
Kopf Arbeit
Il ’68 e il lavoro intellettuale.
“Se le scienze, secondo il loro grado di applicabilità tecnica, e i loro portatori, i lavoratori intellettuali, sono ormai integrati nel lavoratore produttivo complessivo, non è più ammissibile che le strategie rivoluzionarie continuino a riferirsi in modo quasi esclusivo al proletariato industriale. Non è in questione la possibilità, per l’intelligenza scientifica, di sviluppare una coscienza di classe in senso tradizionale; al contrario, bisogna chiedersi quale modificazione sia avvenuta nel concetto di produttore immediato, e, quindi, di classe operaia” (HJ Krahl, Costituzione e lotta di classe, 1973)
Uno dei maggiori motivi ispiratori del ’68, e dei movimenti di lotta degli anni Settanta, fu la critica serrata alla divisione (sociale, tecnica, psicologica e politica) del lavoro fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Essa venne condotta nelle facoltà universitarie e nelle scuole medie superiori come rimessa in discussione dei “ruoli” intellettuali, tecnici, scientifici, come critica del Sapere, della conoscenza e della intelligenza tecnica finalizzate alla riproduzione del dominio capitalistico; e nelle fabbriche come rimessa in discussione del ruolo dei tecnici come “tecnici del capitale” o “tecnici del controllo”.
La “crisi dei ruoli” poggiava su due fenomeni complementari del capitalismo maturo, da un lato l’alto grado della scolarizzazione di massa, dall’altro la sempre maggior inclusione del lavoro intellettuale, tecnico-scientifico o immateriale direttamente nei processi produttivi e di valorizzazione delle merci, mentre contemporaneamente decresceva l’importanza, quantitativa e qualitativa, del lavoro manuale propriamente detto (ad eccezione dei cosiddetti settori “arretrati”, anche tecnologicamente, come il tessile, l’edilizia o l’agricoltura). Il numero degli studenti cominciò a superare, e di gran lunga, quello degli operai di fabbrica.
Naturalmente allora, 40 anni fa, e anche nel corso degli anni Settanta, la consapevolezza dei processi di trasformazione in corso, dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo, non poteva che essere in nuce e assai contraddittoria e variegata. Il mito della “centralità operaia”, del ruolo dirigente della classe operaia delle grandi concentrazioni industriali, restava dominante nella maggior parte delle analisi politiche dei partiti e gruppi di ispirazione marxista. I grandi processi di migrazione di forza-lavoro dequalificata dal Sud al Nord, verso le fabbriche del Triangolo Industriale, erano ancora troppo freschi per poter essere assorbiti e accantonati. Rileggendo un po’ meglio le riviste degli anni Sessanta (Quaderni Rossi, Classe Operaia, Quaderni Piacentini, Sinistra Proletaria, etc.) sarebbe possibile tuttavia ripercorrere alcune anticipazioni assai significative sul lavoro tecnico-scientifico, soprattutto per quanto riguarda Olivetti, IBM e i processi di automatizzazione in corso alla FIAT.
Non a caso le anticipazioni sul ruolo dell’intelligenza tecnico-scientifica nei processi produttivi provenivano in prevalenza dalla Germania. Hans-Jurgen Krahl, uno dei principali esponenti e teorici del movimento studentesco in Germania, anticipò nelle sue analisi le caratteristiche, tecniche e politiche, del lavoro immateriale e dell’intellettualità di massa (“Tesi sul rapporto generale di intelligenza scientifica e coscienza di classe proletaria”, 1969).
Accanto al giovane Krahl (purtroppo morto prematuramente nel 1970) bisognerà ricordare il libro di Alfred Sohn-Rethel, Lavoro intellettuale e lavoro manuale, pubblicato tardivamente da Feltrinelli nel 1977, ma in ediz.originale 1970 (frutto di una ricerca pluridecennale).

In Italia, oltre le riviste già citate, bisognerà ricordare i materiali prodotti all’interno dell’allora neonata Facoltà di Sociologia di Trento, che già nel ’66 anticipò le occupazioni del ’68, e macinò suggestioni teoriche provenienti dalla Germania (come quelle già ricordate), dalla Francia (i situazionisti, Althusser, Socialisme ou Barbarie), dal movement americano sulle tecniche di liberazione (N.Chomsky, H.Marcuse, le Pantere Nere, Laing, Cooper, Goffman). Uno dei fenomeni più importanti, gravido di conseguenze pratiche, fu la rimessa in discussione dei ruoli professionali soprattutto per quanto riguardava la medicina, la psichiatria (l’anti-psichiatria inizia con Franco Basaglia, L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (Einaudi, 1968), l’ecologia e il movimento anti-nucleare (Dario Paccino, “Rosso Vivo”), il rapporto uomo-donna (“il personale è politico”, il femminismo), Giulio Maccacaro (fondatore della rivista “Sapere”), la rivista “L’Erba Voglio” (Elvio Fachinelli, psicoanalista, Lea Melandri). E a cascata l’architettura e l’urbanistica, la magistratura, la comunicazione e l’informazione. Parallelamente i lavoratori delle fabbriche ebbero accesso alle “150 ore” (permessi retribuiti per il diritto allo studio, 1973).
