DALLA BARBARIE COLONIALE ALLA POLITICA NAZISTA DI STERMINIO
di ROSA AMELIA PLUMELLE-URIBE (Afrikara)
il legame tra le politiche di sterminio coloniale, l'imbarbarimento delle società europee e il trauma di ritorno del nazismo su queste medesime società

In molti post precedenti ho sottolineato il legame intrinseco e strutturale fra xenofobia e razzismo in politica interna e interventismo militare in politica estera, come due facce della stessa medaglia. In altri termini, le emergenze interne hanno per scopo di preparare i presupposti, i dispositivi e la mobilitazione (di mezzi e personale) necessarie che sfocieranno in nuove avventure militari (anche di "guerra interna", se necessario). Segregazione razziale o disumanizzazione dell’Altro procedono di pari passo con l’espansione del complesso industrial-militare che Sbancor ha identificato come Warfare. Il ministro
Sicuramente questo articolo risulterà indigesto per tutti i razzisti e xenofobi,anche quelli mascherati, ripuliti e riciclati di casa nostra. Compresi quelli “progressisti” e “liberal”. Ha anche il merito di andare un po’ oltre l’ennesima rilettura del “capro espiatorio” quale emergerebbe in un periodo di crisi. In realtà, ciò che definiamo “capro espiatorio” è il prodotto sottoculturale di un sistema espansionistico spinto fino allo sterminio di intere popolazioni, cancellate o schiavizzate.
L'autrice di
Schiavismo e traffico di schiavi
Conviene precisare immediatamente che le guerre di conquista ed i crimini legati al dominio coloniale, così come la riduzione di esseri umani in schiavitù, erano già una realtà nei tempi antichi. Ad esempio, quando il dominio dei Musulmani arabi si estese verso l'Europa, il commercio di esseri umani era un'attività millenaria tra gli Europei. Il regno dell'Islam in Spagna, dal 711 al
I prigionieri, soprattutto slavi, alimentavano il commercio di uomini tra Venezia e l'impero arabo-muslmano del sud Mediterraneo. È così che nelle lingue occidentali la parola schiavo o slavo si sostituiscono al latino servus, per designare i lavoratori privi di libertà. Detto diversamente, per molti secoli, dei Cristiani europei vendevano altri Europei a dei commercianti ebrei specializzati nella fabbricazione di eunuchi2, una merce considerata molto pregiata e molto richiesta nei paesi dell'impero musulmano.
Ricercatori e specialisti dello schiavismo in Europa durante il Medioevo, hanno visto nel sistema di asservimento inaugurato in America dal dominio coloniale un legame di continuità con le istituzioni schiavistiche dell'Europa. Jacques Heers sostiene che 'È merito incontestabile di Charles Verlinden, su questo punto un autentico pioniere, di aver evidenziato che la conquista e lo sfruttamento coloniale delle Americhe si erano largamente ispirate a certe esperienze molto recenti nel Mediterraneo e si iscriveva in linea diretta in una continuità ininterrotta di precedenti medievali3.
Ho tuttavia scelto di affrontare questa analisi a partire dal

vedi anche il film La generazione rubata di Phillip Noyce, 2002: it.wikipedia.org/wiki/La_generazione_rubata
Sembra un periodo particolarmente favorevole ai romanzi e ai saggi che raccontano le vicende infinitamente crudeli degli stermini coloniali e delle assimilazioni forzate, dall’operazione elvetica “Enfants de 
Le politiche di assimilazione sono tecnicamente simili, nella Svizzera del dottor Alfred Siegfried come nel massacro degli aborigeni australiani, le comunità, le culture e gli stili di vita delle “razze inferiori” dovevano essere distrutte radicalmente. Ciò che ne restava doveva essere sottoposto alla sedentarizzazione forzata, col nome di "politica di assistenza sociale e di previdenza". La sottrazione dei bambini in Svizzera venne pianificata fino al 1967 dall'Opera di soccorso "Enfants de la grand-route" (creata nel 1926 dalla federazione svizzera di beneficenza Pro-Juventute) con la collaborazione della polizia, e finanziata da vari “benefattori” e associazioni, dalla vendita di gadget dell’associazione (francobolli, opuscoli) oltre che da sovvenzioni della Confederazione e del Dipartimento dell’Interno. I bambini rubati ai genitori venivano “affidati” ad altre famiglie o rinchiusi negli orfanotrofi, incarcerati o internati in ospedali psichiatrici. E costretti a subire ogni sorta maltrattamenti, umiliazioni e vessazioni. Sembra un film già visto, con gli stessi dialoghi, la stessa disperazione, gli stessi sbirri, gli stessi orfanotrofi. E si sa quanto sta a cuore, alla Moratti o alla Chiesa, la beneficenza.
