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"Chi non ha conosciuto la tentazione di essere il primo nella comunità non capirà nulla del gioco politico, della volontà di assoggettare gli altri per farne degli oggetti, né intuirà gli elementi di cui si compone l’arte del disprezzo…" (E.Cioran)
venerdì, 11 luglio 2008

Io la conoscevo bene




   A metà anni ’60 i fasti e le illusioni della dolce vita e del boom economico volgono al termine. Il regista Antonio Pietrangeli (Adua e le compagne, La parmigiana, La visita), già esperto in ritratti di donne emarginate o umiliate,  gira quello che viene considerato unanimemente uno dei capolavori del cinema italiano, Io la conoscevo bene (1965), sicuramente un film bellissimo, ben costruito in ogni sua parte, e di grande attualità. Il film racconta i fuochi fatui di un’aspirante stellina cinematografica, Adriana, interpretata da una giovanissima e bellissima Stefania Sandrelli nei panni di una ragazza di provincia trasferitasi a Roma alla ricerca del facile successo. Pietrangeli ne fa il ritratto stesso della vanità, malinconica e ingenua allo stesso tempo nel suo consumare le euforie e le illusioni del tempo, fino al suicidio finale. Il film si apre con la radiolina accesa sulla spiaggia di Ostia, e si conclude con l’ultimo calcio dato al giradischi gracchiante. Ultimo giro, ultima canzone. Adriana si toglie la parrucca, il trucco del viso si scioglie in una maschera di lacrime posticce, e la vita va via così com’era venuta.

 

   Pietrangeli (e insieme a lui, come sceneggiatori, Ruggero Maccari e Ettore Scola) mostra grande sensibilità e compassione nel ritratto di questa ragazza ingenua e sfuggente, ammaliata dalle vanità ma non senza una indefinibile ricerca d’amore, un amore fittizio, raccontato dalle moltissime canzoni (Mina, Peppino di Capri, Sergio Endrigo, Millie, Gilbert Bécaud etc.) e dai tanti balli nuovi (twist e surf in particolare) che costituiscono il vero intreccio del film, insieme agli oggetti-feticcio e di moda. Ma la grande abilità di Pietrangeli e dei suoi collaboratori consiste nel prestare a questa vanità e fatuità, che altrimenti evaporerebbe nell’inconsistenza, una sostanza, una pseudo-realtà forse anch’essa “spiritica” o “spiritata”, attraverso (e attraversata da) una incredibile serie di scene scoppiettanti che si susseguono e svaniscono l’una nell’altra, tutte ugualmente perfette e vitalizzate da personaggi memorabili, spesso strepitosi, viveurs, pseudo press-agent, amanti occasionali, attori, imbroglioni, interpretati dagli ottimi Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno, etc. Io la conoscevo bene è una perfetta coincidenza di cosa e come, di intenzione e di realizzazione.

 

   Adriana attraversa questa galleria impressionante di scene, di canzoni, di personaggi, con la sua fugacità, con la sua evanescenza e i suoi presentimenti di caducità, che la porteranno a dissolvere ogni illusione in una lenta ma inesorabile agonia.  Il mio attimo passò, e tu dicesti no:

 

   ragazza bella e eccitante, una come tante altre...il fatto è che le va bene tutto, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente eppure povera figlia, dico io, gliene capitano di tutti i colori tutti i giorni, le scivola tutto addosso senza lasciare tracce come se fosse impermeabilizzata, ambizioni zero, morale nessuna, neppure quella dei soldi perché non è nemmeno una puttana, per lei ieri e domani non esistono, non vive neanche giorno per giorno, perché questo la costringerebbe a programmi troppo complicati, perciò vive minuto per minuto, prendere il sole, sentire i dischi, ballare sono le sue uniche attività, per il resto è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi, con se stessa mai…”

 

“Milena sono io, vero…sono così, una specie di deficiente?”

“ma no al contrario, forse sei tu la più saggia di tutti”.


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PS Nel demi-monde di questo film, costituito da  aspiranti attricette, sedicenti fotografi e press-agent (alla Corona?), playboys all’amatriciana, scrittori, attori rampanti o sul viale del tramonto, commendatori a caccia di gallinelle, non c’è ancora posto per politici e cocaina. Il cinema mantiene una sua relativa autonomia rispetto al ceto politico, almeno in apparenza. E il cinema di Cinecittà è ancora il mito predominante per le aspiranti stelline. Vi sono soltanto due canali TV della RAI, in bianco e nero e con orari limitati. La svolta per la televisione si ha nella seconda metà degli anni Settanta (colore, terza rete RAI, orari prolungati, TV private, pubblicità, etc.), mentre il primato del cinema comincia a declinare. Lungo tutti gli anni ’80 il demi-monde si è trasferito perciò verso i nuovi centri di attrazione della TV, della pubblicità e della moda: “edonismo reaganiano”, “made in Italy”, “Milano-da-bere”, yuppies, fashion, cultura come stile-di-vita, etc. Presentatori e presentatrici, soubrette e vallette, veline e attricette, modelle e pin-ups, si sono trasferite in massa verso il nuovo e più eccitante Eldorado della TV commerciale. Allo stesso tempo, a partire dal presidente Ronald Reagan, la politica si è sempre più assimilata allo spettacolo e al linguaggio televisivo in particolare. Il resto è venuto di conseguenza. Le cortigiane allevate nei “salotti televisivi” sono state elevate al rango di ministre o di sottosegretarie, mentre quelle dei salotti più tradizionali via via hanno perduto la loro importanza.


