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"— Dei risparmi! si vede che lo conoscevate bene! — rispose amaramente Sugriva. — Per quarant’anni ha sciupato dei miliardi di rupie per soddisfare le più sciocche fantasie che possano venir in mente d’un settario di Brama; fabbricava palazzi a dozzine — palazzo d’estate, palazzo d’inverno, palazzo per ogni stagione; deviava dei fiumi per aver dei getti d’acqua nel parco; comperava i più bei diamanti dell’India per ornarne l’impugnatura della sua sciabola, e di sciabole ne avea a centinaia; faceva venire degli schiavi dalle cinque parti del mondo; manteneva migliaia di buffoni e di parassiti, e faceva impalare chiunque tentasse di dirgli la verità" (Jean Baptiste Alfred Assollant, Le avventure del capitano Corcoran)
lunedì, 20 aprile 2009

E' morto J.G.Ballard

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   “il futuro sarà noioso. Saremo tutti annoiati e quando la gente è annoiata, come i bambini che si annoiano, comincia a rompere i giocattoli. Vedo periferie che si diffondono per il pianeta, la suburbanizzazione dell'anima, vite senza senso, noia assoluta. Una specie di mondo della tv pomeridiana, quando sei mezzo addormentato. E poi, di tanto in tanto, bum! Un evento di una violenza assoluta, del tutto imprevedibile: qualcosa come un pazzo che spara in un supermercato, una bomba che esplode. È pericoloso”.

(“Il futuro è morto, e noi siamo sonnambuli in un incubo”. Intervista a J.G. Ballard  di Valerio Evangelisti, tratta da “XL”, novembre 2006)

 


   E' morto ieri mattina a 78 anni, dopo una lunga malattia, lo scrittore britannico James G. Ballard, famoso per alcune pietre miliari della letteratura fantascientifica. Nato a Shanghai nel 1930 da genitori britannici, durante la seconda guerra mondiale Ballard venne internato con la famiglia nel campo di prigionia giapponese di Lunghua. Da questo evento egli trasse ispirazione per il romanzo autobiografico L'impero del sole da cui Steven Spielberg ha tratto nel 1987 l'omonimo film. Dopo la guerra Ballard si trasferì in Gran Bretagna, dove iniziò gli studi di medicina, mai portati a termine. Si arruolò nella Royal Air Force, in Canada. Tornato in Inghilterra cominciò a scrivere i racconti e romanzi di fantascienza che lo hanno reso famoso in tutto il mondo, da Crash a La mostra delle atrocità, fino agli ultimi romanzi, Super Cannes e Cocaine Nights. Fortemente ispirato ai pittori surrealisti, ha influenzato la successiva generazione postmodernista e cyberpunk.

 


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Tempo, Memoria e Spazio interiore 

 

    Fin dove i paesaggi dell’infanzia di un individuo, così come le sue esperienze emozionali, forniscono un background ineluttabile della sua scrittura immaginativa? Senza dubbio i miei ricordi più vecchi sono della Shanghai delle lunghe estati delle inondazioni, quando le strade della città erano sommerse da due o tre piedi di limacciosa acqua marrone e dove la campagna circostante, nel mezzo della piatta tavola dello Yangtze, era uno specchio uniforme dei campi di riso sommersi e dei canali d’irrigazione che scorrevano pigramente sotto il caldo cocente. Pensandoci bene, credo che l’immagine di un’immensa città semisommersa, ricoperta di vegetazione tropicale, che costituisce il fulcro de il Deserto d’acqua, sia in qualche modo la fusione dei miei ricordi d’infanzia a Shanghai e quelli degli ultimi dieci anni a Londra.

   Uno dei temi del racconto è il viaggio a ritroso fatto dai protagonisti da Ventesimo secolo fino al paradisiaco mondo assolato della seconda era del triassico e del graduale acquisto di consapevolezza degli ambivalenti motivi che li hanno spinti in quel passato affiorante. Capiscono che il mare uterino che li circonda, il buio grembo di madre oceano, è sia la tomba della loro individualità, sia la causa della loro vita, e forse le loro paure riflettono la mia inquietudine nel rivivere le esperienze dell’infanzia e nel tentare di esplorare un terreno tanto pericoloso.

   Tra la fauna caratteristica del triassico c’erano coccodrilli e alligatori, creature anfibie a loro agio sia in ambienti acquatici sia terrestri, che simboleggiano per l’eroe del racconto i pericoli sommersi della sua ricerca. Ancor oggi ricordo vividamente l’enorme alligatore preistorico sistemato in una stretta fossa di cemento, piena fino a metà di pacchetti di sigarette e carte di gelato nella casa dei rettili allo zoo di Shanghai, che sembrava esser stato spinto a forza, attraverso tante decine di milioni di anni, nel Ventesimo secolo.

