geiger dysf

"Chi non ha conosciuto la tentazione di essere il primo nella comunità non capirà nulla del gioco politico, della volontà di assoggettare gli altri per farne degli oggetti, né intuirà gli elementi di cui si compone l’arte del disprezzo…" (E.Cioran)
domenica, 20 luglio 2008

Psicopolitica del godimento e della paura

  

federica_zarri2

   Rispetto alle tante “emergenze” di questi ultimi tempi (dai rifiuti ai migranti e ai Rom, dai graffitisti alle impronte digitali), sempre in nome della sicurezza, ho potuto constatare in molti post, e in molti commenti, una propensione filo-autoritaria, o meglio filo-totalitaria, un riflesso d’ordine particolarmente accanito o vendicativo, fatto proprio non solo da persone tradizionalmente di “destra”, conservatrici, reazionarie o “fasciste”, ma anche da persone che si auto considerano “libertarie” o “anarchiche”, nel senso più banale del termine, cioè “liberi da qualsiasi vincolo”, individualisti, narcisisti, vitalisti e “politicamente scorretti”. Gente allegra, comunicativa, moderna, festaiola, internettiana.

  

   Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek faceva qualche anno addietro delle interessanti riflessioni in merito, in "Il godimento come fattore politico" (Raffaello Cortina editore, 2001) sulla contrapposizione fra “godimento” e “piacere”. Partendo dal famoso discorso di Joseph Goebbels sulla Guerra Totale, tenuto al Palasport di Berlino nel 1943, (“volete una guerra totale, più totale di quanto potreste mai immaginare?” -  La risposta fanatica della massa urlante era: Sì! Sì! “), Zizek osserva che il godimento, a differenza del piacere, è “l'eccessivo piacere dato dalla rinuncia, o dallo stesso sacrificio”. Nella nostra società liberal-permissiva, che incita costantemente a godere il più possibile, il moderno edonismo rischia di trasformarsi nel più rigoroso ascetismo. Per poter davvero godere “bisogna fare jogging, sottomettersi a una dura dieta, non bere, non fumare o abbandonarsi a eccessi sessuali. L'edonismo vorrebbe confinarci nella società più regolamentata che la storia umana abbia mai conosciuto”.

 vignetta-3-brambilla

   Un regime totalitario (non semplicemente autoritario) si caratterizza, per Zizek, proprio per questo intreccio di dovere e godere (il regime soltanto autoritario ti impone il dovere, ma non di dover godere nel farlo). Fino al godimento dei soldati in guerra, al godimento della tortura. In Bosnia i fondamentalisti “dicevano che chi si fosse unito a loro avrebbe finalmente potuto uccidere, ammazzare, scopare, stuprare in libertà”. Come nel film Underground di Emir Kusturica, “un luogo dove la gente beve, fa sesso, mangia, uccide... è la "fantasia" occidentale dei Balcani. Kusturica soddisfa la richiesta di "primitivismo" dello spettatore occidentale.

 

   Queste “fantasie” sono del resto evidenti nella personalità narcisistica dei cybernauti, le monadi che fanno parte del WWW in un gigantesco “solipsismo collettivo” che produce strani fenomeni come la “shared privacy”, la privacy condivisa, né pubblica né privata. L’isolamento si combina sempre più all’esposizione allo sguardo altrui, e al timore “di non venir guardati” (“Grande Fratello” docet).

 

   Il godimento, che va distinto dall’antica nozione di piacere, essendone semmai una versione perversa o estatica, in quanto piacere perverso) costringe ciascuno ad accettare “liberamente” ciò che gli viene in realtà imposto. Questo mix micidiale di godimento e dovere, trasgressione e legge, in nome di una perversa adesione soggettiva agli imperativi del sistema, è per esempio particolarmente eclatante in personaggi pubblici come Mara Carfagna, Michela Brambilla, Irene Pivetti e loro emule; ma anche le reazioni a personaggi simili, come accade nel Grande Fratello o nelle trasmissioni defilippiche, sono improntate allo stesso humus, non fanno che riprodurlo, sguazzano nella stessa perversione, nello stesso impulso totalitario. 

 

   Il consenso politico di massa nella post-modernità integra dunque totalitariamente potere, godimento (perverso) e produzione di immaginario a mezzo di merci. Zizek traduce in termini filosofici e psicanalitici temi familiari ai lettori di William Burroughs o di James Ballard: chi controlla i desideri della massa controlla anche il potere politico.

