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"Chi non ha conosciuto la tentazione di essere il primo nella comunità non capirà nulla del gioco politico, della volontà di assoggettare gli altri per farne degli oggetti, né intuirà gli elementi di cui si compone l’arte del disprezzo…" (E.Cioran)
giovedì, 17 luglio 2008

Tolleranza Zero contro i Graffiti

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   Nell’ormai famigerato pacchetto sicurezza di maggio, il governo ha dichiarato la Tolleranza Zero contro i graffitari. Infatti una norma prevede il reato di imbrattamento e deturpamento,  punibile con un anno di carcere o con una multa e soprattutto non riguarda solo i palazzi del centro storico (*). Insomma si estende a vista d’occhio la criminalizzazione di intere categorie sociali, con la creazione di uno Stato di Polizia semplicemente mostruoso che pretende di “sorvegliare e punire” anche aspetti minori, o etici, o estetici, tradizionalmente estranei al codice penale, e riconducibili a qualche forma di trattativa all’interno della comunità.


   E’ facile immaginare quanti Bros siano adesso a rischio quotidiano. Anche in questo, come per le altre “emergenze”, all’avanguardia della Tolleranza Zero vi sono da tempo le Amministrazioni Comunali, in modi contraddittori, con l’obiettivo cioè di distinguere “tra espressione estetica” (con muri e luoghi adibiti allo scopo, legalmente) e “vandalismo puro” (da reprimere). Sul fronte, diciamo così, del “dialogo”, sembrano esserci Torino (“Murarte”, concessione di muri, patentini per i writer, privati che offrono capannoni da dipingere ), e in parte anche Roma (“cROMiAe”, “Roma magistra artis”).

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   Sul fronte più apertamente repressivo, le città capofila sono Bologna e soprattutto Milano. A Bologna lo sceriffo Cofferati è uno dei primi ad aver minacciato il ricorso al codice penale. Milano è la capitale della Tolleranza Zero, con squadre speciali di vigili che danno la caccia ai writers, in collaborazione con una “Associazione nazionale antigraffiti”. Senza dimenticare, ipocritamente, di essere la capitale del design italiano:  infatti ha organizzato la più grande mostra italiana sul graffitismo, Sweet art, street art. Ma un po’ per tutti gli Assessori al decoro urbano un conto è la Street Art, e un conto sono gli “imbrattatori”.

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   Sulla reale efficacia della Tolleranza Zero di fronte a un fenomeno così esteso e proliferante, anche gli esperti (oltre che condomini e amministratori, per ragioni economiche) nutrono seri dubbi. Infatti il rischio incentiverebbe, piuttosto che disincentivare, l’emulazione dei writers. Inutile dire che per qualsiasi writer la condanna di un anno di carcere per un graffito è uno sproposito, specie se commisurato ad altri reati. E comunque  è un provvedimento cieco e inutile, che provocherebbe l’esatto contrario. Ma quel che conta, per Comuni e Governo, è riaffermare la priorità del paradigma Sicurezza: non si tratta di prevenire/reprimere, ma di affermare un modello di controllo emergenziale che gestisca il disordine, non l’ordine. Non a caso le varie Tolleranze Zero, a partire dalla tanto celebrata "War on Drugs", non hanno fatto altro che moltiplicare a dismisura l'emergenza.



(*) Il disegno di legge in tema di sicurezza pubblica prevede una modifica dell’art. 639 cod. pen., che incrimina il deturpamento e l’imbrattamento di cose altrui. Viene estesa la punibilità relativa ai danni di cose di interesse storico o artistico o su immobili compresi nel perimetro del centro storico  anche ai casi in cui si deturpino o si imbrattino “immobili sottoposti a risanamento edilizio o ambientale o [su] ogni altro immobile, quando al fatto consegue un pregiudizio al decoro urbano”. Questo non basta a Assoedilizia (Associazione milanese della proprietà edilizia – “la Borghesia Storica di Milano e della Lombardia” come si sottotitola orgogliosamente), che vorrebbe estendere la punibilità all’imbrattamento di qualsiasi immobile, a prescindere dal “decoro urbano”, anche quando il graffito sia un semplice segno “compiuto su un muro già imbrattato da altri”.

   Per Assoedilizia gli “sgorbi sui muri” di Milano, oltre che essere “trasgressivi”, “accentuano l'immagine del disordine” e “acuiscono la percezione della insicurezza nella città”. L’equazione graffito = insicurezza è un bel salto logico e giuridico, nel quale traspare tutto l’odio bigotto contro gli “sgorbi” che rappresentano l'espressione di una latente, diffusa e non controllata trasgressività suscettibile di generare atti di emulazione”.

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 17, 2008 17:20 | link | commenti
categorie: arte, movimenti, diritto, culture, controllo, emergenza, tirannia, capri espiatori, deliri di stato
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martedì, 08 luglio 2008

Notte della Taranta, pizzica scherma e nuovi nomadi

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   Ieri è stato presentato alla regione Puglia il programma del Festival della “Notte della Taranta”, la cui XI edizione si terrà fra il 7 e il 23 agosto nei Comuni della Grecìa Salentina, per concludersi nel concertone finale di Melpignano,  durante il quale è prevista la partecipazione di Caparezza, Aprés la classe, Sud Sound System, Radiodervish, Richard Galliano e Rokia Traore' (nei prossimi giorni maggiori informazioni).

