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"Chi non ha conosciuto la tentazione di essere il primo nella comunità non capirà nulla del gioco politico, della volontà di assoggettare gli altri per farne degli oggetti, né intuirà gli elementi di cui si compone l’arte del disprezzo…" (E.Cioran)
domenica, 20 luglio 2008

Psicopolitica del godimento e della paura

  

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   Rispetto alle tante “emergenze” di questi ultimi tempi (dai rifiuti ai migranti e ai Rom, dai graffitisti alle impronte digitali), sempre in nome della sicurezza, ho potuto constatare in molti post, e in molti commenti, una propensione filo-autoritaria, o meglio filo-totalitaria, un riflesso d’ordine particolarmente accanito o vendicativo, fatto proprio non solo da persone tradizionalmente di “destra”, conservatrici, reazionarie o “fasciste”, ma anche da persone che si auto considerano “libertarie” o “anarchiche”, nel senso più banale del termine, cioè “liberi da qualsiasi vincolo”, individualisti, narcisisti, vitalisti e “politicamente scorretti”. Gente allegra, comunicativa, moderna, festaiola, internettiana.

  

   Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek faceva qualche anno addietro delle interessanti riflessioni in merito, in "Il godimento come fattore politico" (Raffaello Cortina editore, 2001) sulla contrapposizione fra “godimento” e “piacere”. Partendo dal famoso discorso di Joseph Goebbels sulla Guerra Totale, tenuto al Palasport di Berlino nel 1943, (“volete una guerra totale, più totale di quanto potreste mai immaginare?” -  La risposta fanatica della massa urlante era: Sì! Sì! “), Zizek osserva che il godimento, a differenza del piacere, è “l'eccessivo piacere dato dalla rinuncia, o dallo stesso sacrificio”. Nella nostra società liberal-permissiva, che incita costantemente a godere il più possibile, il moderno edonismo rischia di trasformarsi nel più rigoroso ascetismo. Per poter davvero godere “bisogna fare jogging, sottomettersi a una dura dieta, non bere, non fumare o abbandonarsi a eccessi sessuali. L'edonismo vorrebbe confinarci nella società più regolamentata che la storia umana abbia mai conosciuto”.

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   Un regime totalitario (non semplicemente autoritario) si caratterizza, per Zizek, proprio per questo intreccio di dovere e godere (il regime soltanto autoritario ti impone il dovere, ma non di dover godere nel farlo). Fino al godimento dei soldati in guerra, al godimento della tortura. In Bosnia i fondamentalisti “dicevano che chi si fosse unito a loro avrebbe finalmente potuto uccidere, ammazzare, scopare, stuprare in libertà”. Come nel film Underground di Emir Kusturica, “un luogo dove la gente beve, fa sesso, mangia, uccide... è la "fantasia" occidentale dei Balcani. Kusturica soddisfa la richiesta di "primitivismo" dello spettatore occidentale.

 

   Queste “fantasie” sono del resto evidenti nella personalità narcisistica dei cybernauti, le monadi che fanno parte del WWW in un gigantesco “solipsismo collettivo” che produce strani fenomeni come la “shared privacy”, la privacy condivisa, né pubblica né privata. L’isolamento si combina sempre più all’esposizione allo sguardo altrui, e al timore “di non venir guardati” (“Grande Fratello” docet).

 

   Il godimento, che va distinto dall’antica nozione di piacere, essendone semmai una versione perversa o estatica, in quanto piacere perverso) costringe ciascuno ad accettare “liberamente” ciò che gli viene in realtà imposto. Questo mix micidiale di godimento e dovere, trasgressione e legge, in nome di una perversa adesione soggettiva agli imperativi del sistema, è per esempio particolarmente eclatante in personaggi pubblici come Mara Carfagna, Michela Brambilla, Irene Pivetti e loro emule; ma anche le reazioni a personaggi simili, come accade nel Grande Fratello o nelle trasmissioni defilippiche, sono improntate allo stesso humus, non fanno che riprodurlo, sguazzano nella stessa perversione, nello stesso impulso totalitario. 

 

   Il consenso politico di massa nella post-modernità integra dunque totalitariamente potere, godimento (perverso) e produzione di immaginario a mezzo di merci. Zizek traduce in termini filosofici e psicanalitici temi familiari ai lettori di William Burroughs o di James Ballard: chi controlla i desideri della massa controlla anche il potere politico.

 

   La politica del godimento, che è anche una politica della prestazione (o della performance) fa propria l’intera sfera emotiva, dall’orgasmo allo stress, dal narcisismo alla malinconia, dall’ansia al panico, dall’invidia al gossip, dall’eccitazione alla paura. Non a caso uno dei più recenti e noti articoli di Slavoj Zizek, in piena emergenza sicurezza, si intitola “Quando la politica si affida alla paura”.

postato da doktorgeiger alle ore luglio 20, 2008 17:00 | link | commenti
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venerdì, 30 maggio 2008

I Dottor Piroetta della comunicazione

    “Un capo di partito (e di governo) fece un’affermazione pubblica provocatoria e aggressiva nei confronti di un gruppo socio-professionale, cosa che suscitò in molti scandalo e indignazione. Dopo poche ore ritornò sull’argomento ritrattando parzialmente la propria dichiarazione. Il giorno dopo sostenne che la frase incriminata era scherzosa e del tutto priva di intenzioni offensive. In serata affermò che essa conteneva in ogni caso una parte di verità. Il terzo giorno disse che era stato interpretato male. Nel pomeriggio aggiunse infine che si era fatto soltanto portavoce di un’opinione molto diffusa, che non condivideva. Tuttavia fu per tre giorni alla ribalta dei massa media”


(Mario Perniola, Contro la comunicazione, 2004)


 


 


   Sulla comunicazione di massa, il prof. Mario Perniola, ordinario di Estetica all’Università di Tor Vergata (Roma), ha scritto nel 2004 un opuscolo, Contro la comunicazione (Einaudi), che a mio avviso resta fondamentale per comprenderne i modi di funzionamento e le influenze che si estendono anche alla cultura, alla politica e all’arte, (e, io aggiungerei, all’economia, alla tecnologia, al mondo del lavoro e dei consumi). In sintesi, la Comunicazione “sembra la bacchetta magica che trasforma l’inconcludenza, la ritrattazione e la confusione da fattori di debolezza a prove di forza”. Argomento complesso, specie se trattato a livello universitario, ma che questo breve estratto di una recensione di Laura Casulli ha il merito di illuminare anche per chi non fosse tanto preparato su questi temi. E che ogni buon blogger dovrebbe sentire la necessità di approfondire.


