geiger dysf

"Chi non ha conosciuto la tentazione di essere il primo nella comunità non capirà nulla del gioco politico, della volontà di assoggettare gli altri per farne degli oggetti, né intuirà gli elementi di cui si compone l’arte del disprezzo…" (E.Cioran)
mercoledì, 23 luglio 2008

Ogni giorno si apprendono storie tremende

film-noir

 

   Ogni giorno si apprendono storie tremende, e tante di esse hanno a che fare con “forze dell’ordine” che, certe di un’impunità ormai pluridecennale, si permettono ogni tipo di crudeltà su persone indifese. Del resto è di questi giorni la sentenza per le torture nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 del 2001…Non voglio generalizzare. Esiste un manipolo di poliziotti (ho il piacere di conoscerne alcuni) e anche di carabinieri spaventati dai progressi che il fascismo, inteso come ideologia della sopraffazione su chi non si può difendere, fa tra i loro colleghi, specialmente se in posti di comando. La piaga che sta avvelenando la società italiana si manifesta anche in quell’ambiente, è ovvio. Con la differenza che parliamo di persone autorizzate a portare armi, e a usarle” (Valerio Evangelisti).

 

   Quando parliamo di stato d’emergenza, paranoia securitaria, controllo, tendenze autoritarie e/o totalitarie, di solito ne parliamo per linee molto generali, per tendenze che cerchiamo di decifrare, ma che potrebbero successivamente venir contraddette, modificate, soppiantate, superate (uso il noi perché ovviamente non sono né il solo né il primo a farlo, e c’è chi lo fa molto meglio di me). Nel passaggio dalle decisioni politiche all’attuazione pratica, succede di tutto, spesso i presunti fini vanno a farsi benedire, mentre intanto i mezzi, la macchina operativa messa in moto va avanti per conto suo combinando sfracelli imprevedibili. Il fine giustifica sì i mezzi, ma nel senso che sono i mezzi a farla da padroni, senza curarsi se poi gli ingranaggi nel frattempo hanno procurato un po’ di “danni collaterali”. L’esempio più clamoroso è la guerra in Irak, già data per vinta dopo un mese di guerra aerea, e che è ancora lì, incerta se continuare per un altro decennio a macinare morti.

federico aldrovandi2 

  Non bisogna dimenticare che, a fare le spese dello stato d’emergenza e del crescente clima di aggressività e di sopraffazione, sono persone concrete, in carne e ossa, col loro vissuto, con le loro attese, gioie, speranze, debolezze. Come tutti. Come Andrea Tartari, accoltellato domenica a Ravenna a quanto pare da due camionisti. Un episodio che può capitare a chiunque, per una banale lite di traffico o di sguardi storti. Ma può capitare, sempre a Ravenna, una cittadina un po’ “nervosetta” ultimamente, che a fare le spese dell’aggressività generale e dell’eccesso di zelo della polizia municipale, siano tre nigeriani, come ci racconta lo scrittore e giornalista de Il Resto del Carlino Nevio Galeati, nel suo blog intitolato a Luca Corsini, l’”investigatore di provincia” protagonista dei suoi romanzi polizieschi. AldoBianzino

   Certamente uno dei tanti episodi in un paese rapidamente divenuto il paese più razzista e pistolero d’Europa.  Accade più o meno come in Momodou, il racconto di Wu Ming inserito nell'antologia Crimini italiani  (Einaudi, 2008), che potete trovare qui: momodou.pdf. E alle pistolettate non sfuggono neppure i cervi, abbattuti così, tanto per, in pieno centro a Bolzano. La notizia viene poi costruita o ricostruita come meglio aggrada alle “forze dell’ordine” (che non sono sempre così, naturalmente, ma ultimamente lo sono spesso) e ai loro giornalisti embedded. E quando ci sono delle vittime, come nel caso di Federico Aldrovandi, di Riccardo Rasman, o di Aldo Bianzino, per parenti e amici diventa un calvario riuscire a ripristinare almeno in parte la verità e la dignità calpestati dalla certezza d’impunità di chi dovrebbe tutelare l’”ordine” e la “sicurezza”.