   Per molti versi questa fusione di esperienze passate e presenti, e di elementi disparati come i moderni palazzi di uffici del centro di Londra e un alligatore di uno zoo cinese, somiglia ai meccanismi con cui sono costruiti i sogni e forse il grande pregio della fantasy come forma letteraria è la sua abilità di mettere insieme idee apparentemente diverse e sconnesse. In larga misura tutta la fantasy  serve a questo scopo, ma credo che la fantasy speculativa, come amo chiamare la frangia più seria della fantascienza, sia un metodo particolarmente efficace di usare la propria immaginazione per costruire un universo paradossale dove sogno e realtà si fondono assieme, ciascuno mantenendo le proprie qualità peculiari e assumendo tuttavia in qualche modo il ruolo del suo opposto, e dove, per una logica incontestabile, il nero diventa simultaneamente bianco.

   Senza voler suggerire in nessun modo che l’atto di scrivere sia una forma di autoanalisi creativa, sento che lo scrittore di fantasy ha una marcata tendenza  a selezionare immagini e idee che riflettano direttamente i paesaggi interni della sua mente, e il lettore deve interpretarli a questo livello, distinguendo tra il contenuto manifesto, che può apparire oscuro, senza senso o angoscioso, e il contenuto latente, il vocabolario privato di simboli estratto dalla mente dello scrittore. Gli universi onirici, paesaggi sintetici e plasticità di forme visive inventate dalo scrittore di fantasy, sono gli equivalenti esterni del mondo interiore della psiche e siccome questi simboli prendono impulso dai periodi più confusi e formativi delle nostre vite, essi sono spesso sculture temporali di una terrificante ambiguità.

   Questa zona la considero “spazio interiore”, paesaggio interno ndi domani che è una immagine trasmutata del passato e una delle aree più fertili per lo scrittore che si basa sull’immaginazione. Essa è particolarmente ricca di simboli visivi e mi sembra che la fantasy di tipo speculativo giochi un ruolo molto simile a quello del surrealismo nelle arti grafiche. Pittori come De Chirico, Dalì e Max Ernst, tra gli altri, sono per certi versi gli iconografi dello spazio interiore, durante tutti i loro periodi più creativi si sono interessati alla scoperta di immagini nelle quali la realtà esterna e interna si incontrano e si fondono. Dalì, deplorevolmente, è ora in un totale declino critico, ma i suoi quadri, con i suoi orologi molli e le spiagge minatoriamente luminose, sono di una potenza quasi magica, soffusa da quella curiosa ambivalenza che si può vedere solo sulle faccie serpentine dei quadri di Leonardo.

   E’ una cosa curiosa che per i paesaggi di questi pittori, e di Dalì in particolare, si faccia riferimento sempre all’onirico, quando in verità non vi è alcuna somiglianza alla grande maggioranza dei sogni, che in generale si svolgono in ambienti ristretti e al chiuso, un incrocio tra Kafka e Il Diario di Mrs.Dale. Nei sogni immagini fantastiche, come fiori che cantano o sculture soniche, appaiono tanto frequentemente quanto nella realtà. Questo falso parallelo e la consapevolezza che gli scenari e i temi sono riflessi di qualche realtà interiore delle nostre menti, ci dice quanto sia importante la fantasy speculativa nel secolo di Hiroshima e Cape Canaveral.

 

(apparso su “Women Journalist”, estate 1963; tr.it. G.Carlotti e S.Murer, in J.G.Ballard, Re/Search edizione italiana, Shake ed., MI, 1994)

 

I quadri alle spalle di Ballard sono del pittore surrealista belga Paul Delvaux.

 

postato da doktorgeiger alle ore aprile 20, 2009 08:59 | link | commenti (3)
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giovedì, 26 febbraio 2009

Mike Davis, L'ecologia della paura

L'ecologia della paura


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OLTRE BLADE RUNNER

di Mike Davis

tratto da Decoder n.9

 

(benchè questo articolo risalga a circa 15 anni fa, in esso l'urbanista Mike Davis prefigura con molta lucidità il futuro distopico della metropoli post-moderna, tremendamente attuale, "perchè Los Angeles è già dappertutto". E come già nel suo celebre libro La città di quarzo - Indagine sul futuro a Los Angeles, Davis relaziona strettamente l'evoluzione delle reali strategie urbane con la produzione di immaginario fantascientifico o post-apocalittico, per andare oltre Blade Runner)


   Ogni città americana ha i suoi simboli ufficiali e il suo motto: certe hanno delle mascotte, dei colori, delle canzoni, degli uccelli, degli alberi; talvolta anche delle montagne. Ma solo Los Angeles ha adottato un incubo come simbolo ufficiale.