 

   Benché siano in molti, anche qui in Puglia, ad associare la “Notte della Taranta” quasi soltanto al concertone di Melpignano, in realtà da anni questo Festival di pizziche e contaminazioni folk è diventato itinerante, e per molti seguaci, “carovaniero” per tutto il Basso Salento, con circa 15 serate sparse fra Calimera e Alessano, passando per Otranto e Galatina. Per non parlare di tutte le rassegne, sagre, piccoli festivals ed eventi che costellano il Salento per tutta l’estate, fornendo ampiamente scelte alternative per una stessa serata.

 

   Anche il pubblico è perciò eterogeneo ed itinerante. Ad uno stesso concerto del Festival, un terzo del pubblico è composto dalla popolazione locale-  ma in buona parte  sono migranti italianissimi. Un altro terzo è composto da vacanzieri con il culto dell’esotico, e l’ultimo terzo è costituito dai giovani travellers d’Italia e ormai anche d’Europa (l’anno scorso ho anche incontrato sudamericani). Al pubblico occorre aggiungere la non piccola comunità temporanea degli ambulanti e degli addetti ai lavori, dei giocolieri e degli artisti di strada, di chi organizza le varie rassegne e di chi fa commercio (anche di dischi, magliette e libri). A volte la distinzione fra festival e sagra s’assottiglia pericolosamente, a tutto vantaggio degli stands gastronomici, che pagano di più ai Comuni. Altre volte i vigili lasciano fare, e ciò rende la serata meno “istituzionalizzata” e “bottegaia”. zingari6

 

   Per molti giovani travellers il festival diventa davvero un’esperienza nomadica per scelta”, assai simile ai fasti dell’Umbria Jazz d’un tempo,durante la quale si incontrano, oltre il variegato mondo dell’ambulantato, anche gli “zingari”, in particolare nelle celebrazioni di San Rocco a Torrepaduli. Bands di origine “zingara”, come Mascarimirì di Claudio “Cavallo” Giagnotti, Crifiu, Ziringaglia, sono presenti in parecchie serate, ma in genere molte formazioni mixano ecletticamente ogni sorta di fonti musicali folk, etniche, world, afro, reggae. Vi sono poi serate particolari in cui si incontrano “maestri” e “regine”, come a Sternatia lo scorso anno, Lucilla Galeazzi ed Esma Redzepova “the Queen of Gypsies” con il Canzoniere Grecanico Salentino.

 

   Stratificazioni antiche, a volte rivendicate come “identitarie”, e linee di fuga contemporanee si intrecciano in un meticciato culturale reso più eccitante da o’ sole, o’ mare, sex drugs and rock’n’roll, dai mille incontri occasionali a volte stimolanti, a volte divertenti, a volte convenzionali. Come sempre. Con la “paura” di tornare a casa, alla solita vita scuola-lavoro-famiglia. E sullo sfondo un Salento che con gli anni tende sempre più a “imborghesirsi”, a sedentarizzarsi, a recintarsi, sempre meno “selvaggio” e “primitivo” sempre più “bottegaio”. Prima di tutto lo “sviluppo”, il “marketing del territorio”, in funzione turistica: villaggi, resort, bed & breakfast, strade, porti, etc. L’alternativa fra nomadismo e sedentarietà oscilla fra le scorribande notturne e la noia vacanziera, compresenti sullo stesso territorio per qualche mese estivo.

 

   Nulla che in fondo non sia un déjà vu, da queste parti. Dove al tradizionale incontro/scontro fra contadini, zingari e classi agiate si è sovrapposto quello post-moderno fra migranti, vacanzieri, nuovi nomadi, artisti di strada, giocolieri, e… affaristi. Più i nuovi Rom arrivati di recente dalla ex Jugoslavia, e in particolare dal Kosovo, in seguito alle guerre etniche ed “umanitarie”.

  

   Il gruppo più antico di Rom in Italia, proveniente dai Balcani, si è insediato fin dal XV sec. nell’Italia centro-meridionale, fra Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Calabria. Esercitavano le attività di fabbri, mercanti di equini, giostrai. Fino agli anni successivi la seconda guerra mondiale durante la bella stagione giravano per i mercati con carrozzoni trainati da cavalli; svernavano vicino a qualche borgo, in stalle o fienili presi in affitto. Col tempo la lingua romani, già fortemente influenzata dai dialetti regionali, è stata quasi del tutto abbandonata o sopravvive nell’uso di alcune frasi gergali. Allo stesso modo, il nomadismo è diventato stagionale e i più si sono “fermati” in campi e baraccopoli alle periferie delle città. 