 

 “A volte nel mondo c’è così tanta bellezza

E il cuore mi si frana”

(“American Beauty”)

 

 

 

CONTRO LA COMUNICAZIONE

di Laura Casulli

 

Dice: “I politici sono tutti ladri”

Poi dice: “Io non ho mai detto che i politici sono tutti ladri”

E poi ancora: “Io ho detto che solo alcuni politici sono ladri”

 

Si potrebbe pensare ad una personalità schizofrenica e un po' disturbata. Invece è

solo “Comunicazione”. A sostenerlo è Mario Perniola, professore di Estetica all'Università

“Tor Vergata” di Roma, nel suo ultimo pamphlet dal titolo Contro la comunicazione. Una

lettura che può valere la pena di approfondire alla ricerca di ulteriori ponti con il pensiero

filosofico contemporaneo. Soprattutto per chi sviluppa il proprio “commercio con il mondo”

attraverso lo scambio di significati, nella ricerca di orizzonti di senso in cui collocare anche

le possibilità di utilizzo delle cosiddette “Tecnologie di Informazione e di Comunicazione”.

Quindi, innanzitutto a Scuola.

 

"Nella comunicazione” sostiene Perniola “c'è qualcosa di inedito rispetto alla

retorica, alla propaganda e anche alla pubblicità: non si tratta di trasmettere e di imprimere

nella mente del pubblico delle convinzioni e tanto meno di infondere nel suo animo una

fede o una ideologia dotata di identità e stabilità [...]. Al contrario, lo scopo della

comunicazione è favorire l'annullamento di ogni certezza e prendere atto di una

trasformazione antropologica che ha mutato il pubblico in una specie di tabula rasa

estremamente sensibile e ricettiva, ma incapace di trattenere ciò che è scritto su di essa

oltre il momento della ricezione e della trasmissione. Paradossalmente il pubblico della

comunicazione è tutto coscienza che trasmette e riceve, qui ed ora, ma senza memoria e

senza inconscio. Ciò consente ai potenti di poter fare e disfare secondo il tornaconto

momentaneo, senza essere legati ad alcunché. Si spezza così quel legame tra la serietà e

l'effettualità, tra la coerenza e la riuscita, su cui è stato costruito il mondo moderno (e non

solo quello!)”.

 

postato da doktorgeiger alle ore maggio 30, 2008 20:04 | link | commenti
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giovedì, 22 maggio 2008

revelation art

thediabolicon

Craig Larotonda, via www.revelationart.net/grotesquebeauty.html




Mi sono sottoposto anch’io al simpatico test Qual è la religione giusta per te?, pescato da Rigitans/ sul sito quizfarm.com/, e il risultato è questo:

 

Ateismo               80 %

Agnosticismo       60 %

Paganesimo        60 %

Satanismo           55 %

Buddismo            35 %

Islam                   25 %

Paranormale        25 %

Confucianesimo   20 %

Cristianesimo       20 %

Induismo             10 %

Ebraismo               0 %

 

Ora va detto che, per essere ateo e agnostico fino in fondo, per me i quiz sono quella cosa con la quale o senza la quale si resta tale e quale. Salvo sorprese, uno s’aspetta più o meno il risultato. Comunque l'ateismo e l'agnosticismo non sono delle religioni, semmai il contrario. Va anche aggiunto che questo quiz si compone di ben 55 domande serie, con 5 gradi di punteggio da “non sono d’accordo” a “sono d’accordo”, il che fa non so quante migliaia di combinazioni. Credo che sia attendibile, dal momento che, culturalmente parlando, quale che sia la nostra religione ufficiale o il nostro grado di ateismo, ognuno di noi ha un retaggio religioso, e multiconfessionale, nella morale, nel diritto, nella cultura, nelle relazioni sociali ed economiche, che nei secoli si è tramandato attraverso le più diverse dominazioni, le invasioni, i sincretismi, etc. In secondo luogo alcuni elementi sono comuni a più religioni. Mi spiego così il 35 % di Buddismo , 25 % di Islam, 20 % di Confucianesimo, 10 % di Induismo. Leggo molti autori ebraici (Canetti, Benjamin, Sontag, Chomsky, etc.), ma sono autori “critici” e non “confessionali”. Quanto al “satanismo”, boh, non sono nemmeno un metallaro…

 

PS  Benché ateo, agnostico, pagano e satanico, non mi sfugge il fatto che vi sono anche altri stati di coscienza, ma qui entriamo nel campo della psicologia o della sociologia della religione. Quel che chiamiamo religioni sono in fondo complessi sistemi culturali che hanno dominato, e continuano a dominare, le rappresentazioni collettive. Anche se per me sarebbe un bene che appartenessero definitivamente al passato.

 

"Non ho un barlume di simpatia per chi parla dal punto di vista del culto organizzato. Le religioni non sono altro che corporation. Strumenti di potere politico e finanziario senza relazione con il Dio che professano di servire. Si travestono con costumi bislacchi, per dispensare precetti e causare guerre. […] Non ho allevato nessuno dei miei figli secondo le tradizioni ebraiche e non so neppure quando cadono le feste. Sono un antisemita? No. Penso solo che il mondo sarebbe assai migliore senza religione".