  Nel 1988, dopo tre anni di dibattito, una galassia di pezzi grossi e società commerciali sottopose al sindaco Bradley un dettagliato piano strategico per il futuro della California del Sud. Sebbene la maggior parte di "L.A. 2000: Una città per il futuro", questo il nome del progetto, sia dedicata a una iperbolica retorica riguardo alla irresistibile ascesa di Los Angeles come "crocevia del mondo", un capitolo nell'epilogo (scritto dallo storico Kevin Starr) prova a immaginare cosa potrebbe succedere se la città fallisse nel creare un nuovo "sistema dominante" per governare le sue straordinarie diversità etniche: "C'è, naturalmente, lo scenario Blade Runner: la fusione di culture individuali in un popolare poliglottismo sinistro con ostilità irrisolte".

 

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   Blade Runner: l'alter ego distopico della stessa L.A. Prendete il Grayline tour nel 2019: la piramide neo-maya alta due chilometri della Tyrell Corporation stilla pioggia acida sulle masse bastarde nella brulicante Giza giù di sotto. Enormi immagini al neon fluttuano come nuvole sopra le strade fetide e iperviolente, mentre una voce intona canzoncine pubblicitarie per cittadini di periferia che vivono nell'"Off-World". Deckard, un Marlowe post-apocalisse, combatte per salvare la sua coscienza e la sua donna, in un labirinto urbano governato da società biotech malvagie...

   Con il ripristino da parte della Warner Bros. dell'originale del film (molto più dura) qualche mese dopo la rivolta di Los Angeles, la versione del 1982 del regista Ridley Scott, ispirata al romanzo di Philip Dick, riafferma la sua sovranità sopra i nostri sonni sempre più inquieti. Virtualmente tutte le elucubrazioni riguardo al futuro di Los Angeles danno oggi per scontato il cupo immaginario di Blade Runner come un possibile, se non inevitabile, punto terminale della "sunshine land".

   Tuttavia a parte il fascino di Blade Runner come estrema distopia della fantascienza, io trovo questo film stranamente anacronistico e sorprendentemente inadeguato. Scott, in collaborazione con il suo "futurista visuale" Syd Mead, il designer Lawrence Paul e l'art director David Synder, ci offre un incoerente pastiche di orizzonti immaginativi. Ma una volta rimossi i cascami del "pericolo giallo" (Scott è notoriamente ossessionato vedi anche Black Rain dal Giappone urbano come immagine dell'inferno) e quelli "noir" (tutti gli interni marmorei neri stile Déco), oltre agli incombenti stabili high-tech travolti da una radicale decadenza urbana, ciò che rimane è la stessa riconoscibile visione di gigantismo urbano che Fritz Lang celebrò in Metropolis (1931).

   Il sinistro Everest, creato dalla mano dell'uomo, della Tyrell Corporation, esattamente come tutte le macchine-razzo-truccate che sfrecciano nello spazio aereo, sono ovvia progenie, sebbene ora fasciata nelle tenebre, della famosa città grattacielo della borghesia di Metropolis. Ma Lang stesso plagiò i suoi contemporanei futuristi americani; dopotutto, l'architetto Hugh Ferris, che insieme al designer di grattacieli Raymond Hood e l'architetto-archeologo messicano Francisco Mujica (visionario di piramidi urbane come la torre della Tyrrell), rese popolare la futura "Titan City" dei grattacieli, narrati da mille racconti, con le autostrade su ponti sospesi e aeroporti sui tetti. Ferris e compagnia, a loro volta rielaborarono fantasie già esistenti, comuni sui giornali della domenica, già dal 1900, su come sarebbe stata Manhattan alla fine del secolo.

   Blade Runner, in altre parole, rimane un’altra edizione di questa visione modernista del centro, alternativamente utopia o distopia, ville radieuse o Gotham City, del futuro della metropoli come Manatthan-Mostro. E’ una fantasia che sarebbe meglio chiamare "wellsiana", giacchè non più tardi del 1906, nel suo Il futuro in America, H.G. Wells stava già tentando di raffigurare il tardo XX secolo con "l'estensione del presente" (rappresentato da New York) per creare "una sorta di gigantesca caricatura del mondo esistente, tutto sommerso da gigantesche proporzioni ed enormità oltre misura".

 

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   La particolare "gigantesca caricatura" di Ridley Scott potrebbe catturare le ansie etno-centriche riguardo alla corsa selvaggia del poli-glottismo, ma fallisce quando si cimenta in maniera immaginaria con il paesaggio della vera Los Angeles specialmente le grandi distese ininterrotte di baracche fatiscenti, casotte e case stile ranch come si sta sviluppando socialmente e fisicamente nel XXI secolo.

   Nel mio recente libro su Los Angeles (La Città di Quarzo, Manifestolibri, 1993) enumero varie tendenze verso la militarizzazione del panorama. Eventi come la rivolta della primavera del 1992, inclusa una recessione progressiva, la fuga di capitali, selvaggi tagli di bilancio, un tasso d'omicidi in crescita (nonostante la tregua tra la gang nere) e il boom degli acquisti di armi nelle periferie, confermano solamente che la polarizzazione sociale e l'apartheid spaziale stanno accelerando. Mentre l'"estate senza fine" sta per finire, sembra assai probabile che la Los Angeles del 2019 potrebbe comodamente stare in relazione distopica con ogni ideale di città democratica.

