
Comincia a definirsi il programma del Festival della “Notte della Taranta”, la cui XI edizione si terrà, come ho già ricordato, fra il 7 e il 23 agosto nei Comuni della Grecìa Salentina, per concludersi nel concertone finale di Melpignano, durante il quale è prevista la partecipazione di Caparezza, Aprés la classe, Sud Sound System, Radiodervish, Richard Galliano e Rokia Traore'.
Il festival itinerante nelle piazze dei comuni della Grecìa Salentina (Calimera, Carpignano Salentino, Castrignano de’ Greci, Corigliano d’Otranto, Cutrofiano, Martano, Martignano, Soleto, Zollino), più i comuni di Alessano, Galatina, Cursi e Marina di Andrano, comincia il 7 agosto e si conclude il 21, con la pausa del Ferragosto. Pausa anche venerdì 22, vigilia del concertone finale a Melpignano il 23.
Non si conosce ancora il calendario, ma questi sono alcuni degli artisti che parteciperanno alla rassegna. Fra i gruppi salentini vi saranno Zoè, Alla Bua, Tamburellisti di Torrepaduli, Arakne Mediterranea, Uccio Aloisi Gruppu, Zimbaria, Canzoniere Grecanico Salentino, Menamenamò, SalentOrkestra, Xanti Yaca, Ensemble Notte della Taranta, Ninfa Giannuzzi, Antonio Castrignanò, Enza Pagliara e Anna Cinzia Villani.
Sono previsti inoltre numerosi progetti speciali, come il progetto di esplorazione delle musiche tradizionali dell’area balcanica proposta da Bandadriatica di Claudio Prima,
Gli Ariacorte propongono una singolare commistione di stili ospitando i Fiamma Fumana, Cisco ex leader dei Modena City Ramblers e le Mondine di Movi, un gruppo di ventiquattro donne della bassa modenese. I salentini Kamafei duettano invece con i siciliani I Percussonici.

A metà anni ’60 i fasti e le illusioni della dolce vita e del boom economico volgono al termine. Il regista Antonio Pietrangeli (Adua e le compagne, La parmigiana, La visita), già esperto in ritratti di donne emarginate o umiliate, gira quello che viene considerato unanimemente uno dei capolavori del cinema italiano, Io la conoscevo bene (1965), sicuramente un film bellissimo, ben costruito in ogni sua parte, e di grande attualità. Il film racconta i fuochi fatui di un’aspirante stellina cinematografica, Adriana, interpretata da una giovanissima e bellissima Stefania Sandrelli nei panni di una ragazza di provincia trasferitasi a Roma alla ricerca del facile successo. Pietrangeli ne fa il ritratto stesso della vanità, malinconica e ingenua allo stesso tempo nel suo consumare le euforie e le illusioni del tempo, fino al suicidio finale. Il film si apre con la radiolina accesa sulla spiaggia di Ostia, e si conclude con l’ultimo calcio dato al giradischi gracchiante. Ultimo giro, ultima canzone. Adriana si toglie la parrucca, il trucco del viso si scioglie in una maschera di lacrime posticce, e la vita va via così com’era venuta.
Pietrangeli (e insieme a lui, come sceneggiatori, Ruggero Maccari e Ettore Scola) mostra grande sensibilità e compassione nel ritratto di questa ragazza ingenua e sfuggente, ammaliata dalle vanità ma non senza una indefinibile ricerca d’amore, un amore fittizio, raccontato dalle moltissime canzoni (Mina, Peppino di Capri, Sergio Endrigo, Millie, Gilbert Bécaud etc.) e dai tanti balli nuovi (twist e surf in particolare) che costituiscono il vero intreccio del film, insieme agli oggetti-feticcio e di moda. Ma la grande abilità di Pietrangeli e dei suoi collaboratori consiste nel prestare a questa vanità e fatuità, che altrimenti evaporerebbe nell’inconsistenza, una sostanza, una pseudo-realtà forse anch’essa “spiritica” o “spiritata”, attraverso (e attraversata da) una incredibile serie di scene scoppiettanti che si susseguono e svaniscono l’una nell’altra, tutte ugualmente perfette e vitalizzate da personaggi memorabili, spesso strepitosi, viveurs, pseudo press-agent, amanti occasionali, attori, imbroglioni, interpretati dagli ottimi Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno, etc. Io la conoscevo bene è una perfetta coincidenza di cosa e come, di intenzione e di realizzazione.