 

   Sulla morte di Aldo Bianzino potete leggere l'articolo di Valerio Evangelisti su Carmilla, Aldo Bianzino, ucciso/6, e visitare il sito a lui dedicato, veritaperaldo.noblogs.org/

   Su Riccardo Rasman: L'uccisione di Riccardo Rasman/3.

   Sui tre nigeriani arrestati a Ravenna: www.lucacorsini.com/

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martedì, 22 luglio 2008

Mattatoio

Caccia al cervo in centro
feriti due passanti

L'animale, impaurito per un improvviso temporale, è sceso a valle e ha scorrazzato per le vie di Bolzano, ferendo in modo non grave due persone. Dopo essere stato inseguito da vigili del fuoco e polizia, il cervo è stato abbattuto con tre colpi di fucile perché ritenuto pericoloso

 

 cervo bz5

(a volte i commenti possono più di qualsiasi articolo; questi sono tratti dall'edizione on line di "Alto Adige")
Chi Ha Ucciso Bambi?

, MAIALI !

 

un gesto ignobile ,chi l ha commesso andrebbe punito .si poteva sedare

 

·                                                                                                                                                        l'uccisione del cervo nel centro di Bolzano è stato un gesto ignobile e incivile!!! Perchè è stato ucciso, il cervo era spaventato e disorientato lo si poteva narcotizzare.Chi sono gli stupidi scellerati che hanno condotto le operazioni per rendere il cervo inoffensivo?Devono essere puniti per la loro inettitudine e non uso parole pesanti perchè sono una persona civile a differenza di chi a ucciso il cervo.Vergogna,Vergogna!!!

·                                                                                                                                                        orripilanti le scene viste in tv. non si poteva sparargli una dose di sonnifero??? in alto adige dove sono sempre cosi' attenti....mi meraviglio molto.

·                                                                                                                                                        non ho parole questo è un paese incivile e ,quello che è successo offende gli abitanti di Bolzano e tutte le persone civili .Non voglio dire altro chi ha abbattuto il cervo si commenta da solo. Che schifo vergogna!!!!!! Lorenzo e Sharon

 

·                                                                                                                                                        Ma nel 2008 non esisono i PROIETTILI ANESTETIZZANTI? Le guardie forestali non li hanno forse in dotazione? C'era davvero bisogno di abbatterlo? Sinceramente nutro forti dubbi a riguardo...

postato da doktorgeiger alle ore luglio 22, 2008 04:52 | link | commenti (6)
categorie: news, deliri, cronaca, violenza, morte, idiozia, storie di ordinaria barbarie
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sabato, 10 maggio 2008

Montecchi e Capuleti (exit music for a film)

 

   Verona è, e resterà sempre, nell'immaginario, la città di Romeo e Giulietta, di Montecchi e Capuleti; le rivalità non possono  ricomporsi che nella morte per procura, per transfert, come ricorda un'altra canzone, "Join Me (in death)" degli HIM (His Infernal Majesty), che però mi pare un po' troppo leziosa e MTV per i miei gusti (ma forse è un po' il destino di quest'opera di Shakespeare oscillare fra commedia e tragedia).Il cupio dissolvi delle accese rivalità si incanala su due vittime predestinate, perchè osano infrangere gli steccati, i divieti, i tabù e gli odi pretestuosi magistralmente espressi da Mercuzio nel breve brano che ripropongo. Non vi è possibilità di ricongiungimento che nella morte (e nell'esilio dal "mondo", cioè dalla Verona delle fazioni rivali). Romeo e Giulietta si ribellano alle proprie famiglie, cioè ai vincoli feudali di sangue, ma la forza di quei vincoli si rovescia su di loro in maniera distruttiva.

