground, a causa dell’asfittico panorama editoriale, appena ravvivato da piccole coraggiose iniziative, che però restano sempre di nicchia. Altrove, per esempio in Francia, sono gli intellettuali e gli scrittori a lanciare veri e propri manifesti politici, da un Michel Houellebecq a un Alain Badiou, da un Bernard-Henry Levy a un Serge Latouche.

 

   In Italia no. Per le ragioni strutturali spiegate in maniera sintetica ed efficace dall’articolo odierno di Ilvo Diamanti su Repubblica.it.html, “il regime mediocratico” italiano ha attribuito a giornalisti e comici quel ruolo che competeva a scrittori, filosofi e intellettuali. Infatti le querelles culturali nell’ex Belpaese sono suscitate dai giornalisti o dai comici: da Roberto Saviano a Giuliano Ferrara, da Magdi Allam a Gian Antonio Stella, da Beppe Grillo a Sabina Guzzanti. Sfido a dirmi quanti conoscono Alessandro Dal Lago o Giorgio Agamben, Adriano Prosperi o Erri De Luca. La solita nicchia di ultra-lettori, immagino, da cercare col lanternino, anche in rete.

 

   Tutto ciò ha infatti un’ampia ricaduta sui temi predominanti trattati nella bloggopalla ritenuta a torto indipendente e avanguardistica. La maggior parte dei bloggers, compresi molti di “sinistra”,  vanno troppo spesso a rimorchio, per “stare sulla notizia”, senza aggiungere molto al già detto e al già visto. Quando proprio si vuol dare un tocco di “cultura” al post, allora ci si dovrà rifare all’immancabile Pasolini. Il quale, almeno, non può rispondere con un post o un commento.

 

(in compenso, devo dire, che come Dio ha creato mosche e zanzare, Microsoft ha creato il correttore automatico di Word, che implacabilmente trasforma Pasolini in Pisolini, Guzzanti in Guzzini, Calimera in Calmiera, e io a “ripristinare” come un coglione…)



PS sullo stesso argomento, o quasi, mi sembra interessante questo articolo pubblicato ieri su www.senzasoste.it/,  "La morte di Funari, avanguardia della tv spazzatura".

postato da doktorgeiger alle ore luglio 13, 2008 11:18 | link | commenti (3)
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mercoledì, 25 giugno 2008

Comportamentismo e istruzione programmata

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Note sull'istruzione programmata e sulle tecnologie del sè.

 

di  Rattus Norvegicus Albinus (*)

 

Forse e' proprio la solitudine che va politicamente organizzata.

(Christian Marazzi)

 

   Non e' un fatto accidentale che la parola apprendimento ricorra con frequenza nelle sperimentazioni sul comportamento animale dei behavioristi

(it.wikipedia.org/wiki/Comportamentismo). Thorndike, l'ideatore delle gabbie-problema e per certi versi il pioniere del behaviorismo, dedico' gran parte della sua carriera successiva ai problemi dell'educazione e dell'istruzione dei bambini.

 

   Fu Thorndike, nel 1912, a fornire una prima descrizione di quella tecnologia dell'apprendimento che in seguito sarebbe stata definita istruzione programmata (www.univirtual.it/cap04.pdf). In Education, a first book Thorndike concepi' la possibilita' di realizzare un libro che fosse in grado di rendere automatico il processo di correzione degli errori dello studente: “Se, per un miracolo dell'ingegno meccanico, un libro potesse essere arrangiato in modo tale che solo chi ha realizzato quanto era richiesto sulla pagina numero uno possa accedere alla pagina due, e cosi' via, molto di quanto oggi richiede una formazione personale potrebbe essere realizzato attraverso la stampa”.

 

   Qui e' da notare il fatto che ottant'anni prima che il calcolatore digitale si candidasse a sistema universale per l'implementazione dell'istruzione programmata, i modelli di programmazione dell'apprendimento behavioristi erano gia' stati ideati e avevano iniziato a suscitare entusiasmo nella piccola borghesia americana.