 

   La politica del godimento, che è anche una politica della prestazione (o della performance) fa propria l’intera sfera emotiva, dall’orgasmo allo stress, dal narcisismo alla malinconia, dall’ansia al panico, dall’invidia al gossip, dall’eccitazione alla paura. Non a caso uno dei più recenti e noti articoli di Slavoj Zizek, in piena emergenza sicurezza, si intitola “Quando la politica si affida alla paura”.

postato da doktorgeiger alle ore luglio 20, 2008 17:00 | link | commenti
categorie: politica, riflessioni, tecnologia, lavoro, economia, filosofia, comunicazione, culture, analisi, religioni, informazione, erotica, amenitĂ , controllo, emergenza, tirannia
commenti
sabato, 19 luglio 2008

Tecno Controllo e Sicurezza del Territorio

   impronte2Uno degli aspetti più drammatici dello stato di emergenza permanente è la crescita esponenziale del ruolo e dell’importanza strategica del business della sicurezza e della paura, e quindi delle tecnologie di controllo e sorveglianza. Coloro che si affannano a richiamare le forze dell’ordine alla moderazione nell’uso di armi da fuoco o il governo nell’uso delle impronte digitali,  senza mettere in discussione il paradigma della Sicurezza, assomigliano a coloro che vogliono spegnere un grande incendio con qualche secchiata d’acqua. Ingenui, subalterni, o complici.

  

   In realtà l’allarme sicurezza sta già moltiplicando a dismisura la domanda del bene-sicurezza, sia nell’acquisto di armi o dispositivi elettronici, sia nella proliferazione di corpi di polizia privati. Va da sé che i businessmen della paura hanno tutto l’interesse a far crescere il mercato, facendo lievitare la domanda. Per esserci un business della sicurezza ci deve essere anche allarme, paura, emergenza permanente, distillata quotidianamente, in forma psicotica: la “percezione” di insicurezza, l’”intenzione” di reato.  Fino alla paura dei “rumori”, dei graffiti o dei vicini.

  

   Dopo il 9/11, il fatturato del settore della Homeland Security (la Sicurezza del Territorio, composto da aziende di piccole-medie dimensioni in grado di offrire prodotti e sistemi che integrano tecnologie complesse), è letteralmente esploso. Grandi gruppi come General Electric, Honeywell e United Technologies si sono buttati nel business in crescita . Ma il mercato della Sicurezza è assai più variegato e in evoluzione continua. Che si tratti di videosorveglianza, Internet, e-mail, telefonate, rilevamenti biometrici, il problema non è catturare miliardi di informazioni inutilizzabili, quanto rilevare e selezionare i dati più importanti (per i clienti pubblici o privati). Aziende come Nice Systems (sistemi video e audio), Verint Systems (controllo dati), OSI Systems (monitoraggio e scanning, metal detector, raggi X) propongono continuamente prodotti di nuova generazione, come ad esempio il Pulsed Fast Neutron Analysis, in grado di analizzare la composizione atomica di contenuti di camion, navi o edifici.impronte

  

   Un settore in grande crescita è quello delle apparecchiature per «tracciare» persone o cose. A questo proposito i sistemi di rilevamento delle impronte digitali sono già preistoria rispetto ad altri sistemi di identificazione biometrica (l’iride, i tratti del volto: Iditex, ID Systems). La tendenza generale è far ricadere a pioggia sul “mercato”, e sulla società civile, tecnologie squisitamente militari. La dinamicità del settore sfrutta il vuoto legislativo in materia, imponendo gli automatismi di mercato come urgenza, emergenza, eccezione. Questo spiega perché i Pacchetti Sicurezza vengono rinnovati a go-go, con l’incalzare di sempre nuove “urgenze”.

 

   Ha ragione Cassandra Crossing-(Biometria, ideologia, incompetenza ed idiozia/p.aspx) quando sostiene che in Italia il problema della raccolta delle impronte digitali sui documenti di identità (e dei dati biometrici in generale) viene tuttora visto come “dibattito ideologico” piuttosto che come problema giuridico, costituzionale, per non dire tecnico e pratico. Per questo il “cittadino medio italiano” si comporta come un’”incompetente” e un “idiota”, pronto a farsi schedare volontariamente, quasi con orgoglio. “Tanto siamo tutti schedati!”.

 

   Quel che non convince dell’articolo è che, di fronte all’offensiva tecno-autoritaria  delle politiche governative (bipartisan), secondo l’autore basterebbe solo un po’ di buon senso e di “competenza”  per modernizzare i documenti d’identità, la CIE (Carta di Identità Elettronica).  senza i rischi connessi di tecnocontrollo e di derive autoritarie, dovuti alla memorizzazione delle impronte in un database centralizzato. Perché, si chiede CC, realizzare un database “abusabile e quindi pericoloso, quando esistono alternative che permettono di ottenere gli stessi scopi dichiarati con invasività e pericolosità molto minori?”.  Vi sono scopi “non dichiarati e non dichiarabili”? Davvero credete che questo sistema sia necessario, efficace e sicuro?

 ragazze rom manif

   Ora, io non credo che CC sia un ingenuo. E’ un esperto di sicurezza e privacy informatica, quindi fa il suo mestiere. Fa delle domande retoriche, invitando forse a risposte altrettanto scontate. Ci spiega bene come ci sia stata una deroga “sperimentale” al regolamento tecnico della legge istitutiva della CIE che non prevedeva alcuna memorizzazione da nessuna parte delle impronte digitali. CC non mette in discussione i principi ispiratori della CIE. ma vorrebbe limitarne e prevenirne rischi e abusi.