   La distanza fra il tocco delicato, ironico e rispettoso, ma non per questo meno drammatico, di Io la conoscevo bene, e la spregiudicatezza dell’attuale gossip, come nel caso Sabina Guzzanti-Mara Carfagna, è comunque abissale, in parallelo alla transizione fra erotismo e pornografia.  

   

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 11, 2008 09:48 | link | commenti
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martedì, 08 luglio 2008

Notte della Taranta, pizzica scherma e nuovi nomadi

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   Ieri è stato presentato alla regione Puglia il programma del Festival della “Notte della Taranta”, la cui XI edizione si terrà fra il 7 e il 23 agosto nei Comuni della Grecìa Salentina, per concludersi nel concertone finale di Melpignano,  durante il quale è prevista la partecipazione di Caparezza, Aprés la classe, Sud Sound System, Radiodervish, Richard Galliano e Rokia Traore' (nei prossimi giorni maggiori informazioni).

 

   Benché siano in molti, anche qui in Puglia, ad associare la “Notte della Taranta” quasi soltanto al concertone di Melpignano, in realtà da anni questo Festival di pizziche e contaminazioni folk è diventato itinerante, e per molti seguaci, “carovaniero” per tutto il Basso Salento, con circa 15 serate sparse fra Calimera e Alessano, passando per Otranto e Galatina. Per non parlare di tutte le rassegne, sagre, piccoli festivals ed eventi che costellano il Salento per tutta l’estate, fornendo ampiamente scelte alternative per una stessa serata.

 

   Anche il pubblico è perciò eterogeneo ed itinerante. Ad uno stesso concerto del Festival, un terzo del pubblico è composto dalla popolazione locale-  ma in buona parte  sono migranti italianissimi. Un altro terzo è composto da vacanzieri con il culto dell’esotico, e l’ultimo terzo è costituito dai giovani travellers d’Italia e ormai anche d’Europa (l’anno scorso ho anche incontrato sudamericani). Al pubblico occorre aggiungere la non piccola comunità temporanea degli ambulanti e degli addetti ai lavori, dei giocolieri e degli artisti di strada, di chi organizza le varie rassegne e di chi fa commercio (anche di dischi, magliette e libri). A volte la distinzione fra festival e sagra s’assottiglia pericolosamente, a tutto vantaggio degli stands gastronomici, che pagano di più ai Comuni. Altre volte i vigili lasciano fare, e ciò rende la serata meno “istituzionalizzata” e “bottegaia”. zingari6

 

   Per molti giovani travellers il festival diventa davvero un’esperienza nomadica per scelta”, assai simile ai fasti dell’Umbria Jazz d’un tempo,durante la quale si incontrano, oltre il variegato mondo dell’ambulantato, anche gli “zingari”, in particolare nelle celebrazioni di San Rocco a Torrepaduli. Bands di origine “zingara”, come Mascarimirì di Claudio “Cavallo” Giagnotti, Crifiu, Ziringaglia, sono presenti in parecchie serate, ma in genere molte formazioni mixano ecletticamente ogni sorta di fonti musicali folk, etniche, world, afro, reggae. Vi sono poi serate particolari in cui si incontrano “maestri” e “regine”, come a Sternatia lo scorso anno, Lucilla Galeazzi ed Esma Redzepova “the Queen of Gypsies” con il Canzoniere Grecanico Salentino.

 

   Stratificazioni antiche, a volte rivendicate come “identitarie”, e linee di fuga contemporanee si intrecciano in un meticciato culturale reso più eccitante da o’ sole, o’ mare, sex drugs and rock’n’roll, dai mille incontri occasionali a volte stimolanti, a volte divertenti, a volte convenzionali. Come sempre. Con la “paura” di tornare a casa, alla solita vita scuola-lavoro-famiglia. E sullo sfondo un Salento che con gli anni tende sempre più a “imborghesirsi”, a sedentarizzarsi, a recintarsi, sempre meno “selvaggio” e “primitivo” sempre più “bottegaio”. Prima di tutto lo “sviluppo”, il “marketing del territorio”, in funzione turistica: villaggi, resort, bed & breakfast, strade, porti, etc. L’alternativa fra nomadismo e sedentarietà oscilla fra le scorribande notturne e la noia vacanziera, compresenti sullo stesso territorio per qualche mese estivo.