BENVOLIO - Ti prego, buon Mercuzio, andiamo a casa. Fa molto caldo oggi, e i Capuleti sono in giro: dovessimo incontrarli, non potremo evitare d’azzuffarci. Il sangue, in questi giorni di calura, fa il matto e bolle più del necessario.

MERCUZIO - Tu mi somigli a un di quei compari che, come sono entrati in una bettola, ti sbattono la spada sopra un tavolo, gridandole: “Dio voglia, non sia mai, ch’abbia a usar di te!”; e poco dopo, al secondo bicchiere, come niente,

ci infilzano lo stesso taverniere.

 

BENVOLIO - Davvero ch’io somiglio a un tal compare?

 

MERCUZIO - Va’, va’, che con quel tuo caratterino, quando t’arrabbi sei così focoso che non ce n’è l’eguale in tutta Italia: pronto a farti eccitare dalla collera,

e andare in collera per eccitarti.

 

BENVOLIO - E avanti, poi, che altro?

 

MERCUZIO - Che se ad esser così come sei tu, foste in due, ci vedremmo presto privi d’entrambi perché vi sopprimereste l’uno con l’altro. Perché tu sei uno che attaccheresti lite con chiunque, sol perché la sua barba ha un pelo in meno o in più di quella tua; o con chi fosse intento a schiacciar noci, solo perché tu hai gli occhi color nocciola.

Quale occhio se non il tuo saprebbe scorgere in quello un pretesto

per far questioni e menare la mani?

La tua testa è stipata come un uovo di questioni, ed a forza di litigi

s’è imputridita come un uovo marcio.

Hai preso a male parole un povero cristiano che tossiva per strada,

col pretesto che quel suo scarracchiare svegliava quella bestia del tuo cane

che dormiva sdraiato sotto il sole.

E non hai litigato con quel sarto, perché portava il suo giubbotto nuovo

prima di Pasqua? E ancora con un altro perché allacciava le sue scarpe nuove

con vecchie striglie? E adesso proprio tu mi vieni a predicare che non si deve

attaccar briga!

 

BENVOLIO - S’io fossi litigioso come te, chiunque comprerebbe tutto il feudo

della mia vita per un’ora e un quarto di quella sua.

 

MERCUZIO - “Il feudo…”. Oh, sempliciotto!

 

BENVOLIO - Per la mia testa, ecco i Capuleti!

 

MERCUZIO - Chi se ne frega, per i miei calcagni!

(William Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto Terzo, Prima scena)

postato da doktorgeiger alle ore maggio 10, 2008 07:28 | link | commenti
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sabato, 03 maggio 2008

American Nightmare

manfredkielnhofer1Manfred Kielnhofer/ via ArtMoCo/

AMERICAN NIGHTMARE

   Ripropongo qui  l’introduzione di Valerio Evangelisti al volume di Sbancor, American Nightmare. pubblicato da Nuovi Mondi Media nel 2003. Sbancor, o Franco Lattanzi, deceduto l’altro ieri, era operatore finanziario presso uno dei più importanti istituti di credito italiani, profondo conoscitore di finanza internazionale e collaboratore di numerosi siti indipendenti. 

   Sbancor, rispetto ad altri uomini del mondo finanziario divenuti noti sotto pseudonimo, ha una caratteristica: sa scrivere. I suoi interventi, ormai notissimi a chi frequenta i siti di Internet "alternativi", "antagonisti" e di controinformazione, non sono mai fredde rassegne di dati e di interpretazioni. In essi, alla lettura critica degli eventi economici e all'esposizione delle connessioni che permettono di intenderne il significato, si sommano riferimenti alla storia, all'esperienza personale, a fatti di cronaca trascurati o non valorizzati il giusto. Sbancor e', in questo senso, una straordinaria macchina per la conservazione della memoria o, se vogliamo usare un esempio piu' pittoresco, il guardiano di uno di quei pannelli su cui, negli uffici o in qualche scuola, vengono fissati gli appunti con puntine da disegno.
Normalmente, dei piu' ingialliti tra quegli appunti ci si scorda. Sbancor invece li ha tutti presenti e, quando occorre, interviene a illustrarcene una possibile coerenza. Piu' suggerendola, pero', che cercando di renderla totalmente visibile.