[Woody Allen, artista, NY 1932 - ]

postato da doktorgeiger alle ore maggio 22, 2008 22:48 | link | commenti (1)
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lunedì, 05 maggio 2008

Cronache di ordinario fascismo

Blut_und_Boden_thumb

(adesso che il giovane Nicola Tommasoli è morto (repubblica.it) e tre dei 5 aggressori sono stati arrestati, è tutta una corsa, da parte del sindaco Tosi, di Alemanno, Fini, etc. a operare distinguo, a sviare, a minimizzare, a parlare di "teppisti", di "opposti estremismi". Troppo comodo. Intere aree del paese sono di fatto "nazificate", mentre le istituzioni sono nelle mani dei "friendly fascists". Tanto vale dichiarare morta la Costituzione del 1947 e prepararsi al peggio).

Schei + Sicurezza

Teo Lorini

(da ilprimoamore)

 

È celebre il proverbio che vorrebbe i veronesi tuti mati, ma nell'ultimo quindicennio questa fama di simpatica originalità, di stravaganza tutto sommato inoffensiva, ha lasciato il posto a coloriture più allarmanti.

Una piccola selezione fra i numerosi aneddoti.

Giovani cretinetti della jeunesse dorée e teppisti da stadio che celebrano il solstizio d'inverno in riva al Garda (1991 e 1992): nel pacchetto anche un nazista imputato per la strage di Piazza Fontana, pire rituali, musiche di Wagner e altra paccottiglia omo-ariana che fa tanto Götterdämmerung di Visconti. Un consigliere leghista che invoca la castrazione per i gay urlando: "Facciamoli capponi!", mentre il comune ripudia la Risoluzione europea per la parità di diritti degli omosessuali (1995). Sedicenti "tradizionalisti" sfilano in costume fine Settecento e sparano colpi di cannone per celebrare l'insurrezione antifrancese delle Pasque veronesi (dal 1997, bicentenario della rivolta)[1]. Comune e Provincia danno patrocinio e finanziamenti al "Concerto per il solstizio d'inverno", raduno musicale che trasforma Verona nella capitale europea del "nazi-rock" (2000). E ancora: convegni su scontro di fede e civiltà con interventi come: "Le radici liberticide dell'Islam" (2003); la proposta di riservare la porta anteriore degli autobus a immigrati di colore (2005) e, finalmente, l'elezione a sindaco di chi quella proposta aveva formulato: nel 2006, con oltre il 60% delle preferenze, i veronesi tuti mati scelgono di consegnare la città a Flavio Tosi.

Siamo alla storia recente. Ecco il Comune che indica come rappresentante all'Istituto per la storia della Resistenza Andrea Miglioranzi, ex Veneto Fronte Skinhead, eletto nelle liste della Fiamma Tricolore. Poi c'è la mozione con cui la maggioranza stravolge il piano regolatore e punta a fare cassa mettendo in vendita dimore storiche, dopo averne mutato la destinazione d'uso a fini residenzial-commerciali (è il caso del duecentesco Palazzo Forti, da oltre vent'anni sede della Galleria d'arte moderna che potrebbe ora trasformarsi in un residence a cinque stelle o nell'ennesima boutique di lusso). E naturalmente le iniziative con cui il sindaco Tosi si conquista l'attenzione della stampa nazionale. Come quando acquista panchine con bracciolo centrale "anti-barbone"; o quando, dieci giorni prima di natale, sfila con la fascia tricolore (preferita, in quel frangente, al leone di San Marco) in un corteo con Forza Nuova, Veneto Fronte Skinhead e camerati assortiti; oppure quando fa istallare un maxischermo accanto all'Arena per mostrare la partita del Verona agli ultras gialloblù che (in serie C1) riescono a farsi squalificare il campo urlando cori razzisti contro un avversario di colore.

Le analisi con cui si prova a interpretare l'exploit del fenomeno lega alle elezioni politiche 2007 sottolineano la collocazione trasversale del partito di Bossi: la Lega non rientra nella dicotomia fra destra e sinistra, ma in quella tra una periferia che percepisce come valori aggreganti la doppia S di Schei e Sicurezza (in quest'ordine) e un centro avvertito come invadente, esoso, inconcludente. In molte zone del Nord la Lega ha catalizzato voti proprio sfruttando l'incapacità delle forze di sinistra di fornire risposte su questo terreno. È una riflessione interessante, senza dubbio valida per altre parti d'Italia, ma che non esaurisce l'analisi a Verona dove Tosi ha accorpato a sé una micidiale alleanza di forze della destra radicale (la tifoseria, storicamente fascista, del Verona Calcio; i vivacissimi movimenti giovanili dell'ultradestra dall'ex Fronte della Gioventù a Forza Nuova) e del tradizionalismo cattolico. È in primo luogo a queste aree di riferimento che il sindaco di Verona deve rispondere, cosa che peraltro egli fa generosamente e senza soverchi problemi o scrupoli. Non è un problema neppure la rappresentanza in consiglio comunale di AN, partito decisamente più istituzionale e, per molti versi e a vari livelli dell'ambito governativo, antagonista 'naturale' della Lega. La comunanza del milieu elettorale citato poco sopra riduce anzi le possibilità di attriti proprio nella misura in cui determina una estrema vicinanza di programmi.

Ma in che modo nasce una saldatura così forte tra integralismo religioso, intolleranza, razzismo e radicalismo destrorso? A scoperchiare il verminaio è l'ondata di Tangentopoli, che a Verona arriva qualche mese dopo Milano, mettendo però a nudo lo stesso groviglio di interessi tra partiti tradizionali (DC e PSI in testa) imprese e comitati d'affari, con in più una fortissima presenza massonica[2]. Le indagini si susseguono a partire dal 1993 e coinvolgono nomi eccellentissimi dei "salotti buoni" veronesi: Bauli, Tacchella, Pajusco, Pavesi, Degli Albertini, Sartori, Montresor fra gli altri. Le inchieste rivelano un intreccio talmente complesso da costringere il procuratore Guido Papalia a nominare un gruppo qualificato di periti. Le leggi berlusconiane per dilazionare i processi e ridurre i tempi di prescrizione sono ancora lontane e il risultato è un terremoto in cui sono coinvolte la politica, l'imprenditoria, le banche e persino l'opus Dei, che debutta sulla cronaca cittadina con l'arresto di Daniele Pajusco, direttore generale del Credito fondiario delle Venezie, notoriamente legato all'Opera.