Adriana attraversa questa galleria impressionante di scene, di canzoni, di personaggi, con la sua fugacità, con la sua evanescenza e i suoi presentimenti di caducità, che la porteranno a dissolvere ogni illusione in una lenta ma inesorabile agonia. Il mio attimo passò, e tu dicesti no:
“ragazza bella e eccitante, una come tante altre...il fatto è che le va bene tutto, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente eppure povera figlia, dico io, gliene capitano di tutti i colori tutti i giorni, le scivola tutto addosso senza lasciare tracce come se fosse impermeabilizzata, ambizioni zero, morale nessuna, neppure quella dei soldi perché non è nemmeno una puttana, per lei ieri e domani non esistono, non vive neanche giorno per giorno, perché questo la costringerebbe a programmi troppo complicati, perciò vive minuto per minuto, prendere il sole, sentire i dischi, ballare sono le sue uniche attività, per il resto è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi, con se stessa mai…”
“Milena sono io, vero…sono così, una specie di deficiente?”
“ma no al contrario, forse sei tu la più saggia di tutti”.

PS Nel demi-monde di questo film, costituito da aspiranti attricette, sedicenti fotografi e press-agent (alla Corona?), playboys all’amatriciana, scrittori, attori rampanti o sul viale del tramonto, commendatori a caccia di gallinelle, non c’è ancora posto per politici e cocaina. Il cinema mantiene una sua relativa autonomia rispetto al ceto politico, almeno in apparenza. E il cinema di Cinecittà è ancora il mito predominante per le aspiranti stelline. Vi sono soltanto due canali TV della RAI, in bianco e nero e con orari limitati. La svolta per la televisione si ha nella seconda metà degli anni Settanta (colore, terza rete RAI, orari prolungati, TV private, pubblicità, etc.), mentre il primato del cinema comincia a declinare. Lungo tutti gli anni ’80 il demi-monde si è trasferito perciò verso i nuovi centri di attrazione della TV, della pubblicità e della moda: “edonismo reaganiano”, “made in Italy”, “Milano-da-bere”, yuppies, fashion, cultura come stile-di-vita, etc. Presentatori e presentatrici, soubrette e vallette, veline e attricette, modelle e pin-ups, si sono trasferite in massa verso il nuovo e più eccitante Eldorado della TV commerciale. Allo stesso tempo, a partire dal presidente Ronald Reagan, la politica si è sempre più assimilata allo spettacolo e al linguaggio televisivo in particolare. Il resto è venuto di conseguenza. Le cortigiane allevate nei “salotti televisivi” sono state elevate al rango di ministre o di sottosegretarie, mentre quelle dei salotti più tradizionali via via hanno perduto la loro importanza.
La distanza fra il tocco delicato, ironico e rispettoso, ma non per questo meno drammatico, di Io la conoscevo bene, e la spregiudicatezza dell’attuale gossip, come nel caso Sabina Guzzanti-Mara Carfagna, è comunque abissale, in parallelo alla transizione fra erotismo e pornografia.

Ieri è stato presentato alla regione Puglia il programma del Festival della “Notte della Taranta”, la cui XI edizione si terrà fra il 7 e il 23 agosto nei Comuni della Grecìa Salentina, per concludersi nel concertone finale di Melpignano, durante il quale è prevista la partecipazione di Caparezza, Aprés la classe, Sud Sound System, Radiodervish, Richard Galliano e Rokia Traore' (nei prossimi giorni maggiori informazioni).
