
Comincia a definirsi il programma del Festival della “Notte della Taranta”, la cui XI edizione si terrà, come ho già ricordato, fra il 7 e il 23 agosto nei Comuni della Grecìa Salentina, per concludersi nel concertone finale di Melpignano, durante il quale è prevista la partecipazione di Caparezza, Aprés la classe, Sud Sound System, Radiodervish, Richard Galliano e Rokia Traore'.
Il festival itinerante nelle piazze dei comuni della Grecìa Salentina (Calimera, Carpignano Salentino, Castrignano de’ Greci, Corigliano d’Otranto, Cutrofiano, Martano, Martignano, Soleto, Zollino), più i comuni di Alessano, Galatina, Cursi e Marina di Andrano, comincia il 7 agosto e si conclude il 21, con la pausa del Ferragosto. Pausa anche venerdì 22, vigilia del concertone finale a Melpignano il 23.
Non si conosce ancora il calendario, ma questi sono alcuni degli artisti che parteciperanno alla rassegna. Fra i gruppi salentini vi saranno Zoè, Alla Bua, Tamburellisti di Torrepaduli, Arakne Mediterranea, Uccio Aloisi Gruppu, Zimbaria, Canzoniere Grecanico Salentino, Menamenamò, SalentOrkestra, Xanti Yaca, Ensemble Notte della Taranta, Ninfa Giannuzzi, Antonio Castrignanò, Enza Pagliara e Anna Cinzia Villani.
Sono previsti inoltre numerosi progetti speciali, come il progetto di esplorazione delle musiche tradizionali dell’area balcanica proposta da Bandadriatica di Claudio Prima,
Gli Ariacorte propongono una singolare commistione di stili ospitando i Fiamma Fumana, Cisco ex leader dei Modena City Ramblers e le Mondine di Movi, un gruppo di ventiquattro donne della bassa modenese. I salentini Kamafei duettano invece con i siciliani I Percussonici.


Ieri è stato presentato alla regione Puglia il programma del Festival della “Notte della Taranta”, la cui XI edizione si terrà fra il 7 e il 23 agosto nei Comuni della Grecìa Salentina, per concludersi nel concertone finale di Melpignano, durante il quale è prevista la partecipazione di Caparezza, Aprés la classe, Sud Sound System, Radiodervish, Richard Galliano e Rokia Traore' (nei prossimi giorni maggiori informazioni).
Benché siano in molti, anche qui in Puglia, ad associare la “Notte della Taranta” quasi soltanto al concertone di Melpignano, in realtà da anni questo Festival di pizziche e contaminazioni folk è diventato itinerante, e per molti seguaci, “carovaniero” per tutto il Basso Salento, con circa 15 serate sparse fra Calimera e Alessano, passando per Otranto e Galatina. Per non parlare di tutte le rassegne, sagre, piccoli festivals ed eventi che costellano il Salento per tutta l’estate, fornendo ampiamente scelte alternative per una stessa serata.
Anche il pubblico è perciò eterogeneo ed itinerante. Ad uno stesso concerto del Festival, un terzo del pubblico è composto dalla popolazione locale- ma in buona parte sono migranti italianissimi. Un altro terzo è composto da vacanzieri con il culto dell’esotico, e l’ultimo terzo è costituito dai giovani travellers d’Italia e ormai anche d’Europa (l’anno scorso ho anche incontrato sudamericani). Al pubblico occorre aggiungere la non piccola comunità temporanea degli ambulanti e degli addetti ai lavori, dei giocolieri e degli artisti di strada, di chi organizza le varie rassegne e di chi fa commercio (anche di dischi, magliette e libri). A volte la distinzione fra festival e sagra s’assottiglia pericolosamente, a tutto vantaggio degli stands gastronomici, che pagano di più ai Comuni. Altre volte i vigili lasciano fare, e ciò rende la serata meno “istituzionalizzata” e “bottegaia”. 