Queste vicende sono state ripercorse con pazienza e ricca documentazione nel saggio di Sergio Paronetto, Poteri profondi, istruttiva specola su quello che, prendendo a prestito la definizione di Roberto Saviano, si rivela come un lubrificato 'sistema' in cui la corruttela opera parallelamente alla divisione di poteri e ruoli[3].

Usciti di scena i protagonisti storici dell'apparato, il terreno di coltura che in qualche modo era tenuto a freno dalla logica dei partiti istituzionali e dei potentati economici esplode. In questa temperie avviene l'incontro e poi la convergenza fra le forze di un cattolicesimo antimodernista, pervasivo, ingerente e quella destra radicale che in Veneto si è messa in luce fin dagli albori della strategia della tensione e a Verona è attivissima nell'attività di propaganda giovanile già dai primi anni '80. E se il maggiore serbatoio di consensi è la curva fascista degli ultras del Verona, il proselitismo si allarga dallo stadio Bentegodi alle scuole superiori della città dove volantinano indefessamente le organizzazioni giovanili come il Fronte della Gioventù di Nicola Pasetto (morto in un incidente stradale nel 1997) e, dopo il "tradimento" di Fiuggi, sigle più estreme e dichiaratamente fedeli al retaggio mussoliniano come Forza Nuova di Roberto Fiore. Gli interlocutori privilegiati di FN e del già citato Veneto Fronte Skinheads non sono dunque i post-fascisti di Fini, ma proprio le ali più belligeranti e intransigenti della Lega Nord. Si precisa allora ciò che Emanuele Del Medico ha definito il «paradigma veronese», un'alleanza che ha per idolo la Tradizione, che predica «un'Europa bianca e cristiana», rifiuta apertamente qualsiasi ipotesi di società multiculturale e combatte immigrazione, laicizzazione dello Stato, modernizzazione delle strutture sociali.

Nel suo All'estrema destra del Padre, Del Medico passa in rassegna il ruolo di Verona nella parabola del fascismo repubblichino e in quella della strategia della tensione, per poi fornire un'ampia disamina delle organizzazioni politiche e dei movimenti religiosi che animano la scena del tradizionalismo veronese. Del Medico ripercorre organigrammi e apparati ideologici ma senza dimenticare -ed è forse il maggior pregio del libro- le premesse e i prodotti collaterali (le famose due S di Schei e Sicurezza) del «laboratorio veronese»[4].

Da una parte ci sono infatti i potentati economici che, orfani dei vecchi referenti politico-amministrativi, hanno puntato con decisione sulla compagine che garantisce al meglio la rete di sviluppo affaristico-finanziario e identifica come unico nemico della prosperità cittadina il povero, l'immigrato e, naturalmente, il rom. Emblematica l'ordinanza con cui il sindaco Tosi ha fissato multe per i turisti sorpresi a mangiare panini sull'ampia scalinata del municipio (quella dove invece hanno potuto accomodarsi i tifosi del Verona) e persino in alcuni giardini pubblici. Vanno in questo senso anche i ritocchi al piano regolatore, l'annuncio di grandi opere con relative aperture di aste e di cantieri o gli attacchi alla Sovrintendenza, colpevole di fermare i lavori in caso di ritrovamenti archeologici.

Dall'altra parte, ed è il dato più inquietante, l'utilizzo del tema della sicurezza ad ogni costo, l'identificazione della minaccia o del nemico in chi non si adatta al modello unico di integrazione ha, evidentemente, una ricaduta sul sentire comune. Ne è esempio eloquentissimo la trasmissione televisiva[5] in cui Tosi definisce sbagliato o ingiustificabile il sistema di vita dei rom. Poco dopo la frase di Tosi parte un servizio di approfondimento. Appare una signora di mezz'età che si esprime pacatamente e, con garbo, ringrazia un altro amministratore leghista, Ettore Fusco, perché in sostanza ha fatto capire sia all'opinione pubblica sia alla cittadinanza che non era giusto tenersi gli zingari in casa. Le immagini di repertorio mostrano una tendopoli su un prato fangoso. È quella allestita in fretta e furia nel dicembre 2006 per 30 famiglie di rom: 77 persone, donne e bambini compresi. Per alcuni giorni la popolazione di Opera, con Fusco in prima fila, ha presidiato quelle tende, ha lanciato slogan, fatto volantinaggi e cortei. Per affermare che a quelle 77 persone, già sgomberate da via Ripamonti, non doveva essere concesso il privilegio di restare in un campo fangoso nelle notti gelate di fine anno.

Il 21 dicembre, mentre si sta svolgendo un consiglio comunale straordinario, un commando invade il campo e appicca fuoco alle tende. A seguito di quella vicenda Ettore Fusco è indagato per istigazione a delinquere. Il settimanale berlusconiano «Panorama»[6] cita gli atti dell'inchiesta secondo cui Fusco, avrebbe incitato a occupare la tendopoli, affermando che la solidarietà ai nomadi non è fra gli interessi degli operesi. L'inchiesta si conclude a febbraio col proscioglimento di Fusco che, nella tornata elettorale di aprile, porta la Lega da meno del 5 al 12,5% e diventa sindaco di Opera.

E così, alla fine tutto torna alla signora garbata e alla sua frase, a quel ringraziamento al sindaco per aver spiegato alla cittadinanza che è giusto "non tenersi gli zingari" e che la solidarietà non coincide con gli interessi. Nemmeno a quattro giorni da Natale. 