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   La loro partecipazione ad alcune feste religiose le influenza in maniera determinante come  nel caso della festa di S. Rocco a Torrepaduli e della festa dei SS. Cosma e Damiano a Riace (CZ). La presenza degli zingari è sensibilmente diversa da quella dei contadini:

 

   “i contadini trascorrono la notte accampati in chiesa, seguono la processione cantando, suonano e danzano la tarantella solo in spazi e in momenti a margine della festa vera e propria; gli zingari si accampano in automobili, camion o furgoni, nei pressi del santuario. A Riace precedono la processione danzando; a Torrepaduli, dopo la processione, si impadroniscono del sagrato dando vita per tutta la notte a delle “ronde” di “pizzica”. Qui agli zingari (e, in misura minore, ad altri marginali e a gente di malavita) spetta prevalentemente il ruolo di danzatori, ai contadini quello di suonatori di tamburello e di armonica a bocca. La tarantella ballata a Torrepaduli in occasione della festa di S. Rocco è detta la “scherma”: due uomini si affrontano danzando, indice e medio della mano destra tesi a simulare la presenza di un coltello, e duellano fino a che uno dei due contendenti viene toccato per la terza volta dalle dita dell’avversario”(Nico Staiti).


   La “pizzica-scherma” verrebbe dalla Calabria, dov’è chiamata anche “tarantella maffiusa”, tipica non degli zingari, ma come danza di contadini, pastori, e gente di malavita. Ma i Rom salentini restano comunque gli interpreti principali della “scherma”, e sono loro ad averla importata dalla Calabria nel Salento. Com’è tipico del nomadismo e degli zingari, sono questi ad aver svolto un ruolo di mediatori di tradizioni fra due diverse regioni dell’Italia meridionale, cosa impossibile fra culture “chiuse”, e allo stesso tempo, a Torrepaduli come a Riace, svolgono un ruolo complementare rispetto agli altri partecipanti.

   La grande capacità degli zingari, come sottolineava Luca Guglielminetti nel post di ieri, “La nuova musica zingara: il Jazz dei Balcani”, è quella di costruire i brani musicali attraverso “l'apprendimento, come per la lingua parlata, di arie e melodie popolari dai luoghi di passaggio,  e l'estro individuale particolarmente esaltato dalla pratica molto frequente dell'improvvisazione. È difficile individuare una musica originale zingara. Si possono riconoscere però stili diversi…”.

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    Questo tipo di “ibridazione”, di “musica ibrida ai confini del mondo in un cocktail irresistibile di musiche balcaniche…ricche di echi arabi, turchi e mediorientali in un turbinio di ritmi etc.” costituisce il contributo specifico della musica “zingara” alla musica “etnica” del Salento.  La sua profondità (Liszt) riflette “un dato di precarietà sociale eccezionale” percepito con intensità e forza straordinarie, alla quale, forse, anche il più distratto vacanziero o migrante di ritorno, colto in un attimo di libertà fuori dalle consuete costrizioni del lavoro e del quotidiano, s’abbandona mollemente.

 

 

   “Se il dato primario degli zingari è la capacità (necessità) di adattarsi a contesti sociali sempre nuovi, cui prestare attenzione per percepire quanto serve per sopravvivere, è ben possibile che, come per i neri americani, prestando orecchio a quanto le tradizioni musicali popolari fornivano nei contesti dei luoghi nei quali si aggiravano abbiano condotto a queste strepitose "sintesi" o "rivitalizzazioni" di tradizionali arie in forme dotate di una autonoma cifra stilistica” (Luca Guglielminetti).

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 08, 2008 12:30 | link | commenti (2)
categorie: viaggi, musica, news, movimenti, tempo, manifestazioni, culture, immigrati, zingari
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mercoledì, 02 luglio 2008

Camilleri legge le poesie incivili

 

In esclusiva per MicroMega una feroce satira contro il fascismo strisciante di Berlusconi, Fini e Bossi e la non opposizone di Veltroni - http://www.micromega.net
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Care concittadine e cari concittadini,
il governo Berlusconi sta facendo approvare una raffica di leggi-canaglia con cui distruggere il giornalismo, il diritto di cronaca e l’architrave della convivenza civile, la legge uguale per tutti.

Questo attacco senza precedenti ai principi della Costituzione impone a ogni democratico il dovere di scendere in piazza subito, prima che il vulnus alle istituzioni repubblicane diventi irreversibile.

Poiché il maggior partito di opposizione ancora non ha ottemperato al mandato degli elettori, tocca a noi cittadini auto-organizzarci. Contro le leggi-canaglia, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti, ci diamo appuntamento a Roma l’8 luglio in piazza Navona alle 18, per testimoniare con la nostra opposizione – morale, prima ancora che politica – la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana nata dai valori della Resistenza antifascista.

Vi chiediamo l’impegno a “farvi leader”, a mobilitare fin da oggi, con mail, telefonate, blog, tutti i democratici. La televisione di regime, ormai unificata e asservita, opererà la censura del silenzio.

I mass-media di questa manifestazione siete solo voi.

