



Ormai YouTube è diventato un po’ troppo “generalista”, e cominciano a proliferare i siti specializzati, in cinema, in arte d’avanguardia, performance, mixed media, etc. Uno straordinario museo virtuale del cinema e del video d’avanguardia, di poesia e di arte concettuale, è UbuWeb. Fondato nel 1996 come “deposito” di poesia visiva, sonora e concreta, col passare degli anni ha finito con l’abbracciare le più diverse arti d’avanguardia, e altro, crescendo in ogni direzione.
Concepito come “economia del dono”, UbuWeb è anche uno spazio di utopie politiche. Libero da costrizioni di profitto e da ingombranti considerazioni di produttività, l’informazione qui può considerarsi letteralmente “libera”. Questa è solo una piccola selezione di artisti presentati.
UbuWeb: Film & Video
Vito Acconci Marina Abramoviç Laurie Anderson Ant Farm Beth B J.G. Ballard Samuel Beckett David Behrman Charles Bernstein Joseph Beuys Dara Birnbaum Christian Boltanski Jorge Luis Borges Walerian Borowczyk Stan Brakhage George Brecht James Broughton Luis Buñuel
Chris Burden William S. Burroughs David Byrne John Cage Alexander Calder John Cale
Sophie Calle Peter Campus Cioni Carpi Louis-Ferdinand Céline Cinema of Transgression
Rene Clair Anton Corbijn Jospeh Cornell Pierre Coulibeuf Merce Cunningham Salvador Dali
Guy Debord Wim Delvoye Maya Deren Cheryl Donegan Jean-Marie Drot Marcel Duchamp
etc.etc.
Purtroppo non c’è il codice, per cui presento due video di artisti qui presenti, ma scaricati da YouTube. Così, tanto per gradire.
Thrust in Me (Richard Kern & Nick Zedd)
Vito Acconci - Theme Song (preview)
La musica dei BATTLES viene definita come abstract math rock. Coi primi 3 EP si sono collocati al di fuori delle musiche contemporanee con una grande varietà di stili e suoni, ritmi e approcci. Con il primo LP “Mirrored” (WARP, maggio 2007) si confermano come band sperimentale , con un nuovo approccio melodico. Hanno suonato in Italia nel Dissonanze Festival di Roma , e torneranno a suonare in maggio a Bologna e Milano. In questo video collaborano con i light artists UVA (United Visual Artist) già noti per altre partecipazioni (Massive Attack, Chemical Brothers, etc.).
LINK: .
http://www.warprecords.com/battles
http://www.myspace.com/battlestheband
http://www.warprecords.com
http://www.warpfilms.com

GERUSALEMME - Il profeta Mosè, secondo un ricercatore israeliano, si trovava sotto l'effetto di droghe quando sul Monte Sinai Dio gli consegnò i Dieci Comandamenti. Le sostanze attive che provocano illusioni sensoriali, quali gli allucinogeni, avrebbero avuto un ruolo importante durante i riti religiosi degli israeliti ai tempi della Bibbia, ha spiegato il ricercatore Benny Shannon nella rivista di filosofia «Time and Mind». Nel caso di Mosè, dice il professore di psicologia cognitiva all'università di Gerusalemme, non si è trattato di un «evento sovrannaturale». Ma non è neppure solo leggenda: «E' molto più probabile che la vicenda si sia svolta sotto l'effetto di qualche droga psichedelica», ha detto Shannon ieri alla radio israeliana. Mosè sarebbe stato alterato anche quando vide «il cespuglio di spine ardente», dove si manifestò l'angelo di Jahweh, appunto, sotto la forma di una fiamma di fuoco. Anche in questo caso all'origine delle «visioni» ci sarebbero stati delle sostanze narcotizzanti.
EFFETTI PSICOATTIVI - «
REAZIONI - La notizia è stata ripresa anche dal quotidiano israeliano Haaretz, scatenando una serie di reazioni polemiche. Ma la più frequente è stata: «Che cosa si è fumato Shannon prima si scrivere il suo articolo?». Il professore, del resto, avrebbe ammesso che «chiuque può assumere allucinogeni ma per ricevere le Tavole della Legge bisogna essere Mosè».