 
___________________________________________


[1] Proprio mentre scriviamo queste righe il "Corriere" pubblica la notizia che, per l'edizione 2008 della kermesse, il sindaco ha accarezzato l'idea (poi rientrata) di ammainare il tricolore issando al suo posto la il vessillo di guerra della Serenissima.

[2] Quest'ultimo è un dettaglio emerso con chiarezza dai lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2 ma che non stupirà, considerando la centralità di Verona nell'organigramma della Nato e la sua posizione strategica come presidio dello scacchiere nord orientale italiano. A partire infatti dal giugno 1951 (non a caso, anno di fondazione di Gladio in Italia) lo storico palazzo Carli di via Roma diventa sede del comando FTASE (Forze terrestri alleate del Sud Europa) e quando, nel novembre del 1990, Giulio Andreotti trasmette agli organi competenti un elenco con 622 ufficiali di Gladio, i nomi di veronesi sono numerosi.

[3] S. Paronetto, Poteri profondi, ed. Kappa Vu, Udine, 1996.

[4] E. Del Medico, All'estrema destra del padre, ed. La Fiaccola
, Noto (SR), 2004.

[5] «Matrix», 22 aprile 2008.

[6] 13 ottobre 2007.

postato da doktorgeiger alle ore maggio 05, 2008 19:19 | link | commenti (6)
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domenica, 13 aprile 2008

Vietate le Olimpiadi ai cani e ai cinesi


Purple Series No. 10

Appello


   Un’indegna campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare Cinese è in corso. A dirigerla e orchestrarla sono governi e organi di stampa più che mai decisi ad avallare il martirio interminabile del popolo palestinese e sempre pronti a scatenare e appoggiare guerre preventive come quella che in Irak ha già comportato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.

   Si agita la bandiera dell’indipendenza (talvolta camuffata da «autonomia») del Tibet, ma se questo obbiettivo venisse conseguito, ecco che la medesima parola d’ordine verrebbe lanciata anche per il Grande Tibet (un’area tre volte più grande del Tibet propriamente detto) e poi per il Sinkiang, per la Mongolia interna, per la Manciuria e per altre regioni ancora. La realtà è che, nel suo folle progetto di dominio planetario, l’imperialismo mira a smembrare un paese che da molti secoli si è costituito su una base multietnica e multiculturale e che oggi vede convivere 56 etnie. Non a caso, a promuovere questa Crociata non è certo il Terzo Mondo, che alla Cina guarda con simpatia e ammirazione, ma l’Occidente che a partire dalle guerre dell’oppio ha precipitato il grande paese asiatico nel sottosviluppo e in un’immane tragedia, dalla quale un popolo che ammonta ad un quinto dell’umanità sta finalmente fuoriuscendo.

   Sulla base di parole d’ordine analoghe a quelle oggi urlate contro la Cina, si potrebbe promuovere lo smembramento di non pochi paesi europei, quali l’Inghilterra, la Francia, la Spagna e soprattutto l’Italia, dove non mancano i movimenti che rivendicano la «liberazione» e la secessione della Padania.

   L’Occidente che si atteggia a Santa Sede della religione dei diritti umani non ha speso una sola parola sui pogrom anticinesi che il 14 marzo a Lhasa sono costati la vita a civili innocenti compresi vecchi, donne e bambini. Mentre proclama di essere alla testa della lotta contro il fondamentalismo, l’Occidente trasfigura nel modo più grottesco il Tibet del passato (fondato sulla teocrazia e sulla schiavitù e sul servaggio di massa) e si prosterna dinanzi a un Dio-Re, impegnato a costituire uno Stato sulla base della purezza etnica e religiosa (anche una moschea è stata assaltata a Lhasa), annettendo a questo Stato territori che sono sì abitati da tibetani ma che non sono mai stati amministrati da un Dalai Lama: è il progetto del Grande Tibet fondamentalista caro a coloro che vogliono mettere in crisi il carattere multietnico e multiculturale della Repubblica Popolare Cinese per poterla meglio smembrare.

   Alla fine dell’Ottocento, all’ingresso delle concessioni occidentali in Cina era bene in vista il cartello: «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi». Questo cartello non è dileguato, ha solo subito qualche variante, come dimostra la campagna per sabotare o sminuire in qualche modo le Olimpiadi di Pechino: «Vietate le Olimpiadi ai cani e ai cinesi». La Crociata anticinese in corso è in piena continuità con una lunga e infame tradizione imperialista e razzista.

Adesioni

Domenico Losurdo, filosofo
Gianni Vattimo, filosofo
Luciano Canfora, storico
Carlo Ferdinando Russo, direttore della rivista "Belfagor"
Angelo d’Orsi, storico
Ugo Dotti, storico della letteratura italiana
Guido Oldrini, filosofo
Massimiliano Marotta, presidente della Società di studi politici
Federico Martino, storico del diritto
Fosco Giannini, senatore PRC, direttore della rivista “l’Ernesto”
Fausto Sorini, membro del Comitato politico nazionale del PRC, direzione area “l’Ernesto”
Sergio Cararo, direttore della rivista “Contropiano”
Alessandro Leoni, Segreteria regionale toscana PRC

www.appellocina.blogspot.com

L'indirizzo e-mail sul quale raccogliere le adesioni è:
appellocina@libero.it

postato da doktorgeiger alle ore aprile 13, 2008 19:41 | link | commenti (11)
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sabato, 12 aprile 2008

Fidel Castro, La vittoria cinese

Purple Series No. 2oil painting by Zhang Lin Hai from www.schoeni.com.



La Terra è Rotonda.

Non mi sono mai piaciuti i punti di vista eurocentrici, magari fondati su una presunta superiorità della razza ariana. Il mondo cambia, sta cambiando, altri continenti si muovono anche assai più velocemente del nostro. E non sarà nessuna astuzia integralista, cristiana o buddista che sia, a ripristinare la perduta egemonia.


