Le oche di Lorenz e “i nuovi barbari”
Durante una recente passeggiata in campagna con alcuni amici siamo stati aggrediti da un paio di oche particolarmente vivaci. In particolare una di esse, seguita dall’altra, si ostinava a inseguire uno di noi, fra le risate generali.
L’etologo Konrad Lorenz (L’aggressività) ha scoperto che “quando due oche avvicinandosi mostrano segnali di ostilità, il più delle volte convogliano la loro aggressività reciproca contro un oggetto terzo”. L’evoluzione ha cristallizzato questa schermaglia in una sequenza comportamentale tipica che serve a creare un legame. Alcuni comportamenti aggressivo-rituali degli animali, come le oche, abbozzano infatti quello che presso le comunità umane, diverrà un vero e proprio meccanismo vittimario. Scaricando l’aggressività interindividuale su terzi si forma un forte legame empatico tra gli esseri umani che sacrificano un comune capro espiatorio. 
In altri termini, l’atto di convogliare l’aggressività interspecifica di un dato gruppo contro un elemento esterno (o un elemento interno percepito come esterno) crea una forte coesione nel gruppo stesso: ”l’aggressività discriminatoria verso gli estranei e il vincolo tra i membri di un gruppo si intensificano a vicenda” (KL).
Una forma innocua di vittimizzazione è la risata umana, che appare allo stesso Lorenz come un modo innocuo per ridirezionare l’aggressività. Se più persone in un gruppo ridono di una terza persona esterna al gruppo, si sentirà immediatamente il crearsi di una sorta di catena di empatia, un legame con gli altri individui interni al gruppo. Assumere un comune capro espiatorio, simbolico o reale, è un sistema infallibile per creare vincoli di solidarietà e amicizia.
Ironia, sarcasmo, cinismo, luoghi comuni, gossip, avanspettacolo, dominano lo scenario mediatico e politico, al punto che si può parlare di “comportamentismo” dei media, una stretta relazione fra lo studio del comportamento animale e umano con le nuove tecnologie di comunicazione di massa.
Un esempio, offerto da un indagine del Censis su “giovani e media”, è costituito dagli SMS. Secondo questa indagine, mentre i giovani fra i 25 e i 30 anni usano il cellulare “per stretta necessità”, cioè per “telefonare”, gli adolescenti fra i 14 e i 18 anni lo usano sostanzialmente per mandare “messaggini”, rivelando una diversa modalità di comunicazione e di linguaggio, e quindi di relazionarsi. Per gli adulti “nei messaggini, si scrivono soltanto cavolate». Ma per un etologo, non sarebbe altro che “un verso delle oche” umano. Cercando di decifrare i versi delle oche, Lorenz concluse che il contenuto del verso era fondamentalmente un semplice attestato, un'estrinsecazione di esistenza, come a dire: «Io ci sono...e tu ci sei?». Il contenuto viene dopo, o è indifferente, ma sempre subordinato a questo richiamo "cifrato". La trama comunicativa degli adolescenti, le nostre oche, si svolgerebbe dunque sulla stesura dei 160 caratteri dell’SMS in quanto “messaggio nella bottiglia”: «Io ci sono...e tu ci sei?». Il medium è il messaggio, o il “massaggio”.

Non diversamente accade con l’ancora più semplice “squillino”, “un attestato di esistenza puro e semplice”, così descritto dal Censis: «Chiunque abbia a che fare con gli adolescenti, sa che il telefonino di ciascuno di loro spesso squilla solo perché qualcuno vuole fargli sapere che lo sta pensando: si controlla a chi appartiene il numero da cui è arrivata la "chiamata persa" e si è contenti per il pensiero». E se la persona a cui si fa lo squillo non fa altrettanto? “Allora subentra una specie di ansia da abbandono, che spinge l'adolescente a mandare ai suoi coetanei prima richieste di funzionamento del canale, poi appelli alla risposta”.
Però conosco un sacco di adulti che fanno la stessa cosa. E mi chiedo se in fondo lo stesso modello di trama comunicativa non valga anche per Internet, per i blog, le chat, i forum, etc, fatte le dovute eccezioni. In una società dominata dalla pervasività delle tecnologie di comunicazione di massa, il comico, il cabarettista, l’attore di avanspettacolo, lo sceneggiatore interpretano più facilmente o più direttamente i “versi delle oche” della massa. Ma, allo stesso tempo, queste forme di aggregazione “virtuale”, anche quando riprodotte “in piazza” (la piazza “reale” come semplice estensione di quella “virtuale”) non rischiano di riproporre “geneticamente” modelli di comportamento e di aggregazione di “gruppo” aggressivi come quelli delle oche di Lorenz?