Elmar Burchia, Corriere della Sera
05 marzo 2008

Après
In un mio post precedente del 9 febbraio, intitolato Radio Guantanamo, ho parlato di quel tipo di radio che diffondono quotidianamente Muzak o musica Middle of the road(MOR), cioè quella musica o quei programmi di sottofondo che vengono incessantemente “sparati” nei luoghi di lavoro, di commercio o di transito (benzinai, dentisti, negozi, supermercati, centri commerciali, aeroporti, ascensori, navi, etc.), tipico esempio attuale di quella uniformità e standardizzazione che caratterizza il mondo reale, dal lavoro al consumo, in quanto estensione del regime di fabbrica (della fabbrica sociale che tutti sottomette al ritmo incessante dei diktat dell’economia). Radio Muzak del condizionamento di massa, tanto più penetrante quanto più sembra passare quasi inosservata, che può diventare un vero e proprio strumento di tortura o di rimbambimento per chi vi è esposto costantemente.
Ho perciò citato i cani di Pavlov, Arancia Meccanica, Guantanamo. Il titolo stesso, Radio Guantanamo, non ha l’intenzione di essere sensazionalistico o retorico, ma è la citazione di una scena del film di Michael Winterbottom, The Road to Guantanamo (2006), durante la quale un prigioniero del famigerato campo di detenzione viene sottoposto al bombardamento acustico di musica rock ad altissimo volume, nell’intento evidente di indebolirne le resistenze psico-fisiche per poi pilotare gli interrogatori. La sovrapposizione, o la sovra-esposizione, di una determinata tecnologia accomuna sia gli usi “civili” che militari, caratterizza la guerra permanente che non fa distinzione fra interno (“noi”) ed esterno (“loro”, i detenuti), se non per una differenza di intensità, qui definita “svago” o “consumo”, lì definita “guerra”. Fra “guerra” e “pace”, oppure fra divertimento e produzione, passano delle sottili, quasi invisibili, linee di confine estremamente mobili e permeabili, che può capitare facilmente di attraversare, come accade appunto a quei ragazzi inglesi di origine pakistana nel film di Winterbottom. Per questo le stesse tecnologie facilmente sovrappongono scene diverse, si dimostrano cioè estremamente commutabili e versatili.
Qualche giorno dopo quel mio post ho letto su nazioneindiana (13 febbraio) un interessante articolo-racconto di Luis de Miranda, intitolato “Una civiltà della festa e dell’oblio” che, parlando di un’altra sovrapposizione quasi casuale, sembra confermare le mie impressioni, e allo stesso tempo mi apre una finestra (o un link) su un interessante saggista e romanziere francese, quasi del tutto ignorato in Italia, Philippe Muray. Guarda caso, l’articolo in origine è stato pubblicato da LE MONDE il... 9 febbraio: quando si dice la sincronicità! E De Miranda parla appunto di una sua sincronicità, che cerco di sintetizzare brevemente.
In occasione di un suo viaggio in Polonia nel giugno del 2003 aveva con sé una piccola videocamera, con la quale girò, fra l’altro, delle immagini ad Auschwitz:
“Non sono ebreo, i miei antenati sono cristiani e, se la mia memoria è buona, ho visitato questo campo con una motivazione da europeo medio: un terzo di curiosità, un terzo di senso del dovere, un terzo per meditare, in modo vago, su quello di cui sono capaci gli umani nei confronti di altri essere umani”.
Rientrato a Parigi, De Miranda non ritenne opportuno conservare quelle immagini che gli apparivano neutre:
“ un cartello “Arbeit macht Frei”, delle palazzine in mattone che ricordavano stranamente un campus universitario inglese, delle foto allineate di deportati uomini e donne dallo sguardo insistente.: i fatti che si sono svolti ad Auschwitz mi sembrano appartenere a un altro mondo, a un ‘altra umanità, a una barbarie che mi pare estranea”.
Così sullo stesso supporto girò altre immagini, questa volta in una discoteca parigina alla moda,
fra i ballerini della Suite:
“Più giovane ho sofferto di non sapermi aggregare alla banalità delle conversazioni festive di gruppo...Il parallelo visuale tra i giovani festaioli superficiali di questo inizio secolo e i morti assurdi del secolo scorso avrebbe potuto apparire chic e choc”, finchè non venne evocato il ricordo del saggista Philippe Muray (morto nel marzo 2006) il quale aveva elaborato la nozione di homo festivus:
“Non ho intenzione di creare e ancora meno di esibire delle immagini scioccanti, maliziose o naïves, nonostante fossero intervenute ad illustrare in modo affascinante un parallelo tra l’homo festivus e la barbarie”. E così conclude:
“Mi resta questa idea personale: allo stesso modo in cui l’umanità che ha prodotto Auschwitz mi sembra estranea, altra, lontana, lo è anche l’impressione che spesso ho avuto , con le dovute eccezioni, dalla mia adolescenza, nelle serate di festa con sconosciuti. I festaioli estasiati dal discorso minimalista e ripetitivo, che si incontrano nei luoghi dedicati alla festa mi sono spesso parsi appartenere a un’altra umanità, lontana, estranea e ho talvolta sofferto , più giovane, del fatto di non riuscire ad essere così futile, o se si preferisce, leggero.