Sta di fatto che una delle prime azioni fu …il censimento della popolazione itinerante. I bambini vennero sottratti alla potestà dei genitori, e Siegfried stesso divenne il “tutore” di oltre 300 bambini. Per lui, per il successo della “rieducazione” era assolutamente necessaria “la rottura totale tra il bambino e il suo universo familiare”.
Complici di quest’operazione furono, verrebbe da dire ovviamente, il clero, gli scienziati, i medici, gli psichiatri. Negli istituti religiosi, nelle aziende agricole o nei penitenziari i bambini potevano “assimilare i valori dell'ordine e del lavoro” e venire “socializzati” lavorando come servi e schiavi a zero o basso costo. Fra un maltrattamento e un abuso sessuale, potevano perfino ricevere un’”istruzione” ridotta al minimo, quel tanto che bastava alla loro condizione di “esseri inferiori”.
Gli scienziati appurarono l'"inferiorità ereditaria" dei nomadi, e i medici praticarono le sterilizzazioni forzate. Ancora nel 1964, il dottor Siegfried scriveva: "Il nomadismo, come alcune malattie pericolose, è trasmesso soprattutto dalle donne". Lo psichiatra Joseph JÜrger fu uno dei primi ideologi svizzeri dell'igiene razziale. Nel 1988 un centinaia di vittime della “scienza razziale” erano ancora internate in cliniche e istituti. Se si considerano tutte queste date, si può osservare una grande continuità, fino ai nostri giorni, in tutta Europa (e negli Stati Uniti) delle operazioni di eugenetica, che non riguardarono perciò esclusivamente i nazisti, anche se certo il nazismo ne fu l’interprete più entusiasta e fanatico.
Il romanzo Home di Larissa Behrendt, pronipote di una bambina aborigena rapita nel 1918 per essere educata e cresciuta dai bianchi, si inserisce in questa corrente di testimonianze sui bambini rubati e sulle politiche di assimilazione e/o sterminio.
Con Home, Larissa Behrendt, docente di legge e studi aborigeni e avvocato votato alla causa dei diritti del suo popolo, racconta, tra realtà e fiction, un lungo viaggio alla ricerca delle radici perdute e fa riemergere una pagina di storia che il suo paese ha creduto di poter archiviare troppo in fretta: la tragedia degli aborigeni, "colpevoli" soltanto di avere una pelle diversa dai bianchi.
Protagonista del romanzo è Candice, una ragazza dai capelli chiari, pronipote di Garibooli, la bimba portata via con la forza dal campo di eualayai, che, a distanza di settant'anni, ritorna con il padre Bob nei luoghi dove venne rapita la nonna. Insieme ai ricordi che affiorano e attraverso i luoghi e i volti, si ricompone la vita di Garibooli, ribattezzata Elisabeth. Violenze, diritti violati, ferite non rimarginabili.
La tragedia degli aborigeni è stata una pagina della storia Australiana chiusa tanto tempo fa. Lei ora la riapre
Anche se il rapimento di massa dei bambini aborigeni è finito con gli anni Sessanta, ancora oggi quanto è successo pesa sul mio popolo. Tutti quelli che furono strappati ai loro cari per essere "assimilati" dai bianchi, hanno subito abusi: fisici, mentali, sessuali. E ce ne sono ancora molti che non sanno neanche da dove provengono e che non sono riusciti a ritrovare la loro identità. Da avvocato mi sono occupata di donne, figlie e nipoti di bambini o bambine rapiti, che non avevano neanche il più pallido ricordo della loro famiglia. Un'eredità pesante da portare.