 

   Sidney Pressey, un allievo di Thorndike, realizzava nel 1926 la prima “teaching machine”. La macchina di Pressey aveva l'aspetto di una macchina da scrivere, il cui carrello era corredato di una finestra in cui venivano presentate una domanda e quattro possibili risposte, delle quali una sola era quella giusta. Su un lato del carrello vi erano quattro pulsanti e l'utente era invitato a premere quello corrispondente alla risposta che riteneva esatta.

 

   Alla pressione del tasto la macchina registrava la risposta su un contatore situato dietro il carrello e quindi proponeva la successiva domanda. Finita la prova l'utente poteva riesaminare il foglio del contatore per valutare il punteggio ottenuto e gli eventuali errori commessi. Pressey nei suoi libri affermava di confidare nel fatto che la sua macchina avrebbe condotto ad una “rivoluzione industriale nell'educazione”.

 

   La grande depressione del '29 e la seconda guerra mondiale limitarono notevolmente le possibilita' di sviluppo dei progetti di Pressey. Se Pressey, e in seguito Skinner, svolsero le loro attività in buona sintonia con l'accademia, l'istruzione programmata trovo' nel mercato una sponda altrettanto affidabile. In un libro degli anni '60 intitolato Macchine per insegnare lo studioso francese Bernard Planque lamentava come: “ (...) si possono trovare nei drugstores di New York, per un dollaro, delle buste contenenti schede programmate che garantiscono che saprete tutto su Mozart o Einstein e che non dimenticherete mai nulla”. Per buona parte del secolo breve, ogni “oneself made man” statunitense, ogni famiglia che coltivava il sogno dell'american way of life, prima o poi, avrebbe finito con l'imbattersi nei prodotti ispirati ai principi dell'istruzione programmata.

 

   Come scrive Luciano Mecacci, il comportamentismo fu a livello di massa: “una psicologia del far da se'  adeguata ad una borghesia che aveva dato prova di ottimismo ed efficienza nel superamento delle crisi economiche del dopoguerra e del 1929”. Skinner approfondisce l'indagine sulle “tecnologie dell'educazione” raffinandone l'architettura e gli ambiti di applicazione. L'esperienza maturata con gli animali attraverso il condizionamento operante gli consente di individuare alcuni elementi che ritiene innovativi rispetto alle primitive concettualizzazioni di Thorndike e di Pressey.

 

   La critica di Skinner alle prime teaching machine si appunta su una insufficiente analisi delle fasi di apprendimento e sulla scarsa importanza attribuita ai rinforzi, cioè ai premi.

 

“Una delle differenze principali esistenti tra un testo e un programma, e' data dal fatto che il primo riesce ad insegnare solo quando agli studenti sono state fornite della ragioni estrinseche per studiarlo, mentre il programma ha queste ragioni al suo interno” .

 

   Con questa singolare affermazione Skinner intendeva dire che la gratificazione doveva essere generata dal programma stesso. A differenza di quanto accadeva nel sistema di Pressey, in cui le risposte sarebbero state esaminate alla fine dell'esercizio, Skinner sosteneva che la correzione degli errori doveva essere realizzata dal sistema in modo immediato. 

 

 

[*] Dietro lo pseudonimo di Rattus Norvegicus si nasconde uno studioso del comportamento umano e animale, psicologo sperimentale per formazione, che scruta gli scenari del lavoro immateriale e flessibile con sguardo da antropologo. Seguendo per necessita' e per virtu' il metodo dell'osservazione partecipante si è occupato per anni di interfacce uomo-macchina, di videogiochi, di Intelligenza Artificiale, di didattica informatizzata, di ausili informatici per disabili.

 

Ha collaborato con numerose riviste tra cui Cyberzone, Informazione in Psicologia, "Musica!" e con innumerevoli aziende tra cui Ipermedia, Bitnet, Dedalo, Numerica, I.Li.Tec, Hochfeiler sistemi. Ha tenuto conferenze e seminari presso biblioteche pubbliche, cattedre universitarie e associazioni culturali.