Chavez denuncia il tentativo di sabotare i Giochi Olimpici di Pechino

 

Il presidente Hugo Chavez ha lanciato un appello a tutte le nazioni del mondo perché appoggino la Cina, dal momento che gli imperialisti stanno cercando di dividere il paese asiatico, istigando gravi azioni nel Tibet.
La sollecitazione del presidente è venuta nel corso della manifestazione di riaffermazione della sovranità petrolifera conquistata dal Venezuela nelle installazioni di Pdvsa in La Campina.
“Sapete
cosa stanno facendo? In fondo stanno cercando di sabotare le Olimpiadi che si svolgeranno a Pechino, e dietro a ciò sta la mano dell’imperialismo, lo sappiamo e lo denunciamo. Chiediamo al mondo di appoggiare la Cina per neutralizzare questo piano che vuole sabotare le Olimpiadi di Pechino”, ha affermato il capo dello Stato.

www.aporrea.org/actualidad/n111274.html



La vittoria cinese

 di Fidel Castro Ruz

    Senza alcune elementari nozioni storiche non si capirebbe il tema che affronto.

 In Europa avevano sentito parlare della Cina. Marco Polo, nell’autunno del 1298, raccontò cose meravigliose del singolare paese che chiamò Catay. Colombo, navigatore intelligente ed audace, era al corrente delle conoscenze che possedevano i greci sulla rotondità della Terra. Le sue stesse osservazioni lo facevano coincidere con quelle teorie. Ideò il piano di arrivare nel Lontano Oriente navigando dall’Europa verso occidente. Calcolò con eccessivo entusiasmo la distanza, molto più grande. Senza immaginarlo, tra l’Oceano Atlantico ed il Pacifico, questo continente gli attraversò la sua rotta. Magellano effettuerà il viaggio da lui concepito, anche se morirà prima d’arrivare in Europa. Con il valore delle specie raccolte fu pagata la spedizione incominciata con molte imbarcazioni, di cui ritornò una sola, preambolo dei futuri colossali guadagni.

D’allora, il mondo ha iniziato a cambiare a passo accelerato. Vecchie forme di sfruttamento si sono ripetute, dalla schiavitù fino alla servitù feudale; antiche e nuove credenze religiose si sono estese nel pianeta.

 Da quella fusione di culture e vicende, accompagnata dai progressi della tecnica e dalle scoperte della scienza, nacque il mondo attuale, che non si può capire senza un minimo d’antefatti.

postato da doktorgeiger alle ore aprile 12, 2008 19:52 | link | commenti (1)
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venerdì, 11 aprile 2008

Monaci e popolo del Tibet

Monaci o popolo del Tibet

di Enrica Collotti Pischel

 

 Sul Tibet e sulla Cina la qualità dell’informazione è la più scadente che si possa immaginare, una sorta di trash hollywoodiano all’amatriciana. Per cercare di rimediare almeno in minima parte a questa abissale ignoranza propongo una serena rilettura di alcuni testi ripescati dalla rete. Poi ognuno faccia le valutazioni che meglio crede. L’articolo che segue è stato scritto dalla celebre sinologa Enrica Collotti Pischel, scomparsa nel 2003. L'articolo fu pubblicato da Il manifesto il 9 gennaio 2000.

 Purple Series No. 5

oil painting by Zhang Lin Hai from www.schoeni.com.

La notizia della fuga dalla Cina del giovanissimo Lama Ugyen Trinley Dorje, terza autorità nella gerarchia delle reincarnazioni del buddhismo tibetano è stata ritenuta molto ghiotta dai giornali italiani e viene considerata un grave scacco per il governo cinese che non sarebbe riuscito a impedirla, nonostante il proprio apparato militare.

Quest'interpretazione ignora che i cinesi non hanno mai fatto nulla per fermare la fuga dei rappresentanti politici e religiosi tibetani dalla Cina: nel 1959 l'intera classe dirigente tibetana, con alla testa il Dalai Lama, si allontanò da Lhasa con una lunga fuga a piedi, nonostante il pattugliamento degli aerei da combattimento cinesi. Fa parte della politica delle autorità cinesi il pensare che gli avversari è sempre meglio tenerli fuori del paese che dentro, meglio lontani dai loro adepti che vicini. Se poi le circostanze equivoche di quest'ultimo episodio - cioè la mancata condanna di Pechino - possano far pensare a ipotesi di contatti con il Dalai Lama e di trattative di conciliazione, è difficile dirlo ora. Certamente il fatto che la grande organizzazione propagandistica che negli Stati Uniti (ma anche in Europa e nello stesso nostro scafato e realistico paese) sostiene la causa dell'indipendenza tibetana si sia buttata sull'episodio, non rende certo facile un'intesa: i cinesi sanno fare molto bene i compromessi e sono disposti a concluderli quando siano convenienti. Ma ritengono che debbano essere cercati e raggiunti con la massima discrezione e comunque al di fuori di pressioni che li possano far apparire come una resa a pressioni straniere. E non dimentichiamo mai che "straniero" per l'intera Asia orientale nell'ultimo secolo e mezzo ha significato umiliazione e asservimento: di essa fece parte anche il tentativo pi volte condotto di staccare il Tibet dalla Cina.