 

   Ma, alla luce di quanto detto prima sul mercato della sicurezza, la difesa della privacy contro l’invasività del tecno-controllo autoritario appare subito una battaglia di retroguardia superata dai fatti stessi. Buona per metterci a posto con la nostra coscienza “democratica” e “legalitaria”.  Non molto dissimile dai richiami e dalle lamentazioni dei garanti della privacy (come Rodotà o Pizzetti) cui s’ispira. Ma del tutto subalterna e mistificatoria rispetto alle reale portata della guerra in corso, come vedremo nei prossimi post.

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 19, 2008 09:10 | link | commenti
categorie: politica, tecnologia, economia, diritto, guerra, analisi, informazione, controllo, emergenza, tirannia
commenti
mercoledì, 16 luglio 2008

Siamo tutti Rom!

Siamo tutti Rom!

 

  zingari4 Be’, piace o spiace dirlo, ma l’avevamo detto!

Dal 2010 le impronte digitali diverranno obbligatorie per tutti. Questo è quanto previsto da un emendamento che ha ottenuto il sì bipartisan dalle commissioni Bilancio e Finanze della Camera.

Il PD è contento: dal momento che le impronte verranno prese a tutti, la questione Rom “è disinnescata” (Antonio Misiani) (e noi che ce ne preoccupavamo invano e davamo la colpa a quel pazzo di Maroni). Giulio Calvisi (sempre PD) ci rassicura, perché tutto ciò sarebbe previsto da una “direttiva comunitaria”  e "i nuovi documenti sono già predisposti" (eh l’Europa se non ci fosse bisognerebbe inventarla!)(*).

I Rom sentitamente ringraziano per essere in tanta compagnia. Adesso potranno essere schedati, razziati e pogromizzati “democraticamente” e senza tutte queste lagne sulla xenofobia. Anzi, visto che adesso “siamo tutti Rom”, mi viene il sospetto che l’oggetto di tanta dedizione fossero gli “autoctoni” e le loro propensioni delinquenziali e/o nomadiche (io l’avevo detto che tutti i cittadini sono dei criminali in potenza!)…

 

(*) va precisato che la direttiva comunitaria non esiste, se non nelle intenzioni:

"Il nostro voto favorevole sull'emendamento - spiegano i deputati del Pd Antonio Misiani e Giulio Calvisi - è stato dato perchè la norma è in linea con un progetto dell'Unione Europea. La direttiva ancora non c'è - precisano - ma si tratta di una questione che sta maturando in Europa".

Ovviamente, ma non per i media, "sta maturando" è assai diverso da "esiste già".



SCIENZA DI POLIZIA:

“il discorso attuale sulla Sicurezza non è volto a prevenire attentati terroristici o altri disordini; esso ha in realtà funzioni di controllo a posteriori…Le misure biometriche, come il controllo della retina introdotto alle frontiere degli Stati Uniti del quale ora si propone l’inasprimento, ereditano funzione e tipologia di pratiche introdotte nell’Ottocento per impedire la recidiva dei criminali: dalle foto segnaletiche alle impronte digitali. I governi sembrano considerare tutti i cittadini, insomma, come terroristi in potenza…
Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e la Sicurezza, non è più una democrazia…Così oggi l’ideologia della Sicurezza è volta a giustificare misure che, da un punto di vista giuridico, possono essere definite solo come barbare…Nella storia del diritto l’intenzione può costituire un’aggravante; non può essere mai un crimine in sé. È solo un esempio della barbarie giuridica cui siamo di fronte: abbiamo assistito a dibattiti sull’opportunità o meno di praticare la tortura. Se uno storico confrontasse i dispositivi di legge esistenti durante il Fascismo e quelli in vigore oggi, ho paura che dovrebbe concludere a sfavore del presente»

“Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto”

“Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo».  (Giorgio Agamben).


 

L'Udc vorrebbe estendere la schedatura anche ai «nostri bambini», ma su base volontaria. Cadrebbe così il razzismo?

   Ciò dimostra una cosa: ogni volta che si approva una misura cosiddetta emergenziale diretta ad una minoranza, inevitabilmente questa misura viene estesa anche ad una parte degli autoctoni. Non dimentichiamoci che tra le tante sciagurate decisioni del centrosinistra esiste anche la carta di identità con dati biometrici. Eppure nessuno ha mai sollevato obiezioni al fatto che siamo tutti iperschedati” (Salvatore Palidda)

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 16, 2008 10:59 | link | commenti (2)
categorie: politica, news, tecnologia, diritto, razzismo, attualitĂ , controllo, zingari, emergenza, tirannia, deliri di stato
commenti (2)
martedì, 15 luglio 2008

Le oche di Lorenz e i nuovi barbari

 

Le oche di Lorenz e “i nuovi barbari”     

  

 

   Durante una recente passeggiata in campagna con alcuni amici siamo stati aggrediti da un paio di oche particolarmente vivaci. In particolare una di esse, seguita dall’altra, si ostinava a inseguire uno di noi, fra le risate generali.