Il margine di autonomia lasciato al fruitore e' cio' che, oltre alla competenza, distingue Sbancor dalla specie in crescita anche in Europa dei cultori di teorie cospirative. Laddove questi ultimi accordano pari dignita' a un articolo di giornale, a una foto appannata e a una comparazione statistica, per poi correre immediatamente alle conclusioni, Sbancor privilegia le fonti solide e le espone in ordine apparentemente casuale, limitandosi a lasciare intuire il quadro capace di dimostrarne l'organicita'. Il metodo dei primi (i Maurizio Blondet, i Thierry Meyssan ecc.) deve molto al cosiddetto "negazionismo" dell'Olocausto, con la sua puntigliosita' resa inane dall'assenza di uno sfondo credibile. Al contrario, il metodo di Sbancor non dimentica mai la cornice di verita', storica e umana, che sola puo' dare rilievo al particolare; tanto che ogni volta che puo' ricorre all'espediente narrativo, capace di riportare in primo piano, sia pur sommessamente, valori, scelte di campo e contraddizioni.
Contrariamente al vocabolario usuale, la metodologia dei "cospirazionisti" e' induttiva (dal particolare al generale), mentre quella di Sbancor e' deduttiva (il contrario), cio' che e' molto raro quando si parla di economia. E di impostazione deduttiva e' questo libro, che, conformandosi allo stile dell'autore, miscela materiali apparentemente incompatibili: riflessioni di ampia portata e ricordi individuali, analisi rigorose e brandelli pudicamente accennati di storie d'amore, fino a concludersi col saluto a pugno chiuso a un amico ex partigiano appena morto, e con il ritorno, subito dopo, in quell'America adorata e detestata in egual misura (a seconda che si parli della vita delle persone o del sistema politico ed economico che la governa).

Il libro esce a ridosso della conclusione apparente di un'ennesima avventura coloniale statunitense: la conquista di un Iraq semi-distrutto a furia di bombe, per impiantarvi qualcosa di ancora imprecisato, ma utile ai fini di una marcia di terra verso il nemico del futuro: la Cina. Sbancor prende ovviamente ispirazione dall'evento, ma fa molto di piu'. Con l'aria disinvolta di chi getti sul tavolo da gioco le carte che ha in mano in un ordine che sembra casuale, fornisce strumenti utili alla lettura sia del conflitto in corso, sia di quelli pregressi, sia di quelli verosimilmente ipotizzabili per l'avvenire. In pratica smonta pezzo per pezzo, con perfida lentezza, le logiche e le strutture dell'apparato militare, politico ed economico statunitense. Fino a disseppellirne, sempre con esibita svagatezza, le origini piu' remote, iscritte nel codice genetico di un apparato di Stato solo in parte giustapposto alla nazione (e qui sarebbe utile confrontare certe ipotesi di Sbancor con il libro, appena tradotto in Italia, di Francis Jennings La creazione dell'America, Einaudi, 2003, che data certe tendenze addirittura alla Rivoluzione Americana).



Personalmente, da lettore casuale e dilettante di questi temi, sono convinto che chiave fondamentale per capire il presente sia, oltre agli eventi politici, il silenzioso spostamento d'accento, nel corso degli anni Ottanta e soprattutto durante la presidenza Reagan, dall'economia produttiva all'economia finanziaria. Fu il periodo in cui il volume degli scambi di borsa crebbe fino a equivalere, quotidianamente, al bilancio annuale di uno Stato di medie dimensioni; in cui banchieri o personaggi legati alla finanza assunsero in tutto l'Occidente funzioni direttamente politiche; in cui si comincio' a concepire l'unione europea in chiave esclusivamente monetaria, con i governatori usciti dalla dissoluzione delle banche nazionali in posizione di leadership assoluta, sottratta a ogni controllo; in cui si ridisegno' la mappa del mondo cancellandone le porzioni divenute poco interessanti, al di la' del possesso o meno di materie prime: quasi tutta l'Africa, parte dell'Asia, una larga porzione dell'America Latina.