Home è un romanzo autobiografico?
Sì, il libro si basa sulla storia della mia famiglia, ma anche sulla mia esperienza di avvocato. Candice sono io, e Garibooli è mia nonna. Della mia famiglia io conoscevo qualche cosa, ma non molto. Mentre, nel romanzo, Candice immagina la storia di Gariboli nei dettagli: da quando venne strappata al suo campo in poi. Fino a quando le sarà possibile tornare a casa, tanto tempo dopo. Visitare i luoghi da dove mia nonna venne portata via, mi ha dato la forza e l'emozione per poter scrivere Home.
Quanti sono stati, in cinquant'anni, i bambini aborigeni rapiti?
Ipotizzare un numero preciso è difficile. Le fonti ufficiali dicono che quella sorte capitò a un bambino su dieci. Ma io non ho mai conosciuto una sola famiglia aborigena che non contasse un "bambino rubato".
Quello che è accaduto agli aborigeni nel suo paese è stato il tentativo di togliere l'identità a un popolo. L'Australia ha riconosciuto le sue responsabilità, o la questione è ancora aperta?
Il nostro ex primo ministro, John Howard, non pensava che l'Australia si dovesse vergognare di questo suo passato, né riteneva che la questione degli aborigeni fosse stata sottovalutata. E, in quel periodo, tutto sommato, la logica dell'assimilazione è continuata, la cultura aborigena non era in alcun modo né protetta né fatta rivivere, né tanto meno venivano stanziati fondi e risorse per salvaguardare il popolo aborigeno.
Le cose sono cambiate quando è andato al potere Kevin Rudd. Lui ha chiesto scusa agli aborigeni e il governo si è fatto carico dei danni morali e fisici causati dalla politica dei rapimenti. Oggi in Australia va senz'altro meglio, ma solo dal punto di vista teorico. Quando si scende sul piano pratico ci sono ancora molti problemi.
Larissa Behrendt, Home
Baldini Castoldi Dalai editore
Pagine 429 - euro 19,00.
(intervista tratta da la Repubblica 29 giugno 2008)

LADRI DI BAMBINI
“In Italia la forza del pregiudizio alimenta oggi una violenza quotidiana che
ha nei bambini rom e sinti le vittime predestinate. Le radici storiche di questa
violenza sono remote. Profondamente radicato e sordo a ogni evidenza è il
pregiudizio che accusa gli zingari di rubare i bambini "nostri".
Intanto ogni giorno si hanno nuovi esempi di come noi rubiamo agli zingari
i bambini "loro" per trasferirli in istituti e di come la nostra società impedisca
a quei bambini la possibilità di una vita normale. Le prigioni italiane ospitano
- per così dire - un numero molto alto di zingari e chi le volesse visitare
vedrebbe scene di giovanissime madri che allattano i loro piccoli o li tengono con
sé. Bambini che nascono prigionieri”.
(Adriano Prosperi, “I nostri indiani si chiamano zingari”, in “
In una cerimonia solenne l´11 giugno scorso a Ottawa il primo ministro canadese ha presentato le scuse del governo ai nativi per la politica di assimilazione seguita dal Canada nei loro confronti:
“nel corso di molti anni, dall´800 fino al 1970, più di 150.000 bambini indiani furono strappati alle loro famiglie in tenera infanzia e obbligati a frequentare le scuole cristiane di stato. Qui, diventati ostaggi di un potere incontrollato mascherato di buone intenzioni, subirono ogni genere di violenza, inclusi naturalmente gli abusi sessuali. Tremende testimonianze di quel che subirono sono state proposte pubblicamente in quella cerimonia dell´11 giugno, davanti alla folla di membri delle "First Nations" “(gli “indiani” d’America). ( Adriano Prosperi, “I nostri indiani si chiamano zingari”, in “
Il primo ministro ha detto fra l´altro: "E´ stato un errore separare i bambini da culture e tradizioni ricche e vibranti; questo ha creato un vuoto in molte vite e in tante comunità. Di questo chiediamo perdono". Già Aléxis de Tocqueville nell´800 aveva descritto “il degrado fisico e mentale di popoli un tempo fieri e vigorosi trasformati dall´alcool e dall´asservimento coloniale in relitti umani”.