 

   L’etologo Konrad Lorenz (L’aggressività) ha scoperto che  “quando due oche avvicinandosi mostrano segnali di ostilità, il più delle volte convogliano la loro aggressività reciproca contro un oggetto terzo”. L’evoluzione ha cristallizzato questa schermaglia in una sequenza comportamentale tipica che serve a creare un legame. Alcuni comportamenti aggressivo-rituali degli animali, come le oche, abbozzano infatti quello che presso le comunità umane, diverrà un vero e proprio meccanismo vittimario. Scaricando l’aggressività interindividuale su terzi si forma un forte legame empatico tra gli esseri umani che sacrificano un comune capro espiatorio. Konrad1

 

   In altri termini, l’atto di convogliare l’aggressività interspecifica di un dato gruppo contro un elemento esterno (o un elemento interno percepito come esterno)  crea una forte coesione nel gruppo stesso: ”l’aggressività discriminatoria verso gli estranei e il vincolo tra i membri di un gruppo si intensificano a vicenda” (KL).

 

   Una forma innocua di vittimizzazione è la risata umana, che appare allo stesso Lorenz come un modo innocuo per ridirezionare l’aggressività.  Se più persone in un gruppo ridono di una terza persona esterna al gruppo, si sentirà immediatamente il crearsi di una sorta di catena di empatia, un legame con gli altri individui interni al gruppo. Assumere un comune capro espiatorio, simbolico o reale, è un sistema infallibile per creare vincoli di solidarietà e amicizia.  

 

   Ironia, sarcasmo, cinismo, luoghi comuni, gossip, avanspettacolo, dominano lo scenario mediatico e politico, al punto che si può parlare di “comportamentismo” dei media, una stretta relazione fra lo studio del comportamento animale e umano con le nuove tecnologie di comunicazione di massa.

 

   Un esempio, offerto da un indagine del Censis su “giovani e media”, è costituito dagli SMS.  Secondo questa indagine, mentre i giovani fra i 25 e i 30 anni  usano il cellulare “per stretta necessità”, cioè per “telefonare”, gli adolescenti fra i 14 e i 18 anni lo usano sostanzialmente per mandare “messaggini”, rivelando una diversa modalità di comunicazione e di linguaggio, e quindi di relazionarsi.  Per gli adulti “nei messaggini, si scrivono soltanto cavolate». Ma per un etologo, non sarebbe altro che “un verso delle oche” umano. Cercando di decifrare i versi delle oche, Lorenz concluse che il contenuto del verso era fondamentalmente un semplice attestato, un'estrinsecazione di esistenza, come a dire: «Io ci sono...e tu ci sei?». Il contenuto viene dopo, o è indifferente, ma sempre subordinato a questo richiamo "cifrato". La trama comunicativa degli adolescenti, le nostre oche, si svolgerebbe dunque sulla stesura dei 160 caratteri dell’SMS in quanto “messaggio nella bottiglia”: «Io ci sono...e tu ci sei?». Il medium è il messaggio, o il “massaggio”.

 untitled

   Non diversamente accade con l’ancora più semplice “squillino”, “un attestato di esistenza puro e semplice”,  così descritto dal Censis: «Chiunque abbia a che fare con gli adolescenti, sa che il telefonino di ciascuno di loro spesso squilla solo perché qualcuno vuole fargli sapere che lo sta pensando: si controlla a chi appartiene il numero da cui è arrivata la "chiamata persa" e si è contenti per il pensiero». E se la persona a cui si fa lo squillo non fa altrettanto? “Allora subentra una specie di ansia da abbandono, che spinge l'adolescente a mandare ai suoi coetanei prima richieste di funzionamento del canale, poi appelli alla risposta”.

 

   Però conosco un sacco di adulti che fanno la stessa cosa. E mi chiedo se in fondo lo stesso modello di trama comunicativa non valga anche per Internet, per i blog, le chat, i forum, etc, fatte le dovute eccezioni. In una società dominata dalla pervasività delle tecnologie di comunicazione di massa, il comico, il cabarettista, l’attore di avanspettacolo, lo sceneggiatore interpretano più facilmente o più direttamente i “versi delle oche” della massa. Ma, allo stesso tempo, queste forme di aggregazione “virtuale”, anche quando riprodotte “in piazza” (la piazza “reale” come semplice estensione di quella “virtuale”) non rischiano di riproporre “geneticamente” modelli di comportamento e di aggregazione di “gruppo” aggressivi come quelli delle oche di Lorenz?


   Analoghe considerazioni, ma di tipo antropologico, spingono Elias Canetti ad analizzare forme di associazione come il branco, le mute (di caccia, di guerra, etc.), l'orda e le masse:  


“ La vittima è lo scopo; ma essa è anche il punto di massima concentrazione: essa riunisce in sé le azioni di tutti. Scopo e concentrazione coincidono…Si deve aggiungere che la minaccia della morte, cui sottostanno tutti gli uomini e che è sempre viva sotto molteplici maschere, sebbene non stia continuamente dinnanzi agli occhi, crea il bisogno di deviare la morte su altri. La formazione di masse aizzate viene incontro a quel bisogno…


   Fra le specie di morte decretate contro un singolo da un’orda o da un popolo, possiamo distinguere due forme principali, una delle quali è l’espulsione...