Era il compimento del processo che il bistrattato Marx, e dopo di lui l'ancor piu' bistrattato Kautsky, avevano previsto: l'astrazione assoluta della moneta, ormai svincolata da ogni processo concreto di produzione e scambio. Ideale per un connubio con la circolazione di beni immateriali quali la comunicazione, l'informazione, l' "idea" di merce senza riferimento al valore d'uso.
Era logico, a quel punto, che il comando passasse a chi creava moneta virtuale a suo arbitrio (gli Stati Uniti) e, pur non producendo praticamente nulla, era padrone incontrastato del mercato immateriale; e cio' ancor prima della caduta del muro di Berlino.
Dopo si trattava solo di distruggere, senza pretese di colonizzazione reale, oasi di resistenza al dominio dell'economia astratta. La Jugoslavia, per esempio, attardata su un modello inutile di economia parzialmente socialista. Diveniva d'obbligo favorirne la scissione, poi distruggerne le schegge troppo grosse. La Somalia, attestata su una posizione geografica in cui l'economia materiale aveva troppo peso. L'Afghanistan, possibile passaggio per oleodotti che forse non saranno mai realizzati, ma la cui potenzialita', reale o virtuale, incide sugli equilibri finanziari. L'Iraq, che pompi o non pompi petrolio, lo mandi o meno negli Stati Uniti, e' del petrolio la raffigurazione.

L'importante non e' disegnare una carta geografica dello stesso colore: cio' che conta e' farvi dei buchi dove esistevano sfumature cromatiche troppo intense. Di ostacolo a un Occidente che ha ormai affidato il potere politico, proprio e sul mondo, a quello economico, e in primo luogo a quello finanziario. Quella che avanzo e' naturalmente una mera ipotesi, da prendere con le molle. Ma se anche una minima porzione di essa trovasse rispondenza nei dati della realta', sarebbe da salutare con entusiasmo il fatto che un uomo come Sbancor stia dalla parte di chi il sistema non lo accetta. E che, con la sua cultura e le sue conoscenze, fornisca alimento a riflessioni forti in un periodo in cui anche il pensiero antagonista sembra tendere all'immaterialita', tanto e' esangue.

Attraverso la storia di Ted, coinvolto in tutte le operazioni coperte della CIA degli ultimi 30 anni, e di altri oscuri e potenti personaggi (Richard Armitage, attuale vicesegretario di Stato Usa, Zbigniew Brzezinsky, Henry Kissinger, ex agenti segreti, mafiosi, uomini del complesso militare industriale, banchieri mediorientali, petrolieri) che da anni nell'ombra muovono i fili della politica mondiale, Sbancor indaga un'impressionante molteplicità di temi:
- i misteri dell'attentato dell'11 settembre 2001;
- le ragioni inconfessabili delle guerre in Afghanistan, Iraq e altri paesi;
- la sconcertante correlazione tra interventi militari Usa e ripresa economica;
- lo spostamento nel cuore dell'Eurasia del centro della scacchiera geopolitica, lungo "la via della seta", divenuta la via del petrolio e della droga;
- sullo sfondo, altre inquietanti vicende: l'affare Iran Contras, lo scandalo Watergate, l'assassinio Kennedy, l'"operazione Phoenix", la strage di Waco, l'assassinio di Maria Grazia Cutuli, la trappola del G8 di Genova.

postato da doktorgeiger alle ore maggio 03, 2008 17:47 | link | commenti
categorie: politica, economia, politica internazionale, internet, movimenti, giornalismo, morte, attualità
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venerdì, 02 maggio 2008

E' morto Sbancor

Sbancor, militante anarchico e mediattivista, collaboratore di Carmilla, Rekombinant, Indymedia e Giap, esperto di economia e finanza, è stato ritrovato morto la mattina del 30 aprile, probabilmente colto da un malore ai piedi delle scale di casa. In suo ricordo ripubblico un celebre Manifesto contro il razzismo, di cui aveva curato la pubblicazione su Carmilla nel novembre scorso.