 

 

 

postato da doktorgeiger alle ore giugno 25, 2008 06:15 | link | commenti
categorie: musica, riflessioni, tecnologia, storia, internet, interventi, analisi, informazione, controllo, comportamentismo
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venerdì, 06 giugno 2008

L'Italia non è più il Paese delle Meraviglie

Riceviamo e pubblichiamo

(uno dei tanti episodi che stanno devastando il nostro Paese, da Mestre a Milano  a Torino. Mi sa che "qualcuno" ha perso la testa...)

 Torino, 04 giugno 2008

Vogliamo denunciare un grave episodio, accaduto questa mattina, di cui è stata testimone una Mediatrice interculturale di Moncalieri. Alle 08:30 circa, sul bus 67 (capolinea di Moncalieri), pieno di gente che a quell’ora è diretta a scuola o a lavoro, è salita una pattuglia della polizia, ha intimato a tutti gli stranieri di scendere, ha diviso maschi e femmine con bambini, ha chiesto il permesso di soggiorno.

Molte persone avevano con sé solo la carta di identità italiana, altri il permesso di soggiorno, altri ancora né l’uno né l’altro. Tutto l’episodio si è svolto accompagnato da frasi quali : “non ce ne frega niente della vostra carta di identità italiana” , “è finita la pacchia”, “l’Italia non è più il Paese delle meraviglie”. 

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martedì, 03 giugno 2008

Il rap della monnezza

“Gli italiani non sono razzisti” si raccontava allegramente sui giornali o nelle chiacchiere da bar. Erano occupati a disprezzarsi fra di loro, e a sentirsi “Italiani” in occasione delle partite della Nazionale.

    E’ bastato un primo afflusso, neppure straordinario, di “stranieri” (fin dai tempi dei primi sbarchi di albanesi), per scatenare tutto il peggio della fogna razzista e fascista o del “piccolo uomo della strada”.

(dal mio post “non si affitta ai meridionali”)

  

   Se si vuole tastare  il “sentire profondo” del cosiddetto “paese reale”, basta andare a visitare i commenti dei video YouTube su Chiaiano. o la galassia dei blog qualunque. In confronto Alemanno  vi sembrerà una mammoletta. Non c’è nemmeno bisogno di prendersela con gli zingari, possiamo fare tutto inter nos.

 

   I commenti che seguono sono ripresi, a mo’ di esempio, da YouTube. Ma ci si può divertire a rimixarli in tutte le salse.

 

 

 

 

“crepate nella vostra merda, napoletani”.

Naaapoooleetaaaniiii:::
la munnezza non si deve bruciare sempre noi ce la respiriamo...
dobbiamo iniziare ad appicciare politici, camorristi e divise se necessario.
Questa è la nostra salute !!!!!!!!!!!!!!!
Berluscò richiamati i tuoi sbirri.

 

Torneremo a splendere un giorno e voi razzisti tornerete ad invidiare tutto ciò che abbiamo di buono!
NON PERMETTEREMO A CHI VUOLE IL NOSTRO MALE DI GHETTIZZARCI

postato da doktorgeiger alle ore giugno 03, 2008 17:35 | link | commenti (3)
categorie: deliri, internet, comunicazione, manifestazioni, emergenza, miserabili, capri espiatori, italian macaroni
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sabato, 03 maggio 2008

American Nightmare

manfredkielnhofer1Manfred Kielnhofer/ via ArtMoCo/

AMERICAN NIGHTMARE

   Ripropongo qui  l’introduzione di Valerio Evangelisti al volume di Sbancor, American Nightmare. pubblicato da Nuovi Mondi Media nel 2003. Sbancor, o Franco Lattanzi, deceduto l’altro ieri, era operatore finanziario presso uno dei più importanti istituti di credito italiani, profondo conoscitore di finanza internazionale e collaboratore di numerosi siti indipendenti. 