   L’altra forma è quella dell’uccisione collettiva…Nelle religioni che prevedono un inferno si aggiunge qualcosa d’altro: alla morte collettiva per fuoco, che è un simbolo della massa, si ricollega l’idea dell’espulsione: cioè l’espulsione nell’inferno, la consegna ai nemici infernali…”


 

(Massa e potere, Adelphi, p.58-60, trad. di Furio Jesi, 1981)  

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 15, 2008 10:49 | link | commenti
categorie: riflessioni, gossip, tecnologia, internet, teatro, comunicazione, giornalismo, video, culture, analisi, informazione, capri espiatori, comportamentismo
commenti
mercoledì, 25 giugno 2008

Comportamentismo e istruzione programmata

AL1-2149309_Copy2725

 

 

Note sull'istruzione programmata e sulle tecnologie del sè.

 

di  Rattus Norvegicus Albinus (*)

 

Forse e' proprio la solitudine che va politicamente organizzata.

(Christian Marazzi)

 

   Non e' un fatto accidentale che la parola apprendimento ricorra con frequenza nelle sperimentazioni sul comportamento animale dei behavioristi

(it.wikipedia.org/wiki/Comportamentismo). Thorndike, l'ideatore delle gabbie-problema e per certi versi il pioniere del behaviorismo, dedico' gran parte della sua carriera successiva ai problemi dell'educazione e dell'istruzione dei bambini.

 

   Fu Thorndike, nel 1912, a fornire una prima descrizione di quella tecnologia dell'apprendimento che in seguito sarebbe stata definita istruzione programmata (www.univirtual.it/cap04.pdf). In Education, a first book Thorndike concepi' la possibilita' di realizzare un libro che fosse in grado di rendere automatico il processo di correzione degli errori dello studente: “Se, per un miracolo dell'ingegno meccanico, un libro potesse essere arrangiato in modo tale che solo chi ha realizzato quanto era richiesto sulla pagina numero uno possa accedere alla pagina due, e cosi' via, molto di quanto oggi richiede una formazione personale potrebbe essere realizzato attraverso la stampa”.

 

   Qui e' da notare il fatto che ottant'anni prima che il calcolatore digitale si candidasse a sistema universale per l'implementazione dell'istruzione programmata, i modelli di programmazione dell'apprendimento behavioristi erano gia' stati ideati e avevano iniziato a suscitare entusiasmo nella piccola borghesia americana.

 

   Sidney Pressey, un allievo di Thorndike, realizzava nel 1926 la prima “teaching machine”. La macchina di Pressey aveva l'aspetto di una macchina da scrivere, il cui carrello era corredato di una finestra in cui venivano presentate una domanda e quattro possibili risposte, delle quali una sola era quella giusta. Su un lato del carrello vi erano quattro pulsanti e l'utente era invitato a premere quello corrispondente alla risposta che riteneva esatta.

 

   Alla pressione del tasto la macchina registrava la risposta su un contatore situato dietro il carrello e quindi proponeva la successiva domanda. Finita la prova l'utente poteva riesaminare il foglio del contatore per valutare il punteggio ottenuto e gli eventuali errori commessi. Pressey nei suoi libri affermava di confidare nel fatto che la sua macchina avrebbe condotto ad una “rivoluzione industriale nell'educazione”.

 

   La grande depressione del '29 e la seconda guerra mondiale limitarono notevolmente le possibilita' di sviluppo dei progetti di Pressey. Se Pressey, e in seguito Skinner, svolsero le loro attività in buona sintonia con l'accademia, l'istruzione programmata trovo' nel mercato una sponda altrettanto affidabile. In un libro degli anni '60 intitolato Macchine per insegnare lo studioso francese Bernard Planque lamentava come: “ (...) si possono trovare nei drugstores di New York, per un dollaro, delle buste contenenti schede programmate che garantiscono che saprete tutto su Mozart o Einstein e che non dimenticherete mai nulla”. Per buona parte del secolo breve, ogni “oneself made man” statunitense, ogni famiglia che coltivava il sogno dell'american way of life, prima o poi, avrebbe finito con l'imbattersi nei prodotti ispirati ai principi dell'istruzione programmata.

 

   Come scrive Luciano Mecacci, il comportamentismo fu a livello di massa: “una psicologia del far da se'  adeguata ad una borghesia che aveva dato prova di ottimismo ed efficienza nel superamento delle crisi economiche del dopoguerra e del 1929”. Skinner approfondisce l'indagine sulle “tecnologie dell'educazione” raffinandone l'architettura e gli ambiti di applicazione. L'esperienza maturata con gli animali attraverso il condizionamento operante gli consente di individuare alcuni elementi che ritiene innovativi rispetto alle primitive concettualizzazioni di Thorndike e di Pressey.

 

   La critica di Skinner alle prime teaching machine si appunta su una insufficiente analisi delle fasi di apprendimento e sulla scarsa importanza attribuita ai rinforzi, cioè ai premi.

 

“Una delle differenze principali esistenti tra un testo e un programma, e' data dal fatto che il primo riesce ad insegnare solo quando agli studenti sono state fornite della ragioni estrinseche per studiarlo, mentre il programma ha queste ragioni al suo interno” .