   Nella prefazione al suo libro "American Nightmare" Valerio Evangelisti definiva Sbancor "una straordinaria macchina per la conservazione della memoria che smonta pezzo per pezzo, con perfida lentezza, le logiche e le strutture dell'apparato militare, politico ed economico statunitense", svelando la realtà del "nuovo secolo americano...un incubo che sta trasformando il mondo in un inferno".

 

Il triangolo nero / Nessun popolo è illegale

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

negozioariano 

[La scintilla è partita da un gruppo di scrittori e intellettuali, stanco di assistere alla deriva razzista che attraversa l'Italia, purtroppo aggravata dalla morte violenta di Giovanna Reggiani.
Da questa stanchezza, l'esigenza di condividere una presa di posizione forte. È nato così "Il triangolo nero", appello elaborato da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce e il collettivo Wu Ming nella sua totalità. A questo gruppo si sono presto aggiunti altri nomi importanti della cultura che hanno deciso di aderire all'appello. Tra questi Gad Lerner, Erri De Luca, Bernardo Bertolucci, Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Moni Ovadia, Nanni Balestrini, Franca Rame, Stefano Tassinari, Marcello Flores, Andrea Bajani, Lisa Ginzburg, Lanfranco Caminiti, Ugo Riccarelli, Enrico Brizzi, Marco Mancassola, Simona Vinci, Raul Montanari, Giulio Mozzi, Andrea Porporati, Sandro Veronesi e moltissimi altri si vanno aggiungendo di minuto in minuto, per ribadire che delitti individuali non giustificano castighi collettivi. Qui, la possibilità di aderire all'appello. Di seguito, il testo.]

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.

Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.

Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.

E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.

Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.

Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?

Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.

Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.

Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.

Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.

Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il triangolo nero degli asociali, marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.

E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.

Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.

Nessun popolo è illegale.

postato da doktorgeiger alle ore maggio 02, 2008 13:48 | link | commenti (3)
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sabato, 05 aprile 2008

Filippo Pappalardi libero

biancavanderwerf2from biancavanderwerf

   Filippo Pappalardi, padre dei bambini Ciccio e Tore ritrovati morti in una cisterna del centro di Gravina in Puglia, torna in libertà, praticamente scagionato da ogni addebito. Resta da chiarire il clamoroso flop delle indagini, e come porre rimedio al degrado del centro storico della cittadina pugliese.

la repubblica.scarcerato filippo pappalardi
gravinaonline.i funerali a metà prossima settimana
geigerdysf.la gravina della giustizia
postato da doktorgeiger alle ore aprile 05, 2008 14:50 | link | commenti
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giovedì, 13 marzo 2008

War Porn - Death is The Future

 
Porno-guerra. Filmato di esercizi di addestramento con ciò che viene chiamato paradossalmente Minigun. Colonna sonora, prevedibilmente Carmina Burana  e Heavy Metal. E come nel porno, i loops ripetuti dei "money shot" (montaggio accelerato, eiaculazione). Dilatazioni temporali, estasi al rallentatore, il desiderio di avvicinarsi al punto zero, il punto immobile. E la furia di assiomatica intangibilità che si cela nel cuore di ogni calcolo. Quel che non può essere posseduto deve essere distrutto. Con collera. Con vendetta. Ci immaginiamo Achille nel suo elicottero, nel suo furore, nella sua rabbia.