   Sbancor, rispetto ad altri uomini del mondo finanziario divenuti noti sotto pseudonimo, ha una caratteristica: sa scrivere. I suoi interventi, ormai notissimi a chi frequenta i siti di Internet "alternativi", "antagonisti" e di controinformazione, non sono mai fredde rassegne di dati e di interpretazioni. In essi, alla lettura critica degli eventi economici e all'esposizione delle connessioni che permettono di intenderne il significato, si sommano riferimenti alla storia, all'esperienza personale, a fatti di cronaca trascurati o non valorizzati il giusto. Sbancor e', in questo senso, una straordinaria macchina per la conservazione della memoria o, se vogliamo usare un esempio piu' pittoresco, il guardiano di uno di quei pannelli su cui, negli uffici o in qualche scuola, vengono fissati gli appunti con puntine da disegno.
Normalmente, dei piu' ingialliti tra quegli appunti ci si scorda. Sbancor invece li ha tutti presenti e, quando occorre, interviene a illustrarcene una possibile coerenza. Piu' suggerendola, pero', che cercando di renderla totalmente visibile.

Il margine di autonomia lasciato al fruitore e' cio' che, oltre alla competenza, distingue Sbancor dalla specie in crescita anche in Europa dei cultori di teorie cospirative. Laddove questi ultimi accordano pari dignita' a un articolo di giornale, a una foto appannata e a una comparazione statistica, per poi correre immediatamente alle conclusioni, Sbancor privilegia le fonti solide e le espone in ordine apparentemente casuale, limitandosi a lasciare intuire il quadro capace di dimostrarne l'organicita'. Il metodo dei primi (i Maurizio Blondet, i Thierry Meyssan ecc.) deve molto al cosiddetto "negazionismo" dell'Olocausto, con la sua puntigliosita' resa inane dall'assenza di uno sfondo credibile. Al contrario, il metodo di Sbancor non dimentica mai la cornice di verita', storica e umana, che sola puo' dare rilievo al particolare; tanto che ogni volta che puo' ricorre all'espediente narrativo, capace di riportare in primo piano, sia pur sommessamente, valori, scelte di campo e contraddizioni.
Contrariamente al vocabolario usuale, la metodologia dei "cospirazionisti" e' induttiva (dal particolare al generale), mentre quella di Sbancor e' deduttiva (il contrario), cio' che e' molto raro quando si parla di economia. E di impostazione deduttiva e' questo libro, che, conformandosi allo stile dell'autore, miscela materiali apparentemente incompatibili: riflessioni di ampia portata e ricordi individuali, analisi rigorose e brandelli pudicamente accennati di storie d'amore, fino a concludersi col saluto a pugno chiuso a un amico ex partigiano appena morto, e con il ritorno, subito dopo, in quell'America adorata e detestata in egual misura (a seconda che si parli della vita delle persone o del sistema politico ed economico che la governa).

Il libro esce a ridosso della conclusione apparente di un'ennesima avventura coloniale statunitense: la conquista di un Iraq semi-distrutto a furia di bombe, per impiantarvi qualcosa di ancora imprecisato, ma utile ai fini di una marcia di terra verso il nemico del futuro: la Cina. Sbancor prende ovviamente ispirazione dall'evento, ma fa molto di piu'. Con l'aria disinvolta di chi getti sul tavolo da gioco le carte che ha in mano in un ordine che sembra casuale, fornisce strumenti utili alla lettura sia del conflitto in corso, sia di quelli pregressi, sia di quelli verosimilmente ipotizzabili per l'avvenire. In pratica smonta pezzo per pezzo, con perfida lentezza, le logiche e le strutture dell'apparato militare, politico ed economico statunitense. Fino a disseppellirne, sempre con esibita svagatezza, le origini piu' remote, iscritte nel codice genetico di un apparato di Stato solo in parte giustapposto alla nazione (e qui sarebbe utile confrontare certe ipotesi di Sbancor con il libro, appena tradotto in Italia, di Francis Jennings La creazione dell'America, Einaudi, 2003, che data certe tendenze addirittura alla Rivoluzione Americana).