Per molti giovani travellers il festival diventa davvero un’esperienza nomadica “per scelta”, assai simile ai fasti dell’Umbria Jazz d’un tempo,durante la quale si incontrano, oltre il variegato mondo dell’ambulantato, anche gli “zingari”, in particolare nelle celebrazioni di San Rocco a Torrepaduli. Bands di origine “zingara”, come Mascarimirì di Claudio “Cavallo” Giagnotti, Crifiu, Ziringaglia, sono presenti in parecchie serate, ma in genere molte formazioni mixano ecletticamente ogni sorta di fonti musicali folk, etniche, world, afro, reggae. Vi sono poi serate particolari in cui si incontrano “maestri” e “regine”, come a Sternatia lo scorso anno, Lucilla Galeazzi ed Esma Redzepova “the Queen of Gypsies” con il Canzoniere Grecanico Salentino.
Stratificazioni antiche, a volte rivendicate come “identitarie”, e linee di fuga contemporanee si intrecciano in un meticciato culturale reso più eccitante da o’ sole, o’ mare, sex drugs and rock’n’roll, dai mille incontri occasionali a volte stimolanti, a volte divertenti, a volte convenzionali. Come sempre. Con la “paura” di tornare a casa, alla solita vita scuola-lavoro-famiglia. E sullo sfondo un Salento che con gli anni tende sempre più a “imborghesirsi”, a sedentarizzarsi, a recintarsi, sempre meno “selvaggio” e “primitivo” sempre più “bottegaio”. Prima di tutto lo “sviluppo”, il “marketing del territorio”, in funzione turistica: villaggi, resort, bed & breakfast, strade, porti, etc. L’alternativa fra nomadismo e sedentarietà oscilla fra le scorribande notturne e la noia vacanziera, compresenti sullo stesso territorio per qualche mese estivo.
Nulla che in fondo non sia un déjà vu, da queste parti. Dove al tradizionale incontro/scontro fra contadini, zingari e classi agiate si è sovrapposto quello post-moderno fra migranti, vacanzieri, nuovi nomadi, artisti di strada, giocolieri, e… affaristi. Più i nuovi Rom arrivati di recente dalla ex Jugoslavia, e in particolare dal Kosovo, in seguito alle guerre etniche ed “umanitarie”.
Il gruppo più antico di Rom in Italia, proveniente dai Balcani, si è insediato fin dal XV sec. nell’Italia centro-meridionale, fra Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Calabria. Esercitavano le attività di fabbri, mercanti di equini, giostrai. Fino agli anni successivi la seconda guerra mondiale durante la bella stagione giravano per i mercati con carrozzoni trainati da cavalli; svernavano vicino a qualche borgo, in stalle o fienili presi in affitto. Col tempo la lingua romani, già fortemente influenzata dai dialetti regionali, è stata quasi del tutto abbandonata o sopravvive nell’uso di alcune frasi gergali. Allo stesso modo, il nomadismo è diventato stagionale e i più si sono “fermati” in campi e baraccopoli alle periferie delle città.

La loro partecipazione ad alcune feste religiose le influenza in maniera determinante come nel caso della festa di S. Rocco a Torrepaduli e della festa dei SS. Cosma e Damiano a Riace (CZ). La presenza degli zingari è sensibilmente diversa da quella dei contadini:
“i contadini trascorrono la notte accampati in chiesa, seguono la processione cantando, suonano e danzano la tarantella solo in spazi e in momenti a margine della festa vera e propria; gli zingari si accampano in automobili, camion o furgoni, nei pressi del santuario. A Riace precedono la processione danzando; a Torrepaduli, dopo la processione, si impadroniscono del sagrato dando vita per tutta la notte a delle “ronde” di “pizzica”. Qui agli zingari (e, in misura minore, ad altri marginali e a gente di malavita) spetta prevalentemente il ruolo di danzatori, ai contadini quello di suonatori di tamburello e di armonica a bocca. La tarantella ballata a Torrepaduli in occasione della festa di S. Rocco è detta la “scherma”: due uomini si affrontano danzando, indice e medio della mano destra tesi a simulare la presenza di un coltello, e duellano fino a che uno dei due contendenti viene toccato per la terza volta dalle dita dell’avversario”(Nico Staiti).