Benché siano in molti, anche qui in Puglia, ad associare la “Notte della Taranta” quasi soltanto al concertone di Melpignano, in realtà da anni questo Festival di pizziche e contaminazioni folk è diventato itinerante, e per molti seguaci, “carovaniero” per tutto il Basso Salento, con circa 15 serate sparse fra Calimera e Alessano, passando per Otranto e Galatina. Per non parlare di tutte le rassegne, sagre, piccoli festivals ed eventi che costellano il Salento per tutta l’estate, fornendo ampiamente scelte alternative per una stessa serata.
Anche il pubblico è perciò eterogeneo ed itinerante. Ad uno stesso concerto del Festival, un terzo del pubblico è composto dalla popolazione locale- ma in buona parte sono migranti italianissimi. Un altro terzo è composto da vacanzieri con il culto dell’esotico, e l’ultimo terzo è costituito dai giovani travellers d’Italia e ormai anche d’Europa (l’anno scorso ho anche incontrato sudamericani). Al pubblico occorre aggiungere la non piccola comunità temporanea degli ambulanti e degli addetti ai lavori, dei giocolieri e degli artisti di strada, di chi organizza le varie rassegne e di chi fa commercio (anche di dischi, magliette e libri). A volte la distinzione fra festival e sagra s’assottiglia pericolosamente, a tutto vantaggio degli stands gastronomici, che pagano di più ai Comuni. Altre volte i vigili lasciano fare, e ciò rende la serata meno “istituzionalizzata” e “bottegaia”. 
Per molti giovani travellers il festival diventa davvero un’esperienza nomadica “per scelta”, assai simile ai fasti dell’Umbria Jazz d’un tempo,durante la quale si incontrano, oltre il variegato mondo dell’ambulantato, anche gli “zingari”, in particolare nelle celebrazioni di San Rocco a Torrepaduli. Bands di origine “zingara”, come Mascarimirì di Claudio “Cavallo” Giagnotti, Crifiu, Ziringaglia, sono presenti in parecchie serate, ma in genere molte formazioni mixano ecletticamente ogni sorta di fonti musicali folk, etniche, world, afro, reggae. Vi sono poi serate particolari in cui si incontrano “maestri” e “regine”, come a Sternatia lo scorso anno, Lucilla Galeazzi ed Esma Redzepova “the Queen of Gypsies” con il Canzoniere Grecanico Salentino.
Stratificazioni antiche, a volte rivendicate come “identitarie”, e linee di fuga contemporanee si intrecciano in un meticciato culturale reso più eccitante da o’ sole, o’ mare, sex drugs and rock’n’roll, dai mille incontri occasionali a volte stimolanti, a volte divertenti, a volte convenzionali. Come sempre. Con la “paura” di tornare a casa, alla solita vita scuola-lavoro-famiglia. E sullo sfondo un Salento che con gli anni tende sempre più a “imborghesirsi”, a sedentarizzarsi, a recintarsi, sempre meno “selvaggio” e “primitivo” sempre più “bottegaio”. Prima di tutto lo “sviluppo”, il “marketing del territorio”, in funzione turistica: villaggi, resort, bed & breakfast, strade, porti, etc. L’alternativa fra nomadismo e sedentarietà oscilla fra le scorribande notturne e la noia vacanziera, compresenti sullo stesso territorio per qualche mese estivo.
Nulla che in fondo non sia un déjà vu, da queste parti. Dove al tradizionale incontro/scontro fra contadini, zingari e classi agiate si è sovrapposto quello post-moderno fra migranti, vacanzieri, nuovi nomadi, artisti di strada, giocolieri, e… affaristi. Più i nuovi Rom arrivati di recente dalla ex Jugoslavia, e in particolare dal Kosovo, in seguito alle guerre etniche ed “umanitarie”.