Personalmente, da lettore casuale e dilettante di questi temi, sono convinto che chiave fondamentale per capire il presente sia, oltre agli eventi politici, il silenzioso spostamento d'accento, nel corso degli anni Ottanta e soprattutto durante la presidenza Reagan, dall'economia produttiva all'economia finanziaria. Fu il periodo in cui il volume degli scambi di borsa crebbe fino a equivalere, quotidianamente, al bilancio annuale di uno Stato di medie dimensioni; in cui banchieri o personaggi legati alla finanza assunsero in tutto l'Occidente funzioni direttamente politiche; in cui si comincio' a concepire l'unione europea in chiave esclusivamente monetaria, con i governatori usciti dalla dissoluzione delle banche nazionali in posizione di leadership assoluta, sottratta a ogni controllo; in cui si ridisegno' la mappa del mondo cancellandone le porzioni divenute poco interessanti, al di la' del possesso o meno di materie prime: quasi tutta l'Africa, parte dell'Asia, una larga porzione dell'America Latina.

Era il compimento del processo che il bistrattato Marx, e dopo di lui l'ancor piu' bistrattato Kautsky, avevano previsto: l'astrazione assoluta della moneta, ormai svincolata da ogni processo concreto di produzione e scambio. Ideale per un connubio con la circolazione di beni immateriali quali la comunicazione, l'informazione, l' "idea" di merce senza riferimento al valore d'uso.
Era logico, a quel punto, che il comando passasse a chi creava moneta virtuale a suo arbitrio (gli Stati Uniti) e, pur non producendo praticamente nulla, era padrone incontrastato del mercato immateriale; e cio' ancor prima della caduta del muro di Berlino.
Dopo si trattava solo di distruggere, senza pretese di colonizzazione reale, oasi di resistenza al dominio dell'economia astratta. La Jugoslavia, per esempio, attardata su un modello inutile di economia parzialmente socialista. Diveniva d'obbligo favorirne la scissione, poi distruggerne le schegge troppo grosse. La Somalia, attestata su una posizione geografica in cui l'economia materiale aveva troppo peso. L'Afghanistan, possibile passaggio per oleodotti che forse non saranno mai realizzati, ma la cui potenzialita', reale o virtuale, incide sugli equilibri finanziari. L'Iraq, che pompi o non pompi petrolio, lo mandi o meno negli Stati Uniti, e' del petrolio la raffigurazione.

L'importante non e' disegnare una carta geografica dello stesso colore: cio' che conta e' farvi dei buchi dove esistevano sfumature cromatiche troppo intense. Di ostacolo a un Occidente che ha ormai affidato il potere politico, proprio e sul mondo, a quello economico, e in primo luogo a quello finanziario. Quella che avanzo e' naturalmente una mera ipotesi, da prendere con le molle. Ma se anche una minima porzione di essa trovasse rispondenza nei dati della realta', sarebbe da salutare con entusiasmo il fatto che un uomo come Sbancor stia dalla parte di chi il sistema non lo accetta. E che, con la sua cultura e le sue conoscenze, fornisca alimento a riflessioni forti in un periodo in cui anche il pensiero antagonista sembra tendere all'immaterialita', tanto e' esangue.

Attraverso la storia di Ted, coinvolto in tutte le operazioni coperte della CIA degli ultimi 30 anni, e di altri oscuri e potenti personaggi (Richard Armitage, attuale vicesegretario di Stato Usa, Zbigniew Brzezinsky, Henry Kissinger, ex agenti segreti, mafiosi, uomini del complesso militare industriale, banchieri mediorientali, petrolieri) che da anni nell'ombra muovono i fili della politica mondiale, Sbancor indaga un'impressionante molteplicità di temi:
- i misteri dell'attentato dell'11 settembre 2001;
- le ragioni inconfessabili delle guerre in Afghanistan, Iraq e altri paesi;
- la sconcertante correlazione tra interventi militari Usa e ripresa economica;
- lo spostamento nel cuore dell'Eurasia del centro della scacchiera geopolitica, lungo "la via della seta", divenuta la via del petrolio e della droga;
- sullo sfondo, altre inquietanti vicende: l'affare Iran Contras, lo scandalo Watergate, l'assassinio Kennedy, l'"operazione Phoenix", la strage di Waco, l'assassinio di Maria Grazia Cutuli, la trappola del G8 di Genova.