   Ma che tipo di scenario urbano, se non Blade Runner, potrebbe produrre questa maligna evoluzione dell'ineguaglianza? Invece di vedere il futuro semplicemente come una magnificazione grottesca e wellsiana della tecnologia e dell'architettura, ho tentato di estrapolare con cura le tendenze spaziali esistenti per vederne i loro modelli emergenti. William Gibson, in Neuromante e in altri racconti, ha proposto esempi sbalorditivi che dimostrano come la fantascienza realista ed "estrapolativa" possa operare una prefigurazione della teoria sociale, come una politica di opposizione anticipatrice al cyber-fascismo che sta in agguato dietro l'orizzonte futuro.

 

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   In ciò che segue, offro una mappa "gibsoniana", già parzialmente elaborata, per il futuro di Los Angeles. Paradossalmente, la mappa stessa (se ne osservi il centro), sebbene sia ispirata da una visione del marxismo per cyberpunk, assomiglia non poco alla veneranda "combinazione della mezza luna e del bersaglio per le frecce" che Ernest W. Burgess dell'Università di Chicago fece diventare, molto tempo fa, "il più famoso diagramma nella scienza sociale". In aiuto di coloro che non hanno familiarità con il gruppo della Scuola di Sociologia di Chicago e con i suoi studi canonici della "città nord-americana", mi sia concesso di dire che il bersaglio per le frecce di Burgess rappresenta le cinque zone concentriche della città nella quale la lotta per la sopravvivenza del più forte (come immaginato dai darwinisti sociali) si suppone generi le classi sociali urbane e il tipo di abitazioni. Esso ritrae una "ecologia umana" organizzata da forze biologiche di invasione, competizione, successione e simbiosi. La mia rimappatura della struttura urbana riporta Burgess nel futuro. Conserva certe determinanti "ecologiche" come il salario, il valore dei terreni, la classe e la razza, ma aggiunge un nuovo decisivo fattore: la paura.

 

 L'articolo completo si trova qui:

www.tmcrew.org/csa/l38/wwi/davis/ecofear.htm


 

 

 

 

postato da doktorgeiger alle ore febbraio 26, 2009 16:52 | link | commenti
categorie: riflessioni, sicurezza, cyberpunk
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martedì, 09 settembre 2008

Blogosfera maschilista e Cappa di Vetro

Blogueuses

La blogosfera è maschilista ?

   Quantitativamente, un blog su due è condotto da una donna. Anche nella mia piccola esperienza, sia fra i visitatori che fra i blog visitati numerose sono le bloggers. Apparentemente, sembra, l’accesso è ugualitario, orizzontale, reticolare. Il problema nasce, a quanto pare, quando si parla di top blog. di blog che contano, blog premiati, posizionati nelle classifiche fra i primi 100 o 200. E qui le bloggers sono davvero pochine. Fra i primi 100 di BlogBabel, ad esempio, se non sbaglio ce ne sono 5 : Orientalia4All, Mitì Vigliero (giornalista), Daria Bignardi, Sorelle d’Italia (di gruppo), Lameduck. Per il resto la classifica è quasi interamente dominata da blog professionali, giornalistici, high tech, di gruppo, qualche VIP, nanopublishers. Inesorabilmente maschili, salvo che non ci sia qualche donna nei blog di gruppo. Se sei un/una blogger anonimo/a, le tue chances di classifica sono assai più ridotte. Lo stesso discorso vale per le riunioni, i barcamp, i premi.

   Una delle ragioni invocate è l’effetto glass ceiling o plafond de verre, « cappa di vetro », che in una struttura gerarchica impedirebbe a determinate categorie di persone, per ragioni di sesso, razza, età, disabilità etc., di accedere ai livelli superiori, nelle posizioni dirigenti, nella vita pubblica come nelle imprese. La cappa di vetro non dipende dall’educazione, dal livello culturale o dall’esperienza, ma da ragioni discriminatorie più sottili e informali.

   Ma perchè ciò dovrebbe ricadere anche sulla blogosfera, questa terra promessa dell’ugualitarismo ? Evidentemente perchè, al di là della sua pretesa diversità, la blogosfera è profondamente connotata dalle stesse regole che imperano nel giornalismo ufficiale, nei media, nelle professioni soprattutto high tech, e i blog che contano sono quelli che dettano l’agenda, le regole, i temi e le priorità a tutti gli altri. Se vuoi stare nel giro, se vuoi far parte del club, devi parlare, che so, di Google Chrome o del buco nero di Ginevra fino alla nausea. Ma non è che la blogosfera sia stata colonizzata dall’invasione dei blog pro e high tech, è che è nata così, con un imprinting sbagliato, nonostante le declamazioni retoriche. D’altra parte, perchè accomunare nella stessa classifica i Pro e i Dilettanten ? E’ come se accomunassimo nelle stesse classifiche il rock star system e gli indipendenti. E anche le migliori ragioni femministe, di promuovere l’accesso delle donne nella sfera dei top blogs, finiscono per sbattere contro le stesse contraddizioni e per alimentare gli stessi meccanismi discriminatori, ma con il consenso di una èlite di donne « che ce l’hanno fatta ».

vedi: www.rue89.com/Olympe: pourquoi si peu de femmes dans la blogosphere

Photo : disegno di J. Howard Miller (Mike Licht/ NotionsCapital.com/Flickr).