“Rabbia” (ira) è la prima parola della letteratura occidentale. “Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l'ira funesta...” è la preghiera d’apertura dell’Iliade di Omero, ma nell’originale Greco, la parola mhˆnin, “collera” o “rabbia”, viene per prima, nel posto che sottolinea l’enfasi. L’ira di Achille è il tema centrale della prima e più potente epica della nostra civiltà...”

 

(Excuse for Madness, M.F.Burnyeat)







Allora Ettore disse, mentre la vita gli sfuggiva: “Achille, per la tua vita, le tue ginocchia, per i tuoi genitori ti scongiuro, non lasciare che i cani mi divorino davanti le navi degli Achei, ma accetta il ricco tesoro di bronzo e di oro che mio padre e mia madre ti offriranno, e fa tornare il mio corpo a casa, affinché i Troiani e le loro mogli possano rendermi gli onori del rogo quando sarò morto”.

 Achille lo guardò con ira e gli rispose: “Non pregarmi, cane, né per le mie ginocchia né per i miei genitori. Possa io preso dal mio furore sminuzzare le tue carni, e io stesso, per l’immensa offesa che mi facesti, divorarle crude. Niente ti salverà dall’essere divorato dai cani, nemmeno se il prezzo del tuo riscatto si raddoppiasse di dieci o venti volte, e nemmeno se mi si facesse promessa d’altri doni.
Nemmeno se Priamo figlio di Dardano volesse riscattare il tuo corpo a peso d’oro. No, non accadrà mai che tua madre ti pianga sul tuo letto di morte, ma cani e avvoltoi ti sbraneranno pezzo per pezzo".

 Ettore moribondo allora disse, “avevo ben previsto che ti avrei pregato invano. Sapevo che avevi il cuore di ferro. Ma fai attenzione che io non ti causi l’ira divina quando, malgrado il tuo valore, Paride e Febo Apollo ti uccideranno alle porte Scee”. Così detto, spirò, avvolto dalle tenebre. Sciolta dal corpo, la sua anima prese il volo verso gli abissi dell’Ade, lamentando il suo triste destino e il perduto fiore della forte gioventù. E Achille disse, parlando alla fredda spoglia: “Muori; per quanto riguarda me, accetterò contento la mia morte quando a Giove e agli altri Dei piacerà”. Così detto, estrasse dal morto la lancia di ferro, la pose in disparte, e dalle spalle gli tolse le armi insanguinate.

 

(Iliade, Libro XXII; mio riadattamento da Vincenzo Monti)

 

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War is conducted by the blind justice of necessity - nemesis. Master becomes slave and slave becomes master; it is only a question of time, a time deprived of the future. "For those whose spirits have bent under the yoke of war, the relation between death and future is different than for other men. For other men death appears as a limit set to the future; for them, however, death is the future (...) Regularly, every morning, the soul castrates itself of aspiration, for thought cannot journey through time without meeting death on the way." (A...) Thus, thought is immobilized in the present. War turns people into living corpses (still living, living in the "still"). The unbearable, never-ending, and always-beginning pain presents them with the only possible vision of deliverance. It appears:

...in an extreme and tragic aspect, the aspect of destruction. Any other solution, more moderate, more reasonable in character, would expose the mind to suffering so naked, so violent that it could not be borne, even as memory. Terror, grief, exhaustion, slaughter, annihilation of comrades - is it credible that these things should not continually tear at the soul, if the intoxication of the force had not intervened to drown them? The idea that an unlimited effort should bring it only a limited profit or no profit at all is terribly painful (...) If the existence of the enemy has made a soul destroy in itself the nature put there, then the only remedy the soul can imagine is the destruction of the enemy. At the same time the death of dearly loved comrades arouses a spirit of somber emulation, a rivalry in death. (A...)

The passion of injured time is the desire for extermination and suicide. Here, moderation is foolishness. A realm beyond force does not exist.