ll riconoscimento di colpa canadese va in controcorrente rispetto all’andazzo paranoico dell’Italia maronista, e colpisce al cuore di quel pseudo-orgoglio di superiorità razziale-culturale (che nasce dalla più abissale ignoranza) tipicamente colonialista sfociato nei genocidi nazisti. Ma indubbiamente è l’urgenza (l’emergenza) del clima di guerra a giustificare, nel segno dello “scontro di civiltà”, i nuovi pogrom e deliri razzisti contro gli “zingari”:
“I nostri Indiani si chiamano zingari. Ci oppone la stessa barriera culturale tra stanziali e nomadi che oppose in America il popolo delle praterie ai costruttori di città. Quella barriera non ha operato solo nel portare al genocidio degli zingari nei Lager nazisti, di cui comunque non si parla abbastanza. Ci vorrebbe troppo spazio per tentare un elenco anche sommario degli orrori dell´eugenetica europea e dello stillicidio quotidiano di volgari pregiudizi. “ ( Adriano Prosperi, idem).
Stermini colonialisti e stermini razzisti in “casa nostra” sono il frutto malefico di una cultura dominante diffusa a piene mani in tutta Europa, e di cui la follia nazista fu solo la manifestazione più evidente e paradigmatica. Non a caso Prosperi ci ricorda nel suo articolo quanto accadde in altri “civilissimi” Paesi come
Nel maggio del 1999, il Parlamento svedese ha deciso di indennizzare le vittime della politica di sterilizzazione forzata condotta in questo paese dal 1934 al
"Mi hanno portata via da mia madre poco dopo la mia nascita (...) I primi sei mesi di vita, li ho passati in un centro pediatrico per ritardati mentali. Lì ho vissuto le prime torture psichiatriche di un bambino jenische (...) Quando per la prima volta ho chiesto al mio tutore, il dottor Siegfried, chi fossero i miei genitori, mi ha detto (...) tua madre è una puttana, tuo padre un asociale. E questo, me lo sono portato dietro per dieci anni. Finché ho capito il significato di quelle parole: i miei genitori erano zingari " (Mariella Mehr, scrittrice jenische, una comunità gitana). 
Quella comunità della Svizzera fu vittima, negli anni tra il 1926 e il 1972, di una vera e propria caccia al nomade denominata l'operazione "Enfants de la grand-route" (Bambini della strada maestra). Come varie centinaia di altri figli di nomadi, Mariella era stata tolta di forza ai suoi genitori:
“Nell'arco di quasi mezzo secolo, in Svizzera oltre seicento bambini jenisches sono stati sottratti a forza alle loro famiglie dall'Opera di soccorso "Enfants de la grand-route", che aveva un unico mandato: quello di sradicare il nomadismo. Con questo proposito, i figli del popolo itinerante erano sistematicamente sottratti ai genitori e collocati presso famiglie affidatarie o negli orfanatrofi, quando non venivano addirittura incarcerati o internati in ospedali psichiatrici.
Nell'ambito del programma che doveva plasmarli secondo i modelli della società sedentaria, questi bambini hanno subito atti di razzismo, umiliazioni e maltrattamenti. Queste vessazioni, più accentuate nella Svizzera tedesca e nel Ticino, sono state minori nella Svizzera francese.
"Sradicare il male del nomadismo" L'Opera di soccorso "Enfants de la grand-route" era stata creata nel 1926 dalla celebre e prestigiosa federazione svizzera di beneficenza Pro-Juventute, cui era stato affidato l'incarico di "proteggere i bambini a rischio di abbandono e di vagabondaggio".”
Nel giugno 1998 Ruth Dreyfuss, consigliere federale oggi presidente della Confederazione elvetica ha dichiarato pubblicamente: "Le conclusioni degli storici non lasciano spazio al dubbio: l'Opera di soccorso Enfants de la grand-route è un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza".