On Furio Colombo
Sen. Francesco Pardi
Paolo Flores D’Arcais

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postato da doktorgeiger alle ore luglio 02, 2008 09:38 | link | commenti
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martedì, 01 luglio 2008

DALLA BARBARIE COLONIALE ALLA POLITICA NAZISTA DI STERMINIO

DALLA BARBARIE COLONIALE ALLA POLITICA NAZISTA DI STERMINIO

di ROSA AMELIA PLUMELLE-URIBE (Afrikara)

 

il legame tra le politiche di sterminio coloniale, l'imbarbarimento delle società europee e il trauma di ritorno del nazismo su queste medesime società

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 In molti post precedenti ho sottolineato il legame intrinseco e strutturale fra xenofobia e razzismo in politica interna e interventismo militare in politica estera, come due facce della stessa medaglia. In altri termini, le emergenze interne hanno per scopo di preparare i presupposti, i dispositivi e la mobilitazione (di mezzi e personale) necessarie che sfocieranno in nuove avventure militari (anche di "guerra interna", se necessario). Segregazione razziale o disumanizzazione dell’Altro procedono di pari passo con l’espansione del complesso industrial-militare  che Sbancor ha identificato come Warfare. Il ministro La Russa ha di recente sostenuto la necessità dell’aumento delle spese militari, mentre l’industria italiana delle armi procede a gonfie vele. Sempre La Russa ha annunciato l'impiego dell'esercito in operazioni di repressione interna. Gi Alpini vanno giulivi a Napoli, accompagnati da uno stuolo di "psicologi" (studiosi e curatori di "anime", che si sa, quelle napulitane stanno male assai) (non me ne voglia l'ottimo aitan (aitanblog.splinder.com/), ma ho l'impressione che il Governo lumbard consideri la Campania né più né meno che una colonia). Mentre si rafforzano le missioni in Irak e in Afghanistan, si procede a individuare nuovi fronti. Tutto ciò si iscrive nella lunga tradizione occidentale che dal colonialismo ha portato al nazismo, e prosegue col New World Order dell’Era Reagan-Bush.

    Il merito di questo articolo di Rosa Amelia Plumelle-Uribe, pubblicato in Afrikara.com nel settembre del 2006, tradotto e ripubblicato in www.comedonchisciotte.org, è di tracciare storicamente, dalla scoperta dell’America in poi,  la stretta relazione fra colonialismo,schiavitù, disumanizzazione dell’Altro e politiche di sterminio, giustificata prima dalle religioni, poi ufficializzata ideologicamente e giuridicamente, infine sancita scientificamente. Fino a sfociare nella logica di sterminio delle “razze inferiori” che ha ispirato il nazismo. Con il consenso entusiasta delle “razze superiori”, in particolare dei “ceti medi” che dalla depredazione coloniale traevano il loro maggior benessere e status sociale. 

 

   Sicuramente questo articolo risulterà indigesto per tutti i razzisti e xenofobi,anche quelli mascherati, ripuliti e riciclati di casa nostra. Compresi quelli “progressisti” e “liberal”. Ha anche il merito di andare un po’ oltre l’ennesima rilettura del “capro espiatorio” quale emergerebbe in un periodo di crisi. In realtà, ciò che definiamo “capro espiatorio” è  il prodotto sottoculturale di un sistema espansionistico spinto fino allo sterminio di intere popolazioni, cancellate o schiavizzate.

  

 L'autrice di La Férocité blanche, (La ferocia bianca) [Albin Michel, 2001], sviluppa un'argomentazione originale e pertinente per la quale Césaire aveva dispiegato molto interesse nel suo Discours sur le colonialisme (Discorso sul colonialismo): il legame tra le politiche di sterminio coloniale, l'imbarbarimento delle società europee e il trauma di ritorno del nazismo su queste medesime società. Afrikara pubblica il testo di una relazione di questa militante di origini africane, presentata il 15 giugno a Berlino nel quadro del Forum del Dialogo organizzato dalla sezione europea della Fondation Afric Avenir. Siamo qui riuniti per analizzare insieme il legame storico che, come un filo conduttore, porta dalla barbarie coloniale alla politica nazista di sterminio. Si tratta di uno sforzo volto a rilevare almeno la maggior parte dei fattori che, in modo diretto o indiretto, avrebbero favorito lo sviluppo politico e l'espansione ideologica di un'opera di disumanizzazione come la barbarie nazista in Germania ed al di là delle sue frontiere. Questo contributo è utile per ogni percorso che volesse por fine ad ogni forma di discriminazione basata sull'identità delle vittime o l'identità dei carnefici, selezionando il crimine che bisogna condannare. Questa gerarchizzazione dei crimini e dunque della loro condanna rimane l'ostacolo maggiore nella lotta per la prevenzione dei crimini contro l'umanità tra cui il crimine di genocidio.

Schiavismo e traffico di schiavi

Conviene precisare immediatamente che le guerre di conquista ed i crimini legati al dominio coloniale, così come la riduzione di esseri umani in schiavitù, erano già una realtà nei tempi antichi. Ad esempio, quando il dominio dei Musulmani arabi si estese verso l'Europa, il commercio di esseri umani era un'attività millenaria tra gli Europei. Il regno dell'Islam in Spagna, dal 711 al 1492, ha semplicemente dinamizzato la tratta di schiavi intraeuropea1, facendo del continente un importante fornitore di schiavi, donne e uomini, spediti verso i paesi dell'Islam.

I prigionieri, soprattutto slavi, alimentavano il commercio di uomini tra Venezia e l'impero arabo-muslmano del sud Mediterraneo. È così che nelle lingue occidentali la parola schiavo o slavo si sostituiscono al latino servus, per designare i lavoratori privi di libertà. Detto diversamente, per molti secoli, dei Cristiani europei vendevano altri Europei a dei commercianti ebrei specializzati nella fabbricazione di eunuchi2, una merce considerata molto pregiata e molto richiesta nei paesi dell'impero musulmano.