 

postato da doktorgeiger alle ore settembre 09, 2008 10:07 | link | commenti
categorie: riflessioni, internet, media, comunicazione, giornalismo, culture, informazione
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lunedì, 04 agosto 2008

La sottile linea rossa fra ospitalità e ostilità

 

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La sottile linea rossa fra ospitalità e ostilità.

Una breve ricognizione etimologica.

 

   L’ospitalità è uno di quegli aspetti delle relazioni sociali meno indagati dagli studiosi, forse a causa dell’apparente quotidianità. Eppure, e le recenti vicende italiane lo dimostrano ampiamente (migranti, ma anche relazioni di vicinato e col prossimo in generale), è un aspetto costante non solo delle comuni relazioni di parentela e amicizia, o fra popoli, per non dire dell’ospitalità ufficiale (alberghiera, turistica), ma anche nelle relazioni interpersonali fra artisti, scrittori, scienziati, studiosi, studenti, giovani, viaggiatori, compagni di fede politica, fino ai bloggers e cybernauti.

 

   In latino il termine originario per ospite è hostis, che in epoca classica ha assunto il senso di “nemico”, “ostile”, ed è stato sostituito da hospes. Secondo le spiegazioni tradizionali, entrambi i termini derivano dal senso di “straniero”: ospite sarebbe lo “straniero” favorevole, nemico invece sarebbe lo “straniero” ostile.

 

   Il linguista Emile Benveniste riconduce i due termini al loro contesto storico. Il senso primitivo di hostis (verbo hostire) è compensare, uguagliare: “si chiamavano hostes perché godevano dello stesso diritto (“pari iure”) del popolo romano, e si diceva hostire per aequare” (Festo).

 

   “Un hostis non è uno straniero in generale. Questo riconoscimento dei diritti implica un certo rapporto di reciprocità, presuppone una convenzione: non è chiamato hostis chiunque non sia romano. Un legame di uguaglianza e di reciprocità si stabilisce tra questo straniero e il cittadino di Roma, ciò che può condurre alla nozione precisa di ospitalità” (E.Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi, p.69).

 

   L’istituzione antica dell’ospitalità riconduce a quella del potlatch,  la serie di doni e contro-doni che si manifesta in feste legate a certe date e a certi culti, allo stesso tempo fenomeno economico e legame familiare e tribale (Marcel Mauss, Il dono, forma primitiva dello scambio). L’ospitalità è una forma attenuata di potlatch e ha sempre un valore reciproco:   “Essa si basa sull’idea che un uomo è legato a un altro dall’obbligo di compensare una certa prestazione di cui è stato beneficiario” (idem). In greco, l’istituzione analoga si chiamava xénos. La xénia comportava lo scambio di doni fra i contraenti, (popolo, clan) per praticare alleanze e scambi. 

 

   Questa istituzione dell’ospitalità così intesa, come potlatch, scambio, reciprocità, aveva perso forza successivamente nel mondo romano:

   “quando l’antica società diventa nazione, le relazioni tra uomo e uomo, tra clan e clan, si aboliscono: sussiste solo la distinzione tra ciò che è interno e ciò che è esterno alla civitas. Per un cambiamento di cui non conosciamo le condizioni precise, la parola hostis ha assunto un’accezione ostile, e ormai non si applica che al nemico” (idem, p.70). Questo senso è apparso quando alle relazioni di scambio fra clan e clan sono succedute le relazioni di esclusione da civitas a civitas. Anche il greco xénos mutò senso, da ospite a straniero, “non-nazionale”, senza diventare però nemico.

 

  Per indicare l’ospite il latino classico impiegò quindi hospes, da hos(ti)-pet-s, come ospite senza vincoli di reciprocità, cioè l’ospite “per sé”, cui viene donato gratuitamente, senza più alcuna istituzione di potlatch o contro-dono. L’evoluzione della nozione di ospitalità rinvia dunque alla più generale configurazione storica dello scambio.

 

   La nozione moderna di ospitalità si è individualizzata, e perciò oggettivata e mercantilizzata, come per l’ospite turistico, fino al senso degradato di ospite di un ospizio, di un ospedale, di un carcere, di un CPT o di un manicomio, dove l’ospitato è un soggetto puramente passivo (di cure, di tutela, di controllo, di sorveglianza, di “accoglienza”).