Di qui la domanda: se uno non si sente di appartenere tanto all’umanità che ha prodotto Auschwitz né a quella che si agita al ritmo del fun standard, significa che le due umanità sono la stessa: un’umanità che preferisce non pensare e che taylorizza tanto i suoi crimini che le sue gioie?”.
Finita la lettura del racconto di De Miranda, subentra necessariamente Philippe Muray o, per i cinefili, quel tipo di genere “catastrofico” in cui la festa si tramuta in rovina (“la festa che finisce male”), e di cui ho pure accennato in qualche post precedente (
L’interesse per Philippe Muray nasce appunto da questo suo “disprezzo del disastro contemporaneo”, quest’epoca in cui “il risibile si è fuso col serioso”, che lo porta a coniare il termine di “festivismo”, il quale ruota intorno alla figura emblematica del contemporaneo Homo festivus, definito come “il cittadino medio della post-storia, figlio naturale di Guy Débord e del Web”.
"Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?" (Primo Levi, La tregua)
Mentre nel mondo virtuale ciascuno dispone potenzialmente di milioni di informazioni da selezionare, il mondo reale, dal lavoro al consumo, è assai più uniforme e standardizzato in quanto estensione del regime di fabbrica (della fabbrica sociale che tutti sottomette al ritmo incessante dei diktat dell’economia). Un’esempio tipico di uniformità e standardizzazione è la Muzak o la programmazione delle radio MOR (Middle of the road), cioè quella musica o quei programmi di sottofondo che vengono incessantemente “sparati” nei luoghi di lavoro, di commercio o di transito (benzinai, dentisti, negozi, supermercati, centri commerciali, aeroporti, ascensori, navi, etc.).
RTL 102.5 (Radio Trasmissioni Lombarde, sede centrale a Cologno Monzese, nei pressi degli studi Mediaset), “la prima radio privata nazionale”, è la tipica Radio Muzak del condizionamento di massa, tanto più penetrante quanto più sembra passare quasi inosservata. Se per l’utente occasionale del supermercato o del dentista la radio muzak scivola via senza troppo peso (e in fondo è questo il suo scopo, cioè diluire l’ansia), per chi lavora in quegli ambienti ed è costretto alla sua esposizione costante, può diventare un vero e proprio strumento di tortura o di rimbambimento, non diversamente dalle dittature in cui si ascoltano senza sosta gli stessi inni e discorsi e per strada si subiscono le gigantografie dei leaders.
Per questo si potrebbe quasi parlare di Radio 1984.

(centro commerciale disegnato da Victor Gruen)
Naturalmente qui tutto gira intorno alla pubblicità. RTL ha una propria concessionaria di pubblicità in grande espansione, Openspace, con un fatturato superiore ai 50 milioni di euri, e grandi progetti di “radiovisione”, cioè un unico palinsesto in onda su radio, tv e Internet: in questo modo gli oltre 5 milioni di ascoltatori “potranno ascoltarla ovunque siano e con qualsiasi mezzo abbiano a loro dsposizione”. Musica, pubblicità e “notizie” per “very normal people”, come recita il claim: una manciata di 5-6 “hits” ripetuti ossessivamente ad nauseam, giornali radio a ogni ora, pseudo servizi o gossip, presentatori gasati quasi isterici, la “gggente” come target sollecitata all’ultra-conformismo. Urlato, scintillante, pressocchè miserabile. Tutto il peggio (il “meglio” per i suoi dirigenti) della muzak e della MOR riproposti instancabilmente dalla “piccola sorella”.
La “filosofia” di base del network che si appresta a rompere i coglioni anche sul web, sui cellulari e su ogni dove le onde e i satelliti siano in grado di arrivare, è l’ammaestramento delle scimmie. I meccanismi forse non sono così subdoli e subliminali come suggerito dalle discusse teorie del “lavaggio del cervello” , sono più elementari come la ripetizione ossessiva, l’incitamento a un comportamento lecito e la punizione del comportamento illecito etc.etc.: i cani di Pavlov, Arancia Meccanica, Guantanamo...tutto per portare gli ascoltatori-consumatori a un’età mentale di 10-12 anni. L’eterna manipolazione dei sentimenti più comuni dell’umanità, la noia, la rabbia, la frustrazione, gli affetti, il dolore, la paura, per indebolire le difese e offrire, pret-à-porter, i propri “farmaci miracolosi”. Come insegnava il venditore di Arcore.