 

   Nulla che in fondo non sia un déjà vu, da queste parti. Dove al tradizionale incontro/scontro fra contadini, zingari e classi agiate si è sovrapposto quello post-moderno fra migranti, vacanzieri, nuovi nomadi, artisti di strada, giocolieri, e… affaristi. Più i nuovi Rom arrivati di recente dalla ex Jugoslavia, e in particolare dal Kosovo, in seguito alle guerre etniche ed “umanitarie”.

  

   Il gruppo più antico di Rom in Italia, proveniente dai Balcani, si è insediato fin dal XV sec. nell’Italia centro-meridionale, fra Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Calabria. Esercitavano le attività di fabbri, mercanti di equini, giostrai. Fino agli anni successivi la seconda guerra mondiale durante la bella stagione giravano per i mercati con carrozzoni trainati da cavalli; svernavano vicino a qualche borgo, in stalle o fienili presi in affitto. Col tempo la lingua romani, già fortemente influenzata dai dialetti regionali, è stata quasi del tutto abbandonata o sopravvive nell’uso di alcune frasi gergali. Allo stesso modo, il nomadismo è diventato stagionale e i più si sono “fermati” in campi e baraccopoli alle periferie delle città. 

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   La loro partecipazione ad alcune feste religiose le influenza in maniera determinante come  nel caso della festa di S. Rocco a Torrepaduli e della festa dei SS. Cosma e Damiano a Riace (CZ). La presenza degli zingari è sensibilmente diversa da quella dei contadini:

 

   “i contadini trascorrono la notte accampati in chiesa, seguono la processione cantando, suonano e danzano la tarantella solo in spazi e in momenti a margine della festa vera e propria; gli zingari si accampano in automobili, camion o furgoni, nei pressi del santuario. A Riace precedono la processione danzando; a Torrepaduli, dopo la processione, si impadroniscono del sagrato dando vita per tutta la notte a delle “ronde” di “pizzica”. Qui agli zingari (e, in misura minore, ad altri marginali e a gente di malavita) spetta prevalentemente il ruolo di danzatori, ai contadini quello di suonatori di tamburello e di armonica a bocca. La tarantella ballata a Torrepaduli in occasione della festa di S. Rocco è detta la “scherma”: due uomini si affrontano danzando, indice e medio della mano destra tesi a simulare la presenza di un coltello, e duellano fino a che uno dei due contendenti viene toccato per la terza volta dalle dita dell’avversario”(Nico Staiti).


   La “pizzica-scherma” verrebbe dalla Calabria, dov’è chiamata anche “tarantella maffiusa”, tipica non degli zingari, ma come danza di contadini, pastori, e gente di malavita. Ma i Rom salentini restano comunque gli interpreti principali della “scherma”, e sono loro ad averla importata dalla Calabria nel Salento. Com’è tipico del nomadismo e degli zingari, sono questi ad aver svolto un ruolo di mediatori di tradizioni fra due diverse regioni dell’Italia meridionale, cosa impossibile fra culture “chiuse”, e allo stesso tempo, a Torrepaduli come a Riace, svolgono un ruolo complementare rispetto agli altri partecipanti.

   La grande capacità degli zingari, come sottolineava Luca Guglielminetti nel post di ieri, “La nuova musica zingara: il Jazz dei Balcani”, è quella di costruire i brani musicali attraverso “l'apprendimento, come per la lingua parlata, di arie e melodie popolari dai luoghi di passaggio,  e l'estro individuale particolarmente esaltato dalla pratica molto frequente dell'improvvisazione. È difficile individuare una musica originale zingara. Si possono riconoscere però stili diversi…”.

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    Questo tipo di “ibridazione”, di “musica ibrida ai confini del mondo in un cocktail irresistibile di musiche balcaniche…ricche di echi arabi, turchi e mediorientali in un turbinio di ritmi etc.” costituisce il contributo specifico della musica “zingara” alla musica “etnica” del Salento.  La sua profondità (Liszt) riflette “un dato di precarietà sociale eccezionale” percepito con intensità e forza straordinarie, alla quale, forse, anche il più distratto vacanziero o migrante di ritorno, colto in un attimo di libertà fuori dalle consuete costrizioni del lavoro e del quotidiano, s’abbandona mollemente.

 

 

   “Se il dato primario degli zingari è la capacità (necessità) di adattarsi a contesti sociali sempre nuovi, cui prestare attenzione per percepire quanto serve per sopravvivere, è ben possibile che, come per i neri americani, prestando orecchio a quanto le tradizioni musicali popolari fornivano nei contesti dei luoghi nei quali si aggiravano abbiano condotto a queste strepitose "sintesi" o "rivitalizzazioni" di tradizionali arie in forme dotate di una autonoma cifra stilistica” (Luca Guglielminetti).

 

postato da doktorgeiger alle ore luglio 08, 2008 12:30 | link | commenti (2)
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sabato, 05 luglio 2008

Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà

 Intervista a Giorgio Agamben

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Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione pubblica cresce un senso di insicurezza. Perché la questione sicurezza è oggi la più sentita?