Il gruppo più antico di Rom in Italia, proveniente dai Balcani, si è insediato fin dal XV sec. nell’Italia centro-meridionale, fra Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Calabria. Esercitavano le attività di fabbri, mercanti di equini, giostrai. Fino agli anni successivi la seconda guerra mondiale durante la bella stagione giravano per i mercati con carrozzoni trainati da cavalli; svernavano vicino a qualche borgo, in stalle o fienili presi in affitto. Col tempo la lingua romani, già fortemente influenzata dai dialetti regionali, è stata quasi del tutto abbandonata o sopravvive nell’uso di alcune frasi gergali. Allo stesso modo, il nomadismo è diventato stagionale e i più si sono “fermati” in campi e baraccopoli alle periferie delle città.

La loro partecipazione ad alcune feste religiose le influenza in maniera determinante come nel caso della festa di S. Rocco a Torrepaduli e della festa dei SS. Cosma e Damiano a Riace (CZ). La presenza degli zingari è sensibilmente diversa da quella dei contadini:
“i contadini trascorrono la notte accampati in chiesa, seguono la processione cantando, suonano e danzano la tarantella solo in spazi e in momenti a margine della festa vera e propria; gli zingari si accampano in automobili, camion o furgoni, nei pressi del santuario. A Riace precedono la processione danzando; a Torrepaduli, dopo la processione, si impadroniscono del sagrato dando vita per tutta la notte a delle “ronde” di “pizzica”. Qui agli zingari (e, in misura minore, ad altri marginali e a gente di malavita) spetta prevalentemente il ruolo di danzatori, ai contadini quello di suonatori di tamburello e di armonica a bocca. La tarantella ballata a Torrepaduli in occasione della festa di S. Rocco è detta la “scherma”: due uomini si affrontano danzando, indice e medio della mano destra tesi a simulare la presenza di un coltello, e duellano fino a che uno dei due contendenti viene toccato per la terza volta dalle dita dell’avversario”(Nico Staiti).
La “pizzica-scherma” verrebbe dalla Calabria, dov’è chiamata anche “tarantella maffiusa”, tipica non degli zingari, ma come danza di contadini, pastori, e gente di malavita. Ma i Rom salentini restano comunque gli interpreti principali della “scherma”, e sono loro ad averla importata dalla Calabria nel Salento. Com’è tipico del nomadismo e degli zingari, sono questi ad aver svolto un ruolo di mediatori di tradizioni fra due diverse regioni dell’Italia meridionale, cosa impossibile fra culture “chiuse”, e allo stesso tempo, a Torrepaduli come a Riace, svolgono un ruolo complementare rispetto agli altri partecipanti.

Questo tipo di “ibridazione”, di “musica ibrida ai confini del mondo in un cocktail irresistibile di musiche balcaniche…ricche di echi arabi, turchi e mediorientali in un turbinio di ritmi etc.” costituisce il contributo specifico della musica “zingara” alla musica “etnica” del Salento. La sua profondità (Liszt) riflette “un dato di precarietà sociale eccezionale” percepito con intensità e forza straordinarie, alla quale, forse, anche il più distratto vacanziero o migrante di ritorno, colto in un attimo di libertà fuori dalle consuete costrizioni del lavoro e del quotidiano, s’abbandona mollemente.
“Se il dato primario degli zingari è la capacità (necessità) di adattarsi a contesti sociali sempre nuovi, cui prestare attenzione per percepire quanto serve per sopravvivere, è ben possibile che, come per i neri americani, prestando orecchio a quanto le tradizioni musicali popolari fornivano nei contesti dei luoghi nei quali si aggiravano abbiano condotto a queste strepitose "sintesi" o "rivitalizzazioni" di tradizionali arie in forme dotate di una autonoma cifra stilistica” (Luca Guglielminetti).