Il più povero

Molte cose dovrebbero essere dette a proposito del mito del Tibet che ha preso piede, anche nei ranghi della sinistra. Dal cinematografico Shangri-la, al di fuori del tempo, dello spazio e del clima, alle ovvie seduzioni di turismo "estremo", dalle tendenze a vedere esempi validi in civiltà rimaste primitive e tagliate fuori dal processo della storia, alla sistematica disinformazione diffusa da potenti mezzi mediatici statunitensi e al fascino che sugli occidentali delusi esercitano le religioni e le ideologie esotiche ed esoteriche, tutto confluito in un'affabulazione della quale sono stati vittime in primo luogo proprio i tibetani.
Certamente sono uno dei popoli più poveri del mondo, esposti a molteplici forme di oppressione: tra esse quella cinese è stata con ogni probabilità meno gravosa di quella esercitata dai monaci e dagli aristocratici, dei quali i pastori e i contadini erano fino al 1959 "schiavi", nel senso letterale del termine, in quanto sottoposti al diritto di vita e di morte dei loro padroni. Che poi tutti, ma con ben diverso vantaggio, trovassero conforto nel ricorso a una delle forme più degradate di buddhismo (il buddhismo tantrico tibetano popolato di fantasmi e di incantesimi ha ben poco a che vedere con la meditazione intellettuale e la creatività artistica dello Zen), si può anche comprenderlo.
Per fare un minimo di chiarezza è necessario comunque precisare alcune cose. Il Tibet non è stato "conquistato dalla Cina comunista nel 1950": dopo precedenti più discontinui rapporti, fu conquistato dall'impero cinese nella prima metà del secolo XVIII, e da allora è stato considerato parte dello stato cinese da tutti i governi della Cina, anche dal Guomindang. La Cina (in cinese "Stato del Centro") è stato ed è uno Stato multietnico nel quale è in corso da millenni un processo di trasferimenti di gruppi etnici e soprattutto di fusione dei gruppi periferici entro quello più importante, che rappresenta nove decimi dei cinesi ed è sempre stato capace di offrire ai suoi membri una maggiore prosperità e i benefici di una cultura più concreta. Mettere in discussione la natura multietnica della civiltà e dello Stato cinesi significherebbe mettere in moto la più spaventosa catastrofe degli ultimi secoli. Quella praticata dalla Cina non è mai stata una politica di "pulizia etnica", bensì di fusione entro un insieme non etnico ma contraddistinto da una comune cultura e da comuni pratiche produttive: più che sterminarle, i cinesi hanno comprato le minoranze.
E' vero che i tibetani per ragioni geografiche sono, entro lo "Stato del Centro", il gruppo più lontano dalla comune cultura, però da 250 anni sono stati sempre governati da funzionari cinesi nominati dal governo centrale: giuridicamente e istituzionalmente ciò ha un senso. Gli inglesi, all'apice del loro potere sull'India all'inizio del secolo XX, intrapresero, tuttavia, una serie di manovre per staccare il Tibet dalla Cina e porlo sotto la loro influenza, giungendo, nel 1913, a convocare una conferenza a Simla nella quale le autorità tibetane cedettero vasti territori all'India britannica. Nessun governo cinese ha mai accettato la validità di quella conferenza. Nel periodo precedente il 1949 il governo del Guomindang considerava il Tibet, a pieno diritto, parte del proprio territorio, tanto che durante la Seconda guerra mondiale concedeva il diritto di sorvolo agli aerei alleati.

Il ruolo della Cia

Non ha quindi alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet nel 1950; nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell'assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani arroccati sulle montagne delle regioni cinesi del Sichuan e dello Yunnan, lungo la strada che dalla Cina porta al Tibet. I cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. Alla fine del 1958 i servizi segreti inglesi annunciarono che, all'inizio del 1959, la rivolta si sarebbe trasferita a Lhasa e avrebbe cercato l'appoggio del Dalai Lama. Ed è infatti ciò che avvenne: sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l'accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. Nessun governo al mondo ha riconosciuto questa compagine. Recentemente la Cia (i servizi segreti americani sono infatti obbligati a rendicontare prima o poi le loro spese di fronte ai contribuenti) ha ammesso di avere finanziato tutta l'operazione della rivolta tibetana.

Pechino: autonomia no

Dopo il 1959 il governo cinese spossessò monasteri e aristocratici e "liberò gli schiavi", iniziando una politica di modernizzazione forzosa (vaccinazioni, costruzione di opere pubbliche) e di formazione di una classe dirigente locale, figlia di schiavi, sottoposta a un bombardamento educativo razionalista e anti-religioso. Furono questi giovani che durante la rivoluzione culturale distrussero templi e monasteri.
Dopo la morte di Mao, i governanti cinesi hanno cercato di ristabilire i rapporti con i tibetani, migliorando le sorti economiche dell'altipiano ma importando anche gran numero di cinesi, non solo militari. Hanno anche trattato indirettamente con il Dalai Lama, che - politico asiatico molto scaltro - non chiede l'indipendenza, ma una più o meno larga autonomia: Pechino non ha mai tuttavia voluto concedere un reale autogoverno, che aprirebbe rischi di secessione e metterebbe in discussione tutti i rapporti etnici del vasto paese. Alle spalle del Dalai Lama si è sviluppato, intanto, un vasto insieme di interessi della classe dirigente tibetana che ormai è nata all'estero e vi ha ricevuto una formazione culturale moderna: è questa che chiede un'indipendenza che potrebbe essere ottenuta solo con una guerra spietata alla Cina e potrebbe essere innestata dal reclutamento di giovani guerriglieri in India - segnali "terroristici" in questo senso ci sono già stati. Erano proprio dissennati i governanti cinesi che ritenevano che l'attacco alla Serbia, motivato dalla difesa dei "diritti umani" in Kosovo, fosse in effetti la prova generale di un attacco alla Cina?

postato da doktorgeiger alle ore aprile 11, 2008 19:17 | link | commenti (3)
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domenica, 09 marzo 2008

Culti sacrificali postmoderni

 

tessafarmer

from: www.theminiatureworldsshow.co.uk/tessafarmer


Ma perché nelle nostre società atomizzate, il senso della “comunità” (il bisogno di comunità) si ritrova soltanto in occasione di eventi luttuosi, tragici, come per esempio la morte degli operai a Molfetta? Perché persone che nella vita quotidiana si ignorano, si scansano, si urtano, si odiano, si ritrovano poi in una adunanza arcaica, quasi pagana, a celebrare i loro “eroi”? La morte, scacciata ufficialmente dall’ideologia dominante del progresso economico e della sicurezza tecnologica, dell’estensione della vita e dell’accanimento terapeutico, pretende un risarcimento, ristabilisce i suoi culti.