«Come già lo Stato di eccezione, oggi la Sicurezza è divenuta paradigma di governo. Per primo Michel Foucault, nel suo corso al Collège de France del 1977-78, ha indagato le origini del concetto mostrando come esso nasca nella pratica di governo dei Fisiocratici, alla vigilia della Rivoluzione francese. Il problema erano le carestie, che sino ad allora i governanti si erano sforzati di prevenire; secondo Quesnay occorre invece quella che definisce appunto "Sicurezza": lasciare che le carestie avvengano per poi governarle nella direzione più opportuna. Allo stesso modo il discorso attuale sulla Sicurezza non è volto a prevenire attentati terroristici o altri disordini; esso ha in realtà funzioni di controllo a posteriori. Nell’inchiesta seguita ai disordini di Genova per il G8, un alto funzionario di polizia dichiarò che il Governo non voleva l’ordine, voleva piuttosto gestire il disordine. Le misure biometriche, come il controllo della retina introdotto alle frontiere degli Stati Uniti del quale ora si propone l’inasprimento, ereditano funzione e tipologia di pratiche introdotte nell’Ottocento per impedire la recidiva dei criminali: dalle foto segnaletiche alle impronte digitali. I governi sembrano considerare tutti i cittadini, insomma, come terroristi in potenza. Ma questi controlli non possono certo prevenire i delitti: possono semmai impedire che vengano ripetuti».

Tanto più inefficaci di fronte a un kamikaze. Che per definizione agisce una volta sola!

«Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e la Sicurezza, non è più una democrazia. All’indomani della Seconda guerra mondiale politologi spregiudicati come Clinton Rossiter giunsero a dichiarare che per difendere la democrazia nessun sacrificio è abbastanza grande, compresa la sospensione della stessa democrazia. Così oggi l’ideologia della Sicurezza è volta a giustificare misure che, da un punto di vista giuridico, possono essere definite solo come barbare.»

Il delitto Reggiani a Roma ha avuto come conseguenza l’abbattimento di campi Rom e, di fatto, la messa in discussione del principio della libera circolazione delle persone, che è tra i fondamenti dell’Unione Europea, di cui la Romania fa parte a pieno titolo. Ma cosa pensare di provvedimenti del genere, che oltretutto lasciano all’opinione pubblica solo un giorno per riflettere?Giorgio Agamben attore

«Il dato di fatto più preoccupante, di fronte a misure che violano i più elementari principi di diritto, è il silenzio dei giuristi. All’interno del pacchetto sulla Sicurezza annunciato ci sono disposizioni - come quelle nei confronti della pedofilia on line - che di fatto istituiscono il reato d’intenzione. Ma nella storia del diritto l’intenzione può costituire un’aggravante; non può essere mai un crimine in sé. È solo un esempio della barbarie giuridica cui siamo di fronte: abbiamo assistito a dibattiti sull’opportunità o meno di praticare la tortura. Se uno storico confrontasse i dispositivi di legge esistenti durante il Fascismo e quelli in vigore oggi, ho paura che dovrebbe concludere a sfavore del presente. Sono ancora vigenti leggi, emanate durante i cosiddetti anni di piombo, che vietano di ospitare una persona in casa propria senza denunciarne la presenza all’autorità di polizia entro ventiquattro ore. Norma che nessuno applica, e della quale la maggior parte delle persone neppure è a conoscenza; ma che punisce tale comportamento con un minimo di sei mesi di reclusione!»

Questo stato di cose deforma anche la nostra percezione del tempo. Sia i controlli proposti come preventivi e invece tardivi, sia l’intenzione sessuale che al contrario punisce reati non ancora commessi (così realizzando un racconto di Philip K. Dick portato al cinema da Spielberg), istituiscono un falso presente. Non crede sia entrato in crisi l’unico fra i valori della Rivoluzione francese che sembrava ancora avere un qualche appeal, e cioè quello della Libertà?

«Questo in larga misura è già un dato di fatto. Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto.»

Tutto ciò in nome della democrazia. Mistificazione anzitutto linguistica, proprio come quella del 1984 di Orwell: Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà. Parla chiaro la storia linguistica delle pratiche di guerra condotte negli ultimi quindici anni. In questo modo non le pare che la politica, intesa come dibattito delle opinioni, non abbia più alcuno spazio?

«Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo».

CHI E'
Il filosofo Giorgio Agamben è nato a Roma nel 1942. Laureatosi in legge nel 1965 con una tesi su Simone Weil, ha scritto numerosi saggi sui rapporti tra filosofia e politica, fra cui Homo sacer - Il potere sovrano e la nuda vita e Stato di eccezione. Ha insegnato al Collège International de philosophie di Parigi e in numerose università americane. Ora è all'Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di Venezia.



Credits.