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo di Luca Guglielminetti.
foto: Mario Giacomelli (Senigallia 1925-2000), "Zingari" (1958)
La nuova musica zingara: il Jazz dei Balcani
"Dotati di un senso musicale d'incredibile profondità, certamente sconosciuto a qualsiasi altro popolo" ha scritto Franz Liszt a proposito degli zingari, in un saggio del
E' certamente un popolo strano quello che designa il ieri e il domani con la stessa parola, che non ha un verbo per tradurre il termine "avere" (bisogna comporlo con un "a me è, a te è...). Un popolo nel quale non esiste il concetto di eredità. Ogni zingaro deve costruirsi il suo patrimonio da solo. Gli zingari sono, come gli ebrei, un popolo in costante diaspora, senza precisa dislocazione geografica: un popolo senza patria, l'unico popolo del mondo senza patria - e quindi anche l'unico popolo al mondo che non abbia mai combattuto una guerra.

Anche questi pochi dati esemplificativi sono in relazione con tutta la musica che conosciamo e apprezziamo in forma indiretta, attraverso le "rielaborazioni" di classici come Brahms o in forma diretta ad esempio attraverso i film di Emir Kusturica Underground e Le Temps des Gitanes con la musica della Banda per matrimoni e funerali di Goran Bregovic'?
Sappiamo che gli zingari utilizzano con grande passione e capacità il linguaggio musicale basando la costruzione dei brani su due elementi di fondo: l'apprendimento, come per la lingua parlata, di arie e melodie popolari dai luoghi di passaggio e l'estro individuale particolarmente esaltato dalla pratica molto frequente dell'improvvisazione.
È difficile individuare una musica originale zingara. Si possono riconoscere però stili diversi, come fra i gitani e gli tzigani, dove però l'elemento comune rimane l'utilizzo di un filo conduttore prescelto su cui poi avviare fioriture, cesellature, arabeschi.Se si ricercano elementi di continuità nella presenza dei loro canti, si può verificare che la cultura slava ha dato un contributo determinante con la sua forte influenza sui principali ceppi linguistici zingari immigrati in Europa da est.
Nella tradizione esiste una netta distinzione fra canto ed esecuzione strumentale, il primo rimane rivolto all'ambito ristretto della comunità ed è puramente sentimentale, mentre l'esecuzione di motivi strumentali per violino, chitarra, ottoni, viene fatta per professione, cioè dietro pagamento.Oggi lo stato dell'arte della musica degli zingari è leggermente diverso: si sono sviluppate formazioni che coprono entrambi i versanti vocale e strumentale (i Bratch o gli Ando Drom) ed altre come Bregovic' che restano fedeli alla tradizione strumentale o i Kaly Jag che, viceversa, restano fedeli alla tradizione vocale segnata al massimo da una sottile linea strumentale di accompagnamento ritmico o di controcanto.

Nel caso della banda di Goran Bregovic' troviamo l'influenza dello stile delle bande militari dell'impero ottomano: siamo di fronte ad una musica ibrida ai confini del mondo in un cocktail irresistibile di musiche balcaniche ricche di echi arabi, turchi e mediorientali in un turbinio di ritmi che le forniscono un certo "groove" che la rende sempre riconoscibilissima. E' difficile non percepire un parentela con l'influenza delle bande militari della Luisiana sull'origine della Jazz band in un confine del mondo come era New Orleans. Anche quelle bande, dove si formarono King Oliver e Louis Amstrong, entravano in servizio in occasione di funerali e matrimoni. "Groove", del resto, definisce un ritmo trascinante e 'sporco', cui sono specializzati gli ottoni con i loro reiterati 'riff' a velocità e volume crescente.
Se il dato primario degli zingari è la capacità (necessità) di adattarsi a contesti sociali sempre nuovi, cui prestare attenzione per percepire quanto serve per sopravvivere, è ben possibile che, come per i neri americani, prestando orecchio a quanto le tradizioni musicali popolari fornivano nei contesti dei luoghi nei quali si aggiravano abbiano condotto a queste strepitose "sintesi" o "rivitalizzazioni" di tradizionali arie in forme dotate di una autonoma cifra stilistica.