postato da doktorgeiger alle ore maggio 03, 2008 17:47 | link | commenti
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venerdì, 02 maggio 2008

E' morto Sbancor

Sbancor, militante anarchico e mediattivista, collaboratore di Carmilla, Rekombinant, Indymedia e Giap, esperto di economia e finanza, è stato ritrovato morto la mattina del 30 aprile, probabilmente colto da un malore ai piedi delle scale di casa. In suo ricordo ripubblico un celebre Manifesto contro il razzismo, di cui aveva curato la pubblicazione su Carmilla nel novembre scorso.

   Nella prefazione al suo libro "American Nightmare" Valerio Evangelisti definiva Sbancor "una straordinaria macchina per la conservazione della memoria che smonta pezzo per pezzo, con perfida lentezza, le logiche e le strutture dell'apparato militare, politico ed economico statunitense", svelando la realtà del "nuovo secolo americano...un incubo che sta trasformando il mondo in un inferno".

 

Il triangolo nero / Nessun popolo è illegale

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

negozioariano 

[La scintilla è partita da un gruppo di scrittori e intellettuali, stanco di assistere alla deriva razzista che attraversa l'Italia, purtroppo aggravata dalla morte violenta di Giovanna Reggiani.
Da questa stanchezza, l'esigenza di condividere una presa di posizione forte. È nato così "Il triangolo nero", appello elaborato da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce e il collettivo Wu Ming nella sua totalità. A questo gruppo si sono presto aggiunti altri nomi importanti della cultura che hanno deciso di aderire all'appello. Tra questi Gad Lerner, Erri De Luca, Bernardo Bertolucci, Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Moni Ovadia, Nanni Balestrini, Franca Rame, Stefano Tassinari, Marcello Flores, Andrea Bajani, Lisa Ginzburg, Lanfranco Caminiti, Ugo Riccarelli, Enrico Brizzi, Marco Mancassola, Simona Vinci, Raul Montanari, Giulio Mozzi, Andrea Porporati, Sandro Veronesi e moltissimi altri si vanno aggiungendo di minuto in minuto, per ribadire che delitti individuali non giustificano castighi collettivi. Qui, la possibilità di aderire all'appello. Di seguito, il testo.]

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.

Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.

Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.

E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.

Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.

Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?

Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.

Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.

Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.

Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.

Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il triangolo nero degli asociali, marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.

E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.

Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.

Nessun popolo è illegale.

postato da doktorgeiger alle ore maggio 02, 2008 13:48 | link | commenti (3)
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lunedì, 28 aprile 2008

Un punto di vista eclettico sulle elezioni

marx2

(pareri contro-versi)

Un punto di vista eclettico sulle elezioni

di Valerio Evangelisti

Azzarderò – pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento “La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.

Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo (come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di “sussunzione reale” (del lavoro al capitale). Una fase avanzata del capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina l’intera esistenza, non-lavoro incluso.

 

Pubblicato carmillaonline Aprile 28, 2008 10:17 PM

 

postato da doktorgeiger alle ore aprile 28, 2008 21:42 | link | commenti
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domenica, 13 aprile 2008

Vietate le Olimpiadi ai cani e ai cinesi


Purple Series No. 10

Appello


   Un’indegna campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare Cinese è in corso. A dirigerla e orchestrarla sono governi e organi di stampa più che mai decisi ad avallare il martirio interminabile del popolo palestinese e sempre pronti a scatenare e appoggiare guerre preventive come quella che in Irak ha già comportato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.

   Si agita la bandiera dell’indipendenza (talvolta camuffata da «autonomia») del Tibet, ma se questo obbiettivo venisse conseguito, ecco che la medesima parola d’ordine verrebbe lanciata anche per il Grande Tibet (un’area tre volte più grande del Tibet propriamente detto) e poi per il Sinkiang, per la Mongolia interna, per la Manciuria e per altre regioni ancora. La realtà è che, nel suo folle progetto di dominio planetario, l’imperialismo mira a smembrare un paese che da molti secoli si è costituito su una