La “pizzica-scherma” verrebbe dalla Calabria, dov’è chiamata anche “tarantella maffiusa”, tipica non degli zingari, ma come danza di contadini, pastori, e gente di malavita. Ma i Rom salentini restano comunque gli interpreti principali della “scherma”, e sono loro ad averla importata dalla Calabria nel Salento. Com’è tipico del nomadismo e degli zingari, sono questi ad aver svolto un ruolo di mediatori di tradizioni fra due diverse regioni dell’Italia meridionale, cosa impossibile fra culture “chiuse”, e allo stesso tempo, a Torrepaduli come a Riace, svolgono un ruolo complementare rispetto agli altri partecipanti.

Questo tipo di “ibridazione”, di “musica ibrida ai confini del mondo in un cocktail irresistibile di musiche balcaniche…ricche di echi arabi, turchi e mediorientali in un turbinio di ritmi etc.” costituisce il contributo specifico della musica “zingara” alla musica “etnica” del Salento. La sua profondità (Liszt) riflette “un dato di precarietà sociale eccezionale” percepito con intensità e forza straordinarie, alla quale, forse, anche il più distratto vacanziero o migrante di ritorno, colto in un attimo di libertà fuori dalle consuete costrizioni del lavoro e del quotidiano, s’abbandona mollemente.
“Se il dato primario degli zingari è la capacità (necessità) di adattarsi a contesti sociali sempre nuovi, cui prestare attenzione per percepire quanto serve per sopravvivere, è ben possibile che, come per i neri americani, prestando orecchio a quanto le tradizioni musicali popolari fornivano nei contesti dei luoghi nei quali si aggiravano abbiano condotto a queste strepitose "sintesi" o "rivitalizzazioni" di tradizionali arie in forme dotate di una autonoma cifra stilistica” (Luca Guglielminetti).

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo di Luca Guglielminetti.
foto: Mario Giacomelli (Senigallia 1925-2000), "Zingari" (1958)
La nuova musica zingara: il Jazz dei Balcani
"Dotati di un senso musicale d'incredibile profondità, certamente sconosciuto a qualsiasi altro popolo" ha scritto Franz Liszt a proposito degli zingari, in un saggio del
E' certamente un popolo strano quello che designa il ieri e il domani con la stessa parola, che non ha un verbo per tradurre il termine "avere" (bisogna comporlo con un "a me è, a te è...). Un popolo nel quale non esiste il concetto di eredità. Ogni zingaro deve costruirsi il suo patrimonio da solo. Gli zingari sono, come gli ebrei, un popolo in costante diaspora, senza precisa dislocazione geografica: un popolo senza patria, l'unico popolo del mondo senza patria - e quindi anche l'unico popolo al mondo che non abbia mai combattuto una guerra.

Anche questi pochi dati esemplificativi sono in relazione con tutta la musica che conosciamo e apprezziamo in forma indiretta, attraverso le "rielaborazioni" di classici come Brahms o in forma diretta ad esempio attraverso i film di Emir Kusturica Underground e Le Temps des Gitanes con la musica della Banda per matrimoni e funerali di Goran Bregovic'?
Sappiamo che gli zingari utilizzano con grande passione e capacità il linguaggio musicale basando la costruzione dei brani su due elementi di fondo: l'apprendimento, come per la lingua parlata, di arie e melodie popolari dai luoghi di passaggio e l'estro individuale particolarmente esaltato dalla pratica molto frequente dell'improvvisazione.
È difficile individuare una musica originale zingara. Si possono riconoscere però stili diversi, come fra i gitani e gli tzigani, dove però l'elemento comune rimane l'utilizzo di un filo conduttore prescelto su cui poi avviare fioriture, cesellature, arabeschi.Se si ricercano elementi di continuità nella presenza dei loro canti, si può verificare che la cultura slava ha dato un contributo determinante con la sua forte influenza sui principali ceppi linguistici zingari immigrati in Europa da est.