Del resto, sia col jazz che con la musica zingara strumentale siamo di fronte alla funzione di far danzare da parte di popoli sradicati, emarginati, quando non perseguitati. Così come il carattere profondamente nostalgico del blues e della musica zingara vocale copre la funzione sentimentale. Le similitudine finiscono qui però, in quanto discorsi analoghi potrebbero valere per la musica Klezmer degli ebrei, per il Fado portoghese e molta musica folk in generale.
Concludiamo dicendo che per la musica zingara, sia vocale che strumentale, vale certamente un dato di precarietà sociale eccezionale che si riflette in quella profondità di cui scriveva Liszt un secolo e mezzo fa, e che la rende ancora oggi di una forza unica. Una forza della disperazione, forse, della precarietà della vita che il nomade percepisce ad una potenza diversa rispetto a noi sedentari, sicuramente.
Ma quando ascoltiamo al meglio la loro musica di oggi, probabilmente qualche eco del nostro passato comune al loro riusciamo a sentirlo: brani e canzoni dei Kaly Jag come di Bregovic' e di tanti altri artisti zingari riescono a creare brecce nel frastuono delle nostre metropoli, nella massiccia produzione commerciale di musiche da ballare sempre più come degli automi o che ci rimanda a sentimenti sempre più vuoti.
Luca Guglielminetti
APUA MATER & MARCO ROVELLI

Note sull'istruzione programmata e sulle tecnologie del sè.
Forse e' proprio la solitudine che va politicamente organizzata.
(Christian Marazzi)
Non e' un fatto accidentale che la parola apprendimento ricorra con frequenza nelle sperimentazioni sul comportamento animale dei behavioristi
(it.wikipedia.org/wiki/Comportamentismo). Thorndike, l'ideatore delle gabbie-problema e per certi versi il pioniere del behaviorismo, dedico' gran parte della sua carriera successiva ai problemi dell'educazione e dell'istruzione dei bambini.
Fu Thorndike, nel
Qui e' da notare il fatto che ottant'anni prima che il calcolatore digitale si candidasse a sistema universale per l'implementazione dell'istruzione programmata, i modelli di programmazione dell'apprendimento behavioristi erano gia' stati ideati e avevano iniziato a suscitare entusiasmo nella piccola borghesia americana.
Sidney Pressey, un allievo di Thorndike, realizzava nel 1926 la prima “teaching machine”. La macchina di Pressey aveva l'aspetto di una macchina da scrivere, il cui carrello era corredato di una finestra in cui venivano presentate una domanda e quattro possibili risposte, delle quali una sola era quella giusta. Su un lato del carrello vi erano quattro pulsanti e l'utente era invitato a premere quello corrispondente alla risposta che riteneva esatta.
Alla pressione del tasto la macchina registrava la risposta su un contatore situato dietro il carrello e quindi proponeva la successiva domanda. Finita la prova l'utente poteva riesaminare il foglio del contatore per valutare il punteggio ottenuto e gli eventuali errori commessi. Pressey nei suoi libri affermava di confidare nel fatto che la sua macchina avrebbe condotto ad una “rivoluzione industriale nell'educazione”.
La grande depressione del '29 e la seconda guerra mondiale limitarono notevolmente le possibilita' di sviluppo dei progetti di Pressey. Se Pressey, e in seguito Skinner, svolsero le loro attività in buona sintonia con l'accademia, l'istruzione programmata trovo' nel mercato una sponda altrettanto affidabile. In un libro degli anni '60 intitolato Macchine per insegnare lo studioso francese Bernard Planque lamentava come: “ (...) si possono trovare nei drugstores di New York, per un dollaro, delle buste contenenti schede programmate che garantiscono che saprete tutto su Mozart o Einstein e che non dimenticherete mai nulla”. Per buona parte del secolo breve, ogni “oneself made man” statunitense, ogni famiglia che coltivava il sogno dell'american way of life, prima o poi, avrebbe finito con l'imbattersi nei prodotti ispirati ai principi dell'istruzione programmata.