 

   Con questa singolare affermazione Skinner intendeva dire che la gratificazione doveva essere generata dal programma stesso. A differenza di quanto accadeva nel sistema di Pressey, in cui le risposte sarebbero state esaminate alla fine dell'esercizio, Skinner sosteneva che la correzione degli errori doveva essere realizzata dal sistema in modo immediato. 

 

 

[*] Dietro lo pseudonimo di Rattus Norvegicus si nasconde uno studioso del comportamento umano e animale, psicologo sperimentale per formazione, che scruta gli scenari del lavoro immateriale e flessibile con sguardo da antropologo. Seguendo per necessita' e per virtu' il metodo dell'osservazione partecipante si è occupato per anni di interfacce uomo-macchina, di videogiochi, di Intelligenza Artificiale, di didattica informatizzata, di ausili informatici per disabili.

 

Ha collaborato con numerose riviste tra cui Cyberzone, Informazione in Psicologia, "Musica!" e con innumerevoli aziende tra cui Ipermedia, Bitnet, Dedalo, Numerica, I.Li.Tec, Hochfeiler sistemi. Ha tenuto conferenze e seminari presso biblioteche pubbliche, cattedre universitarie e associazioni culturali.

 

 

 

postato da doktorgeiger alle ore giugno 25, 2008 06:15 | link | commenti
categorie: musica, riflessioni, tecnologia, storia, internet, interventi, analisi, informazione, controllo, comportamentismo
commenti
sabato, 21 giugno 2008

Kopf Arbeit: Il '68 e il lavoro intellettuale

Lawrence+Alma-Tadema+-+The+Roses+of+Heliogabalus+md

Kopf Arbeit

Il  ’68 e il lavoro intellettuale.

 

“Se le scienze, secondo il loro grado di applicabilità tecnica, e i loro portatori, i lavoratori intellettuali, sono ormai integrati nel lavoratore produttivo complessivo, non è più ammissibile che le strategie rivoluzionarie continuino a riferirsi in modo quasi esclusivo al proletariato industriale. Non è in questione la possibilità, per l’intelligenza scientifica, di sviluppare una coscienza di classe in senso tradizionale; al contrario, bisogna chiedersi quale modificazione sia avvenuta nel concetto di produttore immediato, e, quindi, di classe operaia” (HJ Krahl, Costituzione  e lotta di classe, 1973)

 

   Uno dei maggiori motivi ispiratori del ’68, e dei movimenti di lotta degli anni Settanta, fu la critica serrata alla divisione (sociale, tecnica, psicologica e politica) del lavoro fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Essa venne condotta nelle facoltà universitarie e nelle scuole medie superiori come rimessa in discussione dei “ruoli” intellettuali, tecnici, scientifici, come critica del Sapere, della conoscenza e della intelligenza tecnica finalizzate alla riproduzione del dominio capitalistico; e nelle fabbriche come rimessa in discussione del ruolo dei tecnici come “tecnici del capitale” o “tecnici del controllo”.

 

   La “crisi dei ruoli”  poggiava su due fenomeni complementari del capitalismo maturo, da un lato l’alto grado della scolarizzazione di massa, dall’altro la sempre maggior inclusione del lavoro intellettuale, tecnico-scientifico o immateriale direttamente nei processi produttivi e di valorizzazione delle merci, mentre contemporaneamente decresceva l’importanza, quantitativa e qualitativa, del lavoro manuale propriamente detto (ad eccezione dei cosiddetti settori “arretrati”, anche tecnologicamente, come il tessile, l’edilizia o l’agricoltura). Il numero degli studenti cominciò a superare, e di gran lunga, quello degli operai di fabbrica.

 

   Naturalmente allora, 40 anni fa, e anche nel corso degli anni Settanta, la consapevolezza dei processi di trasformazione in corso, dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo, non poteva che essere in nuce e assai contraddittoria e variegata. Il mito della “centralità operaia”, del ruolo dirigente della classe operaia delle grandi concentrazioni industriali, restava dominante nella maggior parte delle analisi politiche dei partiti e gruppi di ispirazione marxista. I grandi processi di migrazione di forza-lavoro dequalificata dal Sud al Nord, verso le fabbriche del Triangolo Industriale, erano ancora troppo freschi per poter essere assorbiti e accantonati. Rileggendo un po’ meglio le riviste degli anni Sessanta (Quaderni Rossi, Classe Operaia, Quaderni Piacentini, Sinistra Proletaria, etc.) sarebbe possibile tuttavia ripercorrere alcune anticipazioni assai significative sul lavoro tecnico-scientifico, soprattutto per quanto riguarda Olivetti, IBM e i processi di automatizzazione in corso alla FIAT.

 

   Non a caso le anticipazioni sul ruolo dell’intelligenza tecnico-scientifica nei processi produttivi provenivano in prevalenza dalla Germania. Hans-Jurgen Krahl, uno dei principali esponenti e teorici del movimento studentesco in Germania, anticipò nelle sue analisi le caratteristiche, tecniche e politiche, del lavoro immateriale e dell’intellettualità di massa (“Tesi sul rapporto generale di intelligenza scientifica e coscienza di classe proletaria”, 1969).