Il termine assimilazione rivela qui la sua natura più brutale e feroce. Non a caso il fondatore e direttore di quest'organismo, Alfred Siegfried (1890-1972), che terrorizzava i bambini gitani con la complicità della polizia e delle amministrazioni comunali e cantonali, venne paragonato al suo principale ispiratore, Hitler.
(fine Prima Parte)
L'IRAQ E' UN SEVERO MAESTRO
di Valerio Evangelisti
R.A. Heinlein, La luna è una severa maestra, 1965
L’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale costruì la propria identità alla luce di quel fenomeno occorso ovunque denominato Resistenza: vocabolo che indicava lotta popolare al fascismo, sì, ma anche all’occupazione armata del suolo nazionale e - non sempre però spesso - alle disparità sociali. In conseguenza di quelle radici, i paesi europei si liberarono, chi prima chi dopo e non senza contraddizioni anche gravi, del colonialismo. Sintesi stessa di tirannide e di disuguaglianza, non a caso era stato il retaggio dello Stato liberale pre-bellico che il fascismo aveva con più entusiasmo fatto proprio, fino a fondare su esso buona parte della propria mistica.

A Roma migliaia di persone hanno partecipato al corteo di solidarietà per contrastare recenti atti di razzismo nei confronti delle popolazioni sinte e rom.
"Basta razzismo contro i rom", "Stop alla xenofobia" e "Non aspettiamo la shoah per intervenire": questi gli striscioni di apertura della manifestazione partita dal Colosseo e terminata al Foro Boario, dove si è tenuto un incontro fra le associazioni che hanno organizzato il corteo.
In serata si è tenuto un grande concerto con tanti artisti rom.
A Roma la grande manifestazione dei Rom e Sinti contro il razzismo degli italiani. “Siamo qui oggi contro l’apartheid - Santino Spinelli, professore universitario a Chieti, musicista e intellettuale rom - e per far capire all’Italia e agli italiani che i rom non sono nomadi, che i campi sono illegali e disumani e che ci siamo riuniti oggi per la prima volta compatti a favore dei nostri diritti”.
Warfare 2:
La fine del pensiero unico: dalla crisi del neo-liberismo
ai nuovi scenari geo-politici
di Sbancor (28 agosto 2001)
Warfare against Welfare: la posta in gioco.
La posta in gioco è alta. Per l’establishment imperiale si tratta di restituire al capitalismo internazionale l'ultima chiave per poter uscire da un ciclo recessivo che si annuncia lungo. Questa chiave si chiama Warfare. Il Warfare non necessariamente è guerra, anche se ogni tanto qualche guerra è pur necessaria per smaltire le scorte d'armi e giustificare i nuovi investimenti.
Il Warfare è un complesso militare industriale e di intelligence e insieme una politica economica. La possibilità di iniettare liquidità nel sistema mirata direttamente a investimenti in tecnologia che possono perpetuare la supremazia imperiale.
ROMA - "Attenzione, c'è un bruttissimo clima. Ricordiamoci cosa è successo negli anni trenta in Europa. La mia relazione al Parlamento europeo su quello che ho visto in Italia racconterà di questo clima. E sarà molto dura". Trentatré anni, minuta, faccia da gitana è proprio il caso di dire, sguardo intenso, anche un po' triste. Si chiama Viktoria Mohacsi, è rom di origine ungherese e dal 2004 è eurodeputato dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa (Eldr). Da quattro anni, con un'altra eurodeputata di origine rom però rumena, ha l'incarico di monitorare le condizioni di vita dei 150 mila gipsy che vivono in Europa. E' la prova, semmai ce ne fosse bisogno, che è troppo facile e altrettanto sbagliato dire rom quindi zingaro quindi criminale.