Come scrive Luciano Mecacci, il comportamentismo fu a livello di massa: “una psicologia del far da se' adeguata ad una borghesia che aveva dato prova di ottimismo ed efficienza nel superamento delle crisi economiche del dopoguerra e del
La critica di Skinner alle prime teaching machine si appunta su una insufficiente analisi delle fasi di apprendimento e sulla scarsa importanza attribuita ai rinforzi, cioè ai premi.
“Una delle differenze principali esistenti tra un testo e un programma, e' data dal fatto che il primo riesce ad insegnare solo quando agli studenti sono state fornite della ragioni estrinseche per studiarlo, mentre il programma ha queste ragioni al suo interno” .
Con questa singolare affermazione Skinner intendeva dire che la gratificazione doveva essere generata dal programma stesso. A differenza di quanto accadeva nel sistema di Pressey, in cui le risposte sarebbero state esaminate alla fine dell'esercizio, Skinner sosteneva che la correzione degli errori doveva essere realizzata dal sistema in modo immediato.
[*] Dietro lo pseudonimo di Rattus Norvegicus si nasconde uno studioso del comportamento umano e animale, psicologo sperimentale per formazione, che scruta gli scenari del lavoro immateriale e flessibile con sguardo da antropologo. Seguendo per necessita' e per virtu' il metodo dell'osservazione partecipante si è occupato per anni di interfacce uomo-macchina, di videogiochi, di Intelligenza Artificiale, di didattica informatizzata, di ausili informatici per disabili.
Ha collaborato con numerose riviste tra cui Cyberzone, Informazione in Psicologia, "Musica!" e con innumerevoli aziende tra cui Ipermedia, Bitnet, Dedalo, Numerica, I.Li.Tec, Hochfeiler sistemi. Ha tenuto conferenze e seminari presso biblioteche pubbliche, cattedre universitarie e associazioni culturali.
In ricordo di Piero Ciampi, un grande perdente
Quel giorno che fu del marzo 2008 i Mercanti tutti si resero protagonisti, insieme ad incredibili e mirabolanti ospiti, dello spettacolo più lungo che la storia del teatro ricordi...
"Mi sono arreso a un nano non stop" è stato uno spettacolo lungo ventiquattrore ininterrotte, dalle 21 alle 21 del giorno dopo, senza mai dormire o uscire dal teatro, si è cantato, mangiato e recitato a tutte le ore del giorno e della notte.
Un'incredibile, indimenticabile, tonitruante, infinita piece dei Mercanti di Storie e di chi ci ha accompagnato festante sino alle prime luci dell'alba.
Grazie a tutti, come sempre ci troverete nei peggiori bar dello stivale.
Verona è, e resterà sempre, nell'immaginario, la città di Romeo e Giulietta, di Montecchi e Capuleti; le rivalità non possono ricomporsi che nella morte per procura, per transfert, come ricorda un'altra canzone, "Join Me (in death)" degli HIM (His Infernal Majesty), che però mi pare un po' troppo leziosa e MTV per i miei gusti (ma forse è un po' il destino di quest'opera di Shakespeare oscillare fra commedia e tragedia).Il cupio dissolvi delle accese rivalità si incanala su due vittime predestinate, perchè osano infrangere gli steccati, i divieti, i tabù e gli odi pretestuosi magistralmente espressi da Mercuzio nel breve brano che ripropongo. Non vi è possibilità di ricongiungimento che nella morte (e nell'esilio dal "mondo", cioè dalla Verona delle fazioni rivali). Romeo e Giulietta si ribellano alle proprie famiglie, cioè ai vincoli feudali di sangue, ma la forza di quei vincoli si rovescia su di loro in maniera distruttiva.