Analoghe considerazioni, ma di tipo antropologico, spingono Elias Canetti ad analizzare forme di associazione come il branco, le mute (di caccia, di guerra, etc.), l'orda e le masse:
“ La vittima è lo scopo; ma essa è anche il punto di massima concentrazione: essa riunisce in sé le azioni di tutti. Scopo e concentrazione coincidono…Si deve aggiungere che la minaccia della morte, cui sottostanno tutti gli uomini e che è sempre viva sotto molteplici maschere, sebbene non stia continuamente dinnanzi agli occhi, crea il bisogno di deviare la morte su altri. La formazione di masse aizzate viene incontro a quel bisogno…
Fra le specie di morte decretate contro un singolo da un’orda o da un popolo, possiamo distinguere due forme principali, una delle quali è l’espulsione...
L’altra forma è quella dell’uccisione collettiva…Nelle religioni che prevedono un inferno si aggiunge qualcosa d’altro: alla morte collettiva per fuoco, che è un simbolo della massa, si ricollega l’idea dell’espulsione: cioè l’espulsione nell’inferno, la consegna ai nemici infernali…”
(Massa e potere, Adelphi, p.58-60, trad. di Furio Jesi, 1981)
A metà anni ’60 i fasti e le illusioni della dolce vita e del boom economico volgono al termine. Il regista Antonio Pietrangeli (Adua e le compagne, La parmigiana, La visita), già esperto in ritratti di donne emarginate o umiliate, gira quello che viene considerato unanimemente uno dei capolavori del cinema italiano, Io la conoscevo bene (1965), sicuramente un film bellissimo, ben costruito in ogni sua parte, e di grande attualità. Il film racconta i fuochi fatui di un’aspirante stellina cinematografica, Adriana, interpretata da una giovanissima e bellissima Stefania Sandrelli nei panni di una ragazza di provincia trasferitasi a Roma alla ricerca del facile successo. Pietrangeli ne fa il ritratto stesso della vanità, malinconica e ingenua allo stesso tempo nel suo consumare le euforie e le illusioni del tempo, fino al suicidio finale. Il film si apre con la radiolina accesa sulla spiaggia di Ostia, e si conclude con l’ultimo calcio dato al giradischi gracchiante. Ultimo giro, ultima canzone. Adriana si toglie la parrucca, il trucco del viso si scioglie in una maschera di lacrime posticce, e la vita va via così com’era venuta.
Pietrangeli (e insieme a lui, come sceneggiatori, Ruggero Maccari e Ettore Scola) mostra grande sensibilità e compassione nel ritratto di questa ragazza ingenua e sfuggente, ammaliata dalle vanità ma non senza una indefinibile ricerca d’amore, un amore fittizio, raccontato dalle moltissime canzoni (Mina, Peppino di Capri, Sergio Endrigo, Millie, Gilbert Bécaud etc.) e dai tanti balli nuovi (twist e surf in particolare) che costituiscono il vero intreccio del film, insieme agli oggetti-feticcio e di moda. Ma la grande abilità di Pietrangeli e dei suoi collaboratori consiste nel prestare a questa vanità e fatuità, che altrimenti evaporerebbe nell’inconsistenza, una sostanza, una pseudo-realtà forse anch’essa “spiritica” o “spiritata”, attraverso (e attraversata da) una incredibile serie di scene scoppiettanti che si susseguono e svaniscono l’una nell’altra, tutte ugualmente perfette e vitalizzate da personaggi memorabili, spesso strepitosi, viveurs, pseudo press-agent, amanti occasionali, attori, imbroglioni, interpretati dagli ottimi Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno, etc. Io la conoscevo bene è una perfetta coincidenza di cosa e come, di intenzione e di realizzazione.