Ricercatori e specialisti dello schiavismo in Europa durante il Medioevo, hanno visto nel sistema di asservimento inaugurato in America dal dominio coloniale un legame di continuità con le istituzioni schiavistiche dell'Europa. Jacques Heers sostiene che 'È merito incontestabile di Charles Verlinden, su questo punto un autentico pioniere, di aver evidenziato che la conquista e lo sfruttamento coloniale delle Americhe si erano largamente ispirate a certe esperienze molto recenti nel Mediterraneo e si iscriveva in linea diretta in una continuità ininterrotta di precedenti medievali3.

Ho tuttavia scelto di affrontare questa analisi a partire dal 1492, l'anno dell'arrivo degli Europei nel continente americano. Ed ho compiuto questa scelta perché, malgrado quanto detto, la distruzione dei popoli indigeni d'America, l'instaurazione del dominio coloniale ed il sistema di disumanizzazione dei Neri in questo continente non avevano precedenti nella storia. E soprattutto perché il prolungamento di questa esperienza per più di tre secoli ha ampiamente condizionato la sistematizzazione teorica delle disuguaglianze, compresa la disuguaglianza razziale, le cui conseguenze restano attuali.

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sabato, 21 giugno 2008

Kopf Arbeit: Il '68 e il lavoro intellettuale

Lawrence+Alma-Tadema+-+The+Roses+of+Heliogabalus+md

Kopf Arbeit

Il  ’68 e il lavoro intellettuale.

 

“Se le scienze, secondo il loro grado di applicabilità tecnica, e i loro portatori, i lavoratori intellettuali, sono ormai integrati nel lavoratore produttivo complessivo, non è più ammissibile che le strategie rivoluzionarie continuino a riferirsi in modo quasi esclusivo al proletariato industriale. Non è in questione la possibilità, per l’intelligenza scientifica, di sviluppare una coscienza di classe in senso tradizionale; al contrario, bisogna chiedersi quale modificazione sia avvenuta nel concetto di produttore immediato, e, quindi, di classe operaia” (HJ Krahl, Costituzione  e lotta di classe, 1973)

 

   Uno dei maggiori motivi ispiratori del ’68, e dei movimenti di lotta degli anni Settanta, fu la critica serrata alla divisione (sociale, tecnica, psicologica e politica) del lavoro fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Essa venne condotta nelle facoltà universitarie e nelle scuole medie superiori come rimessa in discussione dei “ruoli” intellettuali, tecnici, scientifici, come critica del Sapere, della conoscenza e della intelligenza tecnica finalizzate alla riproduzione del dominio capitalistico; e nelle fabbriche come rimessa in discussione del ruolo dei tecnici come “tecnici del capitale” o “tecnici del controllo”.

 

   La “crisi dei ruoli”  poggiava su due fenomeni complementari del capitalismo maturo, da un lato l’alto grado della scolarizzazione di massa, dall’altro la sempre maggior inclusione del lavoro intellettuale, tecnico-scientifico o immateriale direttamente nei processi produttivi e di valorizzazione delle merci, mentre contemporaneamente decresceva l’importanza, quantitativa e qualitativa, del lavoro manuale propriamente detto (ad eccezione dei cosiddetti settori “arretrati”, anche tecnologicamente, come il tessile, l’edilizia o l’agricoltura). Il numero degli studenti cominciò a superare, e di gran lunga, quello degli operai di fabbrica.

 

   Naturalmente allora, 40 anni fa, e anche nel corso degli anni Settanta, la consapevolezza dei processi di trasformazione in corso, dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo, non poteva che essere in nuce e assai contraddittoria e variegata. Il mito della “centralità operaia”, del ruolo dirigente della classe operaia delle grandi concentrazioni industriali, restava dominante nella maggior parte delle analisi politiche dei partiti e gruppi di ispirazione marxista. I grandi processi di migrazione di forza-lavoro dequalificata dal Sud al Nord, verso le fabbriche del Triangolo Industriale, erano ancora troppo freschi per poter essere assorbiti e accantonati. Rileggendo un po’ meglio le riviste degli anni Sessanta (Quaderni Rossi, Classe Operaia, Quaderni Piacentini, Sinistra Proletaria, etc.) sarebbe possibile tuttavia ripercorrere alcune anticipazioni assai significative sul lavoro tecnico-scientifico, soprattutto per quanto riguarda Olivetti, IBM e i processi di automatizzazione in corso alla FIAT.

 

   Non a caso le anticipazioni sul ruolo dell’intelligenza tecnico-scientifica nei processi produttivi provenivano in prevalenza dalla Germania. Hans-Jurgen Krahl, uno dei principali esponenti e teorici del movimento studentesco in Germania, anticipò nelle sue analisi le caratteristiche, tecniche e politiche, del lavoro immateriale e dell’intellettualità di massa (“Tesi sul rapporto generale di intelligenza scientifica e coscienza di classe proletaria”, 1969).

Accanto al giovane Krahl (purtroppo morto prematuramente nel 1970) bisognerà ricordare il libro di Alfred Sohn-Rethel, Lavoro intellettuale e lavoro manuale, pubblicato tardivamente da Feltrinelli nel 1977, ma in ediz.originale 1970 (frutto di una ricerca pluridecennale).