Accanto al giovane Krahl (purtroppo morto prematuramente nel 1970) bisognerà ricordare il libro di Alfred Sohn-Rethel, Lavoro intellettuale e lavoro manuale, pubblicato tardivamente da Feltrinelli nel 1977, ma in ediz.originale 1970 (frutto di una ricerca pluridecennale).

 Marcy+Capron+-+No+Return+to+My+Adonis,+2002

   In Italia, oltre le riviste già citate, bisognerà ricordare i materiali prodotti all’interno dell’allora neonata Facoltà di Sociologia di Trento, che già nel ’66 anticipò le occupazioni del ’68, e macinò suggestioni teoriche provenienti dalla Germania (come quelle già ricordate), dalla Francia (i situazionisti, Althusser, Socialisme ou Barbarie), dal movement americano sulle tecniche di liberazione (N.Chomsky, H.Marcuse, le Pantere Nere, Laing, Cooper, Goffman). Uno dei fenomeni più importanti, gravido di conseguenze pratiche, fu la rimessa in discussione dei ruoli professionali soprattutto per quanto riguardava la medicina, la psichiatria (l’anti-psichiatria inizia con Franco Basaglia, L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (Einaudi, 1968), l’ecologia e il movimento anti-nucleare (Dario Paccino, “Rosso Vivo”), il rapporto uomo-donna (“il personale è politico”, il femminismo), Giulio Maccacaro (fondatore della  rivista “Sapere”), la rivista  “L’Erba Voglio” (Elvio Fachinelli, psicoanalista, Lea Melandri). E a cascata l’architettura e l’urbanistica, la magistratura, la comunicazione e l’informazione. Parallelamente i lavoratori delle fabbriche ebbero accesso alle “150 ore” (permessi retribuiti per il diritto allo studio, 1973).

 

   Queste scarne indicazioni danno già l’idea di quante anticipazioni, innovazioni, riflessioni sotto il profilo delle modificazioni produttive, sociali e tecniche, peraltro assai complesse, fosse capace ciò che va sotto il nome mitico di ’68, nei confronti del Movimento Operaio ufficiale tradizionale, il quale, col prevalere dell’allora dirigenza “migliorista” del PCI,  arrivò a condannarlo apertamente (e ad espellere il gruppo del “Manifesto”). Ma la divisione del lavoro, oltre che essere sociale, tecnica, produttiva, era anche una divisione profondamente psicologica, profondamente classista, in un momento storico in cui le tradizionali barriere, gerarchie e autorità parvero istintivamente e profondamente ostili alla vita e a un comune sentire ugualitario. Accanto alla rimessa in discussione della coscienza di classe vi fu quella che Franco Berardi (Bifo) definisce coscienza sensibile o immediatezza etica della condivisione:

 

“Coscienza significa anche condivisione sensibile: le architetture leggere della felicità collettiva sono fondate sulla consapevolezza che il piacere del mio corpo è possibile solo quando i corpi che lo circondano provano vibrazioni simili di piacere. La coscienza erotica anima la cultura hippy: una cultura della sensibilità planetaria, del piacere diffuso che dissolve gli ostacoli sociali e culturali che incontra sulla sua strada. La politicizzazione di massa che culminò nell'esplosione del movimento fu il prodotto di questa percezione acutissima della vicinanza degli altri”. (F.Berardi, La parola chiave nel lessico '68: coscienza. Di classe e sociale, Liberazione 1.03.2008).

 Amy+Guip+Ă—+Emma+Watson

   L’altra faccia del movement, estremamente pervasiva, meno legata direttamente alla produzione e al mondo del lavoro, fu allora quella psichedelica della liberazione e della comunicazione, della sperimentazione di altri stati di coscienza e di nuovi linguaggi, molto sensibile ai valori etici ed estetici, dalla comunione di nuove forme di aggregazione ai festivals musicali alla grafica. Anche qui in modi assai complessi e contraddittori, ricolmi di commistioni e contaminazioni, oscillanti fra una  “via del ritorno” (alla natura, al lavoro manuale, all’artigianato: comuni agricole, new age, ambientalismo) e una “via della creatività” (il mao-dadaismo-futurismo di A7traverso, ZUT e di Radio Alice). Percorsi mutevoli, spesso incrociatisi sulle strade dell’Umbria Jazz, del Parco Lambro e di tutta Europa.

 

   Per qualche tempo, immensamente stupendo per chi ebbe la fortuna di viverlo, sembrò che le divisioni sociali, tecniche e psicologiche, del lavoro fossero sul punto di essere spazzate definitivamente via . Non restava da abbattere che il Potere ottuso, ostile alla vita. Ma intanto quel Potere si stava riorganizzando su tutti i fronti. Le grandi concentrazioni industriali vennero smembrate, e la Comunicazione-Informazione divenne il nuovo grande Business, che inglobò parte di quel ceto politico espresso proprio dai “gruppuscoli” del dopo-’68, in particolare giornalisti e “creativi” :

 

“il movimento creativo è stato assorbito e piegato dall’organizazione mediatica, dall’investimento di enormi capitali nella pubblicità, nella televisione, nella moda, dalla sottomissione delle idee e dei linguaggi creativi entro un sistema di produzione di imbecillità a mezzo di lavoro mentale…una forma del tutto nuova di subordinazione dell’attività creativa alla produzione capitalistica nell’epoca della sua dematerializzazione” ( N.Balestrini/P.Moroni, L’orda d’oro, Feltrinelli, p.607).