Adriana attraversa questa galleria impressionante di scene, di canzoni, di personaggi, con la sua fugacità, con la sua evanescenza e i suoi presentimenti di caducità, che la porteranno a dissolvere ogni illusione in una lenta ma inesorabile agonia. Il mio attimo passò, e tu dicesti no:
“ragazza bella e eccitante, una come tante altre...il fatto è che le va bene tutto, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente eppure povera figlia, dico io, gliene capitano di tutti i colori tutti i giorni, le scivola tutto addosso senza lasciare tracce come se fosse impermeabilizzata, ambizioni zero, morale nessuna, neppure quella dei soldi perché non è nemmeno una puttana, per lei ieri e domani non esistono, non vive neanche giorno per giorno, perché questo la costringerebbe a programmi troppo complicati, perciò vive minuto per minuto, prendere il sole, sentire i dischi, ballare sono le sue uniche attività, per il resto è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi, con se stessa mai…”
“Milena sono io, vero…sono così, una specie di deficiente?”
“ma no al contrario, forse sei tu la più saggia di tutti”.

PS Nel demi-monde di questo film, costituito da aspiranti attricette, sedicenti fotografi e press-agent (alla Corona?), playboys all’amatriciana, scrittori, attori rampanti o sul viale del tramonto, commendatori a caccia di gallinelle, non c’è ancora posto per politici e cocaina. Il cinema mantiene una sua relativa autonomia rispetto al ceto politico, almeno in apparenza. E il cinema di Cinecittà è ancora il mito predominante per le aspiranti stelline. Vi sono soltanto due canali TV della RAI, in bianco e nero e con orari limitati. La svolta per la televisione si ha nella seconda metà degli anni Settanta (colore, terza rete RAI, orari prolungati, TV private, pubblicità, etc.), mentre il primato del cinema comincia a declinare. Lungo tutti gli anni ’80 il demi-monde si è trasferito perciò verso i nuovi centri di attrazione della TV, della pubblicità e della moda: “edonismo reaganiano”, “made in Italy”, “Milano-da-bere”, yuppies, fashion, cultura come stile-di-vita, etc. Presentatori e presentatrici, soubrette e vallette, veline e attricette, modelle e pin-ups, si sono trasferite in massa verso il nuovo e più eccitante Eldorado della TV commerciale. Allo stesso tempo, a partire dal presidente Ronald Reagan, la politica si è sempre più assimilata allo spettacolo e al linguaggio televisivo in particolare. Il resto è venuto di conseguenza. Le cortigiane allevate nei “salotti televisivi” sono state elevate al rango di ministre o di sottosegretarie, mentre quelle dei salotti più tradizionali via via hanno perduto la loro importanza.
La distanza fra il tocco delicato, ironico e rispettoso, ma non per questo meno drammatico, di Io la conoscevo bene, e la spregiudicatezza dell’attuale gossip, come nel caso Sabina Guzzanti-Mara Carfagna, è comunque abissale, in parallelo alla transizione fra erotismo e pornografia.
For 100 years the Aboriginal Peoples have resisted the invasion of their lands by white settlers.
Now, a special law, The Aborigenes Act, controls their lives in every detail
Mr A.O.Neville, the Chief Protector of Aborigenes,
is the legal guardian of every Aborigene
in the State of
He has the power
to remove any half-caste child
“from their family, from anywhere within the State”
Mr.Neville was Chief Protector of Aborigenes in
He retired in 1940.
Aboriginal children were forcibly removed from their families throughout
Today many of these Aboriginal peoples continue to suffer
from this destruction of identity, family life and culture.
We call them the Stolen Generations.
Il film Rabbit-Proof Fence (lett. “il recinto impenetrabile ai conigli”, tit.it. La generazione rubata) è un film del regista australiano Phillip Noyce del 2002, con musiche di Peter Gabriel, tratto dal libro "Follow the Rabbit-Proof fence", di Doris Pilkington Garimara. Tratta la storia vera di tre bambine, Molly, Gracie e Daisy Craig, strappate alle mamme su ordine del Protettorato degli Aborigeni (l’equivalente del “Commissariato dei Rom”) nell’ambito del programma di “rieducazione” alla civiltà dei Bianchi colonizzatori. Le tre bambine “mezzosangue”, guidate dalla più grande, Molly, la più intelligente e “impenetrabile”, fuggono dal dormitorio del Native Settlement , e compiono un lunghissimo viaggio di ritorno verso casa, lungo il “recinto dei conigli”, inseguiti dalla polizia e dalla guida Moodoo, mentre il loro caso finisce su tutti i giornali. 