 Marcy+Capron+-+No+Return+to+My+Adonis,+2002

   In Italia, oltre le riviste già citate, bisognerà ricordare i materiali prodotti all’interno dell’allora neonata Facoltà di Sociologia di Trento, che già nel ’66 anticipò le occupazioni del ’68, e macinò suggestioni teoriche provenienti dalla Germania (come quelle già ricordate), dalla Francia (i situazionisti, Althusser, Socialisme ou Barbarie), dal movement americano sulle tecniche di liberazione (N.Chomsky, H.Marcuse, le Pantere Nere, Laing, Cooper, Goffman). Uno dei fenomeni più importanti, gravido di conseguenze pratiche, fu la rimessa in discussione dei ruoli professionali soprattutto per quanto riguardava la medicina, la psichiatria (l’anti-psichiatria inizia con Franco Basaglia, L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (Einaudi, 1968), l’ecologia e il movimento anti-nucleare (Dario Paccino, “Rosso Vivo”), il rapporto uomo-donna (“il personale è politico”, il femminismo), Giulio Maccacaro (fondatore della  rivista “Sapere”), la rivista  “L’Erba Voglio” (Elvio Fachinelli, psicoanalista, Lea Melandri). E a cascata l’architettura e l’urbanistica, la magistratura, la comunicazione e l’informazione. Parallelamente i lavoratori delle fabbriche ebbero accesso alle “150 ore” (permessi retribuiti per il diritto allo studio, 1973).

 

   Queste scarne indicazioni danno già l’idea di quante anticipazioni, innovazioni, riflessioni sotto il profilo delle modificazioni produttive, sociali e tecniche, peraltro assai complesse, fosse capace ciò che va sotto il nome mitico di ’68, nei confronti del Movimento Operaio ufficiale tradizionale, il quale, col prevalere dell’allora dirigenza “migliorista” del PCI,  arrivò a condannarlo apertamente (e ad espellere il gruppo del “Manifesto”). Ma la divisione del lavoro, oltre che essere sociale, tecnica, produttiva, era anche una divisione profondamente psicologica, profondamente classista, in un momento storico in cui le tradizionali barriere, gerarchie e autorità parvero istintivamente e profondamente ostili alla vita e a un comune sentire ugualitario. Accanto alla rimessa in discussione della coscienza di classe vi fu quella che Franco Berardi (Bifo) definisce coscienza sensibile o immediatezza etica della condivisione:

 

“Coscienza significa anche condivisione sensibile: le architetture leggere della felicità collettiva sono fondate sulla consapevolezza che il piacere del mio corpo è possibile solo quando i corpi che lo circondano provano vibrazioni simili di piacere. La coscienza erotica anima la cultura hippy: una cultura della sensibilità planetaria, del piacere diffuso che dissolve gli ostacoli sociali e culturali che incontra sulla sua strada. La politicizzazione di massa che culminò nell'esplosione del movimento fu il prodotto di questa percezione acutissima della vicinanza degli altri”. (F.Berardi, La parola chiave nel lessico '68: coscienza. Di classe e sociale, Liberazione 1.03.2008).

 Amy+Guip+Ă—+Emma+Watson

   L’altra faccia del movement, estremamente pervasiva, meno legata direttamente alla produzione e al mondo del lavoro, fu allora quella psichedelica della liberazione e della comunicazione, della sperimentazione di altri stati di coscienza e di nuovi linguaggi, molto sensibile ai valori etici ed estetici, dalla comunione di nuove forme di aggregazione ai festivals musicali alla grafica. Anche qui in modi assai complessi e contraddittori, ricolmi di commistioni e contaminazioni, oscillanti fra una  “via del ritorno” (alla natura, al lavoro manuale, all’artigianato: comuni agricole, new age, ambientalismo) e una “via della creatività” (il mao-dadaismo-futurismo di A7traverso, ZUT e di Radio Alice). Percorsi mutevoli, spesso incrociatisi sulle strade dell’Umbria Jazz, del Parco Lambro e di tutta Europa.

 

   Per qualche tempo, immensamente stupendo per chi ebbe la fortuna di viverlo, sembrò che le divisioni sociali, tecniche e psicologiche, del lavoro fossero sul punto di essere spazzate definitivamente via . Non restava da abbattere che il Potere ottuso, ostile alla vita. Ma intanto quel Potere si stava riorganizzando su tutti i fronti. Le grandi concentrazioni industriali vennero smembrate, e la Comunicazione-Informazione divenne il nuovo grande Business, che inglobò parte di quel ceto politico espresso proprio dai “gruppuscoli” del dopo-’68, in particolare giornalisti e “creativi” :

 

“il movimento creativo è stato assorbito e piegato dall’organizazione mediatica, dall’investimento di enormi capitali nella pubblicità, nella televisione, nella moda, dalla sottomissione delle idee e dei linguaggi creativi entro un sistema di produzione di imbecillità a mezzo di lavoro mentale…una forma del tutto nuova di subordinazione dell’attività creativa alla produzione capitalistica nell’epoca della sua dematerializzazione” ( N.Balestrini/P.Moroni, L’orda d’oro, Feltrinelli, p.607).