Brian Walsh - Media Literacy for the Unconscious Mind

ROMA - Fabio Fazio ha invitato Adriano Sofri a partecipare in diretta alla sua trasmissione Che tempo che fa, in onda su Raitre sabato 12 gennaio alle 20,10. Sofri, condannato a 22 anni per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi, ha avuto dal magistrato di sorveglianza un permesso in deroga al regime di detenzione domiciliare che sta scontando a Firenze. È la prima volta che Sofri è ospite in uno studio televisivo e la prima volta in diretta. L'ex leader di Lotta continua parlerà del suo libro, Chi è il mio prossimo (Sellerio), che mescola biografia e vicende politiche, riflessioni filosofiche su compassione, simpatia, buonismo. Fabio Fazio aveva intervistato Sofri già il 23 ottobre 2003 sempre per Raitre.
POLEMICHE - Gabriella Carlucci (Forza Italia) in un'interrogazione ai ministri della Giustizia, dell'Interno e delle Comunicazioni chiede «come può un detenuto per un reato così grave, ancorché assegnato agli arresti domiciliari, partecipare a una trasmissione del servizio pubblico; chi autorizza la partecipazione al programma di Sofri, e se è davvero opportuno concedere questo permesso». Per Paola Balducci, responsabile Giustizia dei Verdi, si tratta «di polemiche sterili e di routine. Sofri ha dato prova di grande serietà e responsabilità, è fuori luogo che si continui a puntare il dito contro di lui».

Che fine ha fatto il FUTURO? C'è ancora un'idea di Futuro o, con James Ballard, dobbiamo riconoscere che, da qualche parte negli anni Sessanta, "Il Futuro è Morto"? (e quel che ne resta è solo...fantascienza)

Turin Spaceship Company
![]()
Type: Exhibition
"This is the first event in “Afterville”, a series dedicated to the relationships between the arts of design and the imaginative power of science fiction.
The exhibition features architectural, pictorial, multi-technique and multimedia works from the 1950s to the present. Curated by Enzo Biffi Gentili, Luisa Perlo and Undesign of Michele Bortolami and Tommaso Delmastro with Fabrizio Accatino and Massimo Teghille.Off Congress Official Event, UIA World Architects' Congress Torino 2008."
INFORMATION:
011 0702350
Opening hours
Tuesday-Friday 4 p.m. - 7.30 p.m.
Saturday-Sunday
Closed Mondays
Free entry
www.torinoworlddesigncapital.it
di Zygmunt Bauman
Guardo il mondo globalizzato. È pieno di uomini costantemente in cerca di qualcosa d'altro. Sembra che corrano e invece sono fermi, in una condizione di angosciante staticità. Credono di intercettare, di interpretare il cambiamento. Stanno bene solo quando arrivano prima degli altri, e questo indipendentemente da quale sia la meta. Ma pensiamoci un attimo: in realtà non progrediscono mai. Inseguono qualcosa che è fuori da sé, un modello che non esiste e che non possono raggiungere, perché non ha radici nella propria identità: un nuovo taglio o un nuovo colore di capelli, una nuova macchina, un nuovo lavoro, un nuovo corpo, una casa nuova. Una volta conquistati, sono già vecchi. E la corsa non finisce mai. È un movimento circolare, un falso progresso che non produce nulla, perché non poggia su nulla. Il risultato è il trionfo dell'individualismo, che ha generato relazioni interpersonali in frantumi, rituali religiosi ridotti a parate carnascialesche. Un polverone di contraddizioni. Crescono l'ansia, la paura, l'inquietudine, e nascono dalla consapevolezza dell'impermanenza. Il disagio è capillare, diffuso. Le ragioni di questa crisi sono varie. Troppo lungo e difficile enumerarle tutte insieme. Certamente, la fisionomia effimera che ha assunto il mondo ha spiazzato tutti quanti. La velocità di cambiamento che investe l'economia e informa di sé ogni aspetto della realtà ha creato nella gente una condizione di continua incertezza, il terrore di essere sempre colti alla sprovvista e di rimanere indietro. È il trionfo della società liquida.
"Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma, o di tenersi in rotta a lungo" (Zygmunt Bauman, La vita liquida, Laterza, 2006). Mi accorgo che siamo di fronte al declino dell'Occidente, del suo senso di competitività esasperato, del suo liberismo selvaggio, del suo progressivo ridimensionamento delle strutture sociali. E penso che il mito del cambiamento e della velocità, che pure ha causato una crisi di valori senza precedenti, porta con sé gli anticorpi che serviranno a ricomporre il mondo. Sono un ottimista e credo che proprio adesso ci sia spazio per una rivoluzione in cui la sociologia si riapproprierà di un ruolo centrale: guidare chi sta cercando una nuova morale. L'individualismo, il culto di se stessi, la ricerca esasperata della felicità sono le ragioni della crisi, ma insieme offrono opportunità straordinarie. L'idea che l'altro è solo un oggetto funzionale alla nostra auto-realizzazione andrà in frantumi. Tutto questo inseguire la realizzazione dell'io ci ha alienati ma anche responsabilizzati. E a questa nuova consapevolezza della responsabilità individuale, che pian piano stiamo introiettando, potrà nascere una nuova morale, adatta ai nostri tempi.
Il mio collega britannico Anthony Giddens ha cercato di tratteggiare un possibile percorso di rinnovamento etico e spirituale. E per primo ha parlato di relazioni pure, non più cioè contraddistinte da rapporti gerarchici e da patti di convenienza, ma basate sul rispetto reciproco e su una comunicazione emozionale. È un ragionamento che lui ha applicato alla famiglia, ma che vale anche per la società nel suo complesso. Una comunità che insegue il culto dell'io è decadente, ma è anche capace di valorizzare una consapevolezza nuova, e di notevole portata etica. Se io sono il fine, sono anche il mezzo, lo strumento del cambiamento. Ecco, il mio sogno è che tutto ciò pian piano si strutturi nella mente. Nelle aspirazioni di ognuno di noi. Siamo chiamati in causa tutti quanti. Oggi più che mai è importante capire che la frammentarietà della realtà ha una potenza creativa di notevole portata. Fin qui è accaduto che, abbattuti dogmi e valori, piuttosto che liberarci ci siamo conformati a modelli culturali da spot. L'individualismo è stata una falsa liberazione: ha solo alimentato il conformismo. Ma, partendo da questo individualismo, potremo abbattere il conformismo. Bisogna solo agganciare e sviluppare in senso positivo il culto della responsabilità individuale. Ecco perché credo che ancora oggi si debba lavorare per dar vita a un nuovo socialismo. Non quello delle dittature, certamente, ma quello che traccia le linee guida di una società eticamente sana. Contro il consumismo ossessivo, i legami fragili e mutevoli, lo stress e la paura che tutto ciò genera, c'è l'antidoto.
Proviamo a riflettere su un concetto semplice: la globalizzazione ci ha alienati ma ci ha fornito anche conoscenze fino a qualche anno fa insospettabili. E la conoscenza è di per se stessa libertà. Le nostre possibilità di scelta sono cresciute a dismisura. Adesso tocca capitalizzare questa libertà: invece di uniformarci a comportamenti sociali stereotipati abbiamo tutte le carte in regola per trovare una morale fatta di solidarietà e capacità di comprendere che ciascuno gioca un ruolo insostituibile. Il meccanismo della delega a autorità sociali e religiose altre, da noi è crollato? Bene, fatta tabula rasa di tutto ciò, possiamo dare alla modernità una valenza positiva. Non sta nei diktat eterodiretti la nostra possibilità di riscatto, né in una religiosità da hooligans, capaci di dichiararsi cristiani e devoti di Giovanni Paolo II e anche di uccidere, ma in un nuovo socialismo. Abbiamo inseguito il mito dell'io. Non dimentichiamo che la portata etica di una società si misura nella sua capacità di offrire a tutti pari opportunità di scelta e pari libertà, di proteggere i deboli, gli emarginati.
Io ce l'ho un sogno, è quello di perseguire l'ideale rinascimentale di armonia. Per Leon Battista Alberti la bellezza era strettamente connessa all'equilibrio fra le parti. La centralità dell'individuo è una risorsa. Felicità non è correre e poi fermarsi di botto. Ma saper star fermi, progredire, lentamente, consapevolmente. È una felicità solo all'apparenza più difficile da perseguire. In realtà sta lì, alla nostra portata. E riguarda tutti.
(Testo raccolto da Chiara Dino)