Nella foto grande, Antonin Artaud nel ruolo di Marat in "Napoléon" di Abel Gance (1925).

Nella foto piccola, Giorgio Agamben interpreta l'apostolo Filippo in "Il Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini (1964).



Intervista pubblicata su La Stampa, 27.11.2007, all'epoca del "Pacchetto Sicurezza" del ministro Amato.

 



postato da doktorgeiger alle ore luglio 05, 2008 16:14 | link | commenti
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sabato, 17 maggio 2008

Il passaggio stretto

quando crolla l'ordine simbolico sale il sole nero della malinconia
 (J.Kristeva, Feltrinelli, 1989)

 

   Vi  ricordate qualche mese addietro il rapporto Censis 2007? La crisi di governo era ancora di là da venire, ma la catastrofe era incombente.

 

Poltiglia di massa, indifferente al futuro e ripiegata su se stessa. Mucillagine inerte e inconcludente. Coriandoli individualisti che galleggiano solo per appagato imborghesimento. Aspirazioni senza scopo e senza mordente che separano e non uniscono. E su tutto, istituzioni incapaci di riattivare processi di coesione sociale…

   “antropologia senza storia”, intrappolata nell'inerzia di un presente depresso e senza futuro che progressivamente uccide la vitalità...

“Il benessere piccoloborghese degli ultimi decenni ha creato un monstrum alchemicum che ci rende impotenti, come di fronte a una generale entropia. La sensazione diffusa di una deriva verso il peggio in tutti i campi della vita individuale e collettiva, dalla politica allo smaltimento dei rifiuti…” 

 

   “Qualcosa s'è rotto nel profondo della società italiana. L'entropia non domanda aggiunte ma tagli. Il sole dell'avvenire non basta a sconfiggere il sole nero. I simboli contrattati a tavolino non stuccano le crepe dell'ordine simbolico. Il passaggio è stretto, ma è solo nei passaggi stretti che qualcosa può venire al mondo”.

(Ida Dominijanni, Manifesto 8 dicembre 2007)

 

   Il passaggio è stretto. Ma bisogna uscire fuori dal richiamo dell’abisso.

postato da doktorgeiger alle ore maggio 17, 2008 19:25 | link | commenti
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sabato, 29 marzo 2008

Eric Freitas, Steampunk Clocks

Steampunk Art

   Questi orologi, assemblati in maniera eterogenea da Eric Freitas, non sono soltanto sculture. Ogni parte di questi orologi è stata realizzata a mano e inserita in un meccanismo che funziona realmente.

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   Per realizzarli, Freitas non è andato a comprare orologi in un negozio per poi abbellirli. Tutti i pezzi sono stati tagliati con un seghetto da gioielliere, lavorati con un flessibile, e assemblati con  avvitatrici. Il quadrante è stato inchiostrato a mano, e poi è stato antichizzato. Qualcosa che sembra così antico ma come da un’altra linea del tempo.

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   Non ci sono due orologi uguali. Freitas ha realizzato 5 orologi meccanici (di cui due usano un motore al quarzo), e ognuno è più complesso del precedente.




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postato da doktorgeiger alle ore marzo 29, 2008 16:42 | link | commenti
categorie: arte, scultura, tempo, steampunk
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domenica, 09 marzo 2008

Culti sacrificali postmoderni

 

tessafarmer

from: www.theminiatureworldsshow.co.uk/tessafarmer


Ma perché nelle nostre società atomizzate, il senso della “comunità” (il bisogno di comunità) si ritrova soltanto in occasione di eventi luttuosi, tragici, come per esempio la morte degli operai a Molfetta? Perché persone che nella vita quotidiana si ignorano, si scansano, si urtano, si odiano, si ritrovano poi in una adunanza arcaica, quasi pagana, a celebrare i loro “eroi”? La morte, scacciata ufficialmente dall’ideologia dominante del progresso economico e della sicurezza tecnologica, dell’estensione della vita e dell’accanimento terapeutico, pretende un risarcimento, ristabilisce i suoi culti.

 

   “Così la morte violenta di un adolescente in una banlieue è spesso il mezzo per ritessere il legame sociale. Un rito nuovo s’installa nell’atto dell’ossequio che diventa occasione di grandi assembramenti. Si tratta per i giovani di appropriarsi dell’istante, per dargli la sua singolarità...i giovani membri delle gang Usa, ragazzi in scarpe da tennis, berretto da baseball e blue jeans, onorano i commilitoni con gli stessi gesti esatti con cui i guerrieri omerici sacrificavano ai loro eroi”

(Marco D’Eramo)

 

  

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categorie: musica, tecnologia, arte, tempo, religioni, morte, attualitĂ 
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venerdì, 22 febbraio 2008

La pioggia di Bob Dylan

BOB DYLAN, A Hard Rain’s Gonna Fall

 

 