 

 

   E qui, riprendendo Bifo, c’è la terza accezione del termine “coscienza”, quella più retriva dei “nuovi mandarini” del Potere, degli ex sessantottini che cinicamente si sono trasformati in apologeti e gestori del nuovo capitalismo vincente.

 

   In conclusione, i movimenti che sommariamente definiamo col meme ‘68 meriterebbero molta più attenzione (critica e storica) di quella volutamente riduttiva e demonizzante che è la vulgata propagandistica fatta prevalentemente di gossip, aneddoti e cronaca giudiziaria. Per non incorrere, fra l’altro, in penose geremiadi sulla scomparsa della “classe operaia”, che Krahl e tutti gli altri avevano già anticipato 40 anni fa. E per capire come e perché quelle che oggi si definiscono eufemisticamente le “opposizioni” siano in realtà strutturalmente subalterne alla “razionalità” dei vincitori.

postato da doktorgeiger alle ore giugno 21, 2008 15:49 | link | commenti
categorie: politica, riflessioni, tecnologia, economia, storia, movimenti, interventi, culture, analisi
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giovedì, 12 giugno 2008

Meeting antirazzista a Milano

meeting_antirazzista-miniadal sito www.informa-azione.info/
MEETING ANTIRAZZISTA A MILANO
Venerdì 13 giugno
Dalle 15 in via Barzaghi
Assemblea e festa con i ROM

Sabato 14 giugno
Corteo in Quartiere, concentramento ore 15.30
Piazzale del Cimitero Maggiore - Capolinea tram 14

Il meeting viene indetto a partire da venerdì 13 giugno alle ore 15 al campo rom di via Barzaghi.
Il programma della giornata prevede incontri tematici (questione sanità, condizione delle donne, pacchetto sicurezza, ecc), un´assemblea generale, festa serale (con musica, cibo, spettacolo dei giocolieri, proiezione video, spettacoli) e possibilità di campeggiare anche per garantire l´autodifesa dell´iniziativa vista il probabile raduno contemporaneo di militanti fascisti.

Sabato 14 giugno, con concentramento alle 15 sempre presso il campo rom, si darà quindi vita ad un corteo che si snoderà per le vie del quartiere.
E’ opinione comune che si debba trattare di un corteo fortemente determinato nei contenuti e altrettanto nella sua volontà comunicativa, cercando cioè di penetrare il tessuto sociale, a partire dal protagonismo dei rom e delle nostre parole d’ordine sottraendo terreno al lavoro delle destre e della propaganda mediatica che qui, come altrove, tende ad attecchire.

 

Schedatura dei Rom sotto i nostri occhi

(Ricevo da Giuseppe Catozzella e volentieri pubblico. FK)

Questa è una lettera di Giorgio Bezzecchi, vicepresidente dell’Opera Nomadi, Associazione nazionale nata nel 1965 per promuovere interventi atti a togliere gli zingari e altri nomadi dalla situazione di emarginazione in cui sono relegati. Giorgio Bezzecchi, rom, da anni lavora per la promozione sociale, politica e culturale dei rom a Milano.

postato da doktorgeiger alle ore giugno 12, 2008 20:52 | link | commenti
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martedì, 10 giugno 2008

Appello in difesa del popolo e della cultura rom

Appello in difesa del popolo e della cultura rom

In un ciclo di lezioni aperte alla Libera Università delle Donne di Milano, che si è svolto nei mesi scorsi, abbiamo potuto conoscere la cultura e la storia del popolo rom; ne abbiamo incontrato alcune esponenti e studiose: Dijana Pavlovic, Jovica Jovic, Emanuela Miconi, Anna Rota; sappiamo dello sterminio che hanno subito durante il nazismo e il fascismo e per il quale non hanno mai avuto nè risarcimenti nè alcun riconoscimento. Oggi contro di loro nuovamente si stanno realizzando forme di persecuzione etnica, che ci sgomentano e ci tolgono ogni sicurezza.

Vi chiediamo di firmare questo appello
Libera Università delle Donne

L’adesione può essere effettuata sia come singol* sia come associazioni inviando una e-mail a universitadonne@tiscali.it

via www.universitadelledonne.it/

postato da doktorgeiger alle ore giugno 10, 2008 22:55 | link | commenti (6)
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lunedì, 09 giugno 2008

Il popolo Rom esce dai campi

Rom Roma

A Roma migliaia di persone hanno partecipato al corteo di solidarietà per contrastare recenti atti di razzismo nei confronti delle popolazioni sinte e rom.
"Basta razzismo contro i rom", "Stop alla xenofobia" e "Non aspettiamo la shoah per intervenire": questi gli striscioni di apertura della manifestazione partita dal Colosseo e terminata al Foro Boario, dove si è tenuto un incontro fra le associazioni che hanno organizzato il corteo.

In serata si è tenuto un grande concerto con tanti artisti rom.

 

A Roma la grande manifestazione dei Rom e Sinti contro il razzismo degli italiani. “Siamo qui oggi contro l’apartheid - Santino Spinelli, professore universitario a Chieti, musicista e intellettuale rom - e per far capire all’Italia e agli italiani che i rom non sono nomadi, che i campi sono illegali e disumani e che ci siamo riuniti oggi per la prima volta compatti a favore dei nostri diritti”.