 

   Qualche permanenza dell’antico senso sussiste quando uno “straniero” all’estero viene ospitato da amici e scattano alcuni vincoli di reciprocità e a volte addirittura di matrimonio. Anche nella figura dell'"ospite d'onore" si conserva, sia pure in forma degradata, qualcosa dell'antico scambio, del tributo dovuto alla magnificenza dell'ospite. Altrimenti l’intrusione di uno “straniero” in territorio altrui, in mancanza di un’istituzione che stabilisca patti di reciprocità come il xénos, l’hostis o il potlatch, può trasformarsi in aperta ostilità.


   Permanenze moderne di questi patti si ritrovano per esempio fra le gang giovanili, la cui trasgressione porta ad accese rivalità territoriali. Ma in genere predomina la dissoluzione o l’impoverimento de-culturalizzato dell’istituzione hostis nel senso accennato, di potlatch o scambio rituale. In buona parte della letteratura e del cinema noir o di gangster prevale la dissoluzione, il fallimento, l’incomunicabilità, l’assenza e la negazione di risultati strategici. Resta solo la fragilità psicologica, oggettiva, dei personaggi, degli individui soli.

 

   In ultima analisi, l’ostilità è il dato preminente, in quanto non esistono più vincoli di reciprocità istituzionalizzati. Lo "straniero", che non è interno alla nostra civitas o nazione, se non rientra in una delle categorie di hospes, viene considerato automaticamente un hostis, un "ostile", un "nemico": non è un "pari iure", un "eguale" - con un'inversione davvero strabiliante del termine.  La sottile linea rossa fra ospitaità e ostilità viene attraversata alla velocità della luce, e ci si ritrova esclusi ed espulsi.


   Per affrontare l'attuale crisi globale, sarà necessario superare la dicotomìa fra hospes e hostis, elaborando nuove istituzioni internazionali che prevedano "pari iure" e non "nemici". Altrimenti la civiltà si avviterà in un crescendo di ostilità e di paranoia da sicurezza e sorveglianza.

 

  

 

 

 

  

 

  

postato da doktorgeiger alle ore agosto 04, 2008 11:28 | link | commenti
categorie: riflessioni, economia, culture, razzismo, immigrati, emergenza
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sabato, 02 agosto 2008

La sacra spada della Giustizia colpiva solamente i disperati




Luna Park di Milano, l'esecuzione costa un euro

La notizia è di qualche giorno fa, ma vale la pena commentarla. Al Luna park dell'Idroscalo Est di Milano un manichino su una sedia elettrica viene attraversato da una serie di scariche, comincia a fumare e tremare fino a quando non si ferma, esanime. A guardare lo spettacolo macabro e morboso una folla di gente divertita che paga un euro per vedere carbonizzato il corpo. "Inserire la moneta per vedere l'esecuzione", recita il cartello vicino all'uomo della sedia. La Giustizia-spettacolo non è una novità. Che lo spettacolo sia quello dei manichini al Luna Park, può far riflettere, oltre che sulle derive della Giustizia, sul ruolo dei manichini (e delle mannequin) nella nostra società. Basti pensare alle polemiche sul manichino di Hitler. Alla straordinaria somiglianza di questo manichino con quelli dei videogames, con gli avatar. Alle strade commerciali, ai centri commerciali, stracolmi di manichini. Insomma un interscambio uomo-mannequin che certo non si fa scrupolo di mettere in mostra la Giustizia non più come bilancia ma come tortura.

   Va ricordato che Milano non è nuova ad iniziative di questo genere. Nell’ottobre scorso i bottegai di corso Como ((il Dom Cafè, il Pitt Bull, il Novecento, il Pixel e il Ganas) avevano appeso per il collo qualche manichino davanti alle vetrine, per protestare contro il decreto che impone di non vendere alcoolici oltre le due di notte. Si trattava in questo caso di accontentare una clientela molto trendy, modelle anoressiche e palestrati, che ha fatto fuori l’antica via di artigiani e piccole trattorie familiari. A sua volta questa iniziativa riprendeva quella ancora più famosa e provocatoria realizzata dall’artista Maurizio Cattelan nel 2004 in piazza XXIV Maggio, patrocinato dalla Fondazione Trussardi.

   Interessante, al proposito, questa notazione del sociologo Jean Baudrillard:

se per la medicina il corpo di riferimento è il cadavere (sotto il segno della preservazione della vita), per la religione è l’animale (istinti e “appetiti della carne”), per l’economia politica è il robot o il computer (come modello funzionale di forza-lavoro, manuale o intellettuale), per l’economia politica del segno il referente è il mannequin, contemporaneo del robot (il tandem ideale della fantascienza: Barbarella), ma non più come forza-lavoro ma come modello (v. Lo scambio simbolico e la morte, cap.IV, Feltrinelli). C’è quindi un sistema coerente, a gradi diversi,  fra la “provocazione artistica” di Cattelan-Trussardi, la protesta  dei bottegai di corso Como e la versione trash pop al Luna Park dell’Idroscalo.