Il film è del 2002, e dunque non ne farò una recensione, consideratelo un invito alla visione (per chi non l’avesse visto). Vi sono comunque 3 o 4 elementi simbolici che lo caratterizzano fortemente, e su cui vale la pena spendere qualche parola.
Il primo è già incluso nel titolo, ed è non a caso ambiguo – il recinto si riferisce sia ai conigli che agli aborigeni; tanto al contenimento della straordinaria riproduttività dei conigli, importati dal colonizzatore europeo (oltre la varicella e il raffreddore) per impedire loro di razziare le terre coltivate, quanto al programma di sterminio e di “purificazione della razza” aborigena.
Entrambi questi aspetti costituiscono per il governo australiano, e per lo specifico Protettorato per gli Aborigeni, una ossessione e una “emergenza”. Tra la fine dell'800 e l'inizio degli anni '60 almeno 100 mila bambini aborigeni o meticci vennero sottratti con la forza alle loro famiglie e fatti crescere sotto la custodia dello stato, delle missioni cattoliche o affidati a genitori adottivi bianchi per una loro “più adeguata protezione morale". In definitiva, per essere assimilati forzatamente alla civiltà dei bianchi. Il regista sottolinea ampiamente la contrapposizione fra i vasti spazi australiani e le recinzioni: la recinzione come fondamento della civiltà ocidentale.

Il secondo elemento è costituito dal dispositivo di rieducazione dei”mezzosangue” messo in atto dal Protettorato, fra corpi di polizia e rieducatori che devono imporre brutalmente l’adattamento e l’istruzione. L’ideologia ufficiale è ammantata per intero di razzismo eugenetico, “il sangue aborigeno deve essere semplicemente eliminato”, biologicamente e culturalmente. Nei “campi di rieducazione” i bambini rubati venivano "preparati alla loro nuova vita nella società dei bianchi" e purificati razzialmente, naturalmente per la loro “protezione” (da se stessi): “perciò loro malgrado i nativi devono essere aiutati”.
Come, l’abbiamo visto: il dormitorio, con i suoi orari, le sue preghiere, la disciplina da caserma; il lavoro obbligatorio, i maltrattamenti fisici e le punizioni, gli stupri (“praticati su quasi il 90 per cento delle ragazze aborigene uscite dalle missioni”), l’asservimento e l’obbedienza, il divieto di usare la propria lingua (“non si usa il dialetto qui”), la doccia, i regolamenti, la delimitazione stessa del campo di rieducazione. Sorvegliare e punire: istruzione, chiesa e mazzate.
Il terzo elemento possiamo chiamarlo la fuga e la caccia, un elemento direi canonico della storia del cinema. La minaccia delle punizioni non ferma la voglia di scappare delle bambine da quel luogo orrido e triste. Dirigendosi lungo il “recinto dei conigli”, incontrano altri personaggi ai margini della civiltà che forniscono loro un aiuto per proseguire. Nel frattempo il Dipartimento degli Aborigeni, con i suoi Protettori locali, è scatenato nella caccia, almeno finchè ci sono fondi: “devono essere protetti, specialmente da loro stessi, se soltanto essi capissero quello che stiamo cercando di fare per loro”. Nelle parole di Mr Neville“ il diavolo”, il funzionario addetto al "programma" di "tutela degli aborigeni”, non riecheggia forse qualcosa di appena sentito in questi giorni di emergenza Rom?
L’ultimo elemento di riflessione è proprio questo: queste pratiche, queste istituzioni,andate avanti apparentemente fino agli anni ’70, possono considerarsi relegate al passato, e quindi assolte con le scuse dei vari governi (e quindi riassorbite nel cinema, nel racconto, nella storia), oppure sono destinate a riemergere, riciclate e travestite sotto nuove insegne?
APUA MATER & MARCO ROVELLI

Questa guerra fu una delle tante guerre contro il colonialismo negli anni ’50 e ’60. Il movimento per l’indipendenza scaturì dall’insoddisfazione degli Algerini per l’essere trattati come cittadini di seconda classe dal governo colonialista francese. Le fondamenta filosofiche della Rivoluzione vennero fornite da intellettuali algerini formatisi nelle scuole francesi. Il primo luglio del 1962 6 milioni di algerini (su un elettorato di 6,5 milioni) votarono sì al referendum per l’indipendenza. Il governo provvisorio proclamò il 5 luglio, nella ricorrenza del 132° anniversario dell’occupazione francese dell’Algeria, giorno dell’Indipendenza nazionale.