Oh, where have you been, my blue-eyed son?
Oh, where have you been, my darling young one?
I've stumbled on the side of twelve misty mountains,
I've walked and I've crawled on six crooked highways,
I've stepped in the middle of seven sad forests,
I've been out in front of a dozen dead oceans,
I've been ten thousand miles in the mouth of a graveyard,
And it's a hard, and it's a hard, it's a hard, and it's a hard,
And it's a hard rain's a-gonna fall…


 it.youtube.a hard rain

 

   "Scrissi quella canzone ai tempi della crisi dei missili a Cuba. Mi trovavo in Bleecher street di notte assieme ad altra gente e ci chiedevamo preoccupati se la fine del mondo fosse prossima. Avremmo mai visto l'alba del giorno seguente? Era una canzone di disperazione... Cosa potevamo fare? Come potevamo controllare le persone che erano in procinto di annientarci? Le parole mi vennero fuori in fretta, molto in fretta...Era una canzone di terrore; frase dopo frase dopo frase cercando di catturare il feeling procuratomi dalla sensazione del nulla"   (Bob Dylan)

 

 the freewheeling bob dylan_

   Di Bob Dylan s’è detto tutto, per cui non la menerò più di tanto. L’argomento è la “pioggia”, la pioggia atomica, nucleare, radioattiva. Questa ballata venne scritta, com’è noto, al tempo della crisi dei missili a Cuba nell'ottobre del 1962, ma aveva per lo stesso Dylan, un significato più ampio, biblico e cabalistico, ad es.: "Ho inciampato sul fianco di DODICI montagne nebbiose, ho camminato e strisciato su SEI strade tortuose, ho camminato nel mezzo di SETTE tristi foreste, sono stato di fronte a DODICI oceani morti..."). Secondo alcuni Dylan scrisse A hard rain's a-gonna fall dapprima sotto forma di poesia e solo in un secondo momento venne musicata. In ogni caso era un adattamento da una Ballata di Lord Randal, e che fosse stata immaginata come canzone lo confermerebbe anche l’ultima frase: “conosco la mia canzone prima ancora di cominciare a cantarla”. Il lato curioso è che questa ballata era diffusa anche in Germania e in Italia. La ballata italiana era forse la più antica, particolarmente in Piemonte, dove era nota come L’Avvelenato:

 

   Dove si sta' iersira figliol, mio caro fiorito e gentil, Dove si sta' iersira?”

      Son sta' dalla mi dama, signora, Mama il mio core sta mal

      Son sta' dalla mia dama, ohime ch'io moro ohime etc.”

 

   Questo invece l’incipit della versione scozzese e inglese

            

             O where ha you been, Lord Randal, my son ?

              And where ha you been, my handsome young man ?”

              “ I ha been at the greenwood; mother, mak my bed soon,

              For I'm wearied wi hunting, and fain wad lie down”

              “An wha met ye there, Lord Randal, my son ?

             An wha met you there, my handsome young man ?”

             “O I met wi my true-love; mother, mak my bed soon,

              For I'm wearied wi hunting, and fain wad lie down

 

   Come si può notare, la ballata di Dylan è una versione moderna della risposta del figlio, attualizzata ai tempi della crisi atomica del 1962. Nella ballata originale il protagonista viene avvelenato durante una cena offertagli dalla fidanzata. In A Hard Rain’s  l’avvelenamento è più generale, costituito dalla “dura pioggia” nucleare che rischia di abbattersi sul mondo intero.

Questa visione apocalittica è in parte biblica e in parte ripresa dalla tradizione pittorica e lirica sui “disastri della guerra” (Goya, Picasso,Garcia Lorca, Rimbaud, Ginsberg) ed è realizzata tramite una semplice struttura di domanda e risposta, e l’accumulo in successione di impressionanti immagini di morte. La pioggia però può significare tanto la distruzione della vita quanto una speranza di purificazione.

   E’ significativo che la copertina dell’album The Freewheeling Bob Dylan sia, in contrasto coi temi delle ballate, abbastanza serena: Dylan e la sua ragazza Suze_Rotolo che passeggiano per le vie del Greenwich Village  in atteggiamento piuttosto tenero. Orrore e tenerezza, insomma. Ma anche impegno politico e personale (Suze era infatti anche una attivista politica, oltre che attrice di teatro).

   In questo senso freewheeling, “a ruota libera”, può significare sia l’andare a zonzo liberamente, sia la fuga o il viaggio: la fuga attraverso “le dodici montagne nebbiose” e le “sette tristi foreste”, come fuga da un mondo disperato e sofferente alla ricerca di una vita migliore (tema tipico dei bluesman). Probabilmente la differenza sta in questo: che nel blues è più evidente la funzione momentaneamente catartica del canto, mentre in Dylan prevale il rifiuto di una realtà che non si vuole accettare. Infatti, mentre il blues dei neri è destinato a restare una sub-cultura, i folksinger come Dylan o Joan Baez si apprestano a diventare “the voice of a new generation”. Ma, come disse qualcuno, “questa è un’altra storia!”
postato da doktorgeiger alle ore febbraio 22, 2008 17:50 | link | commenti
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domenica, 13 gennaio 2008