   Va precisato, per dovere di cronaca, che il manichino è stato sequestrato il 24 luglio su disposizione del PM di Milano Antonio Sangermano, dopo aver spopolato per una decina di giorni. Il giostraio è stato indagato per "atti contro la pubblica decenza", ma spera che "tutto il clamore mediatico faccia un po' di pubblicità".

 

   Per un approfondimento sui riflessi del concetto di Giustizia, consiglio la lettura dell'articolo di Adriano Prosperi, "Se la realtà si trasforma in reality" (da La Repubblica), che riporto qui a fianco, nella rubrica Segnalazioni.

 

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"cosi questo è uno sguardo irrinunciabile e eterno"

   Se la realtà si trasforma in reality

di Adriano Prosperi

   Il manichino sulla sedia elettrica che a Milano produceva a comando smorfie di dolore riassume l’immagine della giustizia oggi prevalente in Italia: una fabbrica di spettacoli, dove tutti diventano attori di se stessi e la realtà si trasforma continuamente in "reality". Eppure attraverso la giustizia passa oggi un conflitto di importanza fondamentale: quello tra sicurezza collettiva e diritti individuali. Proviamo a vederlo attraverso lo specchio di casi che emergono nella stampa internazionale.

continua a leggere/

tamt_4837614_03560corsocomoa sinistra:
i manichini di Maurizio Cattelan, maggio 2004

 

a destra: i manichini di Corso Como, ottobre 2007

 

postato da doktorgeiger alle ore agosto 02, 2008 09:15 | link | commenti (6)
categorie: politica, riflessioni, sicurezza, diritto, giornalismo, attualità, tirannia
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lunedì, 28 luglio 2008

Tutti i periodi storici hanno fine

  

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   Enzo Mazzi afferma nell’articolo apparso ieri su Liberazione, “Il governo demonizza i migranti e il Vaticano benedice l’emergenza” (riportato qui di fianco nella rubrica Segnalazioni):

 

   La vera gravissima emergenza nazionale è questo governo autoritario che fomenta la paura per alimentare un senso comune reazionario e così scaricare col consenso della maggioranza le pesanti contraddizioni della globalizzazione liberista sul capro espiatorio di turno invece che assumersi il gravoso compito di governarle.

Il fascismo nacque così, con strategie analoghe, passo dopo passo, decisione aberrante dopo decisione aberrante, dettate da emergenze sbandierate, enfatizzate e spesso inventate. Mussolini divenne in tal modo il salvatore della patria agli occhi di una società che fu indotta a vedere nella dittatura, piuttosto che nella lotta sociale e nell'organizzazione di classe, la soluzione agli angosciosi problemi del dopoguerra e delle trasformazioni indotte da un industrialismo inumano e oppressivo.

 

   Il baratro si aprì a poco a poco con dosi progressive di una droga che addormentò ogni senso critico nella maggioranza degli italiani. Quando ci svegliammo eravamo già all'inferno.

 

 

   Al di là di come si voglia chiamare l’attuale regime, l’osservazione storica ci porta a constatare che ad ogni periodo storico di sviluppo socio-economico promettente ne segue uno di reazione, o di riassestamento (in positivo o in negativo). Lo sviluppo industriale della Belle Epoque sfociò nella Prima Guerra Mondiale e nel fascismo; il Boom economico del Secondo Dopoguerra approdò al ’68 e a un paio di decenni di complesso riassestamento; la nuova Belle Epoque si aprì nel 1989 con le speranze riposte nella fine dei blocchi, nella globalizzazione e nella New Economy, ma entrò in crisi clamorosamente col 9/11.

 

   Gli anni Novanta, che sembravano promettere la globalizzazione come benessere e pace si trasformano via via in un massacro generalizzato. Esplodono le guerre etniche. Anche lo scrittore cyberpunk Bruce Sterling ritiene che il parallelo con la Belle Epoque sia inquietante, e che vi possa essere un collasso generale del sistema:

 

   “Tutti i periodi storici hanno fine, e due sono i modi in cui finiscono: o saltano o vengono spinti giù… L’alternativa di saltare si offre a un periodo storico quando sa cambiare grazie al proprio successo”

 

(le corti feudali divenute stati nazionali, gli stati agrari trasformati in democrazie industriali) ( in Tomorrow Now, 2004, p.197). La Belle Epoque venne invece spinta giù, dalla Prima Guerra Mondiale.

 

   “Il fallimento può cambiarti annientandoti, mentre non esiste trasformazione altrettanto indiscutibile quanto un successo. Un periodo storico vincente adempie al suo più o meno manifesto destino, e riesce, più o meno, a ottenere quel che vuole” (idem).