 

   “Così la morte violenta di un adolescente in una banlieue è spesso il mezzo per ritessere il legame sociale. Un rito nuovo s’installa nell’atto dell’ossequio che diventa occasione di grandi assembramenti. Si tratta per i giovani di appropriarsi dell’istante, per dargli la sua singolarità...i giovani membri delle gang Usa, ragazzi in scarpe da tennis, berretto da baseball e blue jeans, onorano i commilitoni con gli stessi gesti esatti con cui i guerrieri omerici sacrificavano ai loro eroi”

(Marco D’Eramo)

 

  

postato da doktorgeiger alle ore marzo 09, 2008 08:51 | link | commenti (4)
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sabato, 08 marzo 2008

L'oppio,religione dei popoli?

yopo_shaman_amazonico

 

ridda di Reazioni a Gerusalemme. molte improntate a ironia

Mosè sotto l'effetto di droga sul Sinai

Quando ricevette i 10 Comandamenti. Lo sostiene uno psicologo israeliano

 

 

La notizia è di qualche giorno fa, ma vale la pena riproporla. So che alcuni di voi la prenderanno con ironia e scetticismo, e c’è ben altro di cui occuparsi in Israele-Palestina in questo momento (immaginate se lo psicologo fosse stato...palestinese, i soliti noti avrebbero subito gridato all'"antisemitismo"!).     

Comunque, in una società letteralmente inondata di droghe e farmaci far finta di essere bigotti è di moda. Lo psicologo Benny Shannon dopotutto non fa che riprendere una corrente di studi antropologici, detta "enteogenica",  che risale a Robert Gordon Wasson, al chimico Albert Hofmann (lo scopritore dell’LSD), allo scrittore Aldous Huxley, allo psicologo Timothy Leary fino a una numerosa schiera di ricercatori contemporanei fra cui Terence McKenna, Jonathan Ott, Giorgio Samorini e Gilberto Camilla. John Allegro scrisse qualche decennio fa un libro famoso, “Il fungo sacro e la croce”, pubblicato anche in Italia da Cesco Ciapanna, in cui la figura di Cristo veniva descritta come la trasposizione allegorica di un antico culto misterico basato sull’uso sacramentale del fungo Amanita Muscaria. Hofmann ha rintracciato nei Misteri di Eleusi l’uso di un altro fungo, la Claviceps Purpurea. E così via.

Naturalmente Mosè potrebbe aver ricevuto i Dieci Comandamenti anche semplicemente sotto la spinta di una forte tensione emotiva, in una fase particolarmente critica, di transizione del popolo ebraico, quindi di complicata rielaborazione del patrimonio culturale. Questo tipo di “passaggio” lo si ritrova nei miti di tutte le culture antiche, anche e soprattutto in quelle pre-colombiane, in Amazzonia e in Sud America,  continente in cui i culti sciamanici basati sull’assunzione di droghe (compreso il tabacco e il cioccolato) si erano preservati fino all’arrivo devastante dei colonizzatori europei.

   Per questa e altre ragioni  l’argomentazione del ricercatore israeliano non è così campata in aria. Che poi tutti quelli che “fumano” e si “drogano” (anche di misere sigarette e di vino da 2 euri) siano in grado di avere visioni e “dettar legge”, be’, lasciamo perdere...

 

 


GERUSALEMME - Il profeta Mosè, secondo un ricercatore israeliano, si trovava sotto l'effetto di droghe quando sul Monte Sinai Dio gli consegnò i Dieci Comandamenti. Le sostanze attive che provocano illusioni sensoriali, quali gli allucinogeni, avrebbero avuto un ruolo importante durante i riti religiosi degli israeliti ai tempi della Bibbia, ha spiegato il ricercatore Benny Shannon nella rivista di filosofia «Time and Mind». Nel caso di Mosè, dice il professore di psicologia cognitiva all'università di Gerusalemme, non si è trattato di un «evento sovrannaturale». Ma non è neppure solo leggenda: «E' molto più probabile che la vicenda si sia svolta sotto l'effetto di qualche droga psichedelica», ha detto Shannon ieri alla radio israeliana. Mosè sarebbe stato alterato anche quando vide «il cespuglio di spine ardente», dove si manifestò l'angelo di Jahweh, appunto, sotto la forma di una fiamma di fuoco. Anche in questo caso all'origine delle «visioni» ci sarebbero stati delle sostanze narcotizzanti.

EFFETTI PSICOATTIVI - «La Bibba riporta che le persone udivano dei suoni, e questo è uno dei classici fenomeni col quale si manifestano certe droghe». Molti culti amazzonici utilizzano a scopi rituali l'ayahuasca, un intruglio vegetale, che combinato sintetizza la molecola in questione e provoca degli effetti psicoattivi. La sostanza è ancora usata frequentemente dagli sciamani o stregoni indigeni in Amazzonia. «Anch'io ho avuto delle visioni, che avevano significati religiosi e spirituali», ha detto lo scienziato che afferma di aver testato il miscuglio. Gli effetti psichedelici sono comparabili con la sostanza estratta dalla corteccia dell'albero di acacia. E quest'albero viene menzionato spesso nella Bibbia, dice in conclusione Shannon al Time and Mind Journal of Philosophy.

REAZIONI - La notizia è stata ripresa anche dal quotidiano israeliano Haaretz, scatenando una serie di reazioni polemiche. Ma la più frequente è stata: «Che cosa si è fumato Shannon prima si scrivere il suo articolo?». Il professore, del resto, avrebbe ammesso che «chiuque può assumere allucinogeni ma per ricevere le Tavole della Legge bisogna essere Mosè».

Elmar Burchia, Corriere della Sera
05 marzo 2008

 

postato da doktorgeiger alle ore marzo 08, 2008 04:59 | link | commenti
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