 

 

   E qui, riprendendo Bifo, c’è la terza accezione del termine “coscienza”, quella più retriva dei “nuovi mandarini” del Potere, degli ex sessantottini che cinicamente si sono trasformati in apologeti e gestori del nuovo capitalismo vincente.

 

   In conclusione, i movimenti che sommariamente definiamo col meme ‘68 meriterebbero molta più attenzione (critica e storica) di quella volutamente riduttiva e demonizzante che è la vulgata propagandistica fatta prevalentemente di gossip, aneddoti e cronaca giudiziaria. Per non incorrere, fra l’altro, in penose geremiadi sulla scomparsa della “classe operaia”, che Krahl e tutti gli altri avevano già anticipato 40 anni fa. E per capire come e perché quelle che oggi si definiscono eufemisticamente le “opposizioni” siano in realtà strutturalmente subalterne alla “razionalità” dei vincitori.

postato da doktorgeiger alle ore giugno 21, 2008 15:49 | link | commenti
categorie: politica, riflessioni, tecnologia, economia, storia, movimenti, interventi, culture, analisi
commenti
venerdì, 13 giugno 2008

L'arte della guerra

 

Sun Tzu, L’arte della guerra, 2  

 

 

   Lo stato s’impoverisce quando deve sostenere il nutrimento di un esercito lontano e l’invio di vettovaglie ottenute per mezzo di requisizioni impoverisce il popolo.

 

   La vicinanza di un esercito provoca aumento dei prezzi, e gli alti prezzi spazzano via i mezzi di sussistenza del popolo.

  

   Quando i mezzi di sussistenza sono esauriti, i contadini sono afflitti da pesanti tassazioni.

 

   Con questa perdita di sostanze e diminuzione delle forze, le case del popolo saranno spogliate interamente e i tre decimi dei redditi andranno in fumo.

 

   Intanto il governo spenderà i quattro decimi delle sue entrate per sostituire i carri da battaglia rotti, i cavalli uccisi, armature, armi, archi e frecce, materiali protettivi vari, animali da tiro e relativi carriaggi.

 

   Per tutti questi motivi bisogna rifornirsi presso il nemico. Un carro di provviste prese al nemico vale venti dei nostri, e parimenti un picul (*) del suo foraggio ne vale venti delle nostre scorte.

(*) Il termine inglese Picul  indica la misura di peso della tradizione cinese  chiamata dàn (ć“”) in Mandarin Chinese o tam (ć“”)[1] in Cantonese language. Un picul è l'equivalente di  60.478982 kilogrammi.

 

(mi sembra abbia a che fare qualcosa con l'attualità, o no?)

 

 

postato da doktorgeiger alle ore giugno 13, 2008 18:29 | link | commenti (4)
categorie: tecnologia, guerra, video, impero
commenti (4)
venerdì, 30 maggio 2008

I Dottor Piroetta della comunicazione

    “Un capo di partito (e di governo) fece un’affermazione pubblica provocatoria e aggressiva nei confronti di un gruppo socio-professionale, cosa che suscitò in molti scandalo e indignazione. Dopo poche ore ritornò sull’argomento ritrattando parzialmente la propria dichiarazione. Il giorno dopo sostenne che la frase incriminata era scherzosa e del tutto priva di intenzioni offensive. In serata affermò che essa conteneva in ogni caso una parte di verità. Il terzo giorno disse che era stato interpretato male. Nel pomeriggio aggiunse infine che si era fatto soltanto portavoce di un’opinione molto diffusa, che non condivideva. Tuttavia fu per tre giorni alla ribalta dei massa media”


(Mario Perniola, Contro la comunicazione, 2004)


 


 


   Sulla comunicazione di massa, il prof. Mario Perniola, ordinario di Estetica all’Università di Tor Vergata (Roma), ha scritto nel 2004 un opuscolo, Contro la comunicazione (Einaudi), che a mio avviso resta fondamentale per comprenderne i modi di funzionamento e le influenze che si estendono anche alla cultura, alla politica e all’arte, (e, io aggiungerei, all’economia, alla tecnologia, al mondo del lavoro e dei consumi). In sintesi, la Comunicazione “sembra la bacchetta magica che trasforma l’inconcludenza, la ritrattazione e la confusione da fattori di debolezza a prove di forza”. Argomento complesso, specie se trattato a livello universitario, ma che questo breve estratto di una recensione di Laura Casulli ha il merito di illuminare anche per chi non fosse tanto preparato su questi temi. E che ogni buon blogger dovrebbe sentire la necessità di approfondire.


 

 “A volte nel mondo c’è così tanta bellezza

E il cuore mi si frana”

(“American Beauty”)

 

 

 

CONTRO LA COMUNICAZIONE

di Laura Casulli