 

  

   Riusciremo dunque, come civiltà, a farci carico delle pesanti contraddizioni della globalizzazione e della New Economy, e a elaborarle in positivo? O dovremo affrontare un lungo periodo di regressione e di disastri?

postato da doktorgeiger alle ore luglio 28, 2008 11:43 | link | commenti (2)
categorie: riflessioni, tecnologia, economia, storia, politica internazionale, movimenti, tempo, culture, antifascismo, razzismo, immigrati, emergenza, tirannia, capri espiatori
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domenica, 20 luglio 2008

Psicopolitica del godimento e della paura

  

federica_zarri2

   Rispetto alle tante “emergenze” di questi ultimi tempi (dai rifiuti ai migranti e ai Rom, dai graffitisti alle impronte digitali), sempre in nome della sicurezza, ho potuto constatare in molti post, e in molti commenti, una propensione filo-autoritaria, o meglio filo-totalitaria, un riflesso d’ordine particolarmente accanito o vendicativo, fatto proprio non solo da persone tradizionalmente di “destra”, conservatrici, reazionarie o “fasciste”, ma anche da persone che si auto considerano “libertarie” o “anarchiche”, nel senso più banale del termine, cioè “liberi da qualsiasi vincolo”, individualisti, narcisisti, vitalisti e “politicamente scorretti”. Gente allegra, comunicativa, moderna, festaiola, internettiana.

  

   Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek faceva qualche anno addietro delle interessanti riflessioni in merito, in "Il godimento come fattore politico" (Raffaello Cortina editore, 2001) sulla contrapposizione fra “godimento” e “piacere”. Partendo dal famoso discorso di Joseph Goebbels sulla Guerra Totale, tenuto al Palasport di Berlino nel 1943, (“volete una guerra totale, più totale di quanto potreste mai immaginare?” -  La risposta fanatica della massa urlante era: Sì! Sì! “), Zizek osserva che il godimento, a differenza del piacere, è “l'eccessivo piacere dato dalla rinuncia, o dallo stesso sacrificio”. Nella nostra società liberal-permissiva, che incita costantemente a godere il più possibile, il moderno edonismo rischia di trasformarsi nel più rigoroso ascetismo. Per poter davvero godere “bisogna fare jogging, sottomettersi a una dura dieta, non bere, non fumare o abbandonarsi a eccessi sessuali. L'edonismo vorrebbe confinarci nella società più regolamentata che la storia umana abbia mai conosciuto”.

 vignetta-3-brambilla

   Un regime totalitario (non semplicemente autoritario) si caratterizza, per Zizek, proprio per questo intreccio di dovere e godere (il regime soltanto autoritario ti impone il dovere, ma non di dover godere nel farlo). Fino al godimento dei soldati in guerra, al godimento della tortura. In Bosnia i fondamentalisti “dicevano che chi si fosse unito a loro avrebbe finalmente potuto uccidere, ammazzare, scopare, stuprare in libertà”. Come nel film Underground di Emir Kusturica, “un luogo dove la gente beve, fa sesso, mangia, uccide... è la "fantasia" occidentale dei Balcani. Kusturica soddisfa la richiesta di "primitivismo" dello spettatore occidentale.

 

   Queste “fantasie” sono del resto evidenti nella personalità narcisistica dei cybernauti, le monadi che fanno parte del WWW in un gigantesco “solipsismo collettivo” che produce strani fenomeni come la “shared privacy”, la privacy condivisa, né pubblica né privata. L’isolamento si combina sempre più all’esposizione allo sguardo altrui, e al timore “di non venir guardati” (“Grande Fratello” docet).

 

   Il godimento, che va distinto dall’antica nozione di piacere, essendone semmai una versione perversa o estatica, in quanto piacere perverso) costringe ciascuno ad accettare “liberamente” ciò che gli viene in realtà imposto. Questo mix micidiale di godimento e dovere, trasgressione e legge, in nome di una perversa adesione soggettiva agli imperativi del sistema, è per esempio particolarmente eclatante in personaggi pubblici come Mara Carfagna, Michela Brambilla, Irene Pivetti e loro emule; ma anche le reazioni a personaggi simili, come accade nel Grande Fratello o nelle trasmissioni defilippiche, sono improntate allo stesso humus, non fanno che riprodurlo, sguazzano nella stessa perversione, nello stesso impulso totalitario. 

 

   Il consenso politico di massa nella post-modernità integra dunque totalitariamente potere, godimento (perverso) e produzione di immaginario a mezzo di merci. Zizek traduce in termini filosofici e psicanalitici temi familiari ai lettori di William Burroughs o di James Ballard: chi controlla i desideri della massa controlla anche il potere politico.

 

   La politica del godimento, che è anche una politica della prestazione (o della performance) fa propria l’intera sfera emotiva, dall’orgasmo allo stress, dal narcisismo alla malinconia, dall’ansia al panico, dall’invidia al gossip, dall’eccitazione alla paura. Non a caso uno dei più recenti e noti articoli di Slavoj Zizek, in piena emergenza sicurezza, si intitola “Quando la politica si affida alla paura”.

postato da doktorgeiger alle ore luglio 20, 2008 17:00 | link | commenti
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