Queste scarne indicazioni danno già l’idea di quante anticipazioni, innovazioni, riflessioni sotto il profilo delle modificazioni produttive, sociali e tecniche, peraltro assai complesse, fosse capace ciò che va sotto il nome mitico di ’68, nei confronti del Movimento Operaio ufficiale tradizionale, il quale, col prevalere dell’allora dirigenza “migliorista” del PCI, arrivò a condannarlo apertamente (e ad espellere il gruppo del “Manifesto”). Ma la divisione del lavoro, oltre che essere sociale, tecnica, produttiva, era anche una divisione profondamente psicologica, profondamente classista, in un momento storico in cui le tradizionali barriere, gerarchie e autorità parvero istintivamente e profondamente ostili alla vita e a un comune sentire ugualitario. Accanto alla rimessa in discussione della coscienza di classe vi fu quella che Franco Berardi (Bifo) definisce coscienza sensibile o immediatezza etica della condivisione:
“Coscienza significa anche condivisione sensibile: le architetture leggere della felicità collettiva sono fondate sulla consapevolezza che il piacere del mio corpo è possibile solo quando i corpi che lo circondano provano vibrazioni simili di piacere. La coscienza erotica anima la cultura hippy: una cultura della sensibilità planetaria, del piacere diffuso che dissolve gli ostacoli sociali e culturali che incontra sulla sua strada. La politicizzazione di massa che culminò nell'esplosione del movimento fu il prodotto di questa percezione acutissima della vicinanza degli altri”. (F.Berardi, La parola chiave nel lessico '68: coscienza. Di classe e sociale, Liberazione 1.03.2008).

L’altra faccia del movement, estremamente pervasiva, meno legata direttamente alla produzione e al mondo del lavoro, fu allora quella psichedelica della liberazione e della comunicazione, della sperimentazione di altri stati di coscienza e di nuovi linguaggi, molto sensibile ai valori etici ed estetici, dalla comunione di nuove forme di aggregazione ai festivals musicali alla grafica. Anche qui in modi assai complessi e contraddittori, ricolmi di commistioni e contaminazioni, oscillanti fra una “via del ritorno” (alla natura, al lavoro manuale, all’artigianato: comuni agricole, new age, ambientalismo) e una “via della creatività” (il mao-dadaismo-futurismo di A7traverso, ZUT e di Radio Alice). Percorsi mutevoli, spesso incrociatisi sulle strade dell’Umbria Jazz, del Parco Lambro e di tutta Europa.
Per qualche tempo, immensamente stupendo per chi ebbe la fortuna di viverlo, sembrò che le divisioni sociali, tecniche e psicologiche, del lavoro fossero sul punto di essere spazzate definitivamente via . Non restava da abbattere che il Potere ottuso, ostile alla vita. Ma intanto quel Potere si stava riorganizzando su tutti i fronti. Le grandi concentrazioni industriali vennero smembrate, e la Comunicazione-Informazione divenne il nuovo grande Business, che inglobò parte di quel ceto politico espresso proprio dai “gruppuscoli” del dopo-’68, in particolare giornalisti e “creativi” :
“il movimento creativo è stato assorbito e piegato dall’organizazione mediatica, dall’investimento di enormi capitali nella pubblicità, nella televisione, nella moda, dalla sottomissione delle idee e dei linguaggi creativi entro un sistema di produzione di imbecillità a mezzo di lavoro mentale…una forma del tutto nuova di subordinazione dell’attività creativa alla produzione capitalistica nell’epoca della sua dematerializzazione” ( N.Balestrini/P.Moroni, L’orda d’oro, Feltrinelli, p.607).
E qui, riprendendo Bifo, c’è la terza accezione del termine “coscienza”, quella più retriva dei “nuovi mandarini” del Potere, degli ex sessantottini che cinicamente si sono trasformati in apologeti e gestori del nuovo capitalismo vincente.
In conclusione, i movimenti che sommariamente definiamo col meme ‘68 meriterebbero molta più attenzione (critica e storica) di quella volutamente riduttiva e demonizzante che è la vulgata propagandistica fatta prevalentemente di gossip, aneddoti e cronaca giudiziaria. Per non incorrere, fra l’altro, in penose geremiadi sulla scomparsa della “classe operaia”, che Krahl e tutti gli altri avevano già anticipato 40 anni fa. E per capire come e perché quelle che oggi si definiscono eufemisticamente le “opposizioni” siano in realtà strutturalmente subalterne alla “razionalità” dei vincitori.