Durante il conflitto durato 8 anni le forze armate francesi e le loro milizie alleate uccisero un milione di algerini. A Parigi, il governo socialista di Guy Mollet, il cui ministro dell’interno era François Mitterrand, allora 37enne, emanò l’Atto di Poteri Speciali che dava alle forze armate carta bianca in Algeria. Assassini, torture e violenze carnali erano all’ordine del giorno. Un generale francese piú tardi dichiarò con vanto: “Ci venne data libertà di fare ció che consideravamo necessario.”
François Mitterrand affermò che "la ribellione algerina può trovare un unica forma terminale: la guerra". Toccò al primo ministro francese Pierre Mendès-France, che solo pochi mesi prima aveva portato a termine lo sganciamento della Francia dalle colonie dell'Indocina, stabilire il corso della politica francese per i cinque anni seguenti.
Decine di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti vennero torturati e solo ad Algeri piú di tremila persone arrestate dalle forze francesi “scomparirono”. I programmi di “pacificazione” francese espulsero due milioni di algerini dalle proprie case, molti dei quali confinati in campi di concentramento circondati da filo spinato, e videro la distruzione di piú di ottomila villaggi.
Quasi due milioni di soldati francesi furono impiegati nel conflitto, inclusi l'ex presidente francese Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, leader del partito razzista “Fronte Nazionale”. Le Pen è stato accusato di essere stato attivamente coinvolto nella tortura di prigionieri nella famigerata Villa Sesini ad Algeri nel 1957.
Mentre il film di Pontecorvo si concentra solo su un aspetto della guerra—
Gillo Pontecorvo, uno dei più grandi registi italiani del dopoguerra (deceduto a Roma nel 2006 all’età di 86 anni) resterà nella storia del cinema come l’autore e il regista del celebre film “La battaglia di Algeri”, uno dei film piú potenti mai realizzati sull’occupazione colonialista e sulla resistenza a tale occupazione. Film controverso, coronato nel 1966 con il Leone d’Oro a Venezia, ma a lungo vietato in Francia. Divenne anche film di studio per le Black Panthers. Il film venne finalmente proiettato nelle sale francesi.nel
Nel 1972, una banda di fascisti attaccò membri del pubblico durante una proiezione del film a Roma, ferendone uno gravemente.
Nel 2003, il film, considerato come modello di insegnamento sulla guerriglia urbana, venne proiettato al Pentagono in vista dei preparativi della guerra in Irak. Infine uscì in Francia nel 2004, quasi 40 anni dopo la sua realizzazione.
Musica di Ennio Morricone e bianconero scope di Marcello Gatti.
Nato nel
Influenzato dal neo-realismo e dal regista russo Sergei Eisenstein, Pontecorvo decise di dedicarsi al cinema dopo aver visto il film Paisà, di Roberto Rossellini. Dal 1946 al 1956 girò una serie di documentari come Pane e Zolfo, sui minatori siciliani, e diresse il suo primo film nel 1957, il tuttora sottovalutato
Dopo
L'IRAQ E' UN SEVERO MAESTRO
di Valerio Evangelisti
R.A. Heinlein, La luna è una severa maestra, 1965
L’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale costruì la propria identità alla luce di quel fenomeno occorso ovunque denominato Resistenza: vocabolo che indicava lotta popolare al fascismo, sì, ma anche all’occupazione armata del suolo nazionale e - non sempre però spesso - alle disparità sociali. In conseguenza di quelle radici, i paesi europei si liberarono, chi prima chi dopo e non senza contraddizioni anche gravi, del colonialismo. Sintesi stessa di tirannide e di disuguaglianza, non a caso era stato il retaggio dello Stato liberale pre-bellico che il fascismo aveva con più entusiasmo fatto proprio, fino a fondare su esso buona parte della propria mistica.
Sun Tzu, L’arte della guerra, 2
Lo stato s’impoverisce quando deve sostenere il nutrimento di un esercito lontano e l’invio di vettovaglie ottenute per mezzo di requisizioni impoverisce il popolo.