Nella tradizione esiste una netta distinzione fra canto ed esecuzione strumentale, il primo rimane rivolto all'ambito ristretto della comunità ed è puramente sentimentale, mentre l'esecuzione di motivi strumentali per violino, chitarra, ottoni, viene fatta per professione, cioè dietro pagamento.Oggi lo stato dell'arte della musica degli zingari è leggermente diverso: si sono sviluppate formazioni che coprono entrambi i versanti vocale e strumentale (i Bratch o gli Ando Drom) ed altre come Bregovic' che restano fedeli alla tradizione strumentale o i Kaly Jag che, viceversa, restano fedeli alla tradizione vocale segnata al massimo da una sottile linea strumentale di accompagnamento ritmico o di controcanto.

Nel caso della banda di Goran Bregovic' troviamo l'influenza dello stile delle bande militari dell'impero ottomano: siamo di fronte ad una musica ibrida ai confini del mondo in un cocktail irresistibile di musiche balcaniche ricche di echi arabi, turchi e mediorientali in un turbinio di ritmi che le forniscono un certo "groove" che la rende sempre riconoscibilissima. E' difficile non percepire un parentela con l'influenza delle bande militari della Luisiana sull'origine della Jazz band in un confine del mondo come era New Orleans. Anche quelle bande, dove si formarono King Oliver e Louis Amstrong, entravano in servizio in occasione di funerali e matrimoni. "Groove", del resto, definisce un ritmo trascinante e 'sporco', cui sono specializzati gli ottoni con i loro reiterati 'riff' a velocità e volume crescente.
Se il dato primario degli zingari è la capacità (necessità) di adattarsi a contesti sociali sempre nuovi, cui prestare attenzione per percepire quanto serve per sopravvivere, è ben possibile che, come per i neri americani, prestando orecchio a quanto le tradizioni musicali popolari fornivano nei contesti dei luoghi nei quali si aggiravano abbiano condotto a queste strepitose "sintesi" o "rivitalizzazioni" di tradizionali arie in forme dotate di una autonoma cifra stilistica.
Del resto, sia col jazz che con la musica zingara strumentale siamo di fronte alla funzione di far danzare da parte di popoli sradicati, emarginati, quando non perseguitati. Così come il carattere profondamente nostalgico del blues e della musica zingara vocale copre la funzione sentimentale. Le similitudine finiscono qui però, in quanto discorsi analoghi potrebbero valere per la musica Klezmer degli ebrei, per il Fado portoghese e molta musica folk in generale.
Concludiamo dicendo che per la musica zingara, sia vocale che strumentale, vale certamente un dato di precarietà sociale eccezionale che si riflette in quella profondità di cui scriveva Liszt un secolo e mezzo fa, e che la rende ancora oggi di una forza unica. Una forza della disperazione, forse, della precarietà della vita che il nomade percepisce ad una potenza diversa rispetto a noi sedentari, sicuramente.
Ma quando ascoltiamo al meglio la loro musica di oggi, probabilmente qualche eco del nostro passato comune al loro riusciamo a sentirlo: brani e canzoni dei Kaly Jag come di Bregovic' e di tanti altri artisti zingari riescono a creare brecce nel frastuono delle nostre metropoli, nella massiccia produzione commerciale di musiche da ballare sempre più come degli automi o che ci rimanda a sentimenti sempre più vuoti.
Luca Guglielminetti

Prima ancora che scoppiasse il polverone mediatico sulla ormai famosa "lista di proscrizione antisemita" erano già scoppiate furibonde polemiche sulla Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio) che quest'anno , secondo accordi precedenti, doveva avere come ospite d'onore l'Egitto, sostituito da Israele in occasione del 60° anniversario della nascita dello Stato d'Israele (la "nakba" o "disastro" per i palestinesi). Nel tentativo di ricostruire la polemica ho visitato i siti o i blog più coinvolti. La polemica è diventata così ingarbugliata e "trasversale" che non è facile offrirne una sintesi. Ho preferito quindi riproporre, per chi lo volesse, alcuni dei post più importanti, dai quali ognuno può orientarsi in merito. A mio avviso, comunque, questa polemica, che segue di poco quella relativa alla prevista Lectio ratzingeriana alla Sapienza di Roma, dimostra come sia in corso, da parte di stati, chiese e poteri forti, che si tratti di cattolici, massoni, neo-con, filo-israeliani, etc., un furibondo "assalto alla diligenza" di quel che resta della cultura pubblica e delle sue istituzioni. Con tanti saluti al "dialogo fra i popoli" del Mediterraneo.