Le grandi domande del figliol prodigo

 

sofri

 

L’intervista/conversazione che l’ex leader di Lotta Continua Adriano Sofri ha rilasciato ieri sera alla trasmissione condotta da Fabio Fazio Che tempo che fa, meriterebbe di essere trascritta integralmente per la sua sobrietà e per il suo spessore intellettuale. Fazio ha impostato l’intervista sul libro edito dalla Sellerio, Chi e' il mio prossimo *, con una serie di riflessioni sul prossimo, sulle “discariche umane” e sull’apocalisse. Ne è emersa una figura di Sofri pensatore e filosofo apparentemente pessimista sulle sorti del pianeta, ma anche in grado di saper leggere in filigrana l’attuale clima di Restaurazione religiosa fino a proporre una versione sovversiva di Gesù Cristo che per motivi mediatici farà molto discutere (tanto più in prossimità della prevista partecipazione di Papa Ratzi all’inaugurazione dell’Anno Accademico alla Sapienza di Roma).

E ha ulteriormente esemplificato questa sovversione attraverso due personaggi emblematici del ’68 italiano quali Don Milani e Alexander Langer. Quest’ultimo, un leader ecologista e pacifista, “l’esempio più generoso e meraviglioso” di una moltitudine di contatti umani, “uno con l’intero mondo”, eppure alla fine suicida nella sua fede umanistica universale. Don Milani, al contrario, un isolato, costretto all’esilio a Barbiana, eppure in grado di provocare un terremoto culturale a partire dalla sua piccola comunità: amare tutti o amare quelle 3-400 persone in carne e ossa che costituiscono mediamente nella nostra esistenza la nostra vera comunità? 

“Chi è il mio prossimo?” – il vicino? Ma il rapporto di vicinanza e lontananza nella nostra epoca si è molto modificato. Se è troppo vicino rischia di trasformarsi in miopia, se è troppo lontano diventa presbiopia. Analoga considerazione anche per il tempo storico. A 40 anni dal ’68, celebrazione o denigrazione? L’età d’oro del ’68 “non è così importante”,  risponde Sofri,  “non bisognerebbe vantarsi ne' di averlo fatto ne' di non averlo fatto”, lasciare da parte le vanità, i rancori e le ambizioni (riferimento più o meno esplicito agli ex “compagnucci” sistematisi nelle redazioni dei quotidiani).

   Il prossimo (i simili, l’umanità, gli altri) è chi ha bisogno di essere soccorso, non il soccorritore.

Gesù è un condannato a morte. Al contrario, in polemica quasi teologica col PapaRazzi, Benedetto XVI. nel suo “saggio su Gesu' di Nazareth si e' identificato con il samaritano, cioe' con il soccorritore, e non con il picchiato", ovvero con la vittima. E cosa c’è di più opposto al mondo luminoso e diurno del soccorritore, della spazzatura umana, coloro che hanno bisogno di essere soccorsi? I detenuti sono “la periferia della spazzatura”. Le carceri “sono una specie di discarica, l'ultima nella raccolta differenziata. Posti orribili, in cui l'impresa eroica e' uscire vivi e migliorati nonostante la galera non grazie alla galera”. Posti estremi, da naufragio e cannibalismo. Eppure è proprio “il prossimo delle galere” che spesso dà il meglio di sé, è nella discarica umana che si ritrova una  “straordinaria disposizione ad aiutare il prossimo”: “Permettimi di salutare i detenuti che stanno in una galera in cui ho vissuto nove anni e in cui forse tornero' a vivere. Vorrei aggiungere che i detenuti avrebbero una straordinaria predisposizione ad aiutare il prossimo".

 

   Sofri considera “l’errore come mezzo”, attraverso passioni e compassioni, verso un approdo a una conoscenza del bene. Ma troppo spesso il Bene si è confuso col Progresso, la civiltà come “andare avanti” (citando il titolo del quotidiano socialista). Nella storia prevale ironicamente (o tragicamente) la cosiddetta “ eterogenesi dei fini”: “le buone intenzioni finiscono in crusca”.

Le buone intenzioni di Bush, “esportare la democrazia con le armi” (al di là degli interessi economici o geo-strategici), si sono rivelate catastrofiche.

  Fatalismo? Fermarci e tornare indietro? La revisione storica di Sofri è a tutto campo: “Fermarci, ritirarci...Avevamo rotto troppe tele di ragno, troppi comandamenti...Non l’assalto al cielo, ma ritorno indietro”.

   Non vorrei essere tendenzioso (purtroppo non ho ancora letto il libro) ma sembra quasi un Sofri tradizionalista e guénoniano, per non dire evoliano. Le rivoluzioni del mondo moderno hanno voluto “distruggere le tele...per invidia del creatore”,   “riportare al niente quello che esiste”, “creare dal niente” come “ultima volta” contro la “prima volta”: “stiamo vivendo l’ultima volta del genere umano”, niente passato niente futuro. Il pianeta viene consumato, la scoperta si trasforma in apocalisse, la creazione in distruzione: “Distruggiamo il mondo che ci era dato...”.