Con l'aria che tira in Italia - pacchetti sicurezza, annunci di misure straordinarie, esplusioni di massa, limitazione dello spazio di libera circolazione Schengen, ronde contro gli zingari e molotov contro le baracche - Mohacsi è stata spedita qui da Annemie Neyts-Uytteboeck, leader dell'Eldr di cui fanno parte anche i radicali. L'eurodeputata infatti è accompagnata nella sua visita nella paura rom dal segretario dei radicali Rita Bernardini e dai deputati Marco Beltrandi e Maurizio Turco, eletti nelle liste del Pd. Mohacsi ha visitato il campo nomadi di Castel Romano e nel pomeriggio "Casilino 900", ammucchiata di lamiere lungo la via Casilina di cui anche Francesco Rutelli, in campagna elettorale, aveva annunciato lo smantellamento. Portare le ruspe in quel campo è uno dei primi obiettivi del sindaco Alemanno.
Manfred Kielnhofer/ via ArtMoCo/
AMERICAN NIGHTMARE
Ripropongo qui l’introduzione di Valerio Evangelisti al volume di Sbancor, American Nightmare. pubblicato da Nuovi Mondi Media nel 2003. Sbancor, o Franco Lattanzi, deceduto l’altro ieri, era operatore finanziario presso uno dei più importanti istituti di credito italiani, profondo conoscitore di finanza internazionale e collaboratore di numerosi siti indipendenti.
Sbancor, rispetto ad altri uomini del mondo finanziario divenuti noti sotto pseudonimo, ha una caratteristica: sa scrivere. I suoi interventi, ormai notissimi a chi frequenta i siti di Internet "alternativi", "antagonisti" e di controinformazione, non sono mai fredde rassegne di dati e di interpretazioni. In essi, alla lettura critica degli eventi economici e all'esposizione delle connessioni che permettono di intenderne il significato, si sommano riferimenti alla storia, all'esperienza personale, a fatti di cronaca trascurati o non valorizzati il giusto. Sbancor e', in questo senso, una straordinaria macchina per la conservazione della memoria o, se vogliamo usare un esempio piu' pittoresco, il guardiano di uno di quei pannelli su cui, negli uffici o in qualche scuola, vengono fissati gli appunti con puntine da disegno.
Normalmente, dei piu' ingialliti tra quegli appunti ci si scorda. Sbancor invece li ha tutti presenti e, quando occorre, interviene a illustrarcene una possibile coerenza. Piu' suggerendola, pero', che cercando di renderla totalmente visibile.
Il margine di autonomia lasciato al fruitore e' cio' che, oltre alla competenza, distingue Sbancor dalla specie in crescita anche in Europa dei cultori di teorie cospirative. Laddove questi ultimi accordano pari dignita' a un articolo di giornale, a una foto appannata e a una comparazione statistica, per poi correre immediatamente alle conclusioni, Sbancor privilegia le fonti solide e le espone in ordine apparentemente casuale, limitandosi a lasciare intuire il quadro capace di dimostrarne l'organicita'. Il metodo dei primi (i Maurizio Blondet, i Thierry Meyssan ecc.) deve molto al cosiddetto "negazionismo" dell'Olocausto, con la sua puntigliosita' resa inane dall'assenza di uno sfondo credibile. Al contrario, il metodo di Sbancor non dimentica mai la cornice di verita', storica e umana, che sola puo' dare rilievo al particolare; tanto che ogni volta che puo' ricorre all'espediente narrativo, capace di riportare in primo piano, sia pur sommessamente, valori, scelte di campo e contraddizioni.
Contrariamente al vocabolario usuale, la metodologia dei "cospirazionisti" e' induttiva (dal particolare al generale), mentre quella di Sbancor e' deduttiva (il contrario), cio' che e' molto raro quando si parla di economia. E di impostazione deduttiva e' questo libro, che, conformandosi allo stile dell'autore, miscela materiali apparentemente incompatibili: riflessioni di ampia portata e ricordi individuali, analisi rigorose e brandelli pudicamente accennati di storie d'amore, fino a concludersi col saluto a pugno chiuso a un amico ex partigiano appena morto, e con il ritorno, subito dopo, in quell'America adorata e detestata in egual misura (a seconda che si parli della vita delle persone o del sistema politico ed economico che la governa).