Dibattito sul boicottaggio della Fiera del libro di Torino dedicata a Israele
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Un documento esplosivo e rivelatore sull'edizione 2008 della Fiera del Libro di Torino |
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Un documento ufficiale siglato dal segretario generale della Fiera del Libro Picchioni nel gennaio del 2007 (vedi la parte evidenziata in rosso) prevedeva che l'edizione del 2007 fosse dedicata ad Egitto. Le pressioni e le riunioni che l'ambasciata israeliana ha fatto con gli enti locali di Torino e del Piemonte, ha fatto modificare il programma originario e rivedere l'accordo con l'Egitto.
Colpisce e sorprende il silenzio di molti scrittori, intellettuali, giornalisti italiani presenti alla Fiera del Libro del cairo nel 2007 e che continuano a stare zitti. Vergognoso!!
Qui di seguito la documentazione:
riceviamo e pubblichiamo:
Wu Ming
Atmosfera da pogrom. Nel 1997 accadde qualcosa di molto simile con gli Albanesi - se non peggio, perché in quel caso non c'era nemmeno un omicidio con stupro a fare da detonatore, soltanto disperati che fuggivano in massa da un futuro di merda.
Siamo andati a ripescare gli articoli di allora: governo Prodi, Veltroni vicepremier, fiumi di inchiostro sul popolo di sinistra che si scopre razzista e tutto sommato non diverso dall'elettorato della Lega Nord, un decreto xenofobo varato su pressione del centrodestra e condannato dalla comunità internazionale (in quel caso la possibilità, per la nostra Marina, di bloccare navi albanesi anche fuori dalle acque territoriali italiane), infine una strage (terribile, più di cento albanesi morti annegati nel canale d'Otranto, quasi certamente speronati da una nave italiana, caso immediatamente insabbiato e rimosso dalla coscienza collettiva).

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Un viaggio in Romania sulle tracce di una madre da sempre in fuga. Una crudele educazione agli addii, tra i pionieri italiani del Far East.
Gli uomini che atterrano a Bucarest sono in cerca di fortuna. Hanno trasferito lí le loro aziende, comprato terreni e fuoristrada e innalzato capannoni con nomi italiani. Lui invece cerca qualcos'altro: vuole capire chi era sua madre ora che non c'è più, ridarle un volto, camminare le sue strade. Nel ricordo rimangono un'infanzia magica e un abbandono, le due metà di una donna che si è lasciata tutto alle spalle per seguire un progetto grandioso e un uomo sbagliato.
Sullo sfondo il ritratto feroce di un Occidente che spaccia miti da due soldi, e per due soldi compra la miseria altrui.
Andrea Bajani
Se consideri le colpe
Einaudi I coralli
pp. 170 € 14,00
“Solo da noi si fa ricadere un crimine su un popolo intero, e si prende a pretesto un delitto per criminalizzare una nazionalità nel suo complesso. Che i rumeni si consolino. Prima era già accaduto agli albanesi, ai nordafricani, ai polacchi, agli “slavi” in genere, ai meridionali. Nel Medioevo, i Veltroni di allora (o i Fini, o i Casini, o i Berlusconi, o i leghisti del tempo) imprecavano contro gli ebrei, che dissanguavano bambini cristiani. La - da me non tanto - compianta Oriana Fallaci inveiva contro i somali, rei di sporcare Firenze. Ogni epoca ha il suo stronzo, e la sua vittima.
Tornando ai rumeni, delinquenti per vocazione genetica, cos’abbiamo fatto noi a loro? Una qualche reciprocità esiste. Era appena caduto il regime di Ceausescu e già migliaia di “imprenditori” italiani (chiamiamoli con il loro nome: “padroni” e “padroncini”) si fiondavano in Romania, come in altri paesi dell’Est, alla ricerca di manodopera sottopagata. L’avvilente epopea di questi tristi avventurieri è appena stata narrata da Andrea Bajani in un bellissimo romanzo, altamente consigliabile: Se consideri le colpe, Einaudi, 2007. I “portatori di progresso” italiani si rendevano complici di un doppio crimine: togliere lavoro in Italia e instaurare lavoro schiavistico altrove. Intanto un paese, sottratto a una dittatura ma lasciato nelle braccia del neoliberismo più brutale, assisteva a un degrado progressivo, e diventava tra i massimi esportatori di delinquenti e, soprattutto, prostitute. Nessuno, come i clienti di queste ultime, apprezza i benefici del capitalismo. D’altronde la merce è varia: un volo aereo e c’è, alla periferia di Timisoara, un bordello in cui sono in vendita minorenni dei due sessi. I padroncini vi si affollano.