   Per il futuro dell'umanita' secondo Sofri, “non occorre essere catastrofisti per accorgersi che siamo in una situazione estrema, siamo scollegati dai nostri antenati e dai nostri posteri, e che potremmo essere responsabili del loro non esserci, l'umanita' si e' sempre vantata di andare avanti ora forse dovrebbe prendere strade traverse o anche ritirarsi”.
   “Prima, eravamo terrorizzati dalla possibilita' di distruggere l'intero pianeta,  con l'atomica questa possibilita' entrava nelle nostre aspettative,  dopodiche' ci siamo accorti che la stessa vita in (tempi di) pace poteva consumare il mondo per via ordinaria".

   Infine Fazio ha chiesto a Sofri quale domanda vorrebbe rivolgere a Baffetto D’Alema (ospite stasera a Che tempo che fa), e l’ex leader di Lotta Continua ha così “risposto” (in riferimento anche a Sarajevo e al Kossovo):

   “Come fa una politica cosi' poco lungimirante, che fa i conti con sondaggi quotidiani e tutt'al piu' con il giro di una elezione a occuparsi di una questione importante come la sorte di un mondo che ci e' stato dato in custodia e che dovremo lasciare a qualcuno quando non ci saremo piu'?” (in sostanza, “voi ve ne fregate, tanto non ci sarete”).

   Al di là delle polemiche da cortile dei soliti imbecilli, sembra di ascoltare una figura di eretico cristiano che cerca la via d’uscita dall’apocalisse quotidiana attraverso la “periferia della spazzatura umana”, l’unica in grado di tirarci fuori, secondo Sofri, dalle secche del progressismo e del dogmatismo religioso. Ipse dixit 12 gennaio 2008.

 

 

* “Chi è il mio prossimo? Non è di me che parla questo libro, ma di tutti noi, e della terra che, più o meno vicini, più o meno lontani, abitiamo insieme. E delle domande più grandi: perché va tutto storto (e specialmente le buone intenzioni); che cos'è l'ottimismo, cioè il pessimismo; che fare con le generazioni future; e del figlio prodigo, quello che se ne andò da casa, e chissà se al ritorno la troverà ancora, la casa. Domande così grandi vanno ben oltre le mie conoscenze. In cambio le lego alla mia biografia. Me le lego al dito, per così dire. L'eterogenesi dei fini vale così per la guerra in Iraq come per le vite personali. La mia uscì dall'eredità dell'antifascismo e del ripudio di Auschwitz: e trovo il mio nome affiancato a quello di un vecchio nazista, che vive tanto a lungo da ghermire - ed esserne ghermito - generazioni di risentimenti. Sono stato dall'inizio dalla parte delle vittime, e mi sento accusare o insultare da vere vittime. Sono finito in galera, e mi sento rinfacciare il mio privilegio. Dell'ottimismo, cioè del pessimismo, ho una buona esperienza. Infine, da molto tempo ho fatto della responsabilità verso le generazioni future il mio ubi consistam: da cui guardare anche alle generazioni schiacciate di oggi. Non abbiamo scelto, né voi né io, i nostri compagni di viaggio e di naufragio. Allora: chi è il mio prossimo?”  (Adriano Sofri)


postato da doktorgeiger alle ore gennaio 13, 2008 18:05 | link | commenti
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domenica, 13 gennaio 2008

IL GOLPE INGLESE

 

(ripropongo integralmente da la Repubblica l'articolo di Filippo Ceccarelli sul progettato colpo di stato anglo-americano contro l'Italia negli anni Settanta, ben sapendo come i vincitori di ieri e di oggi acconciano la "storia" a loro piacimento...)

 

IL GOLPE INGLESE

 1 - I documenti degli archivi britannici, appena
desecretati gettano una luce cruda sul backstage della Guerra Fredda

Dalle carte segrete del Foreign Office
l'idea di un colpo di Stato in Italia

Repubblica ha trovato e può rendere noti testi elaborati nel 1976
in cui s'ipotizzava il "Coup d'Etat", poi scartato perché "irrealistico"
di FILIPPO CECCARELLI

 

postato da doktorgeiger alle ore gennaio 13, 2008 10:46 | link | commenti
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giovedì, 27 dicembre 2007

AFTERVILLE ASTRONAVE TORINO

 

Che fine ha fatto il FUTURO? C'è ancora un'idea di Futuro o, con James Ballard, dobbiamo riconoscere che, da qualche parte negli anni Sessanta, "Il Futuro è Morto"? (e quel che ne resta è solo...fantascienza)

astrowave_torino

Turin Spaceship Company

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When 06.10.2007 - 06.01.2008

Where MIAAO Museo Internazionale delle