Il libro esce a ridosso della conclusione apparente di un'ennesima avventura coloniale statunitense: la conquista di un Iraq semi-distrutto a furia di bombe, per impiantarvi qualcosa di ancora imprecisato, ma utile ai fini di una marcia di terra verso il nemico del futuro:
Personalmente, da lettore casuale e dilettante di questi temi, sono convinto che chiave fondamentale per capire il presente sia, oltre agli eventi politici, il silenzioso spostamento d'accento, nel corso degli anni Ottanta e soprattutto durante la presidenza Reagan, dall'economia produttiva all'economia finanziaria. Fu il periodo in cui il volume degli scambi di borsa crebbe fino a equivalere, quotidianamente, al bilancio annuale di uno Stato di medie dimensioni; in cui banchieri o personaggi legati alla finanza assunsero in tutto l'Occidente funzioni direttamente politiche; in cui si comincio' a concepire l'unione europea in chiave esclusivamente monetaria, con i governatori usciti dalla dissoluzione delle banche nazionali in posizione di leadership assoluta, sottratta a ogni controllo; in cui si ridisegno' la mappa del mondo cancellandone le porzioni divenute poco interessanti, al di la' del possesso o meno di materie prime: quasi tutta l'Africa, parte dell'Asia, una larga porzione dell'America Latina.
Era il compimento del processo che il bistrattato Marx, e dopo di lui l'ancor piu' bistrattato Kautsky, avevano previsto: l'astrazione assoluta della moneta, ormai svincolata da ogni processo concreto di produzione e scambio. Ideale per un connubio con la circolazione di beni immateriali quali la comunicazione, l'informazione, l' "idea" di merce senza riferimento al valore d'uso.
Era logico, a quel punto, che il comando passasse a chi creava moneta virtuale a suo arbitrio (gli Stati Uniti) e, pur non producendo praticamente nulla, era padrone incontrastato del mercato immateriale; e cio' ancor prima della caduta del muro di Berlino.
Dopo si trattava solo di distruggere, senza pretese di colonizzazione reale, oasi di resistenza al dominio dell'economia astratta.
L'importante non e' disegnare una carta geografica dello stesso colore: cio' che conta e' farvi dei buchi dove esistevano sfumature cromatiche troppo intense. Di ostacolo a un Occidente che ha ormai affidato il potere politico, proprio e sul mondo, a quello economico, e in primo luogo a quello finanziario. Quella che avanzo e' naturalmente una mera ipotesi, da prendere con le molle. Ma se anche una minima porzione di essa trovasse rispondenza nei dati della realta', sarebbe da salutare con entusiasmo il fatto che un uomo come Sbancor stia dalla parte di chi il sistema non lo accetta. E che, con la sua cultura e le sue conoscenze, fornisca alimento a riflessioni forti in un periodo in cui anche il pensiero antagonista sembra tendere all'immaterialita', tanto e' esangue.
Attraverso la storia di Ted, coinvolto in tutte le operazioni coperte della CIA degli ultimi 30 anni, e di altri oscuri e potenti personaggi (Richard Armitage, attuale vicesegretario di Stato Usa, Zbigniew Brzezinsky, Henry Kissinger, ex agenti segreti, mafiosi, uomini del complesso militare industriale, banchieri mediorientali, petrolieri) che da anni nell'ombra muovono i fili della politica mondiale, Sbancor indaga un'impressionante molteplicità di temi:
- i misteri dell'attentato dell'11 settembre 2001;
- le ragioni inconfessabili delle guerre in Afghanistan, Iraq e altri paesi;
- la sconcertante correlazione tra interventi militari Usa e ripresa economica;
- lo spostamento nel cuore dell'Eurasia del centro della scacchiera geopolitica, lungo "la via della seta", divenuta la via del petrolio e della droga;
- sullo sfondo, altre inquietanti vicende: l'affare Iran Contras, lo scandalo Watergate, l'assassinio Kennedy, l'"operazione Phoenix", la strage di Waco, l'assassinio di Maria Grazia Cutuli, la trappola del G8 di Genova.