Fa comodo la miseria altrui, purché resti a casa propria. Se viene qua, si trasformerà in puro accidente o in scelta criminale.
Che schifo! Che paese (o etnia, a questo punto?) di merda è diventato l’Italia!”
(Valerio Evangelisti, Carmillaonline 8 novembre 2007)
La comparsata di Gianfranco Fini sul “luogo del delitto” a Tor di Quinto e il fulmineo intervento dei bulldozer di Uolter Veltroni, seguiti da dichiarazioni deliranti su deportazioni, pulizie etniche e ronde anti-immigrati (1), ricordano tristemente la tragica passeggiata dell’ex premier Ariel Sharon sulla spianata del Tempio e delle Moschee di Gerusalemme (28 settembre 2000) che provocò l’inizio della “Seconda Intifada”. 
Da allora c’è stata una crescente “israelizzazione” della politica italiana, quasi a imitare le procedure di apartheid, segregazione e pulizia etnica adottate in Israele, per adottarle qui in Italia contro gli immigrati: dai CPT (Centri di Permanenza Temporanea) ai muri di Padova, dalle ruspe di Bologna ai bulldozer di Roma, fino alle recentissime dichiarazioni di Fini e Calderoli sulle deportazioni. Silenziosamente, ma inesorabilmente, ci stiamo abituando, giorno dopo giorno, a quella “lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni” denunciata da Primo Levi ne La tregua (Einaudi, 1989).
Visto alla luce della attuale “riforma etnica” della nostra società (2), la visita di Fini del 2003 allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, assume un significato che va al di là di un presunto “pentimento” storico. Come diceva Miguel Martinez - Kelebek in un commento del 4 settembre, riferito a un viaggio di Gianni Alemanno in Israele (3),

Nel 1946 almeno un’ottantina di clandestini italiani al giorno emigravano
solo sui monti dietro Ventimiglia verso
costrette ad aprire un centro d’accoglienza che Nice Matin descriveva così:
“Un
umida, vento gelido garantito a tutti i piani, vetri alle finestre serviti come
obiettivi a tutte le artiglierie del mondo”.
A Sorrento, diventata per alcuni giorni la “Capitale della Luna”, si è conclusa la nona Conferenza Internazionale sull’esplorazione e l’utilizzazione della Luna” (ICEUM9) ospitata dall’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) e dall’ESA e organizzata insieme al gruppo di lavoro internazionale sull’esplorazione lunare (ILEWG, International Lunar Exploration Working Group). Penso che il tempo in senso stretto sta morendo. L’intero progresso del XX secolo è stato descritto in termini di morte e declino. Ma io ricordo che gli anni Trenta e Quaranta furono periodi di mutamento enormemente accelerato. Fu in quel periodo che il XX secolo inventò se stesso. Nelle super tecnologie, soprattutto nelle tecnologie militari i mutamenti erano assolutamente colossali. Il tempo sembrava correre oltre il passato e governare tutto. E questo continua fino a dopo la seconda guerra mondiale. Da quel momento, tuttavia, tutto cominciò ad andare lentamente. Probabilmente la prima vittima di Hiroshima e Nagasaki fu il concetto di futuro. Penso che il futuro morì in qualche momento negli anni ’50. Forse con l’esplosione della bomba all’idrogeno.
Negli anni 30 e 40 la gente aveva un grande interesse per il futuro, vedevano il futuro come un mondo moralmente superiore a quello in cui vivevano. Tutti i grandi movimenti politici, il New Deal, il Socialismo, il Fascismo, il Comunismo erano fortemente programmatici, sintomi di un futuro