BENVOLIO - Ti prego, buon Mercuzio, andiamo a casa. Fa molto caldo oggi, e i Capuleti sono in giro: dovessimo incontrarli, non potremo evitare d’azzuffarci. Il sangue, in questi giorni di calura, fa il matto e bolle più del necessario.
MERCUZIO - Tu mi somigli a un di quei compari che, come sono entrati in una bettola, ti sbattono la spada sopra un tavolo, gridandole: “Dio voglia, non sia mai, ch’abbia a usar di te!”; e poco dopo, al secondo bicchiere, come niente,
ci infilzano lo stesso taverniere.
BENVOLIO - Davvero ch’io somiglio a un tal compare?
MERCUZIO - Va’, va’, che con quel tuo caratterino, quando t’arrabbi sei così focoso che non ce n’è l’eguale in tutta Italia: pronto a farti eccitare dalla collera,
e andare in collera per eccitarti.
BENVOLIO - E avanti, poi, che altro?
MERCUZIO - Che se ad esser così come sei tu, foste in due, ci vedremmo presto privi d’entrambi perché vi sopprimereste l’uno con l’altro. Perché tu sei uno che attaccheresti lite con chiunque, sol perché la sua barba ha un pelo in meno o in più di quella tua; o con chi fosse intento a schiacciar noci, solo perché tu hai gli occhi color nocciola.
Quale occhio se non il tuo saprebbe scorgere in quello un pretesto
per far questioni e menare la mani?
La tua testa è stipata come un uovo di questioni, ed a forza di litigi
s’è imputridita come un uovo marcio.
Hai preso a male parole un povero cristiano che tossiva per strada,
col pretesto che quel suo scarracchiare svegliava quella bestia del tuo cane
che dormiva sdraiato sotto il sole.
E non hai litigato con quel sarto, perché portava il suo giubbotto nuovo
prima di Pasqua? E ancora con un altro perché allacciava le sue scarpe nuove
con vecchie striglie? E adesso proprio tu mi vieni a predicare che non si deve
attaccar briga!
BENVOLIO - S’io fossi litigioso come te, chiunque comprerebbe tutto il feudo
della mia vita per un’ora e un quarto di quella sua.
MERCUZIO - “Il feudo…”. Oh, sempliciotto!
BENVOLIO - Per la mia testa, ecco i Capuleti!
MERCUZIO - Chi se ne frega, per i miei calcagni!
(William Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto Terzo, Prima scena)
Come spesso è accaduto anche in passato, i fascisti si sono appropriati di una cultura e di una simbologia a loro opposta, come quella Skinheads e OI!, stravolgendola ai propri fini di reclutamento in ciò favoriti dai media che hanno associato nazi e skin, e dal perbenismo di sinistra. Vi segnalo un post di klochov+ "non fare di tutti gli skin un fascio", che in maniera pacata e articolata ripristina la storia della cultura skinhead e delle organizzazione anti-razziste come la SHARP/Skinhead against racial prejudice. E questo articolo sempre attuale di WU MING sui gruppi OI!
Oi!
da Il Mucchio Selvaggio EXTRA, trimestrale di approfondimento
musicale n.7, autunno 2002
The Cockney Kids Are Innocent!
Lo "street punk" britannico dal 1978 al 1982.
L'ultima volta in cui il rock'n'roll fu effettivamente sovversivo
di *Wu Ming 1* & *Wu Ming 5*
A Tiziano Ansaldi
1. Shit From An Old Note Book
(Copertina Strength Thru Oi!)
Non sarà sufficiente "spezzare una lancia": qui si tratta di affrontare
un'intera falange macedone, compiere un'impresa titanica, sfidare quel
Pensiero Unico sul punk che sin qui ha impedito di riprendere in