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sabato, 07 giugno 2008

Corteo antirazzista Roma domenica 8 giugno

Coordinamento Nazionale

Per promuovere un corteo di protesta civile contro atti di razzismo nei confronti dei Rom e Sinti   in Italia

Roma, domenica 8 giugno 2008

L'iniziativa è promossa da intellettuali italiani e Rom, associazioni, artisti e persone di buona volontà che non vogliono essere strumentalizzati da nessuno.

Le Associazioni che aderiscono all'iniziativa diventano automaticamente anche organizzatori e promotori partecipando con i propri rappresentanti al costituente Coordinamento Nazionale Permanente e al corteo antirazzista nel rispetto dei principi che hanno mosso l'iniziativa.

Domenica 8 giugno, Roma

postato da doktorgeiger alle ore giugno 07, 2008 09:23 | link | commenti (2)
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domenica, 25 maggio 2008

Diritto di resistenza

 


 Le immagini parlano chiaro, si è trattato di una carica premeditata. Dai blog Chiaiano senza censura e Chiaiano discarica le immagini, i video le testimonianze degli ultimi 3 giorni di scontri.  (via saledelmondo blog.libero.it/joiyce/4763252.html)

per gli aggiornamenti e gli approfondimenti: napoli.indymedia.org/; www.infoaut.org/index.php

chiaiano 24_5_08

Ricordate?

Berlusconi all'attacco: "Un decreto per ogni emergenza"

Affrontare subito i problemi più urgenti con una raffica di decreti legge, dalle intercettazioni alla sicurezza, alla detassazione degli straordinari, all'abolizione dell'Ici.

Battute a Alemanno. «Ho visto che c'erano anche dei centurioni e così oggi mi è venuto da pensare: siamo noi la nuova falange romana». (Il Tempo 29 aprile).

Infatti ieri a Roma i centurioni si sono scatenati.

 

“La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito, la creazione del vero stato di emergenza, e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo” (W.Benjamin, Tesi di filosofia della storia, 8, in Angelus Novus, Einaudi, 1962)

 chiaiano manif

 

“Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è un diritto e un dovere del cittadino” (articolo, proposto ma non inserito, della Costituzione italiana, simile all’art.20 della Costituzione della Repubblica federale tedesca:
”Contro chiunque tenti di abolire la Costituzione democratica tutti i tedeschi hanno un diritto di resistenza, se altri rimedi non sono possibili”).

 

Il lavoro che uccide e il lavoro che serve

Il lavoro rende servi. E' il caso dei migranti, che in Italia verranno messi in servitù bella e buona. Non ho tempo di articolare un discorso compiuto (sarebbe troppo lungo), ma le misure proposte da Maroni sono incredibili - e soprattutto, serviranno a rendere ancor più servile il lavoro migrante e clandestino (questo articolo di Repubblica sintetizza efficacemente i termini più elementari della questione). Ci rivediamo fra cinque anni, dite? No - perché qui si tratta di vigilare, giorno per giorno. Chi vuole ripercorrere la storia dei CPT e del dibattito in materia, un ottimo dossier lo si trova qui/, nel sito di Sergio Bontempelli di Africa Insieme di Pisa.  (Marco Rovelli, www.alderano.splinder.com/)

 chiaiano 24 maggio 3

"Datemi voce e spazio perché sui giornali di domani non si leggerà quello che è accaduto. Si leggerà che i manifestanti di Chiaiano sono entrati in contatto con la polizia. Ma io ero lì. E la storia è un'altra".

"Alle 20 e 20 almeno 100 uomini, tra poliziotti, carabinieri e guardie di finanza hanno caricato la gente inerme. In prima fila non solo uomini, ma donne di ogni età e persone anziane. Cittadini tenaci ma civili - davanti agli occhi vedo ancora le loro mani alzate - che, nel tratto estremo di via Santa Maria a Cubito, presidiavano un incrocio. Tra le 19,05 e le 20,20 i due schieramenti si sono solo fronteggiati. Poi la polizia, in tenuta antisommossa, ha iniziato a caricare. La scena sembrava surreale: a guardarli dall'alto, i poliziotti sembravano solo procedere in avanti. Ma chi era per strada ne ha apprezzato la tecnica. Calci negli stinchi, colpi alle ginocchia con la parte estrema e bassa del manganello. I migliori strappavano orologi o braccialetti. Così, nel vano tentativo di recuperali, c'era chi abbassava le mani e veniva trascinato a terra per i polsi. La loro avanzata non ha risparmiato nessuno. Mi ha colpito soprattutto la violenza contro le donne: tantissime sono state spinte a terra, graffiate, strattonate. Dietro la plastica dei caschi, mi restano nella memoria gli occhi indifferenti, senza battiti di ciglia dei poliziotti. Quando sono scappata, più per la sorpresa che per la paura, trascinavano via due giovani uomini mentre tante donne erano sull'asfalto, livide di paura e rannicchiate. La gente urlava ma non rispondeva alla violenza, inveiva - invece - contro i giornalisti, al sicuro sul balcone di una pizzeria, impegnati nel fotografare".