- Simone Weil – Love and Language by Piotr Graczyk [ pdf ]



 

postato da doktorgeiger alle ore marzo 13, 2008 17:14 | link | commenti
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martedì, 11 marzo 2008

Filippo Pappalardi a casa

timeguard

manfred kielnhofer/the-guardians-of-time

 

Il GIP di Bari, Giulia Romanazzi, ha modificato il capo di imputazione per Filippo Pappalardi, padre di Ciccio e Tore, da omicidio e occultamento di cadavere ad abbandono seguito da morte, e ne ha disposto la scarcerazione e gli arresti domiciliari. Un provvedimento che farà discutere, ma che appare come una difficile soluzione di compromesso fra l’”impianto accusatorio” della Procura ormai a pezzi, e le richieste della difesa. Intanto il sindaco DS di Gravina se la prende con una parte dei suoi cittadini, definendoli “indifferenti e volgari”.

 

 

dal Corriere della Sera

 

BARI - Esce dal carcere ma viene posto agli arresti domiciliari Filippo Pappalardi. Il padre dei fratelli di Gravina non viene più accusato di duplice omicidio, ma di abbandono seguito da morte dei figli Francesco e Salvatore, deceduti a Gravina in una cisterna abbandonata il 6 giugno 2006. Lo ha deciso il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bari, Giulia Romanazzi. Pappalardi si trovava in carcere a Velletri dallo scorso 27 novembre, quando venne arrestato con le accuse di sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere. Per disposizione del giudice, Pappalardi non potrà allontanarsi da casa senza essere autorizzato, non potrà avere contatti telefonici e non potrà dialogare con persone estranee al nucleo familiare, ai sanitari e all’avvocato difensore (â–  Leggi il testo integrale del provvedimento).

ACCUSE MODIFICATE - Il gip ha cambiato i capi di imputazione. Il reato di omicidio è stato modificato in abbandono seguito da morte (art. 591 comma 3 del codice penale), inoltre il giudice ha considerato venute meno le imputazioni di sequestro di persona e occultamento di cadavere. Il presidente del Tribunale del riesame di Bari, Angela Rosa Nettis, nei giorni scorsi aveva detto di non vedere contrasti tra gli ultimi sviluppi della vicenda e l'impianto accusatorio a carico di Pappalardi. La settimana scorsa il sostituto procuratore di Bari, Antonio Lupo, aveva dato parere negativo sulla richiesta di scarcerazione dell'uomo.

LO SFOGO DEL SINDACO - Intanto il sindaco di Gravina, il ds Rino Vendola, se la prende con i suoi concittadini: «C'è troppa indifferenza e volgarità, non hanno sentito il dramma di quei due bambini morti e ritrovati».

Comunicato Stampa del Sindaco Vendola
In riferimanto all'intervista pubblicata sul Corriere della Sera di oggi

Verifico come una intervista pubblicata sul Corriere della Sera di oggi – dal titolo arbitrario e fuorviante - abbia dato la stura a ciò che invece volevo denunciare e stigmatizzare all’opinione pubblica nei confronti di una parte politica.
Per essere chiaro ho grandissimo rispetto per la stragrande maggioranza dei miei concittadini. Per essere chiaro, però, non posso tacere il pericolo che pochi avventurieri in cerca di fortuna a buon mercato cambino la faccia di questa Comunita. Per essere chiaro sono e sarò il Sindaco di una città laboriosa e commossa. Per essere chiaro combatterò senza tregua le furbizie e i furbetti, gli sciacallaggi e gli sciacalli.  Anche in queste ore di lutto.

 Il Sindaco, Rino Vendola

(c'è maretta a Gravina)

 

postato da doktorgeiger alle ore marzo 11, 2008 15:21 | link | commenti (3)
categorie: news, cronaca, giornalismo, morte, attualità
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lunedì, 10 marzo 2008

Auguste Dupin a Gravina

 

(Nulla nuoce maggiormente alla sapienza quanto l’eccesso d’intelligenza, parte seconda)