La vicinanza di un esercito provoca aumento dei prezzi, e gli alti prezzi spazzano via i mezzi di sussistenza del popolo.
Quando i mezzi di sussistenza sono esauriti, i contadini sono afflitti da pesanti tassazioni.
Con questa perdita di sostanze e diminuzione delle forze, le case del popolo saranno spogliate interamente e i tre decimi dei redditi andranno in fumo.
Intanto il governo spenderà i quattro decimi delle sue entrate per sostituire i carri da battaglia rotti, i cavalli uccisi, armature, armi, archi e frecce, materiali protettivi vari, animali da tiro e relativi carriaggi.
Per tutti questi motivi bisogna rifornirsi presso il nemico. Un carro di provviste prese al nemico vale venti dei nostri, e parimenti un picul (*) del suo foraggio ne vale venti delle nostre scorte.
(*) Il termine inglese Picul indica la misura di peso della tradizione cinese chiamata dàn (ć“”) in Mandarin Chinese o tam (ć“”)[1] in Cantonese language. Un picul è l'equivalente di 60.478982 kilogrammi.
(mi sembra abbia a che fare qualcosa con l'attualità, o no?)
Napoli gennaio 2008. Da Milano a Pianura, per vedere da vicino l’emergenza rifiuti in Campania. Nel documentario “Vietato Respirare “ di Riccardo Farina,Pietro Menditto,Diego Fabricio,interviste di Piero Ricca, affiora la tragedia di una terra stremata, tra cumuli di immondizia non raccolta e discariche abusive altamente tossiche. A Pianura la diossina e gli altri veleni mietono vittime per malattie tipicamente industriali. A Taverna del Re i contadini coltivano a ridosso dei depositi di ecoballe. A Monteruscello i bambini giocano in mezzo ai topi e sognano di vivere in un paese senza una carta per terra. Intanto cresce la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni e spesso si trasforma in disperate manifestazioni di protesta, anche nei confronti di Gianni De Gennaro, l’ultimo di una serie di commissari straordinari. Le voci della società civile come quella di don Alex Zanotelli cercano di scuotere dall’indifferenza. E intanto nella terra più gioiosa e feconda di Italia ora si fa fatica a respirare… Una produzione Chisciotte Dv 31min. col. 16/9 Info : ricky.farina@yahoo.it pietroreporter@hotmail.com«
Appello da Chiaiano
Sono trascorsi alcuni giorni dalle cariche di polizia, dalla tregua stipulata con il sottosegretario Bertolaso e dall’entrata dei tecnici nelle cave per verificarne l’idoneità a ospitare una discarica da 700mila tonnellate. Nell’attesa, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano continuano a presidiare pacificamente i luoghi della contesa. Nei capannelli che si formano tra i gazebo all’ingresso delle cave, le persone ripercorrono a mente fredda gli ultimi avvenimenti, analizzando il resoconto fatto dai media degli eventi di cui sono state protagoniste. E in quei racconti, nessuno si riconosce.
Nei giorni di fuoco della protesta i cronisti di radio, giornali e televisioni hanno descritto chi si opponeva alla discarica come una folla di strani e sconsiderati personaggi, inventando storie di armi, droga e camorra per screditare i più giovani e attivi; insinuando come gli uomini sacrificassero senza scrupoli madri, mogli e figli sulla prima linea delle barricate; diffondendo notizie palesemente false come quella delle bombole del gas legate a un petardo, non confermata neanche dalle forze dell’ordine.
continua a leggere in loredanalipperini./da-chiaiano/
Sull'emergenza rifiuti napoletana segnalo alcuni articoli da Nazione Indiana e Carmilla:
Gabriella Gribaudi, Forse cercavi monnezza - Il dibattito, in www.nazioneindiana.com//#more-6082
Stefano Palmisano, Gomorra o Dell'agenda dei delitti e delle pene, in www.nazioneindiana.com/gomorra-o-dellagenda-dei-delitti-e-delle-pene/
Maurizio Braucci, Breve storia dell'emergenza rifiuti in Campania, in www.nazioneindiana.com//breve-storia-dell'emergenza-rifiuti-in-campania/
Helena Janeczek, A partire dalla monnezza, in www.nazioneindiana.com//a-partire-dalla-munnezza/
Carlo Loiodice, Chiaiano e i media, in www.carmillaonline.com/archives/2